Annalisa Melandri



« | »

Quale cultura ci salverà?

Si respira nel paese un clima pesante di violenza. Una violenza che a volte  germina e trova terreno fertile in una sottocultura fatta di simboli e immagini che ci riportano prepotentemente indietro di decenni.
Svastiche e immagini di Hitler e Mussolini nel computer di un quattordicenne che è accusato di aver seviziato, bruciandogli anche i capelli, un coetaneo; un ragazzo ammazzato di botte a Verona da cinque nazifascisti. Questi sono solo gli ultimi due episodi in ordine di tempo sui quali si impone una riflessione. Tanto più urgente dal momento in cui sembra trattarsi di fenomeni nei quali si può parlare di atteggiamenti maturati in seno a famiglie consapevoli e complici. Famiglie che hanno dissoluto il loro ruolo educativo delegandolo al branco, alla televisione, a internet. Libri e quaderni contro playstation e televisione,  il tempo lento della riflessione sulla parola scritta contro la velocità dell’immagine. E la cultura, un tempo sogno e illusione, desiderio e speranza,  oggi appare sempre più lontana, tanto lontana quanto la memoria della storia del nostro Paese. Possiamo ancora salvarci? Quale cultura oggi può ridarci la dignità costruita con la nostra Resistenza antifascista? Dove possiamo trovare l’antidoto alla violenza e le basi di una vera cultura della pace e del rispetto dell’essere umano? Esiste una cultura della pace e del rispetto, della dignità e della partecipazione ed esiste una cultura dell’esclusione, della prevaricazione e della sopraffazione. Senza voler a tutti i costi colorare di rosso o di nero l’una o l’altra, non possiamo dimenticare quello che hanno rappresentato gli anni del fascismo e del nazismo per l’Italia e per l’Europa. La semplificazione che si sta facendo attualmente di quanto accaduto allora, i tentativi di ridare ai crimini e agli orrori commessi nel nome di certe ideologie un se pur minimo margine di accettabilità,  rende striscianti e quindi ancora più pericolosi,  atteggiamenti e valori che sono lontani dai concetti sui quali si basa il vivere civile e che sono bene espressi nella nostra Costituzione.
“Non più una cultura che consoli nelle sofferenze, ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini”.
Così scriveva  Elio Vittorini nel suo editoriale nel settembre del 1945 sul primo numero de Il Politecnico.
La seconda guerra mondiale si era appena conclusa e gli Stati Uniti avevano soltanto da un mese raso al suolo Hiroshima e Nagasaki con le prime bombe nucleari utilizzate a scopo bellico.
La guerra terminava con un saldo terribile, circa 70 milioni di morti, sparsi da occidente a oriente, ma quello che probabilmente spaventava ancor di più e per cui legittimamente Vittorini si chiedeva “di chi fosse la sconfitta più grave” in tutto quello che era appena accaduto, era il fatto che la guerra aveva spersonalizzato la morte.
Il maggiore Thomas Ferebee, bombardiere del B-29 che sganciò The Little Boy su Hiroshima, solo pochi minuti prima di lanciare la bomba seppe che quella era stata la cittadina prescelta in base alle favorevoli condizioni ambientali, diversamente, analoga sorte sarebbe costata a Kokura, Niigata o Nagasaki.
Il tempo di premere un pulsante e Hiroshima fu distrutta. L’equipaggio dell’Enola Gay ebbe solo un brevissimo secondo per rendersi conto della tragedia che si era appena conclusa. “My God!” esclamarono prima di volare via, il più lontano possibile da quel luogo, il resto furono solo vittime senza volto e sofferenze indicibili per i pochissimi superstiti che ebbero la disgrazia di sopravvivere.
A differenza di quanto avveniva in passato “la tecnologia rendeva invisibili le sue vittime, mentre ciò non accadeva quando si sventravano i nemici con la baionetta o li si inquadrava nel mirino del fucile[1].
I morti, si lamentava Vittorini, furono “più di bambini che di soldati”, le macerie di “città che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali”.
Il nazifascismo prima e la guerra poi, avevano commesso tutto   il repertorio completo dei delitti e dei crimini che la cultura e l’intelletto avevano insegnato ad aborrire.
Come è stato possibile? Come è stato possibile che da secoli di arte, poesia, letteratura, pensiero nobile, sia nato un mostro in grado di mettere in pratica tutto ciò che l’animo umano aveva condannato fino a quel momento?
