Ritorno dell’impunità in Uruguay?

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Immediata cancellazione di tutti i processi che erano stati aperti contro ex militari per i crimini da loro commessi tra gli anni 1973 e 1985

di Annalisa Melandri — in esclusiva per L’Indro — 1 Marzo 2013

Torna l’impunità in Uruguay, almeno per quanto riguarda i crimini commessi durante l’ultima dittatura (1973–1985). Se la legge emanata il 27 di ottobre del  2011, la 18.831, con la quale si dichiaravano imprescrittibili i reati commessi dai militari durante tale periodo e si ristabiliva il pieno esercizio della “pretesa punitiva dello Stato per i delitti commessi in applicazione del terrorismo di Stato”, aveva sancito un enorme passo in avanti verso l’apertura di molti processi ancora in sospeso in Uruguay,  la sentenza  della Corte Suprema di Giustizia approvata per maggioranza la settimana scorsa da quattro dei cinque giudici che la compongono,  segna veramente il ritorno al passato più oscuro, dal quale il paese, a fatica e a colpi di leggi, decreti e referendum, sta cercando in questi anni di venire fuori.  (altro…)


Uruguay, America latina: Pepe Mujica presidente “il mondo alla rovescia”

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di Gennaro Carotenuto
 
Pepe Mujica, l’ex guerrigliero Tupamaro, per 13 anni prigioniero della dittatura fondomonetarista, per nove anni rinchiuso in un pozzo e torturato continuamente, è il nuovo presidente della Repubblica in Uruguay. Ha ottenuto il 51,9% dei voti, superando il 50.4% con il quale Tabaré Vázquez era stato eletto cinque anni fa. Il suo rivale, Luís Alberto “Cuqui” Lacalle, del Partito Nazionale, si è fermato al 42.9% dei voti.
 
E’ uno scarto di nove punti, superiore a tutte le aspettative e, con un’affluenza alle urne superiore al 90% in uno dei paesi dal più alto senso civico al mondo, conferma che quella del presunto rifiuto per la figura popolana e popolare e dal passato guerrigliero di Mujica era una menzogna cucinata e venduta a basso costo dal complesso disinformativo-industriale di massa.
 
Il trionfo di Mujica (nella foto incredibilmente in giacca, ma senza cravatta) è espressione di quello che negli anni del Concilio Vaticano II si sarebbe definito “segno dei tempi”. Come ha detto lo stesso dirigente politico tupamaro, emozionatissimo nel suo primo discorso sotto la pioggia battente a decine di migliaia di orientali che hanno festeggiato con i colori del Frente Amplio, quello che lo porta alla presidenza è proprio “un mondo alla rovescia”.
 
 
Un mondo nuovo i contorni del quale non sono ancora del tutto visibili nella prudenza dei grandi dirigenti politici che rappresentano il fiorire dei movimenti sociali, indigeni, popolari del Continente ma che si tratteggia in due grandi temi di fondo: uguaglianza tra i cittadini e unità latinoamericana.
 
Mujica è stato chiarissimo: il primo valore della sua presidenza sarà il mettere l’uguaglianza tra i cittadini al primo posto e il primo ringraziamento è andato oltre che al popolo orientale “ai fratelli latinoamericani, ai dirigenti politici che li stanno rappresentando e che rappresentano le speranze finora frustrate di un continente che tenta di unirsi con tutte le sue forze”.
 
Proprio il trionfo di Mujica, la quarta figura che viene dal basso, plebea se preferite, e non espressione delle classi dirigenti, illuminate o meno, a divenire presidente in appena un decennio, testimonia che l’America latina sta riscrivendo la grammatica politica della rappresentanza democratica in questo inizio di XXI secolo in una misura perfino insospettabile e incomprensibile in Europa.
 
Mujica, nonostante la militanza politica di più di mezzo secolo, è un venditore di fiori recisi nei mercati rionali. E’ uno che quando è diventato deputato per la prima volta e fino a che non ha avuto responsabilità di governo ha accettato dallo Stato solo il salario minimo di un operaio e, siccome questo non è sufficiente per vivere, ha continuato a vendere fiori nei mercati rionali. Per campare. Indecoroso per un parlamentare, ma solo così, solo dal basso, oggi Mujica può permettersi a testa alta di rappresentare il popolo e proporre a questo “un governo onesto”.
 
