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	<title>Annalisa Melandri&#187; TeleSUR</title>
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	<description>America Latina, e non solo</description>
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		<title>Fredy Muñoz condannato a 15 anni di carcere: “continuerò a bombardare le menzogne”</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Nov 2012 02:54:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[Dis-informazione/Des-información]]></category>
		<category><![CDATA[Fredy Muñoz]]></category>
		<category><![CDATA[TeleSUR]]></category>

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		<description><![CDATA[“Continuerò a bombardare con il mio lavoro giornalistico le menzogne e la struttura  di un sistema al quale il mondo si sta ribellando,  amplificando le voci di chi vuole  una Colombia ed un mondo migliori”.   Fredy Muñoz Altamiranda, corrispondente di Telesur in Colombia, fu arrestato il 12 novembre del 2006 a Bogotà con l’accusa [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/fredy.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8229" style="margin: 10px 5px;" title="fredy" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/fredy.jpg" alt="" width="247" height="204" /></a></strong></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: small;"><em>“Continuerò a bombardare con il mio lavoro giornalistico le menzogne e la struttura  di un sistema al quale il mondo si sta ribellando,  amplificando le voci di chi vuole  una Colombia ed un mondo migliori”.</em></span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span></p>
<p><strong>Fredy Muñoz Altamiranda, corrispondente di Telesur in Colombia, fu <a href="http://http://www.annalisamelandri.it/2006/11/attacco-colombiano-a-telesur-una-coincidenza/" target="_blank">arrestato</a> il 12 novembre del 2006 a Bogotà con l’accusa di essere un terrorista.</strong></p>
<p>Nell’inchiesta condotta dal Pubblico Ministero di Barranquilla   il giovane giornalista era accusasato  da alcuni testimoni di essere un <strong>addetto agli esplosivi  del gruppo sovversivo delle FARC</strong> e di aver partecipato ad attentati contro le infrastrutture del Paese.</p>
<p>Secondo i testimoni,  Muñoz  avrebbe partecipato ad attentati contro le centrali elettriche di ElectroCosta.</p>
<p>Fredy Muñoz Altamiranda  era diventato  scomodo in Colombia  perché dava voce a chi generalmente voce  in Colombia non ne ha:  dalla cronaca delle manifestazioni dei familiari dei desaparecidos, agli omicidi degli insegnanti  (11 solo nei primi quattro mesi del 2006)  da parte dei paramilitari,  alla diffusione della notizia che lo Stato Colombiano era  stato dichiarato (dal Consiglio di Stato, il massimo tribunale del paese)  responsabile per “inefficienza” della morte di 63 soldati avvenuta nel corso di un’azione contro le FARC .</p>
<p>Dopo 52 giorni di prigionia trascorsi nel carcere di Barranquilla <strong>fu  <a href="http://www.annalisamelandri.it/2007/01/liberato-fredy-munoz/?redirect=1" target="_blank">rilasciato</a> il 9 di gennaio del 2007</strong>. Il Pubblico Ministero dichiarò <strong>insufficienti le prove a suo carico</strong> che consistevano esclusivamente in dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia al momento  in stato di detenzione.</p>
<p>Uno di quei testimoni, Yainer Rodriguez Vásquez affermò allora di aver  ricevuto minacce e intimidazioni dai servizi segreti colombiani affinché depositasse testimonianza contro persone a lui sconosciute tra le quali Fredy Muñoz.</p>
