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	<title>Annalisa Melandri&#187; Uncategorized</title>
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	<description>America Latina, e non solo</description>
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		<title>Hernando Calvo Ospina: “Stai zitto e respira a fondo”</title>
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		<pubDate>Sat, 17 May 2014 01:05:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ con estremo piacere che annuncio  l’uscita in Italia dell’ultimo  libro dello scrittore e giornalista colombiano  Hernando Calvo Ospina: “Stai zitto e  respira a fondo” in cui ricorda e racconta l’esperienza in carcere  in Ecuador negli anni ’80 in cui subisce prima la sparizione forzata e le torture della polizia segreta, e poi il carcere. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>E’ con estremo piacere che annuncio  l’uscita in Italia dell’ultimo  libro dello scrittore e giornalista colombiano  <strong>Hernando Calvo Ospina</strong>: “<em>Stai zitto e  respira a fondo</em>” in cui ricorda e racconta l’esperienza in carcere  in Ecuador negli anni ’80 in cui subisce prima la sparizione forzata e le torture della polizia segreta, e poi il carcere. Una prosa fluida e brillante ne rendono la lettura estremamente gradevole nonostante il tema affrontato. La traduzione è a cura di Stefania Russo e <a href="http://www.annalisamelandri.it" target="_blank">Annalisa Melandri.</a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/10268442_882653938426711_25637007723424962_n.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-9596" alt="10268442_882653938426711_25637007723424962_n" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/10268442_882653938426711_25637007723424962_n.jpg" width="595" height="423" /></a></p>
<p> </p>
<p>La presentazione sarà il 25 maggio prossimo:</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/hernando.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-9597" alt="hernando" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/hernando.jpg" width="576" height="432" /></a></p>
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		<title>Hernando Calvo Ospina: “La “pacificazione” in Colombia non si ferma neanche per prendere fiato ”</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Feb 2014 05:10:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[terrorismo di Stato]]></category>

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		<description><![CDATA[  di Annalisa Melandri 28/01/2014 Traduzione dallo spagnolo per Tlaxcala di   Francesco Giannatiempo   Hernando Calvo Ospina è autore di una dozzina di libri, tra cui “Colombia, laboratorio de embrujos. Democracia y terrorismo de Estado” (“Colombia, laboratorio di stregonerie. Democrazia e terrorismo di Stato”), che tratta della storia del sistema repressivo in questo paese. Di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/179338_1-1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9458" alt="179338_1 (1)" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/179338_1-1.jpg" width="512" height="578" /></a></p>
<p> </p>
<p>di <a href="http://www.annalisamelandri.it">Annalisa Melandri</a></p>
<p>28/01/2014</p>
<p>Traduzione dallo spagnolo per<a href="http://www.tlaxcala-int.org/default.asp"> Tlaxcala</a> di   <a href="http://www.tlaxcala-int.org/biographie.asp?ref_aut=3001&amp;lg_pp=it">Francesco Giannatiempo</a></p>
<p> </p>
<p><i>Hernando Calvo Ospina è autore di una dozzina di libri, tra cui “Colombia, laboratorio de embrujos. Democracia y terrorismo de Estado” (“Colombia, laboratorio di stregonerie. Democrazia e terrorismo di Stato”), che tratta della storia del sistema repressivo in questo paese. Di seguito, ci racconta alcune tappe della “tradizione” violenta di uno Stato che mantiene l’immagine democratica.</i></p>
<p> </p>
<p><b>Annalisa Melandri. In America Latina, durante gli anni 70 e 80 la maggior parte dei paesi agonizzavano sotto dittature militari sanguinarie, come nei casi di Cile, Argentina e Uruguay tra gli altri. In Colombia, ad eccezione del Generale Rojas Pinilla che governò tra giugno del 1953 e maggio del 1957 e fu meno repressivo della maggioranza dei governi eletti, non ci sono mai stati né colpi di Stato né giunte  militari in senso stretto. Perché?</b></p>
<p>Hernando Calvo Ospina. Rileggendo la storia, ci rendiamo conto che in Colombia non è mai esistita una vera democrazia e quasi tutti i governi si sono distinti per le gravi violazioni ai diritti umani. Senza andare troppo indietro nel tempo, si prenda in considerazione il governo di Turbay Ayala (1978–1982), visto che ha avuto fondamentali peculiarità nel contesto repressivo. A un mese dal conferimento, promulgò lo Statuto di Sicurezza Nazionale, che fu il più vicino al modello imposto dalle dittature del Cono Sur, stabilendo i meccanismi a sostegno della terribile ondata repressiva che seguì. Le forze armate e quelle di polizia vennero investite di poteri straordinari, addirittura di quelli giudiziari. Venne criminalizzata ogni pratica politica e qualsiasi tipo di protesta sociale, associando tutto alla sovversione. Le forze armate presero il potere in Colombia attraverso un processo risalente agli anni sessanta, e senza danneggiare l’immagine “democratica”, grazie alla presenza di un civile a capo del governo.<span id="more-9490"></span></p>
<p>Turbay portò a termine ciò che il suo predecessore — Alfonso López Michelsen – aveva cominciato: militarizzare le città con il pretesto di porre termine alle “reti di appoggio” della guerriglia rurale. Secondo Amnesty International, 60mila persone passarono per le carceri, quasi tutte  certamente torturate. La quasi totalità senza alcuna relazione con i gruppi di guerriglieri che, nell’insieme, non arrivavano nemmeno ad avere mille combattenti. (1)</p>
<p>Un’altra peculiarità di questo governo è che, per la prima volta, la Colombia venne messa sotto giudizio dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, come l’ONU. Fatto diventato consuetudine  fino a oggi. Anche a livello interno ci fu stupore, dato che alcuni “giovani” della borghesia intellettuale furono oggetto di repressione. E questo era troppo.</p>
<p> </p>
<p><b>Con il governo successivo di Belisario Betancur, cos’è successo? Non si è cercato in alcun modo una “pacificazione” nazionale?</b></p>
<p>Il governo di Belisario Betancur (1982–1986) è stato più “terribile” di quello di Turbay. Giunse alla presidenza parlando di pace, concesse l’amnistia ai prigionieri politici, e iniziò i dialoghi con alcune organizzazioni di guerriglieri. E allora cominciò la strage di ex prigionieri politici, dirigenti popolari e membri delle organizzazioni per i diritti umani. Certo, si disse che fosse responsabilità di sicari “ignoti” o di “nemici in agguato della pace”. Ma, poco a poco, venne confermato che si trattava di apparati speciali delle forze  di polizia e dell’esercito.</p>
<p>Questo governo istituzionalizzò la pratica più aberrante  della repressione statale, poiché in questo caso la vittima non era né viva né morta: la detenzione-sparizione. Questo governo, tra discorsi e negoziazioni di pace, cominciò anche a nazionalizzare il paramilitarismo. L’esercito coordinava, mentre proprietari terrieri, imprenditori e, in particolar modo, i narcotrafficanti finanziavano. Così venne fatta passare la “guerra sporca”, la cattiva immagine, a un apparato che giunse a essere essenziale al cuore del terrorismo di Stato. Questo governo fu responsabile dell’opposizione al disarmo delle FARC e alla loro conversione in partito politico; dell’inizio dello sterminio dei membri della Unión Patriótica – proposta dell’organizzazione guerrigliera con lo scopo di rinunciare  alle armi.</p>
<p><b> </b></p>
<p><b>Hernando, allora, si può dire  che la pratica del terrorismo di Stato è iniziata con questi governi? O ha altre origini?</b></p>
<p>Per comprendere l’attuale terrorismo di Stato, si devono ricordare i suoi primi passi lontani nel tempo. È fondamentale conoscere la storia, che ci dice che lo Stato colombiano è stato all’avanguardia continentale nella repressione della propria  popolazione.</p>
<p>Nei primi 25 anni del secolo passato iniziarono ad arrivare le aziende statunitensi che cercavano di impadronirsi principalmente di terre, oro, platino e petrolio. Bene, non se ne appropriarono: chiesero e i governi concessero loro. Nell’ottobre del 1924 ci fu uno sciopero contro la Tropical Oil. Sciopero che venne dichiarato “sovversivo”. Era la prima volta che si utilizzava questo termine nel paese per stigmatizzare e avere il pretesto di poter reprimere. Sui 3mila operai si lanciò l’esercito, che soltanto allora iniziava a essere un’istituzione nazionale.</p>
<p>Dinnanzi all’avanzata di scioperi e proteste, si pensò all’esistenza di un complotto internazionale del “comunismo”. A ciò, si sommò la creazione del Partito Socialista Rivoluzionario nel 1926. A metà del 1927, il ministro per la Guerra disse: ” L’onda impetuosa e demolitrice delle idee rivoluzionarie e dissolventi della Russia dei Soviet […] è venuta a colpire le spiagge colombiane, minacciando distruzione e rovina, spargendo il seme fatidico del comunismo .” (2) Non bisogna dimenticare che nel 1917 Lenin aveva creato il primo stato socialista.</p>
<p>Nell’ottobre del 1928, venne  promulgata la Legge di Difesa Sociale (Ley de Defensa Social), il cui cardine fu di proibire la formazione di organizzazioni di opposizione popolare e sindacale; impedire con ogni mezzo la diffusione di “idee socialiste”; stabilire meccanismi che condannassero rapidamente coloro che venivano implicati nei delitti contemplati da questa legge. Per di più, ometteva molto chiaramente chi fosse a decidere la legalità di un’espressione sociale  di anticonformismo. Questa legge segnò la regola nella concretizzazione di un contesto teorico altamente repressivo.</p>
<p>Così, la Colombia anticipò di 34 anni i teorici del Pentagono statunitense nella formulazione della dottrina che ordinava di combattere il “nemico interno”. (3)</p>
<p>Mi chiedo: differisce molto il precetto di questa legge del 1928 da ciò che viene attualmente disposto?</p>
<p> </p>
<p><b>Rispetto al tema di cui stiamo parlando, ovvero il terrorismo e la repressione di Stato, quali sono le differenze – se esistono – tra l’attuale governo del presidente Juan Manuel Santos e quello del suo predecessore, Álvaro Uribe?</b></p>
<p>In Colombia, il sistema repressivo non si ricicla: si modernizza e aumenta la propria socializzazione. Che necessità ha il presidente Santos di inventarsi altri meccanismi repressivi, quando li ha già tutti  a disposizione? Gli bastano e gli avanzano. L’unica cosa che sta facendo è seguire i passi di Uribe, che a sua volta si appoggiava a quelli di Andrés Pastrana, il quale riprese e aumentò quanto realizzato da Cesar Gaviria, che aveva adottato leggi altamente repressive per frenare le proteste che portarono la consegna dell’economia al neoliberismo.</p>
<p>Si ricordi che, quando fu ministro della Difesa di Uribe, si moltiplicarono i cosiddetti “falsi positivi”, ossia civili fatti passare come guerriglieri assassinati dall’esercito o dai suoi gruppi paramilitari, dimostrando così la propria “efficacia”. Santos oggi ripercorre i passi di Uribe, sebbene con un proprio stile. Uribe, con Santos ministro, mise la repressione in linea con il momento internazionale: la cosiddetta lotta contro il “terrorismo”. L’innovazione di Uribe fu di permettere alla CIA di portare la sua migliore tecnologia di spionaggio, repressione e morte, oltre che di consegnarle il coordinamento dei servizi di intelligence colombiani. In quel momento, Santos offrì più spazio al MOSSAD israeliano nelle operazioni di intelligence controinsurrezionale. Chissà se i militari e la polizia colombiana si vergognarono per il fatto di essere comandati da questi stranieri con grande esperienza. Ma è certo che, di fronte ai risultati, si sono levati gli applausi.</p>
<p> </p>
<p><b>Le differenze tra Santos e Uribe sarebbero più di forma che di sostanza?</b></p>
<p>Il modo di agire di Santos si differenzia da  quello di Uribe per lo stile. Per Uribe, proprietario terriero, la Colombia era la sua azienda, e la maggior parte degli abitanti, le sue vacche da mungere e uccidere. Santos fa parte dell’oligarchia tradizionale, abituata a governare, reprimere, abbeverare e uccidere le “vacche”, che si chiamino operai o contadini. In tal caso, reprime in maniera “naturale”, non ha necessità di gridare chi ha la frusta in mano.</p>
<p> </p>
<p><b>Si può dire che l’oligarchia colombiana, nell’ affanno di aggrapparsi al potere, si sia difesa facendo campagne di “pacificazione”? </b></p>
<p>Non bisogna dimenticare che l’oligarchia ha timore di tutto dato che, perfino uno sciopero di medici, è bastato a far dichiarare lo stato d’assedio! Tutte le oligarchie  del mondo hanno paura di perdere il potere e le relative ricchezze. E si saldano le differenze tra di loro quando i propri interessi vengono messi in pericolo. Poiché, loro sì che hanno coscienza di classe. La stessa che manca a molti dirigenti della sinistra  nel mondo. Le oligarchie della regione, a differenza di quella colombiana, sanno assorbire, integrare e manipolare la protesta sociale senza necessità di arrivare ai livelli repressivi usati in Colombia. Qui, le “campagne di pacificazione” non si fermano neanche per prendere fiato, che di certo non manca all’oligarchia per la sua azione repressiva.</p>
<p>Si è visto come cambia tattica, forma, come si predispone; ma la repressione contro il popolo non si è fermata, in particolare dal 1948, anno dell’assassinio del dirigente del partito Liberale, Jorge Eliecer Gaitán. Sebbene questa sia nata come strategia controinsurrezionale agli inizi degli anni cinquanta, periodo in cui i contadini delle pianure orientali e di altre zone del paese cominciarono a organizzarsi per richiedere terra e riforme. La Colombia ebbe la prima scuola controinsurrezionale dell’America Latina nel 1959. Le FARC e il ELN (Ejército de Liberación Nacional, Esercito di Liberazione Nazionale –) nacquero nel 1964…</p>