Non è un medico, come Tabaré Vázquez o Salvador Allende o Ernesto Guevara, né ha un dottorato in Belgio come l’ecuadoriano Rafael Correa. Non ha studiato dai gesuiti come Fidel Castro né proviene dalla classe dirigente illuminata come Michelle Bachelet in Cile o i coniugi Kirchner in Argentina. Non è, soprattutto, un pollo di batteria, allevato per star bene in società come tanti burocratini dei partiti politici della sinistra europea, che infatti passa di sconfitta in sconfitta e di frammentazione in frammentazione mentre invece in America l’unità delle sinistre è un fatto.
 
Pepe il venditore di fiori recisi nei mercatini rionali è un uomo del popolo come l’operaio Lula in Brasile, come il militare di umili origini Hugo Chávez in Venezuela e come il sindacalista indigeno Evo Morales in Bolivia. Non a caso sono tre uomini politici che hanno mantenuto un rapporto privilegiato con la loro classe di provenienza, che non hanno tradito e che sono ricompensati con alcuni tra i più alti indici di popolarità al mondo, nonostante siano costantemente vittime di campagne ben orchestrate di diffamazione da parte dei complessi mediatici nazionali e internazionali.
 
Non è un caso che da questi dirigenti politici venga posto sul piatto dell’agenda politica lo scandaloso problema dell’uguaglianza che trent’anni di retorica neoliberale avevano umiliato, vilipeso e cancellato e che invece è più che mai l’unico motore dell’unico futuro possibile non solo in America latina.
 
L’America latina integrazionista, dove diventa presidente un ex-guerrigliero venditore di fiori recisi nei mercatini dei quartieri popolari di Montevideo, è davvero “il mondo alla rovescia”, ma è anche la speranza di un “mondo nuovo”, di un nuovo inizio e un futuro migliore in pace e in democrazia. Questa speranza non poteva che venire dal Sud del mondo, da quella “Patria grande latinoamericana” che sta riscrivendo la Storia.

Siluro per John McCain parte da Montevideo

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Joao Goulart

Guai in vista per John McCain. La notizia potrebbe rappresentare il colpo di grazia per la corsa alla Casa Bianca del senatore repubblicano, giunta ormai alle battute finali.

Il “siluro” per McCain è partito oggi dal quotidiano uruguaiano la República, con la pubblicazione in prima pagina dell’articolo a firma di Roger Rodriguez , il giornalista che sta seguendo questo caso  fin dal 2002,   ed è stata già passata alle agenzie statunitensi.

Frederick W. Latrash,   consigliere e segretario personale di Mc Cain,  nonché ex   capo della CIA in Uruguay nel 1976,  sarebbe coinvolto direttamente nell’omicidio dell’ex presidente brasiliano di sinistra, Joao Goulart morto in quello stesso anno, nel mese di dicembre.

La denuncia è stata fatta da uno dei figli di  Goulart,  che accusa Latrash di essere stato colui che ha portato direttamente in Argentina, dove l’ex presidente si trovava in esilio dopo la destituzione a causa del colpo di stato del 1964  appoggiato  dagli Stati Uniti, le pasticche avvelenate  a base di cloruro di potassio o di sodio, preparate  in Uruguay dal dottor  Carlos Milies (alias capitano  Adonis) e che agenti dei servizi segreti avrebbero scambiato nella residenza di Goulart con le medicine che lui prendeva abitualmente.

La decisione di uccidere l’ex presidente brasiliano sarebbe stata maturata nel corso di una riunione segreta avvenuta nel mese di novembre 1976 a Montevideo e alla quale oltre a Latrash parteciparono Sergio Paranhos Fleury , un ufficiale di polizia brasiliano noto torturatore sanguinario dei giovani sacerdoti della Teologia della Liberazione  (tra i quali Frei Tito, che incapace di dimenticare le torture subite da Paranhos si suiciderà in Francia nel 1974) e il colonnello uruguayano  Luis V. Queirolo

Questo dettaglio della riunione del novembre 1976 è stato confermato nel corso del suo interrogatorio svoltosi a Montevideo nel maggio di quest’anno,  da   Mario Ronald Barreiro Neira, ex agente dei servizi  segreti uruguaiani, che già nel 2002 aveva  rivelato al giornalista de la República , Roger Rodriguez, che  l’ex presidente brasiliano non sarebbe morto per un arresto cardiaco come si era creduto fino a quel momento,  ma era stato ucciso  da un potente veleno. L’uomo si trova attualmente  in un carcere di massima sicurezza in Brasile scontando una pena per traffico di armi e rapina in banca.

