Elezioni Repubblica Dominicana: al via il conto dei voti

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Danilo Medina (sin.) e Hipólito Mejía

Si sono aperti questa mattina alle 6, e si sono chiusi da circa un’ora,  i seggi elettorali in tutta la Repubblica Dominicana per l’ elezione del nuovo presidente della Repubblica. Sono 6 i candidati. Il favorito secondo gli ultimi sondaggi della Gallup è Danilo Medina (50,6%) del Partido de la Liberación Dominicana (PLD) liberale, gruppo politico attualmente al governo (l’attuale presidente del paese  Leonel Fernàndez è anche il  presidente del partito). Segue a ruota Hipólito Mejía del Partido Revolucionario Dominicano, (PRD),  socialdemocratico, all’opposizione,  con il 44,6%. (continua…)


Deportazioni collettive di haitiani

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SAN PEDRO DE MACORÍS (3/5/2012) Solo oggi hanno deportato in massa  circa 80 haitiani “irregolari”. Quelli di cui siamo a conoscenza. Raccolti per strada, nei campi,  in Repubblica Dominicana e rispediti immediatamente nel loro paese di origine, praticamente all’inferno.

Inutile parlare con la polizia, “impossibile, sono gia in viaggio, diretti ad Haiti, se  c’e qualcuno che conoscete, aspettate che arrivano, gli mandate i soldi e ritornano”, hanno detto per telefono a suor Idalina, del Centro de Atención Jesús Peregrino.

I soldi servono per il visto. Il loro essere “irregolare” consiste nel fatto che hanno il passaporto ma non il visto. Il  visto costa 130 dollari ogni due mesi. Ogni due mesi! Queste persone guadagnano 4/5 euro circa al giorno. Quelli del settore edile, qualche euro  in piu’… Come diamine possono pagare 130 dollari al giorno? Perché  non vengono rimpatriati in massa tutti i cinesi, i peruviani, gli italiani, i venezuelani, i colombiani etc etc che vivono in questo paese? E poi dicono che non c’e’ discriminazione razziale. E poi il cardinale  Nicolás López Rodríguez, arcivescovo di Santo Domingo, incarnazione della parte più conservatrice e reazionaria  della Chiesa Cattolica,    ha il coraggio di dire che le denunce sui maltrattamenti degli  haitiani “non sono serie”.  In pratica,  che il loro paradiso lo hanno trovato qui…


Il Primo Maggio per un nuovo Internazionalismo!

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Chicago 1886

Intervista a Salvatore Ricciardi*

di Annalisa Melandri, contributo speciale per La Pluma 

 

A.M. – Salvatore, ci racconti cosa ha rappresentato il Primo Maggio per i lavoratori italiani negli anni passati?

S.R. — Ricordare il 1° maggio e ciò che ha significato per i lavoratori, è oggi un ricordo amaro. Questi sono anni in cui l’offensiva capitalista-neoliberista cerca di distruggere le conquiste dei lavoratori dei decenni passati. È ancor più amaro ricordarlo perché le organizzazioni sindacali maggioritarie, invece di organizzare un fronte di lotta per difendere quelle conquiste e contrattaccare sugli obiettivi operai, al contrario retrocedono in omaggio alle esigenze del profitto capitalistico, distruggendo perfino i simboli di oltre cento anni di avanzata operaia. Per i lavoratori italiani e non solo, il 1° maggio ha rappresentato il simbolo del riscatto operaio. Il non dover più subire; drizzare la schiena; non togliersi il cappello quando passava il “padrone”; non tremare di fronte al “capoccia”; non dover aspettare che il “domani migliore” ce lo regalasse la provvidenza, ma conquistarlo con la lotta giorno dopo giorno. (continua…)


Continuismo uribista nel processo contro Joaquín Pérez Becerra

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Joaquin Perez Becerra

Continuismo uribista nel proceso contro Joaquín Pérez Becerra

“Vorrei sottolineare che é stato veramente unico il contributo che la nostra cultura ha ricevuto, risultato del fatto che siete stati obbligati  a fuggire dalle vostre patrie e venire qui […] così che non e dovuto ai  nostri meriti personali, ma siamo  noi quelli che abbiamo ottenuto del  beneficio dalla situazione, arricchendo la nostra cultura. E questo è veramente importante per un paese piccolo come la Svezia.”[1] (Olof Palme)

 

di Annalisa Melandriwww.annalisamelandri.it

Il giornalista e cofondatore dell’Agenzia di Notizie Nuova Colombia (Anncol), Joaquín Pérez Becerra, 55 anni, cittadino svedese di origine colombiana[2],  venne arrestato all’aeroporto Maiquetía di Caracas, appena sceso da un volo proveniente dall’Europa, il 23 aprile del 2011. Pochi giorni dopo fu deportato in Colombia, a Bogotá, dove attualmente si trova detenuto nel carcere de La Picota, in un reparto di massima sicurezza,  insieme  a narcotrafficanti e paramilitari (e quindi in una situazione estremamente pericolosa per la sua incolumità)  in attesa del processo che inizierà il 16 di questo mese.

