Víctor Polay Campos: “Sul banco degli accusati. Terrorista o ribelle?” (Il libro– Capitolo II)

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Qui parlavamo della decisione di pubblicare il libro di Víctor Polay Campos a puntate inquesto sito.

INDICE /Dedica /Prologo /In memoria /Introduzione

Capitolo I

Capitolo III

Capitolo IV 

Capitolo V

Capitolo VI

 

CAPITOLO 2 

DA YANAMAYO AL CALLAO

Tutta la stampa della capitale diede la notizia del nostro trasferimento da Yanamayo (Puno) a Lima. Tuttavia l’ossequiosità e il servilismo alla dittatura di alcuni giornalisti li portò a scrivere che avevamo fatto gesti osceni e avevamo mostrato il didietro durante lo show che Fujimori aveva preparato al nostro arrivo all’aeroporto del Callao. Ciò che successe è che, siccome eravamo ammanettati con le mani dietro, avevamo dovuto voltarci perché i giornalisti potessero osservare che facevamo la V della vittoria con le dita. Come è noto, la V è un simbolo dell’MRTA. Questi giornalisti “obiettivi” trasformarono un atto di dignità e ribellione in gesti osceni. Smentendo la versione del giornalista de La República, il quotidiano conservatore di Parigi-Francia “Le Figaro” scrisse nella sua edizione di mercoledì 28 aprile 1993 al piè di una nostra foto :

“Nonostante le manette, Víctor Polay, capo del Movimento Rivoluzionario Túpac

Amaru, fa il segno della vittoria davanti alla stampa. Il guerrigliero è detenuto in segreto in un carcere di massima sicurezza a Lima”.

 

Polay si trova già nella sua prigione eterna 

La República, martedì 27 aprile 1993 

Il lider dell’MRTA e il suo luogotenente, Peter Cárdenas Shulte, sono stati trasferiti dal carcere di Yanamayo, a Puno, alla Base Navale del Callao. 

Víctor Polay Campos e Peter Cárdenas Shulte, massimi dirigenti del Movimento Rivoluzionario Túpac Amaru (MRTA), sono stati portati ieri a Lima e reclusi per sempre in celle sotterranee e isolate nella Base Navale del Callao.

I due sovversivi, condannati all’ergastolo, sono stati trasferiti da Puno a Lima attraverso una gigantesca e ben organizzata operazione che è stata compiuta alla lettera.

Ammanettati e con vestiti a righe bianche e nere da detenuti, Polay e Cárdenas sono arrivati al Gruppo Aereo N°8 alle tredici e trenta e, dopo esservi rimasti circa dieci minuti, sono stati portati verso la loro prigione eterna, alla Base Navale del Callao, vicino alla cella di un altro sovversivo, il capo di Sendero Luminoso, Abimael Guzmán.

Nell’ampio spiazzo del Gruppo Aereo N°8 sono stati rinchiusi in gabbie separate dove sono stati mostrati a quasi un centinaio di giornalisti peruviani e stranieri.

Da lì i due sovversivi hanno lanciato grida di protesta ed evviva al loro gruppo terrorista e frasi aggressive contro il Presidente Fujimori e il suo governo.

Hanno anche fatto gesti osceni, dando le spalle al nutrito gruppo della stampa che si trovava a circa 80 metri di distanza dalle gabbie.

Prima Polay e dopo Cárdenas si sono chinati mostrando il didietro. Il primo ha fatto, così, reiteratamente, segni osceni con la mano destra, nonostante ce l’avesse ammanettata.

I due hanno mostrato un buono stato fisico e, apparentemente, buona salute.

Polay, tuttavia, ha denunciato maltrattamenti, sia al momento di imbarcarsi a Puno sia nel suo fugace e distante confronto con la stampa.

Urlando, alternativamente, prima Polay e poi Cárdenas, hanno lanciato evviva all’MRTA, dicendo che alla fine il popolo “debellerà la dittatura di Fujimori”.

“Patria o morte, vinceremo!” è stato lo slogan che più hanno gridato a viva voce, mentre i loro volti si congestionavano e acquisivano tratti di rabbia.

Le grida si sentivano più o meno nitidamente, nonostante il rumore dei motori degli aerei che arrivavano o decollavano.

Polay ha denunciato maltrattamenti ed ha anche detto qualcosa del processo, che però non è stato possibile percepire bene perché in quel momento alle grida del capo dell’MRTA si è sovrapposto il rumore del volo quasi radente di un aereo commerciale.

L’aereo Antonov, a bordo del quale sono stati portati da Puno, è atterrato al Gruppo Aereo N° 8 alle tredici e trenta.

Dalla loro lontana ubicazione in una tribuna di legno i giornalisti hanno potuto vedere la lenta discesa dei sovversivi attraverso una rampa esterna.

