Víctor Polay Campos: “Sul banco degli accusati. Terrorista o ribelle?” (Il libro– Capitolo VI)

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Capitolo I

Capitolo II 

Capitolo III

Capitolo IV 

Capitolo V

RIBELLIONE E NON TERRORISMO

 

Durante il nostro primo processo nel 1990 richiedemmo l’opinione tecnico-giuridica di diversi Collegi di Avvocati del Perù sulla possibilità di qualificare come “Delitto di ribellione” l’azione guerrigliera dell’MRTA, così come veniva previsto dal Codice Penale allora vigente.

Il Collegio Professionale di Avvocati di Junín, che raggruppava circa un migliaio di  affiliati, fu il primo a pronunciarsi il 28 maggio 1990. Quando era ancora incorso un dibattito presso altri Collegi di Avvocati, come quelli del Cusco e del Callao, si realizzò la nostra fuga da Canto Grande e così non più furono necessari altri pronunciamenti.

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Collegio Professionale di Avvocati di Junín 

RIBELLIONE E NON TERRORISMO!

          L’illustre Collegio Professionale di Avvocati di Junín si pronuncia rispetto al parere richiesto da numerosi uomini del Foro Nazionale, che gli si sono rivolti in data 8 maggio 1990, richiedendo un’opinione tecnica e giuridica su quanto segue:

“1. L’Art. 302 del Codice Penale, che definisce il DELITTO DI RIBELLIONE, è stato derogato espressamente o tacitamente dalle disposizioni che hanno tipizzato e tipizzano il delitto, come: il Decreto Legislativo N° 046 (derogato dalla Legge N° 24953)?”.

OPINIONE: L’art. 302 del C.P. non è stato derogato dalla Legge 24953 né da altra disposizione legale; di conseguenza detta norma è ancora vigente.

“2.- In quali circostanze procedono la denuncia fiscale, l’apertura di istruzione e il Giudizio Orale per il delitto di Ribellione?”. (altro…)


Víctor Polay Campos: “Sul banco degli accusati. Terrorista o ribelle?” (Il libro– Capitolo V)

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Capitolo I

Capitolo II 

Capitolo III

Capitolo IV 

CAPITOLO 5

 

E i diritti umani?

In materia di diritti umani la giurisdizione internazionale è sussidiaria e complementare alla giurisdizione nazionale. La Costituzione Politica del Perù del 1979 e quella del 1993, all’articolo 205, sanciscono il diritto a ricorrere alla giurisdizione internazionale nel caso in cui quella interna non sia esaustiva, riconoscendo a tal fine i Tribunali o gli Organismi Internazionali costituiti attraverso trattati o convenzioni stipulati anche dal Perù e la cui competenza sia stata riconosciuta.

 

E’ così che il Perù sottoscrisse, approvò, ratificò e depositò il Protocollo Facoltativo per i Diritti Civili e Politici, riconoscendo in questo modo la competenza del Comitato per i Diritti Umani dell’ONU il 30 ottobre 1980.

Nell’articolo 205 della Costituzione del 1993 e negli articoli 30 e 40 della Legge 23506, che fanno parte della Giurisdizione Internazionale, si riconoscono come organismi internazionali a cui è possibile ricorrere: il Comitato per i Diritti Umani dell’ONU e la Commissione Interamericana per i Diritti Umani.

L’articolo 40 della Legge di Habeas Corpus e Protezione recita testualmente: ”La sentenza dell’organismo internazionale, alla cui giurisdizione obbligatoria si sia sottomesso la Stato peruviano, non richiede per la sua validità ed efficacia di riconoscimento alcuna revisione o esame previo. La Corte Suprema di Giustizia della Repubblica recepirà le risoluzioni emesse dall’organismo internazionale e disporrà la loro esecuzione”.

Come è noto al popolo peruviano, la dittatura che si prendeva gioco delle leggi nazionali, lo ha fatto anche con gli accordi e i convegni internazionali che potevano andare contro i suoi interessi.