La cultura “ha predicato, ha insegnato, ha elaborato principi e valori, ha scoperto continenti e costruito macchine, ma non si è identificata con la società, non ha governato con la società, non ha condotto eserciti per la società “ ha consolato l’uomo invece di proteggerlo, di educarlo e di renderlo forte. In questo stare fuori dalla società intravedeva Vittorini la causa del male.
La cultura, sperava Vittorini alla fine della guerra, avrebbe dovuto apportare principi “tempestivamente rinnovatori ed efficacemente attuali, viventi con la società stessa come la società stessa vive”, per sanare il dolore ancora vivo delle ferite, per preservare da sofferenze a venire.
Cosa potrebbe fare invece per noi oggi la cultura? Da quali sofferenze moderne può ancora proteggerci?
Ed esistono ancora principi tanto innovatori ed attuali in grado di   proteggerci dai mostri a venire?
Riusciremo a restituire alla cultura il suo ruolo taumaturgico?
E’ sopravvissuta la specie umana a quanto di più terribile e atroce si sia mai potuto immaginare, ma quanto è avvenuto, iniziando dalle due guerre fino a Hiroshima e Nagasaki, passando attraverso l’Olocausto, in realtà ha immunizzato l’uomo da quello che sarebbe avvenuto in seguito.
Le torture subite e testimoniate dalle foto terribili che noi tutti conosciamo degli ebrei ad Auschwitz, a Bergen-Belsen, a Dachau, i macabri reperti del “museo degli orrori” di Hiroshima, ci stavano così preparando a guerre future, alla tolleranza delle torture moderne, la “democratizzazione” dei conflitti era iniziata e non si sarebbe più potuto tornare indietro.
L’umanità frequentò un corso accelerato di sopportazione delle atrocità. Da allora la tortura, le atrocità commesse dall’uomo sull’uomo sono diventate esperienze via via più accettabili.
La guerra oggi è vista in televisione ogni giorno, viene letta, studiata, fotografata, trasformata in cifre. Tanto più entra nelle nostre case e tanto più esce dalle nostre coscienze.
Ha fallito anche Primo Levi, quando esortava a “ricordare perchè non accada mai più”. Va tramadato “l’orrore perchè lo spettro della violenza dell’uomo sull’uomo sia sempre combattuto”, diceva.
La letteratura, la poesia, ci hanno provato a tramandare l’orrore e hanno fallito se oggi simili orrori si ripetono, se altrettante guerre mietono vittime che non hanno nomi, sesso, età. I torturati di oggi, a differenza di quanto accadeva in passato non hanno nemmeno i volti. Adolescenti impazziti giocano con i mostri del passato.
Dal passato dal quale con  fatica, è riuscita a risorgere  l’Europa dalle ceneri della guerra, ed è rinata l’Italia, che con orgoglio e speranza, gettandosi alle spalle la paura e l’angoscia degli anni del fascismo, si è dedicata alla costruzione della democrazia. E l’ha costruita questa democrazia, con l’impegno di uomini e donne coraggiosi e nobili.
E che ne è stato della cultura? L’abbiamo dimenticata. L’abbiamo dimenticata se oggi tolleriamo il ritorno di certi simboli e certe rievocazioni nostalgiche che con forza e vigore, con rabbia e sdegno dovrebbero essere aborrite.
Abbiamo dimenticato semplicemente che il compito della cultura è quello di continuare a tramandare ciò da cui ha avuto origine il nostro paese, quello di insegnare ai nostri figli quali sono i pilastri portanti della nostra identità di Nazione.
Abbiamo dimenticato la funzione della cultura, che è quella di denunciare violenza e sopraffazione e dopo la denuncia passare e accarezzare.
La poesia, vibrante e vitale, oggi inesistente e irraggiungibile, l’ abbiamo chiusa nei salotti, l’abbiamo tenuta lontana dalle strade e dalle piazze. Il teatro sempre più identificato con la televisione, il romanzo sempre più prodotto “mordi e fuggi”. Internet e la rete, prodotti sostitutivi fatti di parole e definizioni, di  storie e poesie che  scivolano in rete, viaggiano nei file, lasciando dietro di sè, in solitudine,  l’effimero e impalpabile attimo in cui puoi solo coglierne il significato immanente.
Una cultura usa e getta che non si fissa alla società, una cultura effimera che non educa alla memoria e non prepara quindi al futuro. L’uomo massa che siamo diventati non volge lo sguardo indietro e non immagina il futuro, ma così facendo prepara il ritorno del più buio passato.
 