<p> </p>
<p><b>I dialoghi in atto a Cuba tra il gruppo di guerriglieri delle FARC e il governo colombiano, sembra che abbiano prodotto accordi su alcuni punti importanti. Malgrado ciò, dall’inizio di questo processo sono già tanti i morti e gli arresti illegali tra i combattenti per i diritti sociali e gli appartenenti alla Marcha Patriótica. Può essere una strategia del potere per  stancare l’opposizione e, intanto, prendere tempo? Quanto dovrà aspettare il popolo colombiano per vivere in pace e  con una giustizia sociale?</b></p>
<p>Dovunque  vadano a finire le organizzazioni popolari, sindacali, contadine o la Marcha Patriótica, ci saranno sempre processi o assassinii di alcuni dei loro dirigenti e dei loro militanti. Non dimenticarti che: “Spaventane uno e ne spaventerai cento. Uccidine uno e ne spaventerai mille “.</p>
<p>Ciò che sta accadendo è che una parte del popolo colombiano ha una capacità di resistenza  e di lotta incredibili. Non smette di stupirmi! Mi tolgo il cappello un milione di volte davanti a quelli che continuano a lottare laggiù, nel nostro paese, dove ci abituano a convivere con la morte, l’assassinio e la repressione. Un posto dove un dirigente sindacale o un contadino, un uomo o una donna, di colore o indio, non vengono salutati normalmente, tipo: “come si è alzato stamattina?”, ma così: “ma come?, si è alzato stamattina!?”</p>
<p>Quanto dovrà attendere il popolo colombiano per poter vivere in una reale democrazia, senza la paura di essere uccisi da proiettili o dalla fame? Quando la maggioranza si unirà e lo pretenderà, sia nelle città che nei campi. È ora che finisca questa lunghissima notte e che “la libertà sublime cosparga le aurore”, come recita l’inno nazionale. Può succedere in qualsiasi momento, visto che già esistono tutte le condizioni.</p>
<p> </p>
<p><b>Note</b></p>
<p>1) In quel momento, i principali gruppi di guerriglieri erano le Forze Armate Rivoluzionare della Colombia (FARC Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia);l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN — Ejercito de Liberación Nacional); L?Esercito di Liberazione Popolare (EPL — Ejército Popular de Liberación), il Movimento 19 Aprile (M-19) e l’Autodifesa Operaia (ADO-Autodefensa Obrera).</p>
<p>2) Documenti del Ministero della Guerra, Ignacio Rengifo , 1927 . Citato in Renán Vega Cantor: Colombia entre la Democracia y el Imperio . Editorial El Búho, Bogotá, 1989.</p>
<p>3) Hernando Calvo Ospina. Colombia, laboratorio de embrujos. Democracia y terrorismo de Estado. Ed. Foca. Madrid, 2008.</p>
<p> </p>
<p> </p>
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		<title>Hernando Calvo Ospina: “La ‘pacificación’ en Colombia no se detiene ni para tomar aliento”</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jan 2014 21:25:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
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		<category><![CDATA[Belisario Betancourt]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo de Estado]]></category>
		<category><![CDATA[Turbay Ayala]]></category>

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		<description><![CDATA[  Annalisa Melandri — www.annalisamelandri.it por Rebelión  Hernando Calvo Ospina es autor de una docena de libros, entre los que se encuentra “Colombia, laboratorio de embrujos. Democracia y terrorismo de Estado”, que es la historia del sistema represivo en ese país. Aquí nos cuenta algunas etapas de la “tradición” violenta de un Estado que mantiene [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/179338_1-1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9458" alt="179338_1 (1)" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/179338_1-1.jpg" width="512" height="578" /></a></p>
<p> </p>
<p><strong>Annalisa Melandri</strong> — <a href="http://www.annalisamelandri.it">www.annalisamelandri.it</a></p>
<p>por <a href="http://www.rebelion.org">Rebelión </a></p>
<p><em>Hernando Calvo Ospina es autor de una docena de libros, entre los que se encuentra “Colombia, laboratorio de embrujos. Democracia y terrorismo de Estado”, que es la historia del sistema represivo en ese país. Aquí nos cuenta algunas etapas de la “tradición” violenta de un Estado que mantiene la imagen de “democrático”. </em><br />
<i><b><br />
</b></i><i><b>Annalisa Melandri. En América latina en los años ‘70 y ‘80 la mayoría de los países agonizaban bajo dictaduras militares sangrientas como fue el caso de Chile, Argentina y Uruguay entre otros. En Colombia, a excepción del general Rojas Pinilla, que gobernó entre junio de 1953 y mayo de 1957, y fue menos represivo que la mayoría de gobiernos elegidos, nunca han habido golpes de Estado ni juntas militares propiamente dichas. ¿Por qué?</b></i></p>
<p><b>Hernando Calvo Ospina.</b> Al revisar la historia, nos damos cuenta que en Colombia nunca ha existido una verdadera democracia, y que casi todos los gobiernos se han caracterizado por graves violaciones a los derechos humanos.</p>
<p>Para no ir muy lejos miremos el de Turbay Ayala (1978–1982). Este tuvo particularidades fundamentales dentro del marco represivo. A un mes de posesionado promulgó el Estatuto de Seguridad Nacional, que fue lo más cercano al modelo impuesto por las dictaduras del Cono Sur, estableciendo los mecanismos para sustentar la terrible ola represiva que llegó. Las Fuerzas Militares y de policía fueron investidas de facultades extraordinarias, incluidas las judiciales. Se criminalizó toda práctica de oposición política y a todo tipo de protesta social, asociando todo con la subversión. Las Fuerzas Armadas tomaron el poder en Colombia, en un proceso que venía caminando desde los años sesenta, y sin dañar la imagen “democrática” al tener a un civil al frente del gobierno.<span id="more-9457"></span></p>
<p>Turbay terminó de hacer lo que su antecesor, Alfonso López Michelsen, empezó: militarizar las ciudades con el pretexto de acabar con las “redes de apoyo” de la guerrilla rural. Según Amnistía Internacional, 60 mil personas pasaron por las cárceles, casi todas bien torturadas. La inmensa mayoría sin ninguna relación con las guerrillas, las cuales no llegaban a tener ni mil combatientes en conjunto. (1)</p>
<p>Otra particularidad de este gobierno, es que por primera vez Colombia fue puesta bajo el juicio de organizaciones internacionales de derechos humanos, como la ONU. Lo que se volvió una costumbre hasta el día de hoy. A nivel interno también se le llamó la atención porque fueron reprimidos algunos “muchachos” de la burguesía intelectual. Esto ya era demasiado.</p>
<p> </p>
<p><i><b>AM. Con el gobierno que siguió, el de Belisario Betancourt, ¿qué pasó? ¿No se intentó de alguna forma una “pacificación” nacional?</b></i></p>
<p><b>HCO. </b>El gobierno de Belisario Betancourt (1982–1986) fue más “terrible” que el de Turbay. Llegó a la presidencia hablando de paz, dio amnistía a los presos políticos, y empezó diálogos con algunas organizaciones guerrilleras. Y arrancó la matazón a ex presos políticos, dirigentes populares y miembros de organizaciones de derechos humanos. Claro, se dijo que era responsabilidad de sicarios “desconocidos”, o de “enemigos agazapados de la paz”. Pero poco a poco se fue confirmando que eran aparatos especiales de las fuerzas policías y del ejército.</p>
<p>Este gobierno institucionalizó la práctica más aberrante de la represión estatal, porque la víctima en este caso no está ni viva ni muerta: la detención-desaparición. Este gobierno, entre discursos y negociaciones de paz, también empezó a nacionalizar el paramilitarismo. El ejército coordinaba, mientras terratenientes, empresarios, y, especialmente, los narcotraficantes financiaban. Así el ejército le fue pasando la “guerra sucia”, la mala imagen, a un aparato que llegó a ser esencial en el corazón del terrorismo de Estado. Este gobierno fue el responsable de haberse opuesto a que las FARC se desarmaran y convirtieran en partido político, al haber comenzado el exterminio de los miembros de la Unión Patriótica, una propuesta de la organización guerrillera, con miras a dejar las armas.</p>
<p> </p>
<p><i><b>AM. Hernando, entonces, ¿se puede decir que la práctica de terrorismo de Estado empezó con estos gobiernos? ¿O tiene otros orígenes?</b></i></p>
<p><b>HCO.</b> Para comprender el actual terrorismo de Estado, debemos recordar sus primeros y lejanos pasos. Es fundamental conocer la historia, y esta dice que el Estado colombiano ha sido uno de los vanguardistas en la represión a su población en el continente.</p>
<p>En los primeros 25 años del siglo pasado empezaron a llegar las empresas estadounidenses para apoderarse de tierras, oro, platino y petróleo, principalmente. Bueno, no se apoderaron: pidieron y los gobiernos dieron. En octubre de 1924 se dio una huelga contra la Tropical Oil. La huelga fue declarada “subversiva”. Era la primera vez que se utilizaba este término en el país para estigmatizar, y tener el pretexto a reprimir. Sobre los 3 mil obreros se lanzó al ejército, el que apenas empezaba a ser institución nacional.</p>
<p>Ante el avance de huelgas y protestas, el razonamiento fue que existía una confabulación internacional del “comunismo”. Se sumó a ello la creación del Partido Socialista Revolucionario en 1926. A mediados de 1927 el ministro de Guerra dijo: “ <i>La ola impetuosa y demoledora de las ideas revolucionarias y disolventes de la Rusia del Soviet</i> […] <i>ha venido a golpear a las playas colombianas amenazando destrucción y ruina y regando la semilla fatídica del comunismo</i> .” (2) No olvidemos que en 1917 Lenin había creado al primer estado socialista.</p>
<p>En octubre de 1928 se promulgó la Ley de Defensa Social. Su eje central fue prohibir la formación de organizaciones populares y sindicales de oposición; impedir por todos los medios la difusión de “ideas socialistas”; establecer mecanismos que condenaran rápidamente a los implicados en los delitos contemplados en esa ley. Además, dejaba muy en claro quién decidía si una expresión social de inconformismo era legal. Esta ley marcó la pauta en la concretización de un marco teórico altamente represivo.</p>
<p>Así Colombia se adelantó 34 años a los teóricos del Pentágono estadounidense, en la formulación de la doctrina que ordenaba combatir al “enemigo interno”. (3)</p>
<p>¿Es que lo dictado por esa ley de 1928 difiere mucho de lo establecido en la actualidad?</p>
<p> </p>
<p><i><b>AM. Respecto al tema que estamos tratando, o sea el terrorismo y la represión de Estado ¿cuáles son las diferencias, si las hay, entre el gobierno del actual presidente Manuel Santos y el de su predecesor Álvaro Uribe?</b></i></p>
<p><b>HCO.</b> En Colombia el sistema represivo no se recicla: se moderniza y aumenta su socialización. ¿Qué necesidad tiene el presidente Santos de inventar otros mecanismos represivos si ya todos los tiene en la mesa? Le bastan y le sobran. Lo único que está haciendo es seguir los pasos de Uribe, que a su vez se apoyó en los de Andrés Pastrana, el cual retomó y aumentó lo realizado por Cesar Gaviria, quien había adoptado leyes altamente represivas para frenar las protestas que trajo la entrega de la economía al neoliberalismo.</p>
<p>Recordemos que cuando Santos fue ministro de Defensa de Uribe se multiplicaron los llamados “falsos positivos”, o sea, civiles asesinados por el ejército o sus grupos paramilitares para hacerlos pasar por guerrilleros, y así mostrar “eficacia”. Santos hoy camina sobre los pasos de Uribe, aunque con su propio estilo. Uribe, con Santos como ministro, puso la represión acorde al momento internacional: la llamada lucha contra el “terrorismo”. En lo que sí Uribe innovó fue al permitir que la CIA trajera su mejor tecnología de espionaje, represión y muerte, además de entregarle la coordinación de los servicios de inteligencia colombianos. En ese entonces, Santos le brindó más espacio al MOSSAD israelí en esas labores de inteligencia contrainsurgente. Que esos extranjeros los mandaran, quizás fue algo vergonzoso para los militares y policías colombianos, debido a su gran experiencia. Pero es cierto que ante los resultados ellos se han llevado los aplausos.</p>
<p> </p>
<p><i><b>AM. ¿Las diferencias entre Santos y Uribe serían entonces más de forma que de sustancia?</b></i></p>
<p><b>HCO.</b> La manera de actuar de Santos se diferencia a la de Uribe en el estilo. Para Uribe, que es un terrateniente, Colombia fue su hacienda, y la mayoría de habitantes sus vacas a ordeñar y matar. Santos hace parte de la oligarquía tradicional, esa que ya está acostumbrada a gobernar, reprimir, arriar y matar a las “vacas”, se llamen obreros o campesinos. Entonces reprime de manera “natural”, no tiene necesidad de gritar que es él quien tiene el látigo.</p>
<p> </p>
<p><i><b>AM. ¿Se puede decir que la oligarquía colombiana en su afán de agarrarse al poder se ha mantenido haciendo campañas de “pacificación”?</b></i></p>
<p><b>HCO.</b> No hay que olvidar que la oligarquía le teme a todo, ¡porque hasta una huelga de médicos ha dado para que se declare estado de sitio! Todas las oligarquías del mundo tienen temor de perder el poder y sus riquezas. Y entre ellas saldan diferencias cuando ven en peligro sus intereses. Porque ellas sí que tienen conciencia de clase. Esa misma que le falta a muchos dirigentes de la izquierda mundial. Las oligarquías de la región, a diferencia de la colombiana, saben absorber, integrar y manipular la protesta social sin necesidad de llegar a los niveles represivos que hay en Colombia. Las “campañas de pacificación” en Colombia no se detienen ni para tomar aliento, pues eso es lo que le sobra a la oligarquía para reprimir.</p>
<p>Ya vimos que cambia de tácticas, de formas, se acondiciona, pero la represión contra el pueblo no ha parado, en particular desde el asesinato del dirigente del partido Liberal, Jorge Eliecer Gaitán, en 1948. Aunque como estrategia contrainsurgente empezó desde las primeras luces de los años cincuenta, cuando los campesinos de los llanos orientales y de otras zonas del país se empezaron a organizar para pedir tierras y algunas reformas. Colombia tuvo la primera escuela contrainsurgente de América Latina, en 1959. Y las FARC y el ELN nacieron en 1964…</p>