 

Due importanti articoli della rivista Caretas ricostruirono le condizioni del nostro trasferimento dal carcere di Yanamayo alla Base Navale del Callao il 26 aprile 1993

La confessione di “Chinochet”[1] 

Caretas, 15 dicembre 2005

Nel 1993 Alberto Fujimori si vantò in pubblico di avere partecipato a una tortura psicologica

Dodici anni fa, il 17 giugno 1993, Caretas raccontò un fatto insolito. Durante

un’intervista a RPP [2], l’allora presidente Alberto Fujimori si vanagloriò pubblicamente di aver presenziato e partecipato ad un’azione che in qualsiasi parte del mondo viene considerata tortura psicologica.

Accade che cinque giorni prima Fujimori aveva provato a dimostrare in maniera grottesca che la pena di morte è dissuasiva: “Questo lo abbiamo visto nel caso di dirigenti, addirittura uno lo stavamo portando in un Antonov e gli venne detto”preparati a lanciarti dall’Antonov”, ed io gli chiesi se sapeva lanciarsi col paracadute dall’elicottero, morì di paura, ed è un dirigente di alto rango dell’MRTA, e lasciò l’aereo tutto bagnato”. Gli

intervistatori, Tennis Vargas Marín, Jaime de Althaus, Augusto Álvarez Rodrich e Alex Bauer non approfondirono il tema.

Il lanciare prigionieri da aerei o elicotteri è stato un metodo spietato utilizzato in situazioni limite come avvenne durante la dittatura militare argentina. Non si trattò, quindi, di uno scherzo innocente.

Il dirigente a cui alludeva l’ex-presidente, oggi detenuto in Cile[3], era niente di

meno che Víctor Polay Campos. Caretas confermò l’accaduto attraverso Otilia Campos, madre del sovversivo detenuto nella base Navale del Callao.

Sostiene che suo figlio le raccontò che il 26 aprile 1993 fu trasferito in elicottero dal carcere di Yanamayo –a Puno — a Juliaca. Lì salì su un Antonov FAP diretto al Gruppo Aereo N°8.

Nell’aereo si trovava Fujimori che, di fronte ad alti ufficiali, lo minacciò dicendo che lo avrebbe lanciato dall’aereo in pieno volo.

Polay Campos fu detenuto il 9 giugno 1992 a San Borja e quindi recluso a

Yanamayo. Ad aprile venne ordinato il suo internamento nella Base Navale, il che motivò il trasferimento sopra menzionato. La stampa informò allora che Fujimori in persona avrebbe supervisionato il viaggio.

Il procuratore aggiunto Pedro Gamarra, incaricato dei processi contro Fujimori per violazioni ai diritti umani, disse a Caretas che questo caso “è un precedente chiave che rivela che l’ex-Presidente era a capo di una politica di Stato di violazione costante dei diritti umani”.

Il pubblico ministero supremo Pablo Sánchez Velarde segnalò che il fatto viene considerato come tortura nell’articolo 321 del Codice Penale, che recita che è autore di questo delitto “il funzionario pubblico che infligga ad altri dolori o sofferenze gravi, siano esse fisiche o mentali, o li sottometta a condizioni o metodi che annullino la loro personalità o diminuiscano la loro capacità fisica o mentale, sebbene non causino dolore fisico, al fine di  ottenere dalla vittima una confessione o informazione o di punirla per

qualche fatto che abbia commesso o di intimidirla o di forzarla”. La pena va da 5 a 10 anni di carcere.

Otilia Campos sostenne che suo figlio aveva intenzione di formalizzare una denuncia contro Alberto Fujimori per tortura psicologica e coazione.

Di fatto, questo caso potrebbe essere integrato ai fascicoli di estradizione da mandare a Santiago.


[1] Chinochet deriva dalla fusione di due parole: “Pinochet” e “chino”, cioè cinese, che è il soprannome che viene dato a

Fujimori per le sue origini orientali

 

[2] RPP: Radio Programas del Perú (emittente radio peruviana)

 

[3] Ai tempi della stesura del libro, Fujimori non era ancora stato estradato in Perù

 

 

Il volo della tortura

Caretas, 12 gennaio 2006

 

Víctor Polay conferma che Fujimori non scherzava quando si vantò di aver partecipato ad una tortura psicologica

Caretas 1904 rivelò un fatto insolito avvenuto il 12 giugno 1993. Quel giorno Alberto Fujimori concesse un’intervista ad RPP Noticias e si vantò pubblicamente di aver presenziato e partecipato ad un’azione che dappertutto viene considerata tortura psicologica.

L’ex-presidente, detenuto oggi nella Gendarmeria del Cile, cercò di dimostrare – invano — con metodi grotteschi, che la pena di morte svolge un’azione dissuasiva. “Questo lo abbiamo visto nel caso di dirigenti, addirittura uno lo stavamo portando in un Antonov e gli venne detto: ”Preparati a lanciarti dall’Antonov”, ed io gli chiesi se sapeva lanciarsi col paracadute dall’elicottero, morì di paura — ed è un dirigente di alto rango dell’MRTA — e lasciò l’aereo tutto bagnato”. Gli intervistatori rimasero muti di fronte alla sorprendente confessione, ma non approfondirono l’argomento.

