I miti del mercato globale

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DI JOHN MC MURTRY
Rebelion

Alla fine del 2006, il settimanale di economia mondiale, The Economist, realizzò un numero sulla “Felicità ed Economia”. L’articolo principale svelava, involontariamente, un punto debole dell’economia. Non c’è possibilità di distinguere tra le necessità universali degli esseri umani ed i prodotti spazzatura per le masse, o i gabinetti in oro zecchino per i ricchi.

Felicità, no

Di fatto, i consumatori del mondo sviluppato non si sentono più felici disponendo di un maggior numero di beni sul mercato. Nonostante studi scientifici, come The Loss of Happiness in Market Societies (La Perdita della Felicità nelle Società di Mercato) (Yale 2000) di Robert Lane, dimostrino che la soddisfazione della popolazione diminuisce nella stessa misura in cui aumentano, al di sopra di un certo livello, le rendite e il consumo dei beni, il messaggio non viene registrato dagli economisti o dai politici. La ragione di questo è che l’economia neoclassica è basata sulla premessa fondamentale che la crescita del mercato produce più felicità quanti più beni vengono acquisiti — cosiddette “utilità marginali” che corrispondono ai prezzi pagati.

Se l’ipotesi di partenza è falsa, il paradigma viene meno. Così il problema si aggira con altre affermazioni. The Economist spiega che molti “beni” possono dare soddisfazione se gli altri non li hanno. La falsità del primo principio è enunciata anche dal fatto che alcuni possono solo godere quello che ottengono se ottenuto a spese di altri. Alla fine ciò che importa è la disponibilità a pagare un prezzo di mercato se uno se lo può permettere, questa è l’unica unità di misura del benessere che esiste nella dottrina economica.

Efficienza, no

Una persona logica può pensare che l’equazione tra prezzi pagati e felicità sia insensata. Ma il problema è ignorato. Al contrario si incentra l’attenzione su quanto sia “produttivo ed efficiente” il mercato. Neppure questa assunzione regge. Il sistema del mercato mondiale produce molti più rifiuti di qualsiasi altro sistema economico nella storia. Nel testo conosciuto a livello mondiale, Economics (Economia), Paul Samuelson definisce l’efficienza economica come “assenza di rifiuti”. Ma come tutti gli economisti del modello dominante, Samuelson si riferisce solo ai rifiuti che rappresentano un costo per le imprese private. Il sistema è più efficiente quanto più a lungo l’inquinamento e i danni a terzi possono essere esteriorizzati, nonostante che questo sia molto devastante. E’ per questo motivo che lo sfruttamento delle risorse più importanti per la vita umana — aria respirabile, acqua, ecosistemi negli oceani e capacità produttiva dell’uomo — è un problema ignorato nei modelli economici utilizzati dai governi. Questi concetti omessi restano fuori dai libri della contabilità pubblica e privata.

Beni o mali economici?

Questo metodo di calcolo economico è funesto a lungo termine, ma non si discute. E’ per questo che non si è sviluppato nessun principio commerciale o economico per distinguere tra beni che causano malattie e beni che rendono la vita possibile. Dopo 25 anni di liberalizzazione del mercato, sono aumentate epidemie come il cancro, sospettate di essere in relazione a sostanze cancerogene immesse in commercio. Ma ciò è anche ignorato dai supervisori governativi sugli alimenti e farmaci, dagli istituti per il cancro e dagli economisti, come sostiene Samuel Epstein dal 1981. A seguito dell’epidemia di obesità che si è sviluppata recentemente, si è organizzata un’iniziativa nel 2002, da parte dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), per informare i consumatori sugli alimenti sani in contrapposizione a quelli nocivi , ma è stato posto il veto alla sua realizzazione. Come è stato anche ignorato l’allarme nel 2004 del Direttore Generale Federale della Sanità [massima autorità sanitaria degli Stati Uniti], che avvisava che l’obesità è un “problema mondiale più grave del terrorismo”. In Gran Bretagna nel 2007 i grandi interessi dell’industria alimentare stanno attuando una campagna contro la politica pubblica di porre etichette con codici colorati nei cereali arricchiti di zuccheri, sali e grassi.