<p> </p>
<p><i><b>AM. Los diálogos que se están llevando en Cuba, entre la guerrilla de las Farc y el gobierno colombiano, parecen haber logrado acuerdos en algunos puntos importantes. Sin embargo ya son muchos los muertos y las detenciones ilegales en lo que va desde los comienzos de este proceso, entre los luchadores sociales y los integrantes de la Marcha Patriótica. ¿Puede ser una estrategia del poder para cansar a la oposición y entre tanto tomar tiempo? ¿Cuánto tendrá que esperar el pueblo colombiano para vivir en paz y con justicia social?</b></i></p>
<p><b>HCO. </b>Por donde se metan las organizaciones populares, sindicales, campesinas o la Marcha Patriótica, siempre serán judicializados o asesinados algunos de sus dirigentes y militantes. No te olvides de: “Asusta a uno y asustarás a cien. Mata a uno y asustarás a mil”.</p>
<p>Lo que pasa es que una porción del pueblo colombiano tiene una capacidad de resistencia y de lucha increíbles. ¡No deja de asombrarme! Me quito el sombrero un millón de veces ante aquellos que siguen luchando allá. En nuestro país, donde nos acostumbraron a convivir con la muerte, el asesinato y la represión. Donde a un dirigente sindical o campesino, hombre o mujer, negro o indio, no se le saluda como es lo habitual: “¿cómo amaneció?”, si no “¿cómo?, ¿¡amaneció!?”</p>
<p>¿Cuánto tendrá que esperar el pueblo colombiano para vivir dentro de una real democracia, sin miedos a ser asesinado por balas o por hambre? Cuando la mayoría se una y lo exija, en las ciudades y campos. Ya es hora de que cese esta terrible noche tan larga, y que “la libertad sublime derrame las auroras”, como dice el himno nacional. Y esto puede llegar en cualquier momento. Todas las condiciones están dadas.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><i><b>(*) Annalisa Melandri es periodista independiente y activista por la defensa de los derechos humanos – <a href="http://www.annalisamelandri.it/" target="_blank">www.annalisamelandri.it</a></b></i></p>
<p> </p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><b>NOTAS</b></span></p>
<ol>
<li>Las principales guerrillas en ese momento eran las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC); Ejercito de Liberación Nacional (ELN); Ejército Popular de Liberación (EPL), Movimiento 19 de Abril (M-19) y Autodefensa Obrera (ADO).</li>
<li><i>Memorias del Ministerio de Guerra, Ignacio Rengifo</i> , <i>1927</i> . Citado en Renán Vega Cantor: <i>Colombia entre la Democracia y el Imperio</i> . Editorial El Búho, Bogotá, 1989.</li>
<li>Hernando Calvo Ospina. Colombia, laboratorio de embrujos. Democracia y terrorismo de Estado. Ed. Foca. Madrid, 2008.<span style="color: #666666;"> </span></li>
</ol>
<blockquote><p><span style="color: #666666;"> </span></p></blockquote>
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		<title>Víctor Polay Campos: “Sul banco degli accusati. Terrorista o ribelle?” (Il libro– Capitolo IV)</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jan 2014 13:45:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Invito alla lettura/Invitación a la lectura]]></category>
		<category><![CDATA[Perù]]></category>
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		<description><![CDATA[Riprende, dopo una pausa, la pubblicazione del libro di Victor Polay Campos “Sul banco degli accusati. Terrorista o ribelle?” tradotto in italiano da Marisa Masucci. INDICE /Dedica /Prologo /In memoria /Introduzione Capitolo I Capitolo II  Capitolo III Capitolo V Capitolo VI     CAPITOLO IV Nella residenza dell’ambasciatore del Giappone LA SOLIDARIETÀ  DEI NOSTRI COMPAGNI… Nel dicembre [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Riprende, dopo una pausa, la <a href="http://www.annalisamelandri.it/2013/04/victor-polay-campos-sul-banco-degli-accusati-terrorista-o-ribelle-il-libro/">pubblicazione</a> del libro di Victor Polay Campos “Sul banco degli accusati. Terrorista o ribelle?” tradotto in italiano da Marisa Masucci.</p>
<p><a href="http://www.annalisamelandri.it/2013/04/victor-polay-campos-sul-banco-degli-accusati-terrorista-o-ribelle-il-libro/">INDICE /Dedica /Prologo /In memoria /Introduzione</a></p>
<p><a href="http://www.annalisamelandri.it/2013/04/victor-polay-campos-sul-banco-degli-accusati-terrorista-o-ribelle-il-libro-capitolo-i/" target="_blank">Capitolo I</a></p>
<p><a href="http://www.annalisamelandri.it/2013/04/victor-polay-campos-sul-banco-degli-accusati-terrorista-o-ribelle-il-libro-capitolo-ii/" target="_blank">Capitolo II </a></p>
<p><a href="http://www.annalisamelandri.it/2013/08/victor-polay-campos-sul-banco-degli-accusati-terrorista-o-ribelle-il-libro-capitolo-iii/">Capitolo III</a></p>
<p><a href="http://www.annalisamelandri.it/2014/02/victor-polay-campos-sul-banco-degli-accusati-terrorista-o-ribelle-il-libro-capitolo-v/">Capitolo V</a></p>
<p>Capitolo VI</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: x-large;"><strong>CAPITOLO IV</strong></span></p>
<p><b>Nella residenza dell’ambasciatore del Giappone</b></p>
<p><b>LA SOLIDARIETÀ  DEI NOSTRI COMPAGNI…</b></p>
<p><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/Diapositiva14.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9424" alt="" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/Diapositiva14.jpg" width="219" height="326" /></a></p>
<p align="center"><b>Nel dicembre del 1996 fa il giro del mondo la notizia che un commando del MRTA, capeggiato da Néstor Cerpa Cartolini, ha occupato la residenza dell’ambasciatore del Giappone. La stampa mondiale punta gli occhi sul Perù, <em>Le Monde</em>, uno dei quotidiani più prestigiosi del pianeta, e la sua rivista <em>Le Monde Diplomatique</em>, edita nelle principali lingue del mondo e con una tiratura globale di quasi due milioni di copie, trattano questo evento in due interessanti articoli.</b></p>
<p align="center"><b> </b></p>
<p align="center"><b>Le radici della violenza</b></p>
<p align="center">Articolo pubblicato sul quotidiano <i>Le Monde</i> il 10 gennaio 1997 e riprodotto su <i>La República</i> domenica 19 gennaio 1997</p>
<p align="center"><b>Alain Abellard</b></p>
<p>Com’è che un gruppo proveniente da un movimento di guerriglieri militanti sconfitti, che non conta su nessun appoggio popolare, sia arrivato – con un’efficacia che ha sorpreso il mondo intero – ad attaccare la residenza dell’ambasciatore del Giappone a Lima, il 17 dicembre 1996? Dove il Movimento Rivoluzionario Túpac Amaru ha trovato l’energia e i mezzi per concepire ed attuare, in Perù, il più spettacolare sequestro di ostaggi mai realizzato nel continente americano?<span id="more-9411"></span></p>
<p>Queste domande ritornano fino all’ossessione nella mente delle autorità peruviane. Risuonano come l’ammissione della ripresa delle loro azioni dopo sei anni, di fronte a una violenza politica che pensavano di aver eradicato.</p>
<p>Qualunque sia il suo epilogo, il sequestro di ostaggi a Lima dissipa l’equivoco sostenuto dal presidente peruviano, Alberto Fujimori, sulla realtà del suo Paese. Sebbene la comunità internazionale non abbia smesso di appoggiare le autorità di Lima, il “coup de force” dell’MRTA distrugge l’immagine di un Perù pacifico, senza rischi e riconciliato dopo 15 anni di una violenza politica che ha causato più di 30 mila morti.</p>
<p>Per finire, l’azione del MRTA – che ancora oggi, giovedì 9 gennaio, mantiene sotto sequestro 74 persone – fa ricordare che nessuna democrazia, comprese quelle relative, può imporre in maniera indeterminata le sue leggi eccezionali senza provocare reazioni esorbitanti.</p>
<p>Senza che qui si voglia giustificare la sua azione, il commando dell’MRTA ha messo in atto un’azione terrorista nei confronti di uno Stato che usa mezzi terroristici per pacificare il Paese. I successi militari ottenuti dopo sei anni contro Sendero Luminoso e l’MRTA sono culminati con la detenzione nel 1992 dei principali dirigenti dei due movimenti armati. La lotta portata avanti dalle autorità ha comportato una fortissima riduzione della</p>
<p>delinquenza politica, che è scesa da 3.500 vittime nel 1990 a 540 nel 1995.</p>
<p>Questa “vittoria militare” spiega perché la popolazione abbia sostenuto in larga maggioranza l’”autoputsch” dell’agosto del 1992, condotto dal Presidente Fujimori, eletto nel 1990. Essa spiega anche la sua rielezione nella prima tornata delle elezioni presidenziali del 1995.</p>
<p>Il presidente Fujimori non ha rimosso le cause che hanno prodotto la “violenza ideologica”. Oggi le autorità di Lima si trovano ostaggio di una prova di forza in cui ci si interroga sullo stesso funzionamento dello Stato. Il pieno potere affidato alle forze dell’ordine, la sottomissione totale del Potere Giudiziario, l’esistenza di tribunali eccezionali, con giudici privi di criteri per interpretare le norme, sono le cause fondamentali.</p>
<p>Le disposizioni eccezionali hanno inviato, d’accordo con i difensori dei diritti umani, più di 1.200 innocenti sulle 5.000 persone raggruppate nelle carceri di massima sicurezza, riservate ai “terroristi e ai traditori della patria”. Più della metà del Paese è sottoposta a regimi speciali di ordine pubblico, incompatibili con una vita democratica.</p>
<p>I trattamenti imposti ai prigionieri dell’MRTA, denunciati dai membri del commando dell’ambasciata del Giappone a Lima, sono effettivamente inumani. Le testimonianze di (vecchi) condannati e di uomini che si sforzano per migliorare le condizioni carcerarie lo confermano, così come confermano l’uso generale e permanente della tortura durante i periodi di accusa giudiziaria. I militanti, e soprattutto i dirigenti detenuti dell’MRTA, sono sottoposti a un isolamento totale, vivendo 23 ore e 30 minuti su 24 in semi-oscurità, soffrono di denutrizione e di assenza di assistenza medica. I casi di pazzia sono numerosi.</p>
<p><b>Impunità inconcepibile</b></p>
<p>Questi trattamenti, che rivelano una violenza extra-giudiziaria, non avranno altro effetto che quello di rafforzare in loro la convinzione che non avevano niente da aspettarsi da uno Stato che disprezzava le persone umane fino a questo punto.</p>
<p>Per i pochi che sono ancora liberi ciò ha alimentato la rabbia e l’odio. Questi due ingredienti sono sufficienti ai membri del commando di Lima per giustificare la loro azione, come viene testimoniato ripetutamente dai comunicati dell’MRTA, che fanno del miglioramento delle condizioni di detenzione un’esigenza per la cessazione della loro operazione.</p>
<p>A questo bisogna aggiungere gli effetti devastanti di un’amnistia accordata nel 1995 a tutti i militari e membri delle forze dell’ordine implicati dal 1980 nella “guerra sporca” contro il terrorismo. Negli archivi sulle violazioni dei diritti umani (circa 5.000 sparizioni ed esecuzioni) sono stati classificati senza seguito, decisione che i difensori dei diritti umani hanno considerato una “inconcepibile impunità che non permette la riconciliazione totale nel Paese”. L’assoluzione accordata ai militari e alle forze dell’ordine contiene in potenza il fermento di azioni radicali da parte di gruppi sovversivi che non si limiterebbero a Sendero Luminoso o all’MRTA.</p>
<p>Il carattere ingiusto di questa legge è stato rafforzato dall’adozione di un altro testo che impedisce al Potere Giudiziario di pronunciarsi sull’ammissibilità di querele presentate dalle vittime dei crimini. Così, i responsabili dei massacri di Barrios Altos (che causò 16 vittime nel novembre 1991) e di La Cantuta (giugno 1992) – perpetrati da squadroni della morte del gruppo paramilitare Colina – non saranno mai puniti. E, a differenza del Guatemala, per esempio, dove l’amnistia concerne i belligeranti, quella accordata in Perù riguarda solo i crimini commessi dai responsabili del comando e dell’esecuzione appartenenti allo Stato.</p>
<p><b>Sviluppo diseguale</b></p>
<p>Ogni volta che vengono interrogati su questi punti, Alberto Fujimori e le autorità di Lima si limitano a rispondere che tale visione del Perù proviene da persone “male informate, soprattutto all’estero”. La “pacificazione militare” è diventata un fine che giustifica tutti i mezzi.</p>
<p>L’altra conseguenza immediata della prova di forza realizzata dall’MRTA è fare a pezzi lo stereotipo di un Paese, buon alunno del Fondo Monetario Internazionale (FMI) partecipe nella costruzione di una via che porta alla prosperità economica. La constatazione di un popolo alla mercé dell’arbitrio dello Stato ne porta con sé un’altra, che rivela la situazione economica, ugualmente denunciata dal commando dell’MRTA.</p>
<p>Dal 1990 il governo di Fujimori si è dato a una politica economica liberale, una costruzione formale dalla quale continua ad essere esclusa più della metà della popolazione, che vive in condizioni di estrema povertà. I quartieri poveri delle periferie di Lima (otto milioni di abitanti) testimoniano uno sviluppo diseguale. Il contrasto è dimostrato dall’incremento inesorabile della miseria, che fa che dal 1990 i ricchi siano ancora più ricchi e i poveri vivano sempre di più nella miseria.</p>
<p>La riduzione dell’iperinflazione (dal 7.000% nel 1990 al 10% nel 1996) è stata ottenuta con una serie di misure nelle quali l’unica variabile di aggiustamento è stata la maggiore precarietà della gente più modesta.</p>
<p>Nel 1996 il 60% dei lavoratori attivi della popolazione peruviana operava nel settore informale dell’economia, senza nessuna prospettiva di miglioramento del suo benessere. Il suo disincanto reale si esprime con la caduta di circa il 35% di popolarità del capo di stato nell’arco dell’anno 1996.</p>
<p>Il Presidente Alberto Fujimori persiste nel considerare la crisi degli ostaggi di Lima come un “fatto semplice e isolato che non avrà conseguenze nel futuro del Paese”. La prova di forza corre il rischio, quindi, di continuare ancora per molto nella realtà peruviana.</p>