Nonostante il Comitato per i Diritti Umani dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), formato da 13 membri di diversi Paesi del mondo, il 16 novembre 1997 si fosse espresso a favore della mia liberazione o di un nuovo processo con adeguate garanzie, lo stesso Fujimori, in uno dei suoi interventi pubblici, si burlò di questo parere e sostenne che nessuno lo avrebbe obbligato a realizzarlo. (altro…)


Víctor Polay Campos: “Sul banco degli accusati. Terrorista o ribelle?” (Il libro– Capitolo IV)

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Riprende, dopo una pausa, la pubblicazione del libro di Victor Polay Campos “Sul banco degli accusati. Terrorista o ribelle?” tradotto in italiano da Marisa Masucci.

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Capitolo I

Capitolo II 

Capitolo III

Capitolo V

Capitolo VI

 

 

CAPITOLO IV

Nella residenza dell’ambasciatore del Giappone

LA SOLIDARIETÀ  DEI NOSTRI COMPAGNI…

Nel dicembre del 1996 fa il giro del mondo la notizia che un commando del MRTA, capeggiato da Néstor Cerpa Cartolini, ha occupato la residenza dell’ambasciatore del Giappone. La stampa mondiale punta gli occhi sul Perù, Le Monde, uno dei quotidiani più prestigiosi del pianeta, e la sua rivista Le Monde Diplomatique, edita nelle principali lingue del mondo e con una tiratura globale di quasi due milioni di copie, trattano questo evento in due interessanti articoli.

 

Le radici della violenza

Articolo pubblicato sul quotidiano Le Monde il 10 gennaio 1997 e riprodotto su La República domenica 19 gennaio 1997

Alain Abellard

Com’è che un gruppo proveniente da un movimento di guerriglieri militanti sconfitti, che non conta su nessun appoggio popolare, sia arrivato – con un’efficacia che ha sorpreso il mondo intero – ad attaccare la residenza dell’ambasciatore del Giappone a Lima, il 17 dicembre 1996? Dove il Movimento Rivoluzionario Túpac Amaru ha trovato l’energia e i mezzi per concepire ed attuare, in Perù, il più spettacolare sequestro di ostaggi mai realizzato nel continente americano? (altro…)


Víctor Polay Campos: “Sul banco degli accusati. Terrorista o ribelle?” (Il libro– Capitolo III)

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Qui parlavamo della decisione di pubblicare il libro di Víctor Polay Campos a puntate in questo sito.

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Capitolo I

Capitolo II 

Capitolo IV

Capitolo V

Capitolo VI

CAPITOLO III

A NEMESI

“Nemesi” è il nome della dea greca della vendetta. Con questo appellativo la dittatura battezzò il centro di reclusione della Base Navale. Il suo obiettivo era intimorirci e renderci ancora più indifesi. Quando  arrivammo in questa prigione non sapevamo ancora che avremmo passato gran parte della nostra vita sotto il manto del silenzio e dell’isolamento in un regime di detenzione inumano.

Che succede con Polay?

Manuel D’Ornellas

 

Sull’Expreso, 14 ottobre 1993

Manuel D’Ornellas, riconosciuto uomo di stampa, fu editorialista del quotidiano Expreso per lunghi anni e referente importante della stampa nel nostro Paese. Rappresentava senza alcun dubbio un’opinione rilevante e senza sospetti di simpatie o vincoli con le organizzazioni armate e, al di là delle discrepanze, sapeva essere rispettoso con l’avversario che secondo lui meritava questo trattamento.

Riproduciamo questo articolo per compararlo con l’attuale atteggiamento dell’Expreso, che sta seguendo una linea politica giornalistica che propugna l’odio eterno e la divisione dei peruviani.

Molta gente che contempla attonita la caduta personale di Abimael Guzmán si chiede quale sarà l’attuale atteggiamento del suo omologo del MRTA, Víctor Polay Campos: anche lui si dedicherà a scrivere lettere condiscendenti come quelle quasi striscianti che è andato producendo l’ex “Presidente Gonzalo”?