L’omicidio  dell’ex presidente brasiliano, sarebbe pertanto avvenuto nell’ambito del plan Condor, dal momento che oltre agli Stati Uniti hanno partecipato alla sua realizzazione anche il Brasile e  l’Uruguay.

E’ stata avanzata la richiesta intanto, allo Stato brasiliano,  da parte di associazioni per la difesa dei diritti umani, da una  commissione parlamentare e dalla magistratura di  Río Grande do Sul, di riaprire gli archivi relativi  alla dittatura brasiliana e la desecretazione di documenti agli Stati Uniti.


Nestor Troccoli, oggi l’udienza per l’estradizione in Uruguay del torturatore del Plan Condor che la giustizia italiana ha rimesso in libertà per mancanza di prove

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Delle 140 persone raggiunte da mandati di cattura internazionali nell’ambito delle indagini sul Plan Condor, Nestor Troccoli era l’unico ad essere finito in carcere. In Italia  il 23 dicembre 2007. Una serie di “disguidi burocratici”,   per i quali ha perso il posto anche Carlos Abin, ambasciatore uruguaiano nel nostro paese,   lo hanno però rimesso in libertà lo scorso 23 aprile.
Era accusato della scomparsa di sei cittadini italiani ed era stato arrestato a Salerno a fine dicembre 2007.
Troccoli, che ha anche il passaporto italiano, adesso vive e gira tranquillamente per le strade di Roma.
Oggi si sta svolgendo  l’udienza della Cassazione che deciderà in merito all’estradizione richiesta dall’Uruguay in quanto Troccoli è accusato nel suo paese di aver fatto sparire dall’Argentina anche 21 cittadini uruguaiani, suoi connazionali, nell’ambito delle operazioni del Plan Condor.
“Ho denunciato anche lo Stato, per il caso della scarcerazione di Nestor Trocccoli, chiedendo un risarcimento danni” dice   Cristina Mihura moglie del desaparecido Bernardo Arnone, cittadino uruguaiano scomparso dall’Argentina il 1 ottobre del 1976.
“Eravamo rifugiati politici in Argentina, quello di mio marito è un caso classico di desaparecido del Plan Condor”. Mi spiega infatti che circa 5 giorni dopo l’arresto  del marito,  un aereo della Forza Aerea uruguaiana trasportò  in Uruguay tra le 16 e le 20 persone, tra le quali probabilmente Bernardo, che vennero poi torturate e fucilate una  volta giunte a destinazione.
“Questo volo, conosciuto come il secondo volo, la cui esistenza è stata riconosciuta dalla Forza Aerea dell’Uruguay appena due anni fa, è stato effettuato nella notte tra il 5 e il 6 ottobre del 1976”, racconta Cristina, la quale chiede soltanto di “poter chiudere le ferite e dare una sepoltura dignitosa al marito” del quale il corpo non è ancora stato ritrovato.
In Uruguay si cercano ancora i resti di 220 desaparecidos, ma le ricerche fino a questo momento sono riuscite a riportare alla luce soltanto gli scheletri di due persone.
La richiesta di Cristina dei danni allo Stato è stata accolta favorevolmente dal magistrato e già al ministro degli Affari Esteri e alle istituzioni competenti è stata richiesta la documentazione necessaria per le opportune verifiche.