<p>Quanto accadde  a Fredy ricordò  il caso del sociologo colombiano e professore universitario Alfredo Correa de Andreis, che venne  accusato e messo in carcere con le stesse modalità e le identiche accuse rivolte a Fredy Muñoz e che dopo essere stato rilasciato venne assassinato tempo dopo  a Barranquilla, regno dei paramilitari fedeli a Jorge 40.</p>
<p>Tuttavia le accuse a  carico di Fredy non furono mai ritirate.  Quanto accaduto apparve allora come un tentativo di <strong>criminalizzare Telesur e il suo lavoro in Colombia </strong>in un momento in cui le relazioni tra i due paesi erano particolarmente delicate, sotto la presidenza di Álvaro Uribe Vélez.<span id="more-8228"></span></p>
<p>Appena liberato fu evidente che la vicenda non si sarebbe conclusa in un bolla di sapone: <strong>la rivista  colombiana  <em>Cambio</em> pubblicò qualche settimana dopo  quella che a suo dire era  la “<a href="http://www.annalisamelandri.it/2007/02/fredy-munoz-e-la-%E2%80%9Cprueba-reina%E2%80%9D/" target="_blank">prova regina</a>”</strong>, quella che avrebbe permesso di inchiodare   definitivamente l’imputato alle sue responsabilità, o alle manipolazioni di cui era oggetto,  a seconda dei punti di vista.</p>
<p>La fotografia, ritraeva  il corrispondente di TeleSUR in un accampamento delle FARC sorridente tra i guerriglieri con un bicchiere di vino in una mano e un M16 nell’altra.</p>
<p>La  fotografia fu  “casualmente” ritrovata nell’accampamento di Martin Caballero, comandante del fronte 37 delle FARC, dall’esercito colombiano durante una perquisizione all’indomani della liberazione dell’ex ministro Arajuco avvenuta qualche mese prima, ma venne diffusa più tardi.</p>
<p>Un investigatore consultato dalla rivista Cambio affermò che non vi  erano dubbi che Fredy Muñoz era  colui il quale appariva sulla foto in compagnia dei guerriglieri e questo secondo lui confermava  il fatto che il corrispondente di TeleSUR  in Colombia era  parte integrante di uno dei fronti più agguerriti delle FARC.</p>
<p>Oltre alla fotografia  vennero diffuse  altre prove “schiaccianti” sull’attività eversiva di Fredy  che consistevano  in alcuni fogli in bianco ritrovati nella sua abitazione  recanti il timbro del fronte 35 delle FARC e 17  fogli di uno scritto dal titolo “La dottrina del Fascismo”.</p>
<p><strong>La fotografia appariva  manipolata grossolanamente tanto che spinse Fredy a rilasciare una sua dichiarazione in merito prontamente pubblicata dal sito Telesur: </strong></p>
<p><em>“Il giorno dopo la notifica da parte dei miei avvocati del trasferimento del processo (a Bogotà n.d.r.), il 1 febbraio scorso (del 2007 n.d.r.), una minaccia di morte mi è giunta attraverso la posta elettronica firmata da un gruppo paramilitare identificato come “Aguilas Negras”. In  questa nota ci definisce “rospi comunisti travestiti da giornalisti” e ci minaccia di morte.</em></p>
<p><em>Dopo questa intimidazione alcuni mezzi di comunicazione hanno iniziato a diffondere la notizia, la domenica  del 4 febbraio scorso(2007 n.d.r.),  che la Fiscalia avrebbe emesso contro di me un nuovo ordine di cattura, notizia diffusa direttamente da organismi centrali di quell’istituzione.  A questo punto già si era organizzata tutta la montatura.</em></p>
<p><em>In modo brusco, intempestivo e in linea con i metodi di questo organismo, una mia presunta fotografia in compagnia di guerriglieri delle FARC  compare  “abbandonata” dai ribelli nello stesso luogo dove era tenuto sequestrato il ministro Fernando Araújo e di cui se ne ha notizia solo oggi un mese e mezzo più tardi. È stato collegato in modo approssimativo, questo fatto,  il più sensibile e significativo  per l’opinione pubblica negli ultimi mesi, alla  persecuzione e alle  segnalazioni contro di me.</em></p>