Le informazioni di cui disponiamo indicano che no, assolutamente. Polay sta resistendo con maggiore stoicismo di Guzmán alla reclusione nello stesso carcere del Callao, sottopoto a condizioni carcerarie altrettanto rigorose di quelle imposte al dirigente senderista per meno tempo. (altro…)


Agostino Spataro: Osservatore del PCI nella Libia di Gheddafi-Un viaggio a Tripoli

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Agostino Spataro, giornalista, già deputato nazionale, svolge una lettura controcorrente del crollo del regime di Gheddafi e traccia un nuovo, inquietante scenaro“il cerchio Mena” per il Mediterraneo e il M.O. Più volte inviato del PCI in Libia, racconta alcuni aspetti delle relazioni italo-libiche e fra Gheddafi e i principali leader politici italiani:Aldo Moro, Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Enrico Berlinguer, Giovanni Spadolini, Giancarlo Pajetta, Giorgio Napolitano, Silvio Berlusconi.

Informazione del libro

ISBN : 2120010102087
Edizione : 6a
Anno pubblicazione : 2013
Formato : 15x23
Foliazione : 268 pagine
Copertina : Morbida
Stampa : bianco e nero

Editore: 
Centro Studi Mediterranei
6° edizione, luglio, 2013
Codice ISBN n. 9788891052650
Pagg. 268
Prezzo di copertina € 17,00

Acquisto:
Il libro può essere acquistato presso tutte le librerie
Feltrinelli e presso diverse librerie on line fra cui:
www.lafeltrinelli.it / www.ilmiolibro.it

Formato Kindle in: www.amazon.com
€ 2,00

Prima presentazione del libro,  8 ottobre 2013 in Messico, presso la Benemerita Università di Puebla.


Tina Modotti

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Tina Modotti

Tina Modotti

Por GABRIELLA SABA*
Periodista — Càgliari (Sardegna)
Nerudiana n. 13–14 Marzo — Diciembre 2012 

 

Tina Modotti era todavía bellissima c u a n d o Ne r u d a l a c o n o c i ó –probablemente en el II Congreso de Escritores Antifascistas, Valencia, 1937–, a pesar de las muchas pruebas a las que la había sometido la vida: entre otras, la muerte del primer esposo, el pintor Roubaix “Robo” de l’Abrie Richey, y sobre todo la de su gran amor, el revolucionario cubano Julio Antonio Mella, por quien se había separado del pintor y militante comunista mexicano Xavier Guerrero y que fue asesinado delante de ella el 10 de enero 1929, probablemente por sicarios del dictador cubano Gerardo Machado. Ojos de terciopelo iluminaban su oval claro, de italiana, el largo pelo oscuro enmarcaba el rostro imortalizado, muchos años antes, por un maestro de la fotografía como era Edward Weston, e incluso por el cine de la mismísima Hollywood.

Años después, en Ciudad de México, Tina moriría de infarto en el asiento trasero de un taxi. Tenía apenas 46 años y, detrás de ella, una vida extraordinariamente intensa que la había convertido en un ícono mucho antes de su muerte. Con sólo 17 años abandonó Údine hacia San Francisco (y luego Los Ángeles), a donde su padre, carpintero y mecánico, se había mudado en busca de suerte. Tenía 21 cuando conoció a De L’Abray Richey. Con 25 años se convirtió en la modelo preferida de Weston gracias al cual afinó su pasión por la fotografía, deviniendo más tarde una de las fotógrafas más destacadas de su época. Pero apenas once años después decidió abandonar su Corona, la pequeña cámara con la que trabajaba, para dedicarse a la pasión comunista.

En compañía de Weston (con quien abrió un taller de fotografía de arte) se había mudado a Ciudad de México, la capital del que será su país adoptivo. Cuando abandonó aquel arte, ya era una artista renombradísima, con un lugar en la Historia, aunque insistía en que aquel término, artista, la abochornaba, y ella era una fotógrafa no más.

«Cuando quiero recordar a Tina Modotti debo hacer un esfuerzo, como si tratara de recoger un puñado de niebla. Frágil, casi invisible», así la describe el poeta en Confieso que he vivido. El comunista Neruda no podía no toparse con la «revolucionaria italiana» a lo largo de sus años mexicanos (fue nombrado Cónsul en Ciudad de México en 1940), y por supuesto con Vittorio Vidali, el célebre activísimo militante comunista, estalinista de tomo y lomo, el legendario Comandante Carlos del 5º Regimiento y de las Brigadas Internacionales en la guerra civil española, quien fue el último compañero de Modotti.   (altro…)