[1] Il secolo breve E.J. Hobsbawm BUR pag. 67

 

 

 

 

 

 

Posted by on 17/05/2008.

Categories: dblog, Società/Sociedad

7 Responses

  1. Non credo che sia del tutto così come dici, anche se la situazione è veramente pessima. O, almeno, nel mio piccolo, io continuo la mia opera perchè la cultura prevalga, come penso facciano molti. Insegno design all’università… e non posso che confermare il vuoto culturale, e l’assenza di passione per la cultura e la memoria, che affligge gran parte dei miei ragazzi (20–25 anni). Non tutti, alcuni sono eccellenti (in particolare gli stranieri). Ma la conoscenza non è più l’interesse di molti giovani. Due studentesse poco tempo fa mi portano il progetto di una carta da parati per hotel, che si ispira “all’arte”, secondo loro. La carta riproduce brani di “Guernica” di Picasso. Perplesso, chiedo se sanno cosa rappresenti “Guernica”; risposta: “un quadro astratto”. Potrei citare un numero enorme di casi come questo. Torno da casa dopo aver conversato con una barista, che è anche alle prime armi con la professione di avvocato. Dopo avermi rivelato che già nutre antipatia per i PM in generale e odio per Di Pietro (in sintonia con l’avvocato di cui è assistente), con disinvoltura mi confessa che adora Berlusconi. Quello che ha detto che Mangano era un eroe? dico io; “ma professore, ognuno ha il diritto di dire quello che pensa!”. Poi mi sono letto l’editoriale di Luigi Pintor del 2003, pubblicato oggi sul Manifesto. Inizia con “La sinistra italiana che conosciamo è morta”. Poi arrivo qui. Insomma una bella giornatina.
    Ma io non mi smuovo. Oltre al design, dedico delle giornate a spiegare chi era Piccasso, cos’è stata la Guerra di Spagna, cosa contiene la Costituzione Italiana e il princio di rensponsabilità personale. Non sono pagato per farlo (a parte il fatto che sono pagato pochissimo, come decente a contratto). Ma ogni giorno, ormai da anni, tento di arginare, per quel che posso, il degrado umano in cui è precipitata la nostra società. Lo faccio per me e per

    by el profesor de eco-diseno on mag 17, 2008 at 21:36

  2. … Lo faccio per me e per i miei ragazzi. Alla fine dei corsi, alcuni di loro mi ringraziano, perchè hanno capito che possono ragiornare con la loro testa. Saranno pochi, ma possono andare a testa alta, presentarsi al mondo non come dei “cabrones”. Non è molto quel che posso fare, ma lo faccio ugualmente e non ci sarà nessuna seduzione fascistoide capace di dissuadermi da questo impegno.

    by el profesor de eco-diseno on mag 17, 2008 at 21:38

  3. Sulla cultura e il destino dell’uomo…
    In Elio Vittorini e Primo Levi trovo i dubbi e le domande, in Bertolt Brecht trovo le risposte.

    by Gianluca Bifolchi on mag 18, 2008 at 12:24

  4. lo so che è un errore di battitura, ma “decente a contratto” è venuto benissimo, un segno dei tempi. gli indecenti invece sono inamovibili. cosmico.

    by nardi on mag 18, 2008 at 16:56

  5. Professore ho molto apprezzato il suo intervento e sono certa del suo impegno. La scuola ha bisogno di persone come lei, io però mi interrogavo più sulla produzione culturale che non sulla sua diffusione, particolarmente alla produzione contemporanea della cultura. Gianluca a proposito, forse abbiamo bisogno di risposte un po’ più contemporanee, anche se il valore di quelle di Brecht è universale ed eterno.

    by Annalisa on mag 18, 2008 at 22:17

  6. @Nardi: geniale!!!

    by Annalisa on mag 18, 2008 at 22:18

  7. A proposito di quale cultura ci salverà, andate su questo interessante blog cubano scritto da un Gruppo che si chiama M.R.CHE e che sorprendentemente è venuto a far visita al mio blog. L’indirizzo è: http://hablemosdecubaenserio.blogspot.com
    A me sembra che stiano trattando gli argomenti in maniera interessante. Ad esempio scrivono in risposta ad uno che chiedeva se il loro gruppo era legale “El MR-CHE no es una organización “legal”. Creemos que cualquiera que se reúna para debatir determinado tema o postura no debe tener una representación de legalidad. Este país es medio “tropical” sabe? Cuatro genízaros (hablemos claramente) se reúnen convenientemente y fundan el “Partido Demócrata Cristiano de Ceborucal Arriba” y ya quieren participar de las decisiones de una isla como esta.Sin mencionar los apoyos financieros y materiales que sabemos. Me parece poco serio. Una democracia no es cuando todo el mundo hace lo que le da la ral gana sino cuando lo que cada uno hace como individuo aporta al bienestar y el desarrollo de todos. Si un día damos muestras de perseverancia, seriedad, aportamos algo a nuestro futuro y construimos algo tal vez presentaremos el proyecto a las instancias gubernamentales correspondientes que existen en Cuba que es un estado de derecho como otro cualquiera. Respecto a la libertad de agrupación es un derecho constitucional, está recogido, de hecho hay muchas organizaciones no gubernamentales (y no nos referimos a las tradicionales de postura oficial CDR,UJC,etc)culturales, ecológicas que deberías conocer. De todas meneras en ese sentido no hemos sido precisamente un “ejemplo” en estos 50 años de revolución, con sus altas y bajas. Este es, tal vez, uno de los más grandes temas a debatir y resolver. Tenemos que aprender a hacer funcionar nuestra democracia particular y única.Es la garantía de ser algo diferentes e independientes en este mundo fracasado política, social y económicamente.
    Un abrazo dede la Habana.

    by Eliolibre on mag 18, 2008 at 22:36

Leave a Reply

 

« | »




Articoli recenti


Pagine