“Dalla scomparsa di mio marito, non faccio altro che girare per tribunali, non solo per il mio caso, ma anche in rappresentanza di numerosi altri familiari di desaparecidos, abbiamo passato i nostri ultimi anni, tra tribunali, avvocati, e giudici, coordinando le attività e i casi di vari paesi, superando i confini e le ovvie difficoltà, siamo l’altro Plan Condor, quello che cerca giustizia ai crimini commessi dal primo, terribile Plan Condor”.
La scarcerazione di Troccoli rappresenta pertanto per tutte queste persone un crimine e un’ingiustizia che si va a sommare al dolore già sofferto per la perdita dei loro cari.
L’Ambasciatore Abin che è stato rimosso dal suo incarico sembra la persona che più responsabilità ha avuto nella scarcerazione di Troccoli. Aveva tre giorni di tempo per valutare la documentazione di richiesta di estradizione giunta dall’Uruguay, ci ha messo una settimana per leggerla.
Ma altri disguidi, altre inadempienze, altri errori vengono commesse nella gestione difficile di questi delicati processi.
Lo stesso Capaldo, dice Cristina, il pubblico ministero che per primo in Italia ha chiesto il mandato di cattura nei confronti di Troccoli, ha unificato due processi che in realtà  hanno poco in comune, quello del caso dei 4 cileni desaparecidos in Cile, tra i quali Omar Venturelli e quello del Plan Condor contro Troccoli.
Il caso dei cileni scomparsi in Cile non ha niente a che vedere con il Plan Condor in quanto questo stesso implicava che i cittadini fossero fatti sparire in luoghi diversi dal loro paese, come nel caso del marito di Cristina.
Inoltre, il processo dei cileni ebbe inizio nel 1998, la prima denuncia per quello del Plan Condor è del  9 giugno 1999. Tuttavia quello che li accomuna è che a distanza di 10 anni per il primo e di 9 anni per il secondo,  il pubblico ministero Capaldo non ha ancora depositato le conclusioni e l’istruttoria pertanto è ancora segreta. Ciò ha fatto sì che le parti querelanti (cioè i familiari dei desaparecidos) non abbiano potuto contribuire con nuove prove e nel caso di Troccoli purtroppo questo ha reso possibile che il Tribunale della Libertà il 17 gennaio del 2007 ha confermato la sua scarcerazione  per mancanza di prove. Era rimasto in carcere fino ad  aprile solo perchè c’era una richiesta di estradizione da parte dell’Uruguay,  ad affossare la quale ci ha pensato poi  l’ambasciatore Abin.
Si tratta di processi importantissimi che potrebbero far calare il velo di impunità che rappresenta ancora il vero grande scoglio da superare per ottenere finalmente giustizia. Riflette Cristina amaramente come oggi sia  più facile ottenere documentazione da parte del governo degli Stati Uniti che non da parte dei governi dei paesi latinoamericani implicati nel Plan Condor.
Per la giustizia, e in solidarietà con Julio Lopez, il 30.001 desaparecido argentino scomparso due anni fa, proprio il 18 settembre, poco prima di recarsi a testimoniare contro  Miguel Osvaldo Etchecolatz, commissario della polizia della provincia di Buenos Aires, Cristina Mihura sarà oggi alle 18, insieme all’associazione HIJOS e ad altri amici e compagni  a protestare davanti all’ambasciata argentina a Roma.
 