Mario Casasús: “La Fundación Neruda defiende el orden legal de Pinochet”

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Mario Casasús: “La Fundación Neruda defiende el orden legal de Pinochet”

Por Annalisa Melandri — 1/05/2103

Entrevista exclusiva para LINKIESTA

 

“Dejo a los sindicatos
del cobre, del carbón y del salitre
mi casa junto al mar de Isla Negra.
Quiero que allí reposen los maltratados hijos
de mi patria, saqueada por hachas y traidores,
desbaratada en su sagrada sangre,
consumida en volcánicos harapos”                    
Pablo Neruda. Testamento I, Canto general (México, 1950)
 

El periodista mexicano y nerudista Mario Casasús es coautor, junto al sociólogo chileno Francisco Marín, del polémico libro “El doble asesinato de Neruda” (Ocho Libros Editores) presentado en la Feria del Libro de Santiago el 31 de octubre de 2012.

En esa publicación los autores recogen el testimonio y la denuncia de Manuel Araya, quien había sido nombrado por el Partido Comunista de Chile como chofer, guardaespaldas y asistente del  poeta Pablo Neruda y que trabajó al servicio del mismo hasta el día de su muerte, ocurrida en la Clínica de Santa María de Santiago de Chile, la noche del 23 de septiembre de 1973.

Pablo Neruda se encontraba hospitalizado en la clínica protegiéndose de los militares y en la espera de viajar hacia Ciudad de México ya que el gobierno de ese país le había otorgado el asilo político debido a la situación que atravesaba Chile, donde 12 días antes se había  instalado la dictadura militar al mando del general Augusto Pinochet.

La versión oficial de la muerte de Neruda refiere un agravado del cáncer de próstata del que sufría el poeta desde ya casi dos años. Sin embargo, Manuel Araya nunca creyó en la historia oficial. Denuncia que el mismo Pablo Neruda pocas horas antes de su muerte le comunicó que un médico le había hecho una extraña inyección en el estómago por la cual éste se había inflado mucho, y se dice seguro que el poeta fue asesinado por agentes de la dictadura.  Después de haber recibido la  llamada de Neruda el 23  de septiembre, Manuel Araya fue secuestrado por los militares y detenido en el Estadio Nacional donde fu sometido a violentas torturas por ser  el hombre de confianza del “comunista Neruda”. Sólo al salir de allí, 45 días más tarde, se enteró de que el poeta había muerto.

El juez chileno Mario Carroza, ha ordenado la reapertura del caso y la exhumación del cadáver de Pablo Neruda se ha realizado el pasado 8 de abril. El cuerpo del poeta será trasladado desde la casa museo de Isla Negra donde descansaba, hasta Santiago de Chile, donde un equipo nacional e internacional lo analizará en búsqueda de substancias extrañas.

Mario Casasús, el más destacado investigador de la muerte de Pablo Neruda, nos aclara en esta entrevista, algunos puntos oscuros de la historia, pero sobre todo, denuncia las responsabilidades de los que tenían el deber moral, político e institucional de preservar el legado del vate chileno y que por conveniencias políticas y por codicia no lo hicieron: la esposa de Pablo Neruda en aquel entonces, y la Fundación Neruda en la persona de su presidente.

 

Mario, antes que todo, vamos a comenzar con el título del libro, ¿por qué “El doble asesinato de Neruda”?

El presunto asesinato biológico ocurrió el 23 de septiembre de 1973, en la víspera del viaje de Neruda a México, todo estaba preparado: el avión, los salvoconductos, el equipaje, los libros y documentos notariales de la Fundación Cantalao que Neruda diseñó en 1973, por cierto el gobierno de México había decidido respaldar económicamente el proyecto del poeta para becar a jóvenes escritores y artistas latinoamericanos. Sin duda, Neruda sería la figura clave en el exilio chileno, convocaría a sus amigos intelectuales y políticos de todo el mundo, imagino que también trabajaría con las autoridades mexicanas una estrategia para proteger sus derechos de autor, sus bienes inmobiliarios y el cumplimiento del que fue  su verdadero testamento político: Cantalao(altro…)