Si apre una tragica macro spirale. Quanto più il sistema di mercato globale produce e consuma, tanto più manda in fumo e distrugge complessivamente gli ecosistemi umani e naturali. Ma le leggi per la prevenzione vengono rifiutate perché “troppo costose” o perché “interferiscono con il libero mercato”.

Perfino l’eminente Organo Scientifico dell’ONU sul Cambiamento Climatico non stabilisce una relazione tra la destabilizzazione del clima e la responsabilità del meccanismo di produzione dei gas industriali. Così che si prevedono nuovi mercati di “acquisto di carbonio” e il meccanismo del mercato, cieco alla vita, che causa il problema, si estende ancora di più. La spirale globale discendente è destinata a continuare tanto più quanto l’opinione pubblica la accetta.

Crescita del mercato globale = Collasso del sistema di vita

Trasformare le riserve di denaro del mercato in sempre maggiori riserve di denaro non funziona se non si regolamenta la qualità della vita. La liberalizzazione del mercato è stata una panacea economica fin dall’era Thatcher-Reagan. Un modello di collasso mondiale della basi del capitale della vita è per questo sempre più strutturato nei sistemi globalizzanti. Dagli pseudo-alimenti che causano la maggior parte dei tumori, malattie cardiache e disordini organici fino agli agenti inquinanti commerciali e ai rifiuti che causano la destabilizzazione del clima, l’estinzione delle specie e l’esaurimento delle riserve di pesca e delle terre coltivabili, i conduttori al profitto sono sempre al lavoro, sotto la copertura che non vi sono alternative. Poiché le imprese sono obbligate per legge a massimizzare i benefici degli azionisti, massimizzano tutte le eccedenze che possono permettersi di imporre sui terzi come “necessarie per competere”. Con i governi che si trasformano nella “migliore democrazia che si possa acquistare con il denaro”, non resta nessuna autorità pubblica per proteggere gli interessi vitali comuni. Al contrario i leader politici esigono più crescita di mercato e con essa più sfruttamento del sistema di vita. E’ tabù menzionare il legame causa-effetto.

Perfino vecchie norme preventive sono abolite quando i governi trasferiscono le analisi dei prodotti pericolosi “a clienti” del settore privato. Le campagne di “pubbliche relazioni” si occupano di mantenere la rotta. “Dobbiamo competere con il mercato globale” e “le imprese stanno facendo tutto il possibile per dare ai consumatori ciò che chiedono”. Gli economisti neoclassici ci dicono che “la mano invisibile” della concorrenza del mercato assicura “l’ottimo sociale” , e questo è il grande discorso della nostra epoca. Rinchiuso in una rete matematica, il grande mito appare rigoroso e scientifico fino a che il collasso giunge proprio dava
nti al nostro naso con la destabilizzazione del clima.

Non è scienza, ma culto del sistema

Il grande mito a livello della strada è che tutti i prodotti di consumo sono dei “beni” e mai dei “mali”. Il resto è semplice. Semplicemente somma i vantaggi dei “beni” ed ottiene la somma della felicità e del benessere sociale. Alimenti spazzatura a perdere, divertimenti violenti, macchine comode che ingurgitano combustibili fossili, tutto ciò pesa tanto sui bilanci nazionali come gli alimenti organici, i filtri d’acqua pubblica, e l’elettricità domestica. Insieme con i redditizi meccanismi di distruzione di massa, utilizzati per fare la guerra e per distruggere i fondali marini e i boschi, si investe di più in mezzi per distruggere la vita che in mezzi per produrla. Nessuna scuola economica o imprenditoriale segue il modello macro.

Quando finalmente si pone la domanda: come si evita il disastro globale? L’idea di come finalmente siano necessari i controlli del mercato si impone come un imperativo economico.