Il lanciare prigionieri da aerei o elicotteri è stato un metodo spietato utilizzato in situazioni limite come durante la dittatura militare argentina. Non si trattava, quindi, di uno scherzo innocente.

Il dirigente a cui alludeva Fujimori era niente di meno che Víctor Polay Campos. I fatti avvennero il 26 aprile 1993, quando l’emmerretista [1] fu trasferito in un aereo militare dal carcere di Yanamayo, a Puno, alla Base Navale del Callao.

Venerdì 23 dicembre arrivò una lettera alla redazione di questa rivista. Era una missiva scritta dal lider del MRTA, detenuto nella Base Navale, nella quale confermava il racconto di Fujimori di 13 anni fa, oltre ad aggiungere altri dettagli inediti di ciò che accadde.

 

In viaggio con il “Chino”

“Intorno alle 7:00 a.m. del 26 aprile 1993 si avvicinarono alla mia cella del secondo piano nel carcere di Yanamayo alcuni membri della Polizia che mi chiesero di scendere al primo piano per un colloquio con la Direzione del Penale.

Una volta sceso, mentre aspettavo il supposto colloquio, irruppe all’improvviso un gruppo di persone incappucciate e in uniforme, che mi bendarono gli occhi e mi ammanettarono con le mani dietro. Quindi mi portarono fuori dall’edificio, nella Sala del Tribunale, che si trovava nel carcere molto vicino alla porta di uscita.

Lì mi fecero indossare a forza un vestito a righe e cominciarono ad “ammorbidirmi” con percosse e con l’applicazione di scariche elettriche sul petto, sullo stomaco e sui testicoli.

Mentre mi torturavano, mi insultavano e dicevano che sarei stato trasferito e che non mi azzardassi a gridare o a lanciare arringhe contro il presidente Fujimori, altrimenti non sarei sopravvissuto per raccontarlo.

Dopo mi portarono via dalla Sala del Tribunale e, al momento di uscire dalla porta del carcere, mi tolsero la benda dagli occhi. In quel momento mi resi conto che alla mia sinistra, ad alcuni metri, si trovava il Sr. Alberto Kenya Fujimori Fujimori con altre persone che mi guardavano con un atteggiamento di burla. Quando protestai per come mi avevano trattato, il Sr. Fujimori mi minacciò: “Vedrai cosa ti sta per succedere” .

Polay non conosceva esattamente la sua destinazione. “Mi fecero salire su un elicottero (…) Quindi atterrammo a Juliaca e, sempre ammanettato e con gli occhi bendati, mi fecero salire su un aereo (…) Improvvisamente (in pieno volo) mi sollevarono in aria e sembrò che mi stessero spostando, ma cominciarono a farmi dondolare, come se stessero per lanciarmi giù. Io diventai rigido e riuscii solamente a gridare:”Che succede!”. A quel punto si sentì uno scoppio di risate nell’aereo”. Tra di loro c’era l’ex presidente Fujimori.

“Questa terribile esperienza, insieme ad altre che ho vissuto nel carcere della Base Navale, mi ha prodotto traumi e sequele che ancora mi porto dietro, così come hanno certificato gli psichiatri della Croce Rossa Internazionale nella loro relazione allo Stato peruviano.

Secondo Polay quello stesso anno Vladimiro Montesinos lo minacciò di fucilarlo se non si fosse piegato ad un accordo di pace, allo stile di Abimael Guzmán. L’emmerretista fu irremovibile.

Polay mandò una copia di questa missiva al procuratore aggiunto Pedro Gamarra, incaricato dei processi contro Fujimori per violazione dei diritti umani.

César Oyola, attuale avvocato dell’emmerretista nel processo a suo carico che si sta svolgendo nella Sala Penale Nazionale di Terrorismo, confermò alla rivista Caretas la veridicità della lettera, così come le intenzioni del suo cliente di denunciare l’ex-presidente per il delitto di tortura.

Il caso potrebbe benissimo integrarsi alla nuova serie di fascicoli di estradizione da inviare a Santiago del Cile, confermò il procuratore Gamarra.

La tortura viene citata nell’articolo 321 del Codice Penale, che recita che l’autore di questo delitto è “il funzionario pubblico che infligge ad altri dolori o sofferenze gravi, sia fisici che mentali, o li sottomette a condizioni o metodi che annullino la sua personalità o diminuiscano la sua capacità, sebbene non causino dolore, con il fine di ottenere dalle vittime una confessione o informazione”. La pena prevista va da 5 a 10 anni di carcere.

(Patricia Caycho)


[1] Emmerretista: appartenente all’MRTA

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