<p> </p>
<p align="center"><b>“Morti viventi e morti tout court”</b></p>
<p align="center">Articolo di <i>Le Monde Diplomatique</i>, giugno 1997</p>
<p align="center"><b>Maurice Le Moine</b></p>
<p>Circa 4.000 “sovversivi comunisti” si trovano reclusi in Perù per il fatto di appartenere a Sendero Luminoso o al Movimento Rivoluzionario Túpac Amaru (MRTA).</p>
<p>Secondo Amnesty International, più di 900 sono stati accusati ingiustamente di “crimini terroristici” e molti innocenti sono stati condannati come gli altri da “giudici senza volto”, scontando lunghe pene detentive in condizioni terribili.</p>
<p>La sorte riservata ai dirigenti sa più di vendetta che di applicazione della giustizia, più di crudeltà che di mantenimento della sicurezza pubblica. I telespettatori di tutto il mondo hanno potuto vedere le immagini dello show aberrante nel corso del quale Víctor Polay Campos, dirigente dell’MRTA, e Abimael Guzmán, fondatore di Sendero Luminoso, entrambi arrestati nel 1992, sono stati esibiti davanti alla stampa, chiusi in gabbie e con i vestiti a righe dei forzati.</p>
<p>Le condizioni di detenzione di Abimael Guzmán – capo di un movimento armato che ha commesso odiosi attentati e provocato migliaia di vittime innocenti tra la popolazione civile – sono state finalmente rese più umane perché si è “pentito”. Al contrario, Víctor Polay, “comandante Rolando”, e i suoi compagni, che hanno rifiutato di chiedere pubblicamente la smobilitazione dell’MRTA, subiscono la vendetta delle autorità.</p>
<p>Sottoposto a un isolamento totale, Víctor Polay si trova sepolto vivo in un rettangolo di cemento armato di tre metri per due costruito sotto terra nella Base Navale del Callao, alla periferia di Lima. Una prigione-tomba costruita per distruggere fisicamente, psichicamente e moralmente. La costruzione comprende otto strette celle, ognuna delle quali con un lucernario così stretto da permettere l’entrata diretta della luce per non più di una decina di minuti. Isolato ventitré ore al giorno, senza contatto fisico con i suoi guardiani, quasi cieco a causa dell’oscurità permanente, Víctor Polay, così come i suoi compagni, non ha diritto a più di una visita al mese di trenta minuti.</p>
<p>Il miglioramento delle condizioni di detenzione dei membri dell’MRTA era uno degli obiettivi del commando che occupò la residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima, che aveva sicuramente misurato i rischi di un’azione di questo tipo, senza prevedere che molti di loro sarebbero stati freddamente assassinati.</p>
<p>L’assalto realizzato dal commando di élite delle Forze Armate è stato, dal punto di vista militare, un’operazione brillante. Fonti peruviane ammettono che i militari abbiano ricevuto aiuti tecnologici dagli Stati Uniti e che specialisti del Regno Unito e di Israele li abbiano preparati per liberare gli ostaggi. Lo scontro è stato tuttavia limitato, il gruppo di assalto era informato del momento in cui i guerriglieri, tutti i giorni alla stessa ora, disputavano una partita di calcetto. Contrariamente alle affermazioni delle autorità, alcuni membri dell’MRTA sono stati uccisi: dopo essersi arresi e disarmati, sono stati condotti vivi in un edificio confinante con la residenza. Secondo quanto affermato da un ostaggio, uno dei ribelli, Ernesto (Tito) Cruz, fatto prigioniero, è stato portato via con le mani legate.</p>
<p>Una donna, giovane, catturata viva, implorava – sempre secondo gli ostaggi, ancora anonimi – “non mi uccidete”.</p>
<p>Mezzo samurai e mezzo imperatore, Fujimori si è potuto pavoneggiare tra le truppe vittoriose appena terminato il massacro. Dopo l’amnistia che egli fece approvare nel 1995 per tutti i militari e i membri delle forze dell’ordine implicati dal 1980 nella “guerra sporca” contro i gruppi sovversivi, i processi contro le violazioni dei diritti umani (circa 5.000 sparizioni e esecuzioni) sono stati archiviati senza risultato.</p>
<p>Giusta ricompensa? Durante le elezioni nel Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, il primo maggio 1997 a New York, il Perù è stato eletto membro della Commissione per i Diritti Umani, con sede a Ginevra, per un periodo di tre anni.</p>
<p align="center"><b>Durante l’occupazione della residenza dell’ambasciatore del Giappone, un commando delle Forze Speciali del Movimento Rivoluzionario Túpac Amaru (MRTA) emise due comunicati, attraverso i quali si sollecitava il miglioramento delle condizioni carcerarie dei reclusi nella Base Navale del Callao, così come una proposta di dialogo per una soluzione alla violenza politica così espressa:</b></p>
<p align="center"><b>“Perché, rispettosi del sentimento del nostro popolo, che vorrebbe risolvere i problemi pacificamente, siamo disposti a percorrere questo cammino difficile e complesso”. Di seguito vengono riportati i due comunicati, riportati dal libro <i>“Base Tokio. </i><i>La crisis de los rehenes en el Perú”</i>, pubblicato da Empresa Editora <em>El Comercio</em>.</b></p>
<p align="center"><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/Diapositiva21.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9425" alt="" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/Diapositiva21.jpg" width="562" height="339" /></a></p>
<p> </p>
<p align="center"><span style="font-size: x-large;"><b>Comunicato N°1</b></span></p>
<p><strong>Lima, 20 dicembre 1996</strong></p>
<p><strong>All’opinione pubblica nazionale e internazionale:</strong></p>
<p>1. L’MRTA reitera che la misura estrema di occupare la residenza dell’ambasciatore del Giappone obbedisce alla necessità di salvare la vita dei nostri compagni detenuti, sottoposti a un rigido regime carcerario.</p>
<p>2. Il trattamento che stiamo riservando alle persone trattenute è in accordo con le linee di rispetto della dignità umana che hanno sempre caratterizzato la nostra organizzazione.</p>
<p>3. Ratifichiamo che per facilitare una soluzione politica e negoziata a questi fatti abbiamo proceduto a liberare incondizionatamente tutte le donne ed anche gli uomini con problemi di salute dovuti all’età avanzata, compresi familiari dello stesso signor Fujimori.</p>
<p>4. Da parte del Governo, tuttavia, continua ad esserci un atteggiamento che mette in difficoltà soprattutto le persone catturate dall’MRTA, poiché l’interruzione dei servizi telefonici, dell’acqua e della luce è, in pratica, una misura repressiva contro le persone alle quali dovrebbe maggiormente essere fornito appoggio.</p>
<p>5. Confermiamo che l’unica soluzione possibile può passare attraverso l’accoglimento delle nostre richieste e la liberazione di tutti i nostri detenuti.</p>
<p>6. Pensiamo che un tale gesto aiuterebbe a fare i primi passi verso una soluzione globale al problema della violenza politica attraverso la via del dialogo e un accordo di pace più duraturo.</p>
<p>7. Abbiamo illustrato questa posizione alle persone che teniamo prigioniere, soprattutto ai signori del corpo diplomatico qui presenti e con i quali potremmo stilare un cronogramma di passi da fare per portare avanti una soluzione integrale.</p>
<p>8. Pensiamo che l’atteggiamento del Governo, di alcune autorità e di determinati giornalisti, che continuano a qualificarci come “assassini e terroristi” non contribuisca per niente ad una soluzione.</p>
<p>9. Questa posizione di dialogo proposta dall’MRTA non è nuova. Nel corso della nostra esistenza abbiamo sempre dimostrato disposizione al dialogo, per cui il Governo non deve considerarla come una posizione di debolezza da parte nostra, pensando che una politica di logoramento apra la speranza di una nostra resa.</p>
<p>10.D’altra parte segnaliamo che attraverso la Croce Rossa Internazionale abbiamo sollecitato una comunicazione telefonica con i nostri compagni detenuti, al fine di conoscere il loro attuale stato di salute. Compiuto questo gesto da parte del Governo, procederemmo a liberare una quantità significativa di persone detenute e non vincolate alla politica del Governo.</p>
<p>11.Vogliamo precisare all’opinione pubblica internazionale che la detenzione dei signori membri del corpo diplomatico obbedisce alla necessità di mantenere un personale che possa garantire i requisiti necessari per cercare una soluzione pacifica.</p>
<p>12.Tuttavia, con la stessa enfasi con la quale abbiamo parlato e pianificato soluzioni integrali, ratifichiamo la nostra fermezza e le nostre richieste e sottolineamo che qualsiasi misura estrema che metta a rischio fisico l’integrità delle persone trattenute sarà unicamente responsabilità del Governo e di coloro i quali si sommano alla posizione secondo cui non bisogna cedere al cosiddetto “ricatto terrorista”, utilizzando il criterio sbagliato di negare i problemi strutturali che hanno dato origine alla violenza politica in Perù.</p>
<p><b>Comandante Hemigidio Huerta Mata*</b></p>
<p>*Pseudonimo di Néstor Cerpa Cartolini. Hemigidio Huerta è il nome di un operaio che morì durante l’occupazione della fabbrica di Cromotex, nel 1979. Huerta era il responsabile politico della direzione del MIR nella fabbrica.</p>
<p><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/Diapositiva32.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9427" alt="" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/Diapositiva32.jpg" width="438" height="265" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em>Guerriglieri dell’MRTA durante l’occupazione. Successivamente morirono tutti.</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/Diapositiva4.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9428" alt="" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/Diapositiva4.jpg" width="196" height="307" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em>Testo dello striscione MRTA: “Anche i familiari dei nostri detenuti li aspettano a casa. Pace per tutti i peruviani”.</em></p>
<p align="center"><span style="font-size: x-large;"><b>Comunicato N°2</b></span></p>
<p><strong>Lima, 22 dicembre 1996</strong></p>
<p><strong>All’opinione pubblica nazionale ed internazionale:</strong></p>
<p>1. L’MRTA è sorto nella vita politica del Paese per lottare contro un sistema che emargina la gran maggioranza dei peruviani.</p>
<p>2. Durante tutto il periodo del governo del signor Alberto Fujimori questa situazione non è cambiata, anzi è peggiorata, e oggi i poveri in Perù sono aumentati drammaticamente.</p>
<p>3. Per questo l’MRTA continua la sua lotta. Tuttavia, dopo aver occupato la residenza del Giappone, abbiamo espresso non solo l’esigenza di liberazione dei nostri compagni ma anche una proposta di dialogo che avrebbe potuto aumentare le possibilità di trovare punti in comune per ottenere un processo di pace e giustizia sociale.</p>
<p>4. Abbiamo fatto la proposta non perché consideriamo che il governo del signor Fujimori stia governando per i poveri ma perché, rispettosi del sentimento del nostro popolo che desidererebbe risolvere i problemi pacificamente, eravamo decisi a transitare per questo cammino difficile e complesso.</p>
<p>5. Tuttavia, nel suo messaggio del 21 dicembre, il signor Alberto Fujimori Fujimori continua ad usare termini di conflitto e a proporre in pratica la nostra resa e la nostra rassegnazione al fatto che i nostri compagni in prigione continuino a restare ammassati in vere e proprie carceri tomba, il che è inaccettabile.</p>
<p>6. Davanti agli occhi del Perù e del mondo risulta chiaro che da un lato si violano tutti i principi legali e si decidono amnistie per liberare militari e poliziotti responsabili di veri massacri e violazioni dei diritti umani, mentre dall’altro esiste inflessibilità e accanimento contro i veri lottatori sociali. Così non si comincerà mai a costruire la vera pace.</p>
<p>7. Nonostante ciò, e dimostrando un comportamento diverso da quello del governo, che non ha fatto altro che rendere più dura la situazione dei signori detenuti interrompendo servizi basici, procederemo a liberare immediatamente una quantità significativa di persone non legate direttamente o indirettamente ad azioni del governo, come un nostro gesto per le feste di Natale.</p>
<p>8. Rimarranno alla fine prigioniere dell’MRTA solo persone vincolate alla politica del regime, come ministri, viceministri, membri del Potere Giudiziario, parlamentari e alti comandi delle forze armate e di polizia, così come rappresentanti di imprese giapponesi e impresari di diversi rami.</p>
<p>9. Allo stesso modo terremo ancora con noi i signori diplomatici di Asia e America Latina e valuteremo più tardi l’opportunità di una loro liberazione.</p>
<p>10.Precisiamo e ratifichiamo che la liberazione delle autorità che da oggi rimangono prigioniere sarà possibile solo se il Governo disporrà la liberazione dei nostri militanti detenuti in diverse carceri.</p>
<p>11.Infine diciamo al nostro popolo che di fronte all’intransigenza ci rimane soltanto di confermare la via del diritto all’insorgenza e, se il signor Fujimori decidesse alla fine una soluzione militare, troverà sempre ogni tupacamarista con la stessa disposizione ed eroismo che abbiamo sempre posto nel difendere gli interessi storici del nostro popolo, ieri lottando per il nostro diritto al lavoro ed oggi difendendo il diritto alla vita dei nostri fratelli di lotta.</p>
<p><b>La Direzione Nazionale del MRTA</b></p>
<p><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/Diapositiva5.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9429" alt="" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/Diapositiva5.jpg" width="467" height="360" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em>Distaccamento guerrigliero del MRTA del Fronte Orientale. Si possono osservare in uniforme e a volto scoperto.</em></p>
