Riforma migratoria, l’impegno di Obama

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La nuova legge sull’immigrazione: al via il confronto di Obama con lavoratori, immigrati e repubblicani 

di Annalisa Melandri in esclusiva per L’Indro — 6 febbraio 2013

La riforma migratoria era stata una delle promesse mancate della prima campagna elettorale del presidente statunitense Barack Obama. Messo alle strette da poteri divergenti, impegnato nel confronto serrato con i repubblicani e deciso a portare avanti il suo progetto più ambizioso e cioè la riforma sanitaria, dovette tuttavia lasciare indietro quell’impegno che si era assunto con una parte considerevole del suo elettorato.

latinosinfatti, oltre 50 milioni di persone, rappresentano il 10% dell’elettorato statunitense e Obama ha ottenuto, nella sua rielezione, oltre  il 70% (circa 12 milioni di persone) dei voti degli immigrati latinoamericani (mentre il 27%  ha votato per il repubblicano Mitt Romney).

Deciso quindi a portare avanti la proposta di una riforma migratoria nel corso del suo secondo periodo presidenziale e comunque “entro il 2013”,  il presidente americano ne ha fatto accenno recentemente già durante il discorso della vittoria al Mac Cormick Center di Chicago nel novembre scorso, riferendosi alle sfide che gli Stati Uniti dovranno affrontare: “ridurre il deficit, riformare il fisco, fare nuove leggi sull’immigrazione, ridurre la nostra dipendenza dal petrolio straniero”.
Barack Obama è tornato poi a parlare di immigrazione anche pochi giorni fa, durante il  suo  discorso di insediamento pronunciato a Washington il 21 gennaio scorso, in occasione della cerimonia di giuramento del suo secondo mandato: Il nostro viaggio non sarà completo fino a quando non avremo trovato un modo migliore per accogliere gli immigrati, che si sforzano di sperare, che ancora vedono l’America come una terra di opportunità.

Proprio dal Nevada, uno tra gli stati con maggiore densità di popolazione latina e quello con la percentuale più alta di lavoratori illegali (circa il 10% del totale dei lavoratori), Barack Obama ha deciso di partire per presentare la sua riforma migratoria che – ha assicurato – sarà “integrale”.
In un discorso tenuto la settimana scorsa a Las Vegas, infatti, ha ribadito la necessità di riparare il mal funzionante sistema di immigrazione, affinché sia più giusto e aiuti a crescere la classe media, garantendo che tutti possano partecipare secondo le stesse regole.

Quello che è chiaro fin da adesso è che si tratterà di una riforma bipartisan sulla quale otto senatori, sia democratici che conservatori, stanno già lavorando per presentare una bozza da sottoporre all’attenzione del presidente quanto prima.
E ha molta fretta in tal senso Barack Obama, tanto che ha dichiarato che “è ora di approvare la riforma migratoria. Se il Congresso non sarà in grado di presentare tempestivamente una proposta, invierò la mia e insisterò perché la voti”.

Si tratterà di una riforma che aprirà la strada alla legalizzazione degli oltre 11 milioni di persone che vivono senza documenti e in forma illegale negli Stati Uniti, la maggior parte dei quali provenienti dall’America latina e centrale, molti dei quali lavorano illegalmente soprattutto nel settore agricolo. I requisiti che dovranno avere per beneficiare della riforma e intraprendere la strada che li porterà alla realizzazione del “sogno americano”, cioè la cittadinanza statunitense, saranno: possedere una perfetta conoscenza dell’inglese o impegnarsi nell’apprenderlo, non avere precedenti penali, il pagamento di una multa e la permanenza in modo continuo nel paese per cinque  anni. In ogni caso la precedenza verrà data alle pratiche di cittadinanza delle persone regolarmente presenti in territorio statunitense.

All’interno della riforma, e soprattutto per trovare una via d’incontro con i repubblicani che hanno questo tema particolarmente a cuore, è previsto inoltre un programma di rafforzamento della sicurezza alla frontiera con il Messico e maggiori investimenti in infrastrutture e tecnologia.
Altro punto importante che verrà preso in considerazione è l’aumento delle quote annuali di visti che concede il Dipartimento di Stato con lo scopo di ridurre le attese per le riunificazioni familiari e di semplificare le procedure dei visti per lavoro.

Un tema scottante sono i rimpatri forzati, le cui modalità verranno riviste. Il primo periodo di governo di Obama detiene il triste record di deportazioni di clandestini, circa 1,5 milioni, un numero anche superiore a quello dei deportati durante il governo del suo predecessore George Bush.

In una serie di incontri con i rappresentanti delle organizzazioni sociali, con dirigenti di impresa e con i sindacati, Obama ha illustrato i benefici che deriveranno da una riforma migratoria integrale “all’interno di un’agenda più ampia per la crescita economica e la competitività”.

Verranno inoltre amplificati i controlli verso i datori di lavoro che utilizzano mano d’opera illegale; proprio in apertura del comunicato stampa ufficiale della Casa Bianca diffuso ai mezzi di informazione il 29 gennaio scorso, si legge infatti: “Esistono molti datori di lavoro che truffano il sistema contrattando lavoratori illegali ed esistono 11 milioni di persone che vivono nell’ombra. Nessuna di queste opzioni è buona per l’economia o per il paese”.

Barack Obama si aspetta che il  progetto di legge sia pronto in quattro settimane e si riserva il diritto di presentarne uno proprio se la proposta del Congresso non lo dovesse soddisfare e, soprattutto, se l’accordo bipartisan faticherà ad arrivare.
Per tutta una serie di motivi, economici, ma anche politici interni ed esterni, Obama pensa che il momento di mettersi al lavoro per la riforma migratoria sia proprio adesso. E tutto lascia pensare che gli Stati Uniti stiano per compiere un passo storico nel riconoscimento dei diritti civili e politici degli immigranti in cerca del “sogno americano”.

 

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