Joaquín viveva  da oltre venti anni in Svezia  dove godeva dello status di rifugiato politico, dopo  essere stato  costretto   a fuggire dalla Colombia   per non diventare un numero  in più  degli oltre 4000 morti del “genocidio politico” del partito Unión Patriótica, conosciuto con il macabro nome di Baile Rojo. Il partito fu “sterminato, fino all’estinzione totale, un morto ogni 19 ore per sette anni”, dai paramilitari e dall’esercito,  come ricorda lo scrittore e giornalista Guido Piccoli nel suo libro Colombia il paese dell’eccesso[3]. Tra quei morti, anche la prima moglie di Joaquìn.

L’arresto  di Becerra da parte delle autorità venezuelane all’aeroporto di Caracas avvenne  in base ad un “presunto” mandato di cattura dell’Interpol  richiesto dalla Colombia. Tuttavia apparve immediatamente chiaro che “il codice rosso” dell’Interpol era stato emesso  mentre Joaquín  si trovava in volo dall’Europa verso il Venezuela.   (continua…)


Jeff Rann (Rann Safaris): criminale assassino di elefanti!

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Meno male che il vecchio bacucco Re di Spagna Juan Carlos  e’ caduto e si e’ fratturato un’anca durante un safari in Botswana. Troppo poco, direi, meritava ben altro… E meno male che e’ saltata fuori una sua  foto del 2006 vicino a un povero bestione appena ucciso. Ci voleva questo incidente per accendere i riflettori mediatici su quella che e’ purtroppo una triste ( e schifosa) realtà. In Africa gli elefanti (e non solo) continuano ad essere uccisi per gioco. (continua…)


Lettera all’Ambasciata svedese a Roma sul caso Joaquín Pérez Becerra

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Il 16 aprile prossimo inizierà formalmente a Bogotá il processo farsa contro il giornalista Joaquín Pérez Becerra, direttore di Anncol. Ho creduto doveroso scrivere una lettera, che le arriverà’  anche via posta ordinaria, all’Ambasciatrice svedese in Italia, Sig.ra Ruth Jacoby. Joaquín e’ cittadino svedese dal 2000 eh ha diritto a  tutto l’ appoggio del suo governo. Chiunque voglia (spero che siate in tanti) puo’ copiare il seguente testo e inviarlo all’ambasciata aggiungendo la sua firma, o scrivendone uno nuovo, se desidera. Questo il fax 06/441941 e questa la  mail: ambassadendotromatforeigndotministrydotse

 

 

Egregia Ambasciatrice Sig.ra Ruth Jacoby,

presso Ambasciata di Svezia in Italia

 

Roma, 10 aprile 2012

 

Oggetto: Detenzione e processo in Colombia al cittadino svedese Joaquín Pérez Becerra

 

Da quasi  un  anno, Joaquín Pérez Becerra, giornalista di origine colombiana e cittadino svedese dal 2000, direttore dell’Agenzia di Notizie per la Nuova Colombia (Anncol), si trova in carcere in Colombia, accusato ingiustamente di terrorismo per presunti  vincoli   con la guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC).

Il suo arresto all’aereoporto di Caracas,  in base ad un “codice rosso” dell’Interpol creato ad hoc su richiesta del governo colombiano mentre era in volo, e la successiva deportazione  55 ore dopo  in Colombia,  sono avvenuti in totale spregio di ogni convenzione internazionale sulla difesa dei rifugiati politici e  in  violazione della Costituzione venezuelana. In particolare non si è rispettata la Convenzione ONU di Ginevra del 1951 (e il  suo protocollo del 1967) sullo statuto dei Rifugiati, nella quale oltre a descrivere la figura del “rifugiato” (“chiunque, per causa di avvenimenti anteriori al 1° gennaio 1951 e nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato” (Art. 1) dichiara che “nessuno stato contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche” (art. 33).

Joaquín Pérez Becerra, cosa della quale sicuramente le autorità del  Suo paese sono a  conoscenza,  era stato costretto a chiedere asilo politico alla Svezia nel 1993 per non diventare uno degli oltre 4000 assassinati dai paramilitari e membri dell’esercito nell’ambito del genocidio politico del partito Unión Patriotíca nel quale militava. Abbandonò il paese dopo il sequestro e l’omicidio della sua prima moglie.