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		<title>Colombia, degenera il conflitto agrario nel Catatumbo</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jul 2013 23:22:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[  di Annalisa Melandri — in esclusiva per L’Indro - 26 Giugno 2013 In Colombia, una protesta di circa 4mila contadini, (il cui numero si è quadruplicato negli ultimi giorni)  nella regione del Catatumbo (Norte de Santander), nella zona nordorientale del Paese  al confine con la Repubblica Bolivariana del Venezuela, iniziata pacificamente, è stata repressa duramente dall’esercito, provocando [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-9096" title="" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/1921736_g_3493c8_imgg.jpg" alt="" width="566" height="330" /></p>
<p> </p>
<p>di Annalisa Melandri — in esclusiva per L’<a href="http://www.lindro.it" target="_blank">Indro</a> - 26 Giugno 2013</p>
<p>In Colombia, <strong>una protesta di circa 4mila contadini, </strong>(il cui numero si è quadruplicato negli ultimi giorni)  nella regione del Catatumbo (Norte de Santander), nella zona nordorientale del Paese  al confine con la Repubblica Bolivariana del Venezuela, iniziata pacificamente, è stata repressa duramente dall’esercito, provocando due morti e oltre trenta 30 feriti, alcuni in gravi condizioni. Decine i detenuti, anche nei giorni precedenti.</p>
<p>La situazione è degenerata il 22 giugno scorso, quando militari antisommossa del reparto mobile ESMAD e della controguerriglia  hanno attaccato i manifestanti che stavano cercando di occupare il piccolo aeroporto di Ocaña, dopo che da giorni si stava <span id="more-9095"></span>intensificando la repressione dell’esercito sui manifestanti anche con «<em>uso sproporzionato della forza</em>», come condannato dalla Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH) con l’uso di gas lacrimogeni, proiettili di gomma e anche colpi di fucile sparati sia da terra che dagli elicotteri contro i contadini che dal 10 giugno scorso stavano protestando per la grave situazione umanitaria e sociale in cui si trovano a vivere, in una delle regioni  più povere e a più alta conflittualità sociale del Paese. Nell’attacco di quella giornata hanno perso la vita  i contadini, appena ventenni, <strong>Leonel Jácome</strong> ed <strong>Edison Franco Jaimes</strong>, gli altri feriti da armi da fuoco, quasi una decina, sono in gravi condizioni.</p>
<p><strong>L’azione militare è stata duramente condannata anche  dalla  Federazione  Internazionale dei Diritti Umani</strong> (FIDH) e dal Comitato Permanente per la Difesa dei Diritti  Umani (CPDH) che in un comunicato congiunto hanno chiesto «<em>la cessazione immediata delle ostilità, delle aggressioni e delle violazioni ai diritti  umani dei manifestanti</em>».</p>
<p>Anche alcune commissioni di verifica che si erano recate sul posto tra le quali quella di International Action For Peace (IAP), del Movimento Nazionale delle Vittime dei Crimini di Stato (MOVICE) e del Collettivo di Avvocati Luis Carlos Pérez sono stati raggiunti da colpi di fucile sparati dagli elicotteri, senza che nessuno dei suoi integranti risultasse ferito.</p>
<p>I contadini chiedono che venga ripreso il tavolo di Interlocuzione e Accordo  installato nel 2009, che sia  finalmente realizzata nel Catatumbo la  <strong>Zona di Riserva Contadina</strong> (con la quale alcune terre improduttive  e inutilizzate dello Stato sono consegnate ai contadini per rimetterle  in produzione) e perché sia avviato nella regione un <strong>piano agricolo alternativo al  programma di sradicamento delle piantagioni illegali di coca. </strong>Era iniziato infatti circa tre mesi una operazione imponente di sradicamento di coltivazioni di coca che ha messo letteralmente alla fame centinaia di famiglie che in quell’attività avevano la loro unica fonte di sostentamento.</p>
<p><strong>Emarginazione, latifondismo, povertà estrema, sfollamenti forzosi, mancanza di investimenti da parte dello Stato, sfruttamento selvaggio delle immense risorse naturali (petrolio, carbone e uranio) da parte delle multinazionali straniere, sono alcuni dei principali elementi da cui partire per poter comprendere quanto sta accadendo in questi giorni.</strong> Il tutto condito dalla presenza dei gruppi di insorti (FARC ed ELN) ma soprattutto dei paramilitari che svolgono il «<em>trabajo sucio</em>», il lavoro sporco, di esercito e polizia.</p>
<p><strong>Secondo il Collettivo Luis Carlos Pérez, i paramilitari del «bloque Catatumbo» delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), comandati da Salvatore Mancuso,  tra il 1998 e il 2005 hanno ucciso per lo meno 11.200 persone, provocato l’abbandono delle loro case e delle loro terre  di  19.000 famiglie (si parla di circa 60 mila persone),  la scomparsa di oltre 600 persone e hanno compiuto oltre 60 massacri. Sebbene smobilitati a partire dal 2004,  hanno continuato le loro attività criminali sotto nomi diversi.  </strong></p>
<p>Le terre sono rimaste prive di mani che le lavorassero,  le case abbandonate, le comunità frammentate e svuotate, sia in senso reale che figurato,  dei vincoli sociali e di sangue  che le tenevano unite. Una landa desolata preparata per ogni tipo di speculazione, da quella agricola con l’implementazione  delle monoculture come la  palma africana, che fa da cornice all’annientamento delle comunità contadine e rurali,  a quella delle concessioni facili alle imprese straniere per lo sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo. <strong>Tutto intorno, la mafia del narcotraffico, legata  a elementi  dell’esercito e delle istituzioni.</strong></p>
<p><strong>Ma il Catumbo rappresenta anche il paradigma del fallimento del Plan Colombia, </strong> il faraonico piano di aiuti stanziato dal Congresso degli Stati Uniti con lo scopo (di facciata) di lotta al narcotraffico. In realtà un gigantesco piano strategico militare  per gestire con gli aiuti internazionali la lotta alla guerriglia e per spianare la strada agli interessi economici cui si accennava sopra, nel quale gli Stati Uniti hanno investito tra il 2000 e il 2005 quasi tre miliardi di dollari con risultati del tutto discutibili rispetto alla lotta al narcotraffico.</p>
<p><strong>Le fumigazioni aeree con  glifosato</strong> hanno rappresentato, e rappresentano tutt’ora anche se forse in misura minore, una componente strategica del Plan Colombia. Non solo nel Catatumbo, ma anche in altre zone della Colombia, hanno distrutto oltre alle coltivazioni illegali di coca e papavero da oppio, anche ogni altra forma di produzione agricola, unica fonte  di sostentamento per le comunità contadine rurali e  hanno prodotto malattie di vario genere nelle popolazioni che vivono nelle zone, da quelle polmonari e dermatologiche, al cancro e alle malattie neurologiche.</p>
<p>Dopo circa un decennio di fumigazioni aeree, il cui uso è stato condannato da varie associazioni ambientaliste  ed umanitarie internazionali, si è passato più recentemente allo sradicamento manuale delle piante di coca, un metodo sicuramente più efficace e rispettoso del medio ambiente, ma che per la presenza invadente del territorio degli «<em>erradicadores</em>» provoca conflittualità sociale diffusa.</p>
<p><strong>Il governo non ha mai approntato, tuttavia, nonostante le promesse, un vero piano di sviluppo agrario alternativo</strong>; migliaia di famiglie in Catatumbo vivono esclusivamente grazie ai proventi delle coltivazioni illecite di coca: ignorare questo elemento e continuare nello sradicamento delle piantagioni  senza pensare a fornire loro  un’altra forma di sostentamento significa deliberatamente ignorare che questo vuol dire accendere la miccia di una polveriera sociale dalla portata enorme, ma anche ignorare deliberatamente la possibilità dello scatenarsi di una crisi sociale e umanitaria di notevoli dimensioni.</p>
<p><strong>Gilma Tellez</strong>, rappresentante dell’Associazione Contadina del Catatumbo (ASCAMCAT) ha dichiarato recentemente all’agenzia Efe, che «<em>non è un segreto che nella regione viviamo della coltivazione della coca,  tre mesi fa il governo ha mandato gli sradicatori manuali senza proporci nessuna alternativa e ora la gente non ha di che mangiare</em>».</p>
<p>La situazione con il passare delle ore non fa che peggiorare. Si succedono le notizie e proprio in questo momento giunge la  <a href="http://www.colectivodeabogados.org/Fuerza-publica-asesina-otros-dos">notizia</a> di <strong>altri due morti e vari  feriti</strong> in scontri che sono avvenuti oggi e che stanno continuando in queste ore nella zona di Aguas Claras.</p>
<p><strong>Ad oggi il numero dei contadini ad essere in mobilitazione è di circa 16mila,  </strong>piangono i loro morti che addebitano interamente al presidente <strong>Juan Manuel Santos</strong> e respingono con decisione le <a href="http://www.youtube.com/watch?v=3ItksYNGQeI">accuse</a> che lui ha mosso al movimento contadino di essere infiltrato dalla guerriglia, una vecchia e pericolosa strategia del potere colombiano per criminalizzare la protesta sociale.</p>
<p><strong>Le proposte che portano avanti sono articolate e numerose</strong>: oltre alle alternative economiche alla produzione di coca e alla creazione della  Zona di Riserva Contadina chiedono che venga rivisto il programma  minerario ed energetico previsto nella zona, che considerano una minaccia per la sopravvivenza delle comunità, condannandole allo sfollamento forzoso verso le città; condannano le detenzioni di contadini con l’accusa di presunti crimini vincolati al narcotraffico  per il delitto di ribellione come  un tentativo per disarticolare la protesta sociale; denunciano inoltre le violazioni  dei diritti umani commesse  contro la popolazione da parte della Task Force militare Vulcano presente nella zona.</p>
<p>La gravità della situazione, esplosiva ormai da tempo, portò appena un anno fa, ad aprile del 2012, il presidente Santos a tenere una intera <a href="http://wsp.presidencia.gov.co/Prensa/2012/Abril/Paginas/20120427_05.aspx">sessione</a> del Consiglio dei Ministri al completo a Timú, una località della regione.  Nel suo discorso alla comunità, dichiarandosi rappresentate di un governo le cui intenzioni sono quelle di «<em>aiutare i più poveri tra i poveri</em>» proferì una serie di promesse in tema di salute, edilizia popolare, viabilità, educazione.</p>
<p>«<em>Sappiamo che questa regione del Catatumbo è stata una delle regioni più colpite  dalla violenza</em>»,  dichiarò in quell’occasione, «<em>che ha problemi seri in materia di povertà di analfabetismo, di salute, di educazione, di mancanza di strade. Ne siamo consapevoli, ne siamo molto consapevoli</em>».</p>
<p><strong>Poi i dialoghi di pace a L’Avana con la guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia</strong>.  Il primo dei temi in agenda fu proprio la riforma agraria integrale, nevralgico per il raggiungimento della pace con giustizia sociale nel paese. Le parti, governo e guerriglia,  appena un mese fa davano notizia del raggiungimento di un accordo per poter procedere con la discussione degli altri temi. L’accordo sicuramente non prevedeva l’uso del  piombo dell’esercito sui contadini.</p>
<p> </p>
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		<title>La Colombia punta alla Nato o viceversa?</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jun 2013 03:37:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
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		<description><![CDATA[di Annalisa Melandri — in esclusiva per L’Indro — 5 Giugno 2013 In queste ultime settimane, l’impressione che offre l’attento esame di alcuni avvenimenti di carattere non solo politico ma anche economico e strategico che hanno avuto luogo in America latina, è  che la Colombia sembra ormai decisa a volersi allontanare  il più in fretta possibile [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-9057" title="SANTOS" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/SANTOS.jpg" alt="" width="567" height="324" /></p>
<p>di <strong>Annalisa Melandri</strong> — in esclusiva per <a href="http://www.lindro.it" target="_blank">L’Indro</a> — 5 Giugno 2013</p>
<p>In queste ultime settimane, l’impressione che offre l’attento esame di alcuni avvenimenti di carattere non solo politico ma anche economico e strategico che hanno avuto luogo in America latina, è  che <strong>la Colombia sembra ormai decisa a volersi allontanare  il più in fretta possibile — a  passi lunghi e ben distesi — dal progetto di integrazione regionale che fu tanto caro a Hugo Chávez e Néstor Kirchner</strong>, gli ex presidenti di Venezuela e Argentina entrambi ormai scomparsi.</p>
<p>Prima a livello economico, con la costituzione e promozione <strong>dell’Alleanza del Pacifico</strong>, un progetto neoliberale <span id="more-9055"></span>che vede la presenza oltre che della Colombia, del Cile, del Costa Rica, del Perú e del Messico, che gode della benedizione e del patrocinio di Washington e che va nella direzione diametralmente opposta a quella degli organismi promossi e realizzati dai governi più progressisti della regione quali il  Mercosur, l’Alba e l’Unasur. Poi a livello diplomatico con il Venezuela dell’attuale governo del presidente <strong>Nicolás Maduro, con il quale le relazioni  con la Colombia hanno recentissimamente preso una piega pericolosa</strong>. <strong>Sicuramente  “l’amicizia” tra Juan Manuel Santos e Hugo Chávez era  dettata più da pragmatismo politico che da sincera simpatia</strong>,  tuttavia le buone relazioni tra i due capi di Stato,  qualsiasi fosse stata la loro natura,  avevano  permesso la realizzazione di importanti obiettivi diplomatici, volti al ripristino di un clima di distensione nella regione, come accadde per esempio nella mediazione della crisi in Honduras, che permise il ritorno nel paese dell’ex presidente <strong>Manuel Zelaya</strong> destituito da un colpo di Stato nel 2009, e successivamente l’avvio dei dialoghi di pace a Cuba tra la guerriglia colombiana delle FARC  e il governo di Manuel Santos in cui il Venezuela svolge il ruolo di mediazione.</p>
