Foglia di coca boliviana, l’ONU decide

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L’8 gennaio il voto dei paesi membri della Convenzione della Nazioni Unite

LA PAZ, 11 (ANSA) — Le Nazioni Unite annunciarono oggi che la Bolivia ritornerà alla Convenzione di Vienna il 10 febbraio con una riserva al Trattato sugli Stupefacenti e Sostanze Illecite che permette ai suoi abitanti di coltivare e masticare foglia di coca.

di Annalisa Melandri per L’Indro* — 28 Dicembre 2012

L’8 gennaio prossimo scadrà  il termine entro il quale  le Nazioni Unite dovranno dare il loro parere rispetto alla depenalizzazione in Bolivia  della pratica del ‘pijcheo” o ‘acullico’, la masticazione cioè delle foglie della  Erythroxylum coca, o semplicemente, pianta della coca. Sembra ottimista in tal senso Evo Morales, presidente del paese  e principale  testimonial della campagna  che sta portando avanti praticamente da tutta una vita, fin dalla sua militanza negli anni ’90 nel sindacato deicocaleros (produttori di coca) boliviani. Nella nuova Costituzione della Bolivia, redatta proprio dal governo Morales, la foglia di coca è dichiarata come parte del patrimonio  nazionale del paese e della biodiversità.

Nel luglio del 2011,  in segno di protesta,  la Bolivia si ritirò dalla Convenzione delle Nazioni Unite di Vienna sugli  Stupefacenti che il paese andino  aveva ratificato nel 1991,  “per errore,  afferma, sicuro di quello che dice,  Evo Morales. Successivamente, dopo sei mesi, ne  sollecitò la riammissione, ma con una riserva,  e cioè con la depenalizzazione della pratica della masticazione della foglia di coca. Sicuramente, il fatto che  uno dei maggiori produttori al mondo di coca, e di cocaina, stia fuori dalla Convenzione di Vienna sugli Stupefacenti aveva creato non poca  inquietudine soprattutto tra i maggiori consumatori di cocaina, cioè gli Stati Uniti.

La maggior parte dei boliviani, e non solo i cocaleros, sostengono  che masticare le foglie della pianta, che è originaria delle regioni andine del Sud America e che  fornisce al mercato del narcotraffico il suo principio attivo, cioè l’alcaloide benzoilmetilecgonina o cocaina,  rappresenti una antichissima tradizione  culturale e sociale del loro paese. La Convenzione di Vienna del 1961 aveva posto un divieto specifico  alla  masticazione delle foglie di coca (art.49.2) e aveva inserito la coca nella lista delle droghe tra cocaina ed eroina. La proposta della Bolivia di depenalizzare l’uso della coca, dovrà,  per essere accettata dall’ONU, avere i due terzi (122) dei voti favorevoli dei 183 paesi firmatari della Convenzione.  Appoggiano la richiesta di Evo Morales quasi tutti i paesi latinoamericani; la presidenza dell’Unasur, Unione delle Nazioni Sudamericane nel 2010 dichiarava infatti che : “Tenendo in conto che uno degli obiettivi del Trattato Costitutivo dell’UNASUR è la promozione della diversità culturale e l’espressione delle tradizioni e delle conoscenze dei popoli della regione con lo scopo di fortificare il loro senso di identità, riconosciamo che la masticazione delle foglie di coca è una manifestazione cultura del popolo della Bolivia che dovrà essere rispettata dalla comunità internazionale”.

Diciotto paesi hanno respinto la richiesta della Bolivia e si tratta di Stati Uniti, Regno Unito, Svezia, Danimarca, Canada, Germania, Russia, Giappone, Singapore, Slovacchia, Italia, Estonia, Francia, Bulgaria, Lettonia, Messico, Ucraina e Malesia. “Non hanno argomentazioni” per sostenere il loro parere contrario, dice Evo Morales, mentre il viceministro  della Difesa Sociale, Felipe Caceres  preannuncia la presentazione nel maggio prossimo di uno “studio integrale” sulla foglia di coca finanziato dall’ Unione Europea.

La  maggiore  argomentazione che hanno tuttavia i paesi contrari alla depenalizzazione dell’uso domestico della foglia di coca e che è soprattutto l’argomentazione principale degli Stati Uniti, riguarda  il fatto che la Bolivia è il terzo produttore mondiale di cocaina dopo Colombia e Perú. Gli Stati Uniti, con l’appoggio dei governi precedenti a quello di Evo Morales  hanno portato avanti (e investito parecchi milioni di dollari) nelle campagne per lo sradicamento totale delle piantagionidi coca nel paese, che hanno significato in molte comunità indigene la distruzione di piccole ed  antichissime attività commerciali ed agricole.

Dalla foglia di coca non si produce infatti solo cocaina. Viene utilizzata  dai boliviani per produrre dolci, té, marmellate, tisane, infusioni e liquori. Ma è anche usata  come merce di scambio locale e nelle cerimonie  religiose. La coca è  considerata quasi come ‘la spina dorsale’ delle società andine. Non si sa ancora se l’impegno della Bolivia nello sradicamento di grandi quantitativi di piantagioni  di coca illegali (quelle non destinate agli usi domestici, riservate ad associazioni autorizzate) riuscirà a tranquillizzare i paesi consumatori e sicuramente la Bolivia non è sola a portare avanti questa battaglia che è soprattutto una battaglia culturale e per la difesa della propria identità.

Altri paesi già da tempo hanno agito in tal senso, come il  Perú che nel 2005 ha dichiarato la masticazione della coca come patrimonio culturale immateriale della nazione o l’Argentina che in egual maniera ha depenalizzato l’uso della foglia di coca nel 1989 per mezzo di una legislazione nazionale (anche se viene costantemente richiamata al rispetto della Convenzione di Vienna dalle Nazioni Unite) o la Colombia che ne permette l’uso tradizionale nelle comunità indigene.

A quanto pare, l’attenzione sulla Bolivia è dovuta al fatto che alcuni rapporti indicano che sempre maggiori quantità di coca escono dalla produzione legale per finire nei circuiti del narcotraffico e spesso gli stessi cocaleros sono accusati di essere manovrati dai narcotrafficanti, anche se  il governo fa enormi sforzi per dimostrare alla comunità internazionale il suo impegno nella lotta contro il traffico di stupefacenti. Proprio recentemente il comandante nazionale della Forza Aerea, William Kalimàn,  ha dichiarato infatti che il 2012 si chiude con  “record storici di sradicamento” e cioè la distruzione di circa 11.043 ettari di piantagioni illegali di coca.  

*articolo scritto in esclusiva per L’Indro e qui ripubblicato per gentile concessione

 

 

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