 
 
 

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Nestor Troccoli, l’unico torturatore del Plan Condor è stato scarcerato!

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di Claudio Tognonato
«Ritardi» nei carteggi tra Italia e Uruguay: torna in libertà il capitano Nestor Troccoli, detenuto a Regina Coeli per la scomparsa di 6 cittadini italiani e 30 urugaiani. Era il solo dei 140 arrestati del Plan Condor a essere in prigione
L’ex capitano di vascello Néstor Troccoli, uruguayano, già membro dell’intelligence della dittatura del suo paese, accusato della scomparsa di sei cittadini italiani e arrestato a Salerno il 23 dicembre 2007 è stato rimesso in libertà. Il tribunale del riesame di Roma prima, la Cassazione uruguayana poi, ed infine Carlos Abin, ambasciatore del Uruguay in Italia, hanno ognuno fatto del loro peggio. Di 140 mandati di cattura nei confronti dei responsabili delle giunte militari e dei servizi di sicurezza che negli anni ’70 hanno orchestrato il Plan Cóndor, la multinazionale del crimine organizzata da militari cileni, argentini, uruguaiani, paraguaiani boliviani e brasiliani, solo uno era finito in carcere. Ora anche lui è libero.
Néstor Troccoli è stato scarcerato il 23 aprile. In realtà sarebbe uscito di prigione prima se non ci fosse stata una richiesta di estradizione della magistratura uruguayana che lo accusa della scomparsa di trenta cittadini del suo paese che erano fuggiti in Argentina nel 1978 e lì sono diventati desaparecidos. Troccoli, che da due anni risulta residente a Marina di Camerota e ha passaporto italiano, è fuggito verso l’Italia quando ha capito che sarebbe stato arrestato in Uruguay. Il militare è stato tra i primi a riconoscere l’uso della tortura negli interrogatori, ha ammesso di averla praticata sui prigionieri, ma precisa di non aver mai ucciso un detenuto. Il compito del Plan Cóndor era quello di coordinare internazionalmente il sequestro, la tortura, l’uccisione e la scomparsa dei corpi. Un lavoro pulito, messo a punto da Augusto Pinochet e Jorge Videla, che non prevedeva problemi di giurisdizione, né lunghe procedure di estradizione.
Dopo anni di indagini e su istanza dei familiari delle vittime il pubblico ministero Giancarlo Capaldo ha chiesto al gip Luisanna Figliolia di emettere un mandato di cattura nei confronti di Troccoli. Dal 1999 Capaldo raccoglie informazioni su questa sorta di internazionale del terrorismo di stato, dieci anni per ricavarne, dopo solo qualche giorno, una istanza di scarcerazione del tribunale del riesame.
Troccoli, che era stato rinchiuso a Regina Coeli il 24 dicembre, il 17 gennaio 2008 aveva ottenuto l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare. Troccoli, però, non è stato scarcerato perché era stata avviata una richiesta di estradizione da parte di Luis Charles, giudice della magistratura dell’Uruguay. Solo che trascorsi i 90 giorni che prevede il trattato stipulato tra i due paesi, le carte non erano arrivate alla Corte d’Appello di Salerno che ha concesso la scarcerazione per scadenza dei termini.
Come mai la documentazione non è arrivata a destinazione? A questo punto nasce un giallo con accuse reciproche tra le diverse parti che sono intervenute in questo lungo pellegrinaggio. Anche se il risultato non cambia è importante chiarire che, ancora una volta, tutto gioca a favore dell’impunità dei militari. Come all’epoca dei desaparecidos «nessuno si è accorto di nulla». Ma per fortuna i familiari delle vittime non accettano, dopo 30 anni, che un torturatore torni in libertà per negligenza o peggio. «Ci sono ancora alcune situazioni da chiarire», dice Cristina Mihura, moglie del desaparecido Bernardo Ardore, rappresentate dei familiari. Cerchiamo di ricostruire la vicenda. Innanzitutto non si capisce come mai la Corte di Cassazione dell’Uruguay abbia ricevuto i documenti italiani solo il 13 febbraio. Come mai, considerando che in quel momento mancavano solo 38 giorni alla scadenza dei termini, l’Uruguay ha impiegato un mese per tradurre in italiano il dossier? E poi come mai la Cassazione, a 9 giorni alla scadenza, ce ne mette altri 6 per spedire le carte in Italia.
Martedì 18 marzo gli incartamenti sono arrivati a Roma e qui entra in gioco l’ambasciatore Carlos Abin. Aveva tre giorni a disposizione per consegnare alla Farnesina i documenti che motivavano l’estradizione, ma ha deciso che era meglio controllare per bene il voluminoso dossier — ha dichiarato — per assicurarsi che tutto fosse a posto. Aveva tre giorni, ma non si è accorto che gli atti processuali hanno una scadenza e ha depositato i documenti alla Farnesina il 31 marzo, otto giorni dopo la data di scadenza. «Evidentemente l’ambasciatore Abin non è l’unico responsabile — precisa Cristina Mihura — se al posto di temporeggiare avesse consegnato gli incartamenti, Troccoli sarebbe rimasto in carcere».
In Uruguay la vicenda è arrivata ai vertici dello stato. Il presidente Tavaré Vázquez difende l’operato del suo ambasciatore, ma la Corte di Cassazione non vuole essere incolpata e l’avvocato dei familiari ha chiesto al governo le dimissioni dell’ambasciatore. Forse è il caso di ricordare che dopo la dittatura militare (1973–1985) l’Uruguay ha sancito la legge della caducità che impedisce il processo ai militari responsabili di violazioni dei diritti umani. Ora il governo di sinistra vuole riaprire il capitolo, si raccolgono firme per un referendum abrogativo, ma ci sono molti contrasti interni.
L’Italia ha condannato alcuni responsabili della scomparsa di cittadini italiani in Argentina. Queste condanne sono meritevoli, così come il lavoro di chi ha gestito e reso possibile questi traguardi, ma c’è poco da festeggiare. Quando la condanna arriva a 30 anni di distanza è una condanna storica, i familiari delle vittime ringraziano, ma non si dica che questo è giustizia. I condannati non erano né in aula né in Italia, nessuno li ha disturbati. Non si erano nemmeno preoccupati di procurarsi avvocati difensori, sapevano che sarebbero stati condannati, ma sapevano anche che la condanna non sarebbe stata mai eseguita. In Spagna Adolfo Scilingo sta scontando una condanna a 640 anni per i voli della morte, noi in Italia abbiamo fatto scappare nel 2000 Jorge Olivera e ora il torturatore Nestor Troccoli è tornato in libertà.