<p><strong>L’incontro di Juan Manuel Santos avvenuto la settimana scorsa  con il leader dell’opposizione venezuelana, Enrique Capriles</strong>, responsabile intellettuale di 11 morti tra i sostenitori <em>chavisti</em> del governo  per aver incitato alla ribellione i suoi seguaci dopo le elezioni di aprile, che si rifiuta di riconoscere il risultato elettorale (Nicolás Maduro è risultato eletto con il 50,61 per cento dei voti) e che definisce Maduro “presidente illegittimo”,  ha sollevato in Venezuela, nel seno del governo, un vespaio di <strong>polemiche</strong>.</p>
<p>Sabato scorso, infine,  <strong>la dichiarazione di Juan  Manuel Santos della firma di un accordo di cooperazione che la Colombia sottoscriverà con  la NATO</strong> dando iniziando così ad  “<em>un processo di avvicinamento e  di cooperazione, con lo scopo di poter entrare in questa organizzazione</em>”,  sembra voler rappresentare  la classica ciliegina sulla torta.</p>
<p>Anche se alcuni osservatori, forse superficialmente, hanno considerato solo come provocatoria la dichiarazione del presidente colombiano, è senz’ altro vero che “il processo” è iniziato e che sia la Colombia che gli Stati Uniti non  hanno reso smentite in tal senso.  Le dichiarazioni da un lato e dall’altro,  volte sicuramente a placare le <a href="http://www.eltiempo.com/politica/reacciones-en-paises-del-alba-por-interes-de-colombia-en-la-otan_12843433-4">polemiche</a> in America latina rispetto alla posizione della Colombia  che gli sono state mosse dai governi di Venezuela, Bolivia, Ecuador e  Nicaragua, (“<em>una pugnalata al cuore dei popoli della Nostra America</em>” ha definito la notizia <strong>Daniel Ortega</strong>, presidente nicaraguense) tendono solo a precisare che la Colombia “<strong><em>non risponde ai requisiti geografici</em></strong>” per poter essere considerata paese membro  della NATO. E questo se di per sé è  abbastanza ovvio, è anche ovvio  che esistono molteplici forme di cooperazione con le quali  la Colombia potrà  in qualche modo entrare a far parte o “cooperare” con il Patto Atlantico, senza esserne nei fatti  membro.</p>
<p>Proprio qualche settimana fa il vicepresidente statunitense <strong>Joe Binden</strong> ha visitato sia la Colombia, ma anche il  Brasile e Trinidad e Tobago (prossime tappe a ottobre). <strong>Il presidente statunitense Barack Obama, infatti, in questo suo secondo mandato ha  deciso di rivolgere nuovamente lo  sguardo a sud, dopo anni di evidente disinteresse per il “<em>patio traser</em>o”, il cortile di casa. </strong>Avranno discusso Binden e Juan Manuel Santos della possibilità dell’ingresso della Colombia nella NATO? Non si sa, anche perché ufficialmente la visita aveva per oggetto i dialoghi di pace attualmente in corso con le FARC, l’Alleanza del Pacifico e il Trattato di Libero Commercio  in corso tra Stati Uniti e Colombia entrato in vigore un anno fa.</p>
<p>Tra i funzionari che accompagnavano Joe Binden, tutti di alto livello, anche la sottosegretaria di Stato per l’Emisfero Occidentale, <strong>Roberta Jacobson</strong> la quale, rispondendo alle polemiche sollevate dalla dichiarazione di Juan Manuel Santos ha dichiarato che «<em>il nostro obiettivo è sicuramente quello di sostenere la Colombia come membro forte e capace  di molte  organizzazioni internazionali tra le quali anche la Nato»</em>.</p>
<p><strong>Il ministro della Difesa Juan Carlos Pinzón invece, volendo smorzare il tono delle stesse polemiche ha in parte rettificato le dichiarazioni dello stesso presidente Santos, affermando che la Colombia «<em>non vuole e non può essere membro della NATO»</em>, ma vuole solo essere socio cooperante in tre temi specifici: diritti umani, giustizia militare e addestramento alle truppe.</strong> Ha assicurato inoltre che non verranno permesse basi e truppe americane in territorio colombiano. Di fatto però già ci sono. L’attacco colombiano al accampamento delle FARC situato in Ecuador il 1 di marzo del 2008,  nel quale sono stati uccisi oltre al numero due dell’organizzazione guerrigliera <strong>Raúl Reyes</strong>, anche 4 studenti messicani civili, è stato realizzato proprio con un ampio utilizzo di mezzi statunitensi.</p>
<p>La qualifica di “<strong><a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Aliado_importante_extra-OTAN">Major non NATO ally</a></strong>” (MNNA), cioè alleato importante non NATO viene conferita ad un gruppo di Paesi che pur non essendo a tutti gli effetti membri del Patto Atlantico (e quindi non partecipando al patto di difesa collettiva) mantengono con essa e con l’esercito statunitense, una strategia comune. Questo status venne concesso per esempio per decisione unilaterale degli Stati Uniti nel 1998 all’Argentina di Menem (in via di revisione) e più recentemente all’Afghanistan, ma,  solo per citarne alcuni,  ne godono anche il Giappone, l’Egitto e la Corea del Sud.</p>
<p>Potrebbe essere questa la via che probabilmente seguirà anche la Colombia, desiderosa come l’Argentina di allora di essere connessa “con la parte di mondo che conta” . In questo caso  i vantaggi che questo Paese  ne trarrebbe, oltre a quelli economici,  avrebbero sicuramente a che fare con il potenziamento dell’esercito e la sua specializzazione come forza militare di importanza strategica nella regione, professionalizzazione delle truppe e invio notevole di denaro, uomini e mezzi da parte degli Stati Uniti senza aver bisogno del parere favorevole del Congresso.</p>
<p>Tenendo conto che tra la Colombia e gli Stati Uniti è  ancora in vigore il tristemente (e fallimentare)  noto <strong><a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Plan_Colombia">Plan Colombia</a></strong>, un accordo bilaterale volto alla lotta al narcotraffico e all’ offensiva militare come strategia per risolvere il conflitto armato interno colombiano, nel quale gli Stati Uniti hanno investito solo tra il 2000 e il 2005 quasi tre miliardi di dollari con risultati del tutto discutibili su entrambi i  fronti,<strong> non si può non vedere dietro all’ intenzione  della Colombia di far parte della NATO, il pericolo di un’infiltrazione, o comunque di una presenza militare  nella regione.</strong></p>
<p>Già nel 2006 <strong>Álvaro Uribe</strong>, l’ex presidente colombiano, aveva manifestato l’intenzione del paese di far parte del Patto Atlantico e i due governi, quello colombiano e quello statunitense,  avevano intrapreso dialoghi in tal senso. <strong>Oggi alcuni settori della sinistra latinoamericana tornano a  temere quello che si temeva allora: che la Colombia possa diventare la punta di lancia in America latina di una possibile invasione statunitense</strong> (“esportando democrazia”) <strong> in Venezuela o di un supporto strategico in caso di colpo di Stato in quel Paese</strong>.</p>
<p>Il repentino cambiamento di atteggiamento del presidente  colombiano verso Nicolás Maduro, l’avvicinamento di Santos a settori dell’opposizione venezuelana apertamente golpisti ed eversivi rappresentati  dal leader politico Enrique Capriles, l’Alleanza del  Pacifico,  che rappresenterebbe  comunque un comodo paracadute in caso  di un repentino aggravarsi delle relazioni regionali,  la necessità da parte degli Stati Uniti di contrastare  l’imponente avanzata del colosso cinese in America latina e <em>last but not least, </em>i timori che ha Washington di un’infiltrazione dell’Iran nella stessa regione, oltre all’ “occasione” rappresentata dalla morte di Chávez, come momento di crisi interna al Venezuela,  sono tutti segnali che sicuramente potrebbero far temere infatti,  l’imminente arrivo di una “<strong>primavera latinoamericana</strong>”.</p>
<p> </p>
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		<title>L’America latina scopre i riciclatori di professione</title>
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		<pubDate>Fri, 31 May 2013 02:25:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Annalisa Melandri — in esclusiva per l’Indro  — 8 Maggio 2013 Sembrerebbe un problema marginale, e forse in parte lo è, rispetto a quelli sicuramente di maggior e più urgente impatto sociale e umano che affliggono ancora oggi l’America latina e i Caraibi,  e tuttavia non va sottovalutato, almeno per quanto riguarda la sua [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-8984 aligncenter" title="" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/reciclaje.jpg" alt="" width="594" height="347" /></p>
<div id="article_text">
<p>di Annalisa Melandri — in esclusiva per l’<a href="http://www.l'indro.it" target="_blank">Indro</a>  — 8 Maggio 2013</p>
<p>Sembrerebbe un problema marginale, e forse in parte lo è, rispetto a quelli sicuramente di maggior e più urgente impatto sociale e umano che affliggono ancora oggi l’America latina e i Caraibi,  e tuttavia non va sottovalutato, almeno per quanto riguarda la sua proiezione a lungo termine. <strong>Se il riciclaggio dei rifiuti nel Nord del mondo rappresenta  una sfida comunque alla portata dei  governi che a pieno titolo vogliono entrare nell’Olimpo della civiltà, nel Sud del mondo, per questo aspetto, siamo ancora gli albori della modernità. </strong>Eppure qualcosa si muove.<span id="more-8979"></span></p>
<p><strong>L’importanza dell’ecologia e della protezione dell’ambiente, seppure se lentamente, sta entrando nelle agende nazionali dei vari governi</strong>, anche se spesso spinta solo dalle proteste sociali legate ai disastrosi impatti sulla vita delle comunità rurali e indigene soprattutto per quanto riguarda le grandi opere, come quelle del settore minerario, della costruzione delle grandi centrali idroelettriche e delle opere di viabilità. Tuttavia spesso la difesa dell’ambiente in America latina nasce, paradossalmente, con gli occhi rivolti al passato, più che al futuro e si guarda alla protezione dell’ambiente più nell’ottica del mantenimento di una<strong>relazione ancestrale – che è sempre esistita —  tra l’uomo e la Madre Terra,</strong>  che in quella che ha come obiettivo finale il miglioramento, possibilmente nel più breve tempo possibile, della qualità della vita di questa e delle generazioni a venire o addirittura la stessa possibilità di sopravvivenza del genere umano, compatibilmente con la “modernità”. Non è detto che i due approcci non coincidano nell’obiettivo, la strada percorsa è tuttavia diversa. Si assiste paradossalmente infatti a casi in cui comunità indigene e contadine che mantengono uno stretto vincolo con la <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pachamama">Pachamama</a>, </em>non sappiano invece come gestire il problema dei rifiuti dai quali loro malgrado vengono sommerse, accerchiate come sono dal consumismo e dal capitalismo.</p>
<p><strong>Per questo le soluzioni ai problemi legati all’ecologia fanno ancora molta fatica ad uscire dagli ambiti nazionali e locali per poter diventare finalmente  tema di discussione regionale, anche se lentamente qualcosa sta cambiando grazie anche alla diffusione di internet. </strong>Anche la questione del <strong>riciclaggio dei rifiuti</strong> risente della limitazione imposta da questa mancanza di proiezione futura: viene vista infatti soprattutto e principalmente come <strong>fonte di impiego più che come pratica sociale di riduzione dell’impatto dell’uomo sulla natura</strong>, e quando questo avviene è grazie allo sforzo di reti ambientaliste e di associazioni di cittadini consapevoli dell’importanza della preservazione dell’ambiente prima che dell’impegno di governi e politici. Sono queste che costringono poi le politiche sociali ad occuparsi, anche se timidamente, dei <strong>riciclatori</strong> che manualmente svolgono questo prezioso lavoro,<strong> in condizioni igieniche e lavorative quasi sempre degradanti,</strong> la quasi totalità in regime di informalità, <strong>spesso non riconosciuti  dai sistemi di previdenza sociale e dalle politiche pubbliche</strong>. Sono sicuramente più organizzati dei loro colleghi <strong><em><a href="http://www.cartonerosdoc.com/CartonerosSpanish.html">cartoneros</a></em></strong> di argentina memoria: fu proprio la crisi del 2001 infatti a ingigantire le fila di questo esercito silenzioso di persone che di notte rovistava tra la spazzatura con il carrellino del supermercato, per riuscire a  portare a casa qualcosa da mettere sullo stomaco. Sono sicuramente più consapevoli del ruolo sociale che svolgono e hanno già una coscienza di classe abbastanza formata.</p>
<p><strong>Sono oltre quattro milioni</strong>, dei quali quasi un milione solo in Brasile, le persone che si  dedicano a questo lavoro in America latina, tra loro i  <a href="http://www.mncr.org.br/">brasiliani</a> e i <a href="http://www.redrecicladores.net/es/noticias/37-colombia/279-es-reconocida-con-prestigioso-premio-goldman">colombiani</a> sono sicuramente i  più organizzati e quelli che mantengono rapporti più strutturati con le istituzioni. Proprio per questo, los <strong><em>recicladores</em></strong>, i riciclatori che formano la <strong>Rete Latinoamericana dei Riciclatori (<a href="http://www.redrecicladores.net/es/inicio">Red Lacre</a>)</strong>, per reclamare i loro diritti come classe lavoratrice si sono riuniti recentemente a <strong>Santiago del Cile</strong>, in vista anche della prossima Assemblea Generale che si terrà  a San Paolo del Brasile a fine anno, dove si avrà la presenza di oltre 20 paesi dell’America latina e dei Caraibi. La proiezione dalla Rete è internazionale, e si svolgerà attraverso un dialogo già intrapreso con l’<strong>Organizzazione Internazionale del Lavoro</strong> (OIL) delle Nazioni Unite, perché questa attività, molto spesso nemmeno remunerata dalle pubbliche amministrazioni, venga considerata un lavoro vero e proprio.</p>
<p>La Repubblica Dominicana,  attraverso la <strong>Fundación de Saneamiento Ambiental de La Zurza (Fundsazurza)</strong>, una fondazione di carattere comunitario composta da circa venti associazioni diverse che operano in diversi ambiti, è la responsabile della segreteria della comunicazione della Rete Latinoamericana dei Riciclatori. Fundsazurza opera a La Zurza, uno dei settori più popolosi  ed emarginati dell’area del Distretto Nazionale (della quale fa parte la capitale del paese, Santo Domingo) che si trova sulle sponde del fiume Isabela. Un settore, per la maggior parte formato da umili case di legno e di lamiera che vengono trascinate via nelle acque limacciose del fiume alle prime piogge della stagione. Qui mancano completamente sia un piano di edilizia urbana, sia politiche sociali di qualsiasi genere. E  la popolazione pertanto è stata costretta  ad organizzarsi per poter provvedere  in modo dignitoso alle proprie necessità,  prima fra tutte quella della pulizia delle strade.</p>