Ciò nonostante le necessità universali della vita di cui tutto il mondo ha bisogno prima dei profitti del mercato finanziario non sono ancora definite. L’economia professionale guarda solo alla “domanda di mercato” mentre gli economisti (e post-modernisti) comparano le necessità ai desideri.
Se la domanda del mercato in viaggi nei week-end in aerei privati conta più del bisogno di acqua pura di milioni di bambini poveri, allora si offriranno viaggi in aerei privati, anche con aiuti governativi, mentre i bambini moriranno di dissenteria. La verità è ciò che vende.

Capitale distrutto, non sviluppato

La confusione più profonda si fa tra il concetto di riserve di denaro privato e “capitale” . Il capitale reale è patrimonio che produce più patrimonio — dai servizi ecologici alle infrastrutture sociali, alle conoscenze scientifiche e tecnologiche che producono beni per la vita. Tutto è stato subordinato al capitale-denaro privato che non produce nulla. Pochi riconoscono che il capitale–denaro non è capitale reale, ma una domanda di capitale reale da parte di riserve di denaro privato che cercano di moltiplicarsi. Così che ogni forma di capitale per la vita si sacrifica alla crescita del capitale denaro concentrato nelle mani di un 2% della popolazione, che possiede oltre il 90%. Questo non costituisce un ordine economico ma un sistema di predatori e sfruttatori chiamato “creazione di ricchezza”.

Gli antropologi parlano di “pazzia culturale” ma ne evitano l’aspetto predominante. Il famoso libro di Jared Diamon, Collapse (2005) (Collasso) è una dimostrazione di questo. Egli studia gli abbagli del denaro-capitale che conducono al disastro ecologico emergente.
Dai cicli idrici stabili fino all’esposizione alla luce solare, alla vocazione per i giovani, ogni forma di capitale vitale è scomposta in fattori dalla ricerca dei profitti.
Alimenti nutritivi, sistema di sanità pubblica e ambienti ricchi in biodiversità sono esclusi dall’equazione se ciò risulta più proficuo per gli interessi privati.
Le più elementari forme del capitale-vita, come un terreno fertile, il fitoplancton che costituisce la base della vita nel mare o gli habitat diversi delle specie in riproduzione sono fuori dal modello dominante.

Capitale ed economia reale

Un ordine economico sano protegge e sviluppa le sue basi di capitale-vita e favorisce i mezzi che difendono la vita a lungo nel tempo. Le necessità per la vita che devono essere fornite dal sistema economico si riconoscono da un unico principio. Tutto ciò senza il quale la nostra capacità per vivere si riduce è una necessità per la vita e niente più — aria respirabile, spazi aperti e luce del giorno, acqua pulita, alimenti salutari e riciclaggio dei rifiuti, spazio per difendersi dagli elementi, un ambiente i cui elementi sostengono e favoriscono la sopravvivenza della specie, sicurezza e cure per i malati, varietà di mezzi di comunicazione/arte per scegliere e apprendere, lavori utili che contribuiscano allo sviluppo e diversificazione della società, capacità di scegliere differenti mezzi di svago a seconda delle possibilità a disposizione. O conserviamo meglio le condizioni che rendono questo possibile, dal ciclo di acqua stabile e riproduzione di riserve di proteine fino alle fonti di energia disponibile, o moriremo lentamente.

Civiltà passate come i Sumeri, i Khmer, gli Aztechi e, più drammaticamente, il recente Reich millenario si sono estinti per adorare ciecamente i propri sistemi. Stiamo seguendo lo stesso cammino. La differenza è che noi conosciamo ciò che loro non sapevano. Abbiamo gli strumenti economici per applicare in tutto il mondo infrastrutture pubbliche, leggi e norme a difesa della vita, imposte ecologiste e sociali, e vincoli di mercato.

Soprattutto abbiamo il mondo da perdere. Il problema è riconoscere i miti del mercato globale prima che i nostri conduttori ci portino al collasso della biosfera.

John McMurtry, PhD, FRSC, professore emerito — Università di Guelph

John McMurtry
Fonte: http://www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=49348
06.04.2007

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ANNALISA MELANDRI

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