La Svezia,  si è sempre distinta tra i paesi europei nei decenni passati per la sua ospitalità e per la difesa dei  diritti politici e civili di tutti i cittadini  che cercavano rifugio dalle dittature e dai regimi violenti che imperavano in quegli anni in America latina. La situazione della  Colombia, purtroppo, non é molto diversa da allora,  pur essendo (sic), oggi come ieri, a tutti gli effetti, una  “democrazia”. Non sto qui ad elencare le ultime, in ordine di tempo,vicende  colombiane che non fanno ben sperare per la democrazia in quel lontano paese. La scoperta della fossa comune più grande dell’America latina, lo scandalo dei “falsi positivi”, i forni crematori dei paramilitari delle AUC, sono storia recente uscita alle cronache di tutti i mezzi di informazione internazionali.

Joaquín Pérez Becerra oggi, sta rischiando la sua vita giorno dopo giorno, ancora una volta,  nel carcere La Picota di Bogotá tra narcotrafficanti e paramilitari, senza nessuna misura di protezione. (continua…)


Camille Chalmers: ad Haiti la Minustah ha fallito completamente

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Incontriamo Camille Chalmers, economista ed attivista haitiano, leader di PAPDA (Haitian Plataform for an Alternative Development) a Tocoa (Honduras), nella regione del Bajo Aguán, in occasione dell’Incontro Internazionale dei Diritti Umani in Solidarietà con Honduras. Approfittiamo dell’occasione per ascoltare dalla sua viva voce la situazione di Haiti, proprio nel momento in cui si stanno definendo i piani internazionali di ricostruzione del paese. Il quadro che emerge è  penoso, soprattutto rispetto alle responsabilità della Minustah, la Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione di Haiti, responsabile in molti casi di gravi violazioni dei diritti umani commesse contro la popolazione haitiana.

 

Di Maria Felisa Lemos (Indymedia Rosario-Argentina) e Annalisa Melandri (www.annalisamelandri.it)

Tocoa, 16 febbraio  2012 

Camille, puoi farci una sintesi della situazione politica attuale di Haiti? 

Il popolo di Haiti sta vivendo una situazione molto difficile come conseguenza di molteplici fattori e specialmente per una crisi economica di produzione, aggravata dall’applicazione di misure neoliberali a partire dal 1984,  misure che hanno contribuito a distruggere gran parte della capacità  produttiva del paese.

Haiti nell’anno 1972 era un paese autosufficiente, ora sta importando l’82% della sua produzione nazionale  di riso,  siamo diventati il terzo importatore  di riso nordamericano dopo il Messico e il Giappone. Queste politiche hanno provocato  un divario terribile, una grande polarizzazione in termini di concentrazione delle risorse in mano dell’oligarchia e una grande miseria che colpisce  soprattutto i contadini. Si è  creata anche  una grave situazione di dipendenza economica ed alimentaria che ha distrutto non solo le istituzioni nazionali,  ma anche quelle sociali del paese. (continua…)


27° anniversario della Limeddh: molto da fare e poco da celebrare.

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Camminando insieme

Quelli che camminano insieme

si avvicinano sempre di più,

tanto, tanto! Un giorno

si sveglieranno condividendo la vita.

Quelli che camminano insieme

si assentano per gli altri.

Camminano ognuno per proprio conto,

aiutandoli.

Quelli che camminano insieme

non temono la distanza…

perchè condividono i progetti

e la distanza li avvicina.

Quelli che camminano insieme

hanno deciso, un giorno,

di vestirsi a festa e di offrire il proprio amore.

(Adrián Ramírez, Poemi Dissonanti)

México, D.F.,  27 marzo  2012

 

Nel 27° anniversario della  Limeddh.

Molto da fare e poco da celebrare.

 

Il 27 marzo del 2012, abbiamo compiuto 27 anni di resistenza, cioè di forte esistenza o di re-insistenza o di re-incidenza testarda nella lotta per i diritti umani.

Il nostro anniversario cade nel sessennio luttuoso, che conta quasi 70mila morti, 15mila scomparsi, migliaia di persone torturare o detenute, la maggior parte innocenti o accusate di delitti minori a carico delle quali vengono poi “fabbricati” ed addebitati ulteriori delitti; una ingerenza diretta degli Stati Uniti che ha favorito il traffico di armi e il riciclaggio di denaro; una catastrofe economica mondiale e gravi danni  ambientali. Siamo quindi di fronte a uno stato di emergenza nazionale, con un sistema politico elettorale sequestrato dal marketing e un governo che non riesce combattere nè  tanto meno a  liberarsi dalla corruzione, dal  traffico di influenze, dal nepotismo e dall’infiltrazione in tutte le sfere degli interessi dei potenti e della delinquenza. (continua…)


Álvaro Uribe cita nel suo twitter annalisamelandri.it

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Quanto pesa Twitter? Un caso di scuola

di Gennaro Carotenuto

Chi tra gli utenti umani di Twitter, quelli che i follower non li comprano a pacchetto, non ha sognato di essere citato da Barack Obama o altri personaggi pubblici Twitter-star con milioni di follower per vedere l’effetto che fa? La bravissima blogger e amica della prima ora di Giornalismo partecipativo, Annalisa Melandri, ci offre uno spunto.

