Annalisa Melandri



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Joseph Halevi: un piano che riconosce i limiti di riformabilità degli Usa

di Joseph Halevi
fonte: Il Manifesto
 
 
Dal discorso del presidente eletto Barack Obama all’università George Mason, in Virginia, appare esplicitamente come egli sia molto più consapevole — rispetto agli altri politici — della dimensione della crisi economica e della sua natura epocale. Implicitamente emerge anche come Obama abbia sentore dell’enorme difficoltà di riformare gli Stati Uniti.
 
Si possono accettare senza esitazione tutte le proposte da lui elencate. Esse non sono tuttavia sufficienti, ma non soltanto per le ragioni puramente quantitative articolate da Paul Krugman sul New York Times dell’8 gennaio. Date le stime del Congressional Budget Office — che prevede, nel prosssimo biennio, una caduta del Pil per 2,8 miliardi di dollari — Krugman osserva che i 775 miliardi di stimolo fiscale menzionati da Obama produrranno, keynesianamente, un effetto «moltiplicatore» pari a poco meno di 1200 miliardi. Una somma molto lontana, nei suoi effetti occupazionali, rispetto alla perdita stimata. Viene anche fatto osservare che solo il 60% del programma di Obama è costituito da spese pubbliche aggiuntive; il restante 40% proviene dalla riduzione delle tasse. Gli effetti espansivi di quest’ultima misura sono molto dubbi, soprattutto se gli sgravi fiscali saranno indirizzati alle imprese: i nuovi investimenti dipendono infatti più dalla domanda, che da sconti sulle tasse.
 
Tutte cose giuste, insomma, sia dal lato di Obama che da quello — critico — di Krugman. A mio avviso entrambe sono alquanto irrilevanti, se non collocate in un quadro di riforma cruciale del capitalismo Usa. Di questo Obama sembre essere consapevole, focalizzando la sua critica sulle banche, oggi viste come il male fondamentale. Così facendo, però, egli isola il «male» dalla sua dimensione sistemica, malgrado dica che la crisi non è il «normale» risultato del ciclo economico. Il comportamente del settore finanziario non è nato dal nulla. E’ stato prodotto da meccanismi economici e istituzionali volti a tenere in piedi la dinamica economica malgrado la stagnazione latente. Negli ultimi trent’anni tale stagnazione si è manifestata attraverso il calo dei salari reali e nell’incapacità del complesso militare-industriale di colmare il vuoto di domanda effettiva. Un vuoto che è stato riempito dall’indebitamento, a sua volta reso possibile dalle politiche di «denaro facile» adottate dalla Federal Reserve e del credito da parte delle banche private.
 
Cambiare un’economia che fino a ieri si è fondata sul sistema militare-industriale da un lato e finanziario indebitorio dell’altro — con tutti gli squilibri nei conti mondiali che ne sono scaturiti — è un lavoro di Sisifo, che implica una riforma radicale del ruolo dello stato federale, dei singoli stati dell’Unione, e del sistema legislativo. Staremo a vedere. Tuttavia vale la pena ricordare il naufragio della pur moderata proposta riformatrice del sistema sanitario avanzato da Hilary Clinton. Cozzò contro ideologie e interessi costituiti di ospedali privati, corporazioni mediche, società di assicurazione, società produttrici di macchinari medici, ecc. Tutti soggetti che beneficiano dell’alto costo delle cure mediche negli Usa.
 
E questa era solo una riforma parziale, incentrata sul ruolo della «famiglia».
Visti da lontano, gli Usa — per non essere un fattore di crisi sull’economia mondiale — abbisognano di una serie di riforme come l’indebolimento del complesso militare-industriale (assai improbabile), la riforma del sistema bancario, di quello sanitario e dell’istruzione pubblica.
La deposizione al Congresso effettuata nel 2007 da Elizabeth Warren, docente presso la facoltà di legge dell’Università di Harvard, mostra lucidamente la connessione tra la spesa sanitaria e per l’istruzione e la crisi finanziaria delle famiglie, sempre più obbligate a ricorrere all’indebitamento per farvi fronte. Questo è però un problema istituzionale che pesa direttamente sui rapporti sociali, di classe, e non è risolvibile attraverso un normale «moltiplicatore» keynesiano. La Warren ha infatti provato come tutte le spese concernenti i beni correnti siano fortemente calate negli ultimi tre decenni.
 
Tutto il peso delle spese aggiuntive ricade su servizi sanitari, istruzione e assicurazioni. Il meccanismo è infernale e internazionale.
Le spese per beni correnti sono calate in proporzione al reddito per unità familiare grazie ai prezzi più bassi — frutto della deindustrializzazione e delle importazioni (prevalentemente dal’Asia e dall’America Latina). Questo stesso processo sta alla base della caduta dei salari e quindi del ricorso all’indebitamento. Esso è anche causa degli squilibri mondiali. Good luck Obama.

Posted by on 13/01/2009.

Categories: dblog, Internazionale, Stati Uniti

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