<p><em>Questa fotografia è stata definita dalla rivista Cambio come la “prova principe” e affermano i servizi che è stata scattata all’inizio del 2006 mentre allora  era dimostrato il mio impegno continuo  con TeleSUR.</em></p>
<p><em>Un altro mezzo di informazione, assicura in un contesto di irresponsabile ambiguità, che detta foto fu scattata ad aprile 2005 , periodo in cui era risaputo pubblicamente che mi trovavo in fase di consegna del documentario “Il treno che arriva a Clamar” per la serie “Tropici” di Telecaribe.[…]</em></p>
<p><em>Insiste questa rivista nel dire, tra le altre falsità, come già dissi nel novembre passato, che nel “mio” appartamento è stata trovata carta intestata delle FARC, quando nella stessa inchiesta e nella sentenza del Tribunale della Corte di Appello che mi concesse la libertà, si dichiara che né l’appartamento perquisito era il mio alloggio, e né dal verbale di perquisizione risulta che fu mai ritrovata della carta intestata.</em></p>
<p><em>Ma questo è il risultato del vincolo  di alcuni mezzi di comunicazione del paese con gli organi militari e di sicurezza, che in modo irresponsabile pubblicano ciò che gli capita fra le mani, senza nessun rigore né etica giornalistica e con evidente intenzione di causare danno.</em></p>
<p><em>Ai nostri avvocati è stato negato l’accesso alla pratica, la quale è passata per la città di Cali, fatto inspiegabile secondo i molti giuristi consultati. Non è stato inoltre ancora notificato il pubblicizzato ordine di cattura. Credevamo che le fughe di notizie fossero l’eccezione e invece si scopre che è re la regola, indagando  un po’ nel passato dei funzionari giuridici coinvolti in questa montatura.</em></p>
<p><em>Il DAS  di  Barranquilla manovrato dal paramilitare Rodrigo Tovar Pupo, alias Jorge 40 è l’ente  che esegue l’arresto. Precedentemente  aveva arrestato Alfredo Correa de Andreis, amico e maestro, e  una dozzina tra attivisti sociali, studenti, sindacati, dirigenti culturali e maestri.</em></p>
<p><em>È  provata la partecipazione di paramilitari e agenti di questo corpo nel ripudiato crimine di Alfredo Correa e  di dettagli  a sangue freddo trapelati dal  personal computer di Jorge 40 , trovato nella proprietà dell’ alias “Don Antonio”  un militare in ritiro al servizio del paramilitarismo.</em></p>
<p><em>Il pubblico ministero Manuel Hernando Molano Rojas, non specializzato, e con delega alla cosiddetta  Unidad de Reacción Inmediata del DAS nel Atlántico, accogliendo  la mia richiesta di  istruttoria,  alla conclusione di essa chiese scusa al mio avvocato per le “irregolarità commesse” e mi disse testualmente  “A te quelli che ti vogliono fottere (sic) sono quelli della Marina”.</em></p>
<p><em>[…]</em></p>
<p><em>Faccio un appello alle associazioni nazionali ed internazionali dei Diritti Umani, alle Organizzazioni Non Governative, alle associazioni che difendono la libertà di stampa, al giornalismo indipendente, alle corporazioni della stampa, alle associazioni degli utenti della stampa, e a tutta la collettività critica e attiva del nostro continente ad essere vigile rispetto all’evolversi di questa situazione.</em></p>
<p><em>Nego pubblicamente, quanto  affermano in forma tendenziosa gli organismi di sicurezza e i suoi mezzi di corte, che sono uscito dal paese. Dallo scorso 1 febbraio(2007 n.d.r.) a causa delle gravi e continue minacce contro la mia vita mi proteggo da esse e faccio in modo di proteggere anche la mia famiglia, all’interno del mio paese. Nonostante queste circostanze, i miei avvocati non hanno abbandonato il processo.</em></p>