<p>«<em>Il lavoro dello smaltimento dei rifiuti solidi è iniziato fin dal 1997, ma solo nel 2003 siamo diventati formalmente la Fundación de Saneamiento Ambiental de La Zurza (Fundsazurza) con l’obiettivo di organizzare e rendere cosciente la comunità sullo smaltimento dei rifiuti solidi e la protezione del medio ambiente»</em>, spiega a L’Indro,  <strong>Robinson García Silfa</strong>, responsabile del settore del riciclaggio di <a href="http://fundsazurza.com/index.asp">Fundsazurza</a>. «<em>Il fattore chiave è la promozione delle cosiddette <strong>3R</strong> e cioè <strong>riduzione</strong>, <strong>riutilizzo</strong> e <strong>riciclaggio</strong> e l’orientamento della comunità sulla raccolta dei materiali»</em>, aggiunge. Fundsazurza, lavorando sulla base di uno stretto coordinamento con il municipio del Distretto Nazionale, con il quale ha un contratto, svolge anche un intenso lavoro casa per casa, nelle scuole e negli altri luoghi pubblici dando seminari, corsi, svolgendo insieme alla comunità operativi di fumigazione e disinfestazione, pulizia delle strade e delle aree pubbliche e collocazione di <em>murales</em> educativi sulla raccolta del riciclaggio dei rifiuti: «<strong><em>Raccogliamo ogni giorno  circa 193 tonnellate di rifiuti solidi urbani che  vendiamo al municipio del Distretto Nazionale e che ci fruttano circa  5 milioni di pesos al mese</em></strong><em>  (quasi 121 mila dollari), oltre agli altri proventi che derivano dalla raccolta della carta e della plastica che vengono vendute ad altre imprese pubbliche e private»</em>. <strong>Il denaro raccolto viene investito completamente nei programmi sociali dei quali la comunità ha bisogno</strong>. Il municipio infatti non riesce a far fronte alle innumerevoli esigenze di questo settore, quasi tutte di carattere urgente.</p>
<p>Fundsazurza si occupa di assistenza sanitaria (soprattutto di prevenzione per il dengue, la leptospirosi e recentemente per il colera) e alimentare per gli  abitanti più anziani, appoggia progetti destinati alle giovani madri, si occupa di sport e di svago per i più giovani, con un occhio di riguardo  alla prevenzione della violenza e dell’uso delle droghe. Oltre alla formazione di posti di lavoro, aspetto sicuramente non meno importante: «<em>Contiamo con un gruppo di lavoro che si occupa di raccolta e  differenziazione dei rifiuti e di  formazione, composto da 26 persone che lavorano permanentemente nel riciclaggio, ci sono riciclatori anche nelle città di Santiago e di Haina,  a livello nazionale stanno iniziando adesso i processi di organizzazione dei riciclatori di professione, possiamo  dire che Fundsazurza rappresenta  la prima iniziativa di questo genere in Repubblica Dominicana»</em>.</p>
<p><strong>Nel 2011 Fundsazurza ha ricevuto il premio Ford Motor Company per la realizzazione del progetto di riqualifica igienico sanitaria e strutturale di tre grandi sorgenti naturali</strong> che si trovano proprio nel settore La Zurza e che vengono utilizzate dagli abitanti del luogo come approvvigionamento  di acqua e per trovare refrigerio dal caldo dei Caraibi, ma che erano stare gravemente compromesse dalla realizzazione  di una strada vicina, oltre alle grave situazione igienico sanitaria nella quale si trovavano.</p>
</div>
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		<title>Condena a Ríos Montt: ¿cambia algo en Guatemala?</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 15:06:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Guatemala]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio]]></category>
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		<description><![CDATA[Condena a Ríos Montt: ¿cambia algo en Guatemala?  Marcelo Colussi* mmcolussigmailcom  (mmcolussigmailcom)    [Llegamos aquí] “para servir a Dios y a nuestro rey y señor, y procurar de ganar honra, como los nobles varones deben buscar la vida, e ir de bien en mejor.”  Bernal Díaz del Castillo (Siglo XVI) “Los derechos establecidos, tanto en las leyes [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Condena a Ríos Montt: ¿cambia algo en Guatemala?</strong><strong> </strong></p>
<p><strong>Marcelo Colussi*</strong></p>
<p><span id="emoba-3809"><span class="emoba-pop"><span class="emoba-em">mmcolussi<img src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/plugins/emoba-email-obfuscator-advanced/at-glyph.gif" alt="at"  class="emoba-glyph" />gmail<img src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/plugins/emoba-email-obfuscator-advanced/dot-glyph.gif" alt="dot" class="emoba-glyph" />com</span><span >  (<span class="emoba-em">mmcolussi<img src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/plugins/emoba-email-obfuscator-advanced/at-glyph.gif" alt="at"  class="emoba-glyph" />gmail<img src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/plugins/emoba-email-obfuscator-advanced/dot-glyph.gif" alt="dot" class="emoba-glyph" />com</span>)  </span></span></span><script type="text/javascript">emobascript('%6D%6D%63%6F%6C%75%73%73%69%40%67%6D%61%69%6C%2E%63%6F%6D','&lt;span class="emoba-em">mmcolussi&lt;img src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/plugins/emoba-email-obfuscator-advanced/at-glyph.gif" alt="at"  class="emoba-glyph" />gmail&lt;img src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/plugins/emoba-email-obfuscator-advanced/dot-glyph.gif" alt="dot" class="emoba-glyph" />com&lt;/span>','emoba-3809','','','0'); </script><em> </em></p>
<p>[Llegamos aquí]<em> “para servir a Dios y a nuestro rey y señor, y procurar de ganar honra, como los nobles varones deben buscar la vida, e ir de bien en mejor.</em><em>”</em><em> </em></p>
<p>Bernal Díaz del Castillo (Siglo XVI)</p>
<p><em>“Los derechos establecidos, tanto en las leyes nacionales como en los convenios internacionales de la OIT, son sistemáticamente incumplidos en las fincas, incluso con la complicidad estatal.”</em></p>
<p>CODECA (2013)</p>
<p> </p>
<p>Guatemala fue el primer país de Latinoamérica en tener una organización estatal de defensa de los derechos humanos, un <em>ombudsman</em>. Ello no significó, sin embargo, que la situación de los mismos mejorara sustancialmente en estos años: fue, fundamentalmente, algo cosmético. Ahora el país acaba de ser el primero del mundo en sentenciar a un ex jefe de Estado por delito de genocidio. ¿Qué cambiará con ello?</p>
<p>Resulta aventurado decir qué vendrá en el corto plazo. Lo cierto es que luego de la condena al general Ríos Montt la sociedad en su conjunto se tensa, se pone al rojo vivo. Quizá sin habérselo propuesto expresamente, este juicio coloca sobre la mesa verdades de las que se habla poco, o nada. En estos momentos, sin dudas con algo de sesgo, todo pareciera girar en torno a si hubo o no hubo genocidio. Así planteadas las cosas, de esta forma tendenciosamente simplificada, la cuestión se reduce a si el militar de marras está “bien” condenado, o no. Pero la situación es mucho más compleja. <span id="more-8980"></span></p>
<p>Aquello por lo que se juzga y condena a José Efraín Ríos Montt es la expresión –sangrienta, terrorífica– de una historia que ya lleva más de cinco siglos. El genocidio ocurrido en la década de los 80 del siglo pasado (o si prefiere decirse: las masacres, el exterminio de aldeas completas de campesinos indígenas pobres e históricamente excluidos) fue la expresión de una lucha de clases histórica que tuvo como protagonistas a una oligarquía inamovible y una masa de desposeídos, constituida básicamente por indígenas mayas, que fue donde activó fundamentalmente el movimiento armado.</p>
<p>Dicho de otra manera: la guerra que enlutó al país alcanzando sus picos de mayor crueldad durante la presidencia de facto de Ríos Montt fue la patentización de una historia de profundas asimetrías socioeconómicas que arrancan con la conquista española y se continúan sin mayores cambios hasta el presente. Tal como lo expresa la Comisión para el Esclarecimiento Histórico en sus Conclusiones (CEH, 1998:7): <em>“Si bien en el enfrentamiento armado aparecen como actores visibles el Ejército y la insurgencia, la investigación realizada por la CEH ha puesto en evidencia la responsabilidad y participación de los grupos de poder económico, los partidos políticos, y los diversos sectores de la sociedad civil”</em>. Dicho de otro modo: esa oligarquía histórica conformada con los primeros españoles que, como lo citado en el primer epígrafe, vinieron a estas tierras lisa y llanamente a enriquecerse (a costa de los pueblos originarios, por supuesto), queda definida con precisión por Vinicio Sic cuando habla de “empresaurios”: <em>“</em><em>Eufemismo empleado para designar a aquella clase dirigente de la economía que medró en medio de los privilegios y protecciones que le ofrecía una dictadura, un gobierno militar o un títere presidencial, que hubo o existe en Guatemala. Grandes abusadores, incapacitados para toda innovación o modernidad, codiciosos del beneficio inmediato, destructores incansables del medio ambiente. </em>(…)<em> Rechazan toda reforma del Estado que atente contra su statu quo. </em>(…)<em> Jamás reconocen la existencia del pueblo maya; es más, lo sometieron a trabajos forzados en sus fincas e impulsaron su exterminio, aniquilándolo y robándole sus tierras y ahora su patrimonio natural”</em>. Es decir: lo que denuncia el segundo epígrafe.</p>
<p>Hoy día Guatemala es una economía próspera. De hecho, la duodécima en volumen en Latinoamérica, con un crecimiento interanual sostenido del orden del 3%. Los tradicionales grupos de poder –herederos de esa historia de despojo que inicia en el siglo XVI, siempre ligados a la agroexportación, hoy diversificados también con nuevos negocios– siguen manteniendo inalterables sus privilegios. Cuarto exportador mundial de azúcar (con 55 millones de quintales anuales), primera potencia regional en exportación de etanol (con 265 millones de litros anuales), gran productor mundial de palma africana (destinada al etanol), además de paraíso para la inversión minero-extractiva de capitales transnacionales y para el lavado de la narcoeconomía, en Guatemala hay mucha riqueza, sin dudas… pero la canasta básica es 4,970.26 quetzales (637 dólares estadounidenses), mientras el salario mínimo llega apenas a 2,421.75 quetzales (US$ 310). De acuerdo a informes de Naciones Unidas, el 51% de la población está por debajo del límite de pobreza. Pero lo más terrible es que, según datos de una reciente investigación publicada por el Comité de Desarrollo Campesino –CODECA– (<em>“<a href="http://servindi.org/pdf/situacion_laboral.pdf">Situación Laboral de Trabajadores/as Agrícolas en Guatemala</a>”</em>) –de donde proviene el segundo epígrafe– el 90% de trabajadores rurales recibe un salario inferior al mínimo establecido por ley. Dato interesante que aporta este estudio: en 609 fincas agrícolas (de las alrededor de 3,000 registradas a nivel nacional) el 91% de jornaleros/as es de origen indígena, muchos de ellos con escasa educación formal o abiertamente analfabetas. El Estado históricamente jugó el papel de legitimador de esa situación (así como a veces también lo hizo la jerarquía de la <a href="https://www.youtube.com/watch?v=KEsKq1DY-mw">Iglesia católica</a>).</p>
<p>¿Qué pasó cuando se intentó modificar eso? Se reprimió brutalmente. El Estado guatemalteco, defendiendo a capa y espada esa historia de despojo para que nada se modifique un milímetro, salió a proteger a los “empresaurios”. Eso, lisa y llanamente, fue lo que hizo el general Ríos Montt durante su presidencia como comandante del ejército. O más aún: todo el conflicto armado de 36 años fue la expresión de ello, enmarcado en la Guerra Fría que dominó la escena internacional durante buena parte del siglo pasado. El general ahora condenado no es el “malo de la película”: cumplió su tarea histórica, la que el Estado-finca de Guatemala tiene reservada para quien empuñe sus armas.</p>
<p>¿Fue genocidio? Extremadas las cosas, eso no es lo fundamental. Si se decide que no lo fue, tal como ahora lo exige la derecha, los “empresaurios” y todas sus redes, ¿entonces no pasó nada en el país? ¿Ríos Montt debería salir de prisión y habría que dar vuelta la página? Lo que esta sentencia marca es un cambio en la historia política: es un golpe a la impunidad consuetudinaria. Pero más allá de la actual condena, el genocidio continúa. El genocidio cotidiano contra la población indígena no se detiene, aunque hoy día ya no se realicen campañas militares de “tierra arrasada”. Continúa con las inversiones mineras y la agroproducción destinada al mercado internacional, con las condiciones de vida paupérrimas, con la sobre-explotación.</p>
<p>¿Qué cambia esta sentencia entonces? Da esperanzas. Como dijo Paulo Freire: <em>“Rebelarse ante los atropellos lleva implícito el cambio”</em>.</p>
<p>*<em>Nacido en Argentina, vive hoy en Guatemala. Estudió Psicología y Filosofía en su país natal. Vivió en varios lugares de Latinoamérica. Catedrático universitario e investigador social, escribe regularmente en varios medios electrónicos alternativos. Tiene publicaciones en el área de ciencias sociales así como en el campo literario.</em></p>
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		<title>Regalo a Rosina Valcárcel Carnero</title>