Circa 27 ore fa è stata citata dall’ex-presidente colombiano Álvaro Uribe che ha oltre un milione di follower e ha sempre fatto un uso molto avanzato di Internet e social network. Il Tweet nell’immagine invita polemicamente a consultare il programma completo di un incontro per la pace in Colombia che lui evidentemente disdegna. Ma non è questo il punto.

Il punto è: quanto ha reso ad Annalisa essere citato da una Twitter star da oltre un milione di follower? Poco, quasi nulla. Nonostante il contributo di 23 retweet e sei indicazioni di preferito, ad Annalisa (su Twitter qui) sono arrivate circa 140 visite, non esattamente un boom per un blog ben frequentato come il suo.

Ancora una volta si conferma che i social network sono importanti ma il cuore di tutto resta nella cura dei nostri blog. Nel dubbio, seguite https://twitter.com/#!/GenCarotenuto

 


Entrevista con Geneva Call — Derecho Internacional Humanitario: ¿Opción posible en Colombia?

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Elisabeth Decrey Warner y el equipo de Geneva Call en un encuentro con la guerilla del PKK (Partido de los Trabajadores del Kurdistan)

Entrevista con Geneva Call/Llamamiento de Ginebra

Derecho Internacional Humanitario: ¿Opción posible en Colombia?

 

Se discute y se diserta  mucho   acerca de la paz en Colombia. Sin embargo muy poco se habla de la humanización del conflicto, que pudiera ser uno de los caminos posibles para lograrla. No es un camino fácil porque  necesita de un compromiso fuerte de todos los actores armados (estatales y no) del conflicto.  El Derecho Internacional Humanitario (DIH) es propio el conjunto de normas a las cuales tienen que atenerse los actores del conflicto con el objetivo de proteger la población civil.

Conversamos con Elisabeth Decrey Warner, presidenta de la ONG suiza el Llamamiento de Ginebra  (Geneva Call/Appel de Genève) organización  con larga experiencia en el Derecho Internacional Humanitario en  varias áreas conflictivas del mundo entre las cuales propio Colombia.

Elisabeth Decrey Warner  intervendrá en la instalación  sobre el tema en el “Encuentro Internacional  por la paz y la solución política al conflicto colombiano” que se llevará a cabo a Lausana entre el 23 y el 25 de marzo de este año. El equipo Colombia del Llamamiento de Ginebra también participará activamente al evento.   El Encuentro  representa un espacio importante donde el tema del Derecho Internacional Humanitario será debatido ampliamente y desde diferentes perspectivas. 

 

Por Annalisa Melandri – www.annalisamelandri.it 

 

A.M. — ¿Qué es el Derecho Internacional Humanitario y cuándo nace como rama del Derecho Internacional? 

E.D.W. - La guerra  siempre ha estado sujeta a ciertas leyes y costumbres en cualquier parte del mundo. De hecho, las civilizaciones y religiones de la antigüedad, poseían normas tendientes a regular la conducta en la guerra. El origen del derecho internacional humanitario (o DIH) deriva de estas normas. Sin embargo, es recién a mediados y a finales del siglo XIX que los Estados comenzaron, fundados en la voluntad de poner límites a la guerra moderna, a desarrollar un conjunto de normas escritas. Tanto el Convenio de Ginebra de 1864 como la Convención de la Haya de 1899 fueron los resultados de aquellos esfuerzos. En el siglo XX estas normas  comenzaron a ser agrupadas de manera más sistemática, dando como resultado los Convenios de Ginebra de 1949, que recogieron y reescribieron los Convenios existentes y añadieron uno nuevo.

Los cuatro Convenios de Ginebra adoptados en 1949 junto a los Protocolos Adicionales de 1977 tienen como objetivo principal la protección de las personas que no participan en las hostilidades: civiles, personal sanitario, miembros de organizaciones humanitarias, etc. y de aquellos que ya no pueden seguir participando en los combates, como los heridos, enfermos, náufragos y prisioneros de guerra. Sin embargo, las mencionadas normativas mantienen un cuidadoso equilibrio entre las preocupaciones de carácter humanitario y las exigencias militares de las partes. (continua…)


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