Regalo a Rosina Valcárcel Carnero

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Hoy 1 de mayo es  el cumpleaños de mi amiga Rosina Válcarcel Carnero[1], hija del poeta Gustavo Válcarcel y de Violeta Carnero, ella misma poeta, antropóloga, escritora, estudiosa, periodista, militante. Cumple sus 65 años:

PALABRAS

Hoy tomo las huellas de mis 65 años, los pasos de la romántica pálida, trasnochada, fuera de moda. El alba escribe en mi calle. Música del coro de los astros. Mi vida, un latido irregular susurra, rodeada de visiones sobrenaturales. La rosa roja ya no florecerá ni estas manos podrán decirles cómo los quiero. Vuela mi corazón a lugares remotos. Vana es la fe. El remero me aguarda.

Ros. 30, abril, 2013.

Ese es mi regalo para ella:

Estas dos fotografías como el poema son parte del libro “Obra Poética (1947–1987)” Ediciones Unidad   (altro…)


Víctor Polay Campos: “Sul banco degli accusati. Terrorista o ribelle?” (Il libro– Capitolo II)

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Qui parlavamo della decisione di pubblicare il libro di Víctor Polay Campos a puntate inquesto sito.

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Capitolo I

Capitolo III

Capitolo IV 

Capitolo V

Capitolo VI

 

CAPITOLO 2 

DA YANAMAYO AL CALLAO

Tutta la stampa della capitale diede la notizia del nostro trasferimento da Yanamayo (Puno) a Lima. Tuttavia l’ossequiosità e il servilismo alla dittatura di alcuni giornalisti li portò a scrivere che avevamo fatto gesti osceni e avevamo mostrato il didietro durante lo show che Fujimori aveva preparato al nostro arrivo all’aeroporto del Callao. Ciò che successe è che, siccome eravamo ammanettati con le mani dietro, avevamo dovuto voltarci perché i giornalisti potessero osservare che facevamo la V della vittoria con le dita. Come è noto, la V è un simbolo dell’MRTA. Questi giornalisti “obiettivi” trasformarono un atto di dignità e ribellione in gesti osceni. Smentendo la versione del giornalista de La República, il quotidiano conservatore di Parigi-Francia “Le Figaro” scrisse nella sua edizione di mercoledì 28 aprile 1993 al piè di una nostra foto : (altro…)


Víctor Polay Campos: “Sul banco degli accusati. Terrorista o ribelle?” (Il libro– Capitolo I)

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Qui parlavamo della decisione di pubblicare il libro di Víctor Polay Campos a puntate in questo sito.

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Capitolo II

Capitolo III

Capitolo IV 

Capitolo V 

 

CAPITOLO  1

FARSA DI PROCESSO

 

Sentenza del Tribunale senza Volto 

Nel Carcere di Yanamayo, a 4.000 metri sul livello del mare, dove mi trovavo recluso dal luglio del 1992, si costruì, per giudicarci, una Sala di Udienze, consistente in un piccolo recinto, diviso in due da un grande specchio, che permetteva di vedere solo da un lato – quello dei giudici – e un apparato di distorsione della voce che emetteva suoni che sembravano prodotti da un robot della Guerra delle Galassie. In questo luogo surreale fummo sottoposti a una parodia di giudizio da parte di “giudici senza volto” che durò due giorni. Il primo per l’accusa e il secondo per l’allegato della difesa e per la sentenza. Non ci furono interrogatorio, presentazione di prove, partecipazione di testimoni, lettura di fascicoli, né nulla che somigli a un processo normale. 

La piccola sala fu riempita per due giorni da un pubblico molto particolare, composto  da capi di polizia e militari, che assistettero per non perdersi lo “storico spettacolo”.

Come fatto inaudito, degno di Ripley, nella stessa Sala di Udienze, dove in teoria avrebbe dovuto amministrarsi la giustizia, fui sottoposto a tortura insieme al mio coaccusato Peter Cárdenas, con percosse e scariche elettriche, e alla fine del secondo giorno di udienza fummo filmati con vestiti a strisce.

A quanto pare agli impiegati di Fujimori non piacque per niente il nostro rifiuto a pentirci e a sottometterci alla dittatura. Dopo poco tempo, per terminare il lavoro, la polizia arrestò il mio avvocato difensore e lo accusò di “tradimento alla patria”. (altro…)


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