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		<pubDate>Wed, 01 May 2013 22:44:35 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Hoy 1 de mayo es  el cumpleaños de mi amiga Rosina Válcarcel Carnero[1], hija del poeta Gustavo Válcarcel y de Violeta Carnero, ella misma poeta, antropóloga, escritora, estudiosa, periodista, militante. Cumple sus 65 años: PALABRAS Hoy tomo las huellas de mis 65 años, los pasos de la romántica pálida, trasnochada, fuera de moda. El alba [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Hoy 1 de mayo es  el cumpleaños de mi amiga Rosina Válcarcel Carnero<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>, hija del poeta <a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Gustavo_Valc%C3%A1rcel">Gustavo Válcarcel</a> y de Violeta Carnero, ella misma poeta, antropóloga, escritora, estudiosa, periodista, militante. Cumple sus 65 años:</p>
<p><strong>PALABRAS</strong></p>
<p><strong>Hoy tomo las huellas de mis 65 años, los pasos de la romántica pálida, trasnochada, fuera de moda. El alba escribe en mi calle. Música del coro de los astros. Mi vida, un latido irregular susurra, rodeada de visiones sobrenaturales. La rosa roja ya no florecerá ni estas manos podrán decirles cómo los quiero. Vuela mi corazón a lugares remotos. Vana es la fe. El remero me aguarda.</strong></p>
<p><strong>Ros. 30, abril, 2013.</strong></p>
<p>Ese es mi regalo para ella:</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-8896" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/anna1.jpeg" alt="" width="481" height="574" /></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-8897" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/anna11.jpeg" alt="" width="539" height="404" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>Estas dos fotografías como el poema son parte del libro “Obra Poética (1947–1987)” Ediciones Unidad </em> <span id="more-8889"></span></p>
<p>El siguiente es un poema de Don Gustavo Valcárcel dedicado a su esposa Violeta  Carnero Hoke:</p>
<p> </p>
<p><em>Diez años, camarada, esposa mía</em></p>
<p><em>yacen con amor </em></p>
<p><em>al pie de nuestras vidas.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Diez años alzan desde el tiempo</em></p>
<p><em>la unidad de nuestros seres</em></p>
<p><em>lograda sobre el llanto.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Diez años nos envían</em></p>
<p><em>cuatro hijos y un ideal</em></p>
<p><em>para seguir luchando.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Dime entonces como no agradecer</em></p>
<p><em>el primer encuentro con tus ojos.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Como no ver la libertad del mundo</em></p>
<p><em>iluminando tus cabellos.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Como no darle paz a nuestra lagrimas</em></p>
<p><em>si la música del alba suena a vida.</em></p>
<p><em>dime entonces como no ser ya buenos</em></p>
<p><em>después de haber sufrido tanto.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>No caeremos nunca, compañera,</em></p>
<p><em>porque diez años nos han dicho</em></p>
<p><em>que en la miseria </em></p>
<p><em>la prisión</em></p>
<p><em>el destierro</em></p>
<p><em>y el llanto</em></p>
<p><em>también hay un lugar para la dicha.</em></p>
<p>(Gustavo Valcárcel)</p>
<p><em> </em></p>
<p>Un beso Ros<em>. </em></p>
<p> </p>
<p> </p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a><strong>Rosina Valcárcel Carnero,</strong> antropóloga, periodista, escritora y una de las voces más representativas de la generación del 70. Realizó estudios de Letras y Antropología en la Universidad Nacional Mayor de San Marcos. Es fundadora, directora y codirectora de la revista<em>Kachkaniraqmi,</em> codirectora de WarmiNayra (nov. 1990). Ha colaborado con artículos, entrevistas, testimonios, reseñas, etc. en diversos medios de comunicación.</p>
<p>De vasta obra poética, entre sus poemarios se cuentan <em>Sendas del bosque</em> (Premio Poesía Cátedra Literatura, UNMSM, 1965), <em>Navíos</em>, 1975 (Premio Poesía José María Arguedas 1974), <em>Una mujer canta en medio del caos</em>, 1991, <em>Loca como las aves</em>, 1995, <em>Paseo de sonámbula</em>, 2001, <em>Naturaleza viva</em>, 2011 (Premio Poesía breve 2010. Hipocampo Editores). Su poesía ha sido musicalizada por Chalena Vásquez, José Ramos, Diana Villanueva. Ha publicado, además, <em>Universitarios y prejuicio étnico. Estudio del prejuicio hacia el negro en los universitarios de Lima</em>, 1974; <em>Mitos, dominación y resistencia andina</em>, 1988 y cuya reedición por el Fondo editorial de la UNMSM, ed. aumentada y corregida saldrá este 2013 al igual que su poemario <em>Contradanza.</em></p>
<p> </p>
</div>
</div>
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		<item>
		<title>Intervista a Sandra Ramírez, vedova di Manuel Marulanda Vélez</title>
		<link>http://www.annalisamelandri.it/2012/11/intervista-a-sandra-ramirez-vedova-di-manuel-marulanda-velez/</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Nov 2012 16:21:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[FARC]]></category>
		<category><![CDATA[Manuel Marulanda]]></category>

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		<description><![CDATA[  “E’ questo rispetto per la donna e la possibilità di progredire come persone, combattenti e professioniste” di Hernando Calvo Ospina –20 novembre 2012   Intervista realizzata da Hernando Calvo Ospina, e pubblicata inizialmente dal quotidiano messicano La Jornada, 10/11/12 Sembra nervosa. E’ la prima volta che concede un’intervista. La incontro a l’Avana. E’ una delle 13 donne [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<div>
<p> <a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/Sandra-Ramirez.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8365" title="Sandra Ramirez" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/Sandra-Ramirez.jpg" alt="" width="272" height="185" /></a></p>
<p><em>“E’ questo rispetto per la donna e la possibilità di progredire come persone, combattenti e professioniste”</em></p>
</div>
<p><span style="font-size: small;"><small>di <strong><a href="http://hcalvospina.free.fr/">Hernando Calvo Ospina</a></strong> –20 novembre 2012</small></span></p>
<p> </p>
</div>
<div>
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<p>Intervista realizzata da Hernando Calvo Ospina, e pubblicata inizialmente dal quotidiano messicano <em>La Jornada</em>, 10/11/12</p>
<p><strong>Sembra nervosa. E’ la prima volta che concede un’intervista. La incontro a l’Avana. E’ una delle 13 donne che formano il gruppo di 30 persone che, per le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, FARC, stanno negoziando con il governo colombiano un possibile — e anelato– processo di pace. Con grande semplicità, ma anche con una naturale eleganza, fa parte di quel 40 per cento di donne combattenti. Accompagna le sue parole con i movimenti delle mani e il luccichio dei suoi occhi neri. Si chiama Sandra Ramírez ed è la vedova del leader storico dell’organizzazione guerrigliera, Manuel Marulanda Vélez. Alle mie prime due domande, risponde come se si trattasse di un discorso. Spengo il registratore per ricordarle che non le sto facendo un’intervista: voglio conversare con lei. Allora sorride e rivolge lo sguardo verso qualche luogo lontano, e inizia, con i suoi ricordi lontani e recenti.</strong></p>
<p>“Verso il 1981 nella regione contadina dove vivevo con la mia famiglia iniziarono a transitare dei guerriglieri. Mio padre gli faceva da guida affinché conoscessero la regione. Mi stupì che c’era una donna al comando di quel gruppo. A causa delle condizioni economiche non fu possibile continuare gli studi secondari, e siccome quella donna era diventata un riferimento per me, poco dopo decisi di entrare nelle FARC.<span id="more-8363"></span></p>
<p>“Mi resi conto che non c’era differenza tra uomini e donne al momento di combattere. Mi sorpresi anche che la lotta fosse contro il maschilismo e per l’uguaglianza di diritti e doveri tra uomini e donne. Non era facile, tenendo in conto che nelle FARC la maggior parte dei combattenti viene dalle campagne dove il maschilismo è più forte, oltre dal fatto che provengono da una società capitalista altamente maschilista. Nelle FARC abbiamo creato dei meccanismi per porvi fine e questa rappresenta una delle nostre battaglie quotidiane a fianco dei compagni. Perché la nostra lotta è per l’uguaglianza dei generi e per il loro benessere.</p>
<p>“E’ questo rispetto per la donna e la possibilità di progredire come persone, combattenti e professioniste, che ha fatto che tante di noi entrassero nelle fila delle FARC. Qui offriamo quello che le condizioni sociali ed economiche del paese non offrono alla stragrande maggioranza delle persone e men che meno alle donne.</p>
<p>“Una donna nelle FARC compie missioni e comanda, perché fin dal suo arrivo viene educata a prendere coscienza della sua condizione di persona e di combattente. Qui una donna può essere medico o infermiera, può prepararsi in informatica, in comunicazione e in ognuna delle nostre specializzazioni. Qui la donna esprime opinioni e propone, le decisioni delle FARC infatti si collettivizzano.</p>
<p>“Ovviamente non ci piace perdere la nostra femminilità. Per questo l’organizzazione ogni mese, quando le condizioni della guerra e le finanze lo permettono, ci fornisce creme per il corpo, smalto per le unghie, maquillage, oltre ad assorbenti igienici e anticoncezionali. Non è raro vedere donne che vanno sui luoghi di combattimento profumate e con i capelli ben ordinati.</p>
<p>“Le relazioni di coppia sono normali come quelle che avvengono a Bogotà o a Madrid. La propaganda mediatica del nemico racconta che noi guerrigliere siamo obbligate a stare sessualmente con i compagni. Questo non è vero. Noi decidiamo liberamente se stare con un compagno, se ci piace. Qui uno si innamora, si disamora e ha delusioni, come in ogni parte del mondo. Le nostre regole interne non incidono sulle coppie, salvo se il comportamento della coppia affetta al gruppo nel caso di continui conflitti.</p>
<p>“Per noi il controllo delle nascite è obbligatorio. Non si può essere guerrigliera e madre, purtroppo. Quando arriviamo accettiamo questa condizione. Non dimentichi che noi facciamo parte di un esercito. Quando c’è una gravidanza, la guerrigliera può scegliere se abortire o uscire dalle FARC e tenere suo figlio.</p>
<p>“Il nemico ci sminuisce per essere donne ma ha anche paura di noi. In generale quando catturano le compagne, le violano, le torturano e sono arrivati perfino a tagliare i seni, a mutilarle. Abbiamo avuto casi atroci. Ci trattano come bottini di guerra. Ci temono perché li affrontiamo da pari, dimostrando che possiamo essere agguerrite in combattimento. Per questo riversano su di noi la loro paura, rabbia ed impotenza quando catturano una compagna. E’ un caso eccezionale quando trattano bene la detenuta.”</p>
<p><strong>Arriva il momento di rivolgerle l’ultima domanda. In quel momento lei cambia voce, le sale un nodo in gola, guarda il pavimento mentre stringe le mani. Prende fiato e risponde, senza lesinare sorrisi maliziosi in alcuni momenti del suo racconto.</strong></p>
<p>“Nel 1983 io avevo 20 anni quando nell’accampamento vidi un uomo con il sombrero, con la pistola alla cintura, un fucile e senza uniforme. Domandai chi fosse. Rimasi di stucco, Il compagno Marulanda era la persona più semplice che lei possa immaginare. Era così con qualsiasi membro della truppa. Non lasciava percepire che era il capo, eravamo voi a vedere in lui l’autorità.</p>
<p>“Io non facevo parte del suo gruppo di sicurezza anche se stavo nell’accampamento del Segretariato, massima rappresentanza della direzione delle FARC. Nel maggio del 1984 mi toccò far parte del gruppo di appoggio che riceveva le commissioni, i politici, i giornalisti e inoltre le altre persone che venivano a La Uribe per discutere sugli accordi di pace che si stavano trattandocon il governo. Un giorno il compagno ebbe un incidente e si fratturò una costola. Come infermiera dovevo dargli le medicine ed applicargli la terapia. Fu durante quei trattamenti che iniziò la nostra relazione affettiva.</p>
<p>“Con lui vissi una relazione assolutamente normale. Io non avevo privilegi per essere la sua compagna, ma lui sí che era molto speciale con me. Ovviamente avevamo discussioni e difficoltà come ogni coppia, ma furono molte di più le gioie. Io lo aiutavo nelle sue responsabilità. Per esempio mi incaricava delle comunicazioni, in altre occasioni facevo da segretaria o gli preparavo i pranzi come piacevano a lui.</p>
<p>“A volte avevamo situazioni molto difficili di sicurezza proprie della guerra e perché lui era l’uomo più ricercato del paese. Molte volte abbiamo avuto l’esercito ben vicino ma lui con la sua calma ed esperienza ha sempre saputo proteggere le sue truppe. Era molto prudente e pianificava tutto. Ridevamo, quando ascoltavamo che lo avevano ucciso, mentre prendevamo il caffè. Perché lo uccisero molte volte.</p>
<p>“Le mie ultime ore con lui? Ancora ho difficoltà a parlare di questa parte della nostra vita di coppia. Ma va bene… Dati i sintomi pensavamo che avesse un problema di gastrite. E quel giorno (26 marzo del 2008 NdA) lo aveva trascorso scrivendo un documento, mentre ascoltava cumbia colombiana. Poi lo accompagnai alla doccia, prese del cioccolato e pensammo che avesse superato il problema. Alle 5 pm cenò quel poco al quale era abituato. Un’ora dopo ricevette le informazioni delle guardie e dette le disposizioni. Mi chiese di accompagnarlo al bagno. Io gli tenni il machete e la cintura con la pistola, cose che non abbandonava mai. Mi disse allora che gli girava la testa. Lo vidi cadere. Lo ressi e iniziai chiamare gli altri che stavano di guardia. Il compagno svenne. Ed è terribile vedere cosi qualcuno che e’ stato così forte. Lo portammo a letto e iniziammo a fargli massaggi cardiaci e respirazioni, ma non fece ritorno. Tutto accadde improvvisamente. Non soffrì, perfino in questo, perse il nemico. Nemmeno in questo gli dette soddisfazione.</p>
<p>“Io mi sentii triste, sola e indifesa, anche se tutta l’organizzazione stava con me”.</p>
<p><strong>Traduzione di Annalisa Melandri</strong> – <a href="http://www.annalisamelandri.it/" rel="nofollow">www.annalisamelandri.it</a></p>
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