<p><em>Voglio richiamare l’attenzione del Tribunale Nazionale del Popolo affinché garantisca il nostro diritto alla vita , al processo giusto, alla libera espressione e al buon nome, il mio, della mia famiglia e quello dei miei colleghi di TeleSUR  in  Colombia e che intervenga tra tante e tali sleali minacce.” </em></p>
<p><em>Fredy Muñoz Altamiranda 14 Febbraio 2007</em></p>
<p>In quell’occasione ricevette appoggio e solidarietà dall’Associazione Reporters Senza Frontiere (RST),  dalla Federazione Internazionale dei Giornalisti (FIJ) e dall’Organizzazione Mondiale contro la Tortura (OMT).</p>
<p>Ebbene giunge la notizia appena qualche giorno fa che Fredy Muñoz, il quale attualmente vive e lavora in Venezuela,  costretto all’ esilio per la persecuzione giudiziaria e per le minacce ricevute,  <strong>è stato condannato a 15 anni di carcere per questa vicenda.</strong></p>
<p>Questo il nuovo comunicato pubblico  di Fredy:</p>
<p><strong>UNA CONDANNA CONTRO LA PACE</strong></p>
<p><em>“Rifiuto   categoricamente la condanna emessa contro di me da un giudice colombiano. Non sono mai stato, nè sarò mai un “terrorista”, un “dinamitardo”, un “bombarolo di centrali elettriche” come scrive la sentenza. Niente di più assurdo. In tutta la mia carriera, il cui percorso è pubblico e noto, ho bombardato soltanto la falsità con quello che so fare meglio: scrivere la verità.</em></p>
<p><em>Nel 2005 rappresentai in Colombia la multinazionale TeleSUR fino al 2007, quando uscii di prigione, acusato di ribellione da Pubblici Ministeri indegni. Allora un giudice coraggioso stabilì che le  testimonianze di tre, cinque, dieci o cento uomini condannati a marcire nelle viscere del sistema giudiziario colombiano, a quaranta anni di carcere e motivati da promesse di riduzione della pena, non erano sufficienti per accusarmi, ancor meno per condannarmi.</em></p>
<p><em>Oggi, con queste stesse prove, testimonianze di uomini ricattatti e in disgrazia, un giudice decide di condannarmi a pagare 15 anni di carcere per fatti i cui autori hanno confessato e sono stati condannati da tempo.</em></p>
<p><em>Questa condanna evidenzia che le mie denunce sono vere: Il Pubblico Ministero e una buona parte del Sistema giudiziario  colombiano sono al servizio del narcotraffico e del paramilitarismo, per criminalizzare e ridurre la resistenza sociale in Colombia. Miriam Martínez Palomino, il Pubblico Ministero che mi ha accusato al principio  in questo processo è un personaggio funesto della “giustizia” colombiana, famosa per aver <a href="http://www.lasillavacia.com/historia/los-sonados-casos-de-la-fiscal-que-no-les-creyo-los-campesinos-de-las-pavas-30278">archiviato</a> il noto processo dei contadini sfollati, vittime del paramilitarismo a Las Pavas, Sur de Bolívar.</em></p>
<p><em>Martínez Palomino, condannata per le sue decisioni contro il patrimonio pubblico, prese nel caso dell’appropriazione indebita di Foncolpuertos, e responsabile,  per  sua propria imperizia, dell’uscita dal carcere di Alfondo Hilsaca, è insieme al Pubblico Ministero  Demóstenes Camargo de  Avila e all’ex direttore degli uffici del  Pubblico Ministero a Cartagena, Jaime Cuesta Ripoll, parte del gruppo dei narco– para-giudici manovrati dall’ex capo paramilitare dei Monti di Maria, Rodrigo Mercado Pelufo, e l’ex Procuratore Generale Luis Camilo Osorio durante la presidenza di Álvaro Uribe Velez.</em></p>
<p><em>La condanna contro di me è un estensione della presenza uribista e paramiliatre nel nostro sistema giudiziario.</em></p>
<p><em>Quando fui arrestato all’aereoporto El Dorado il 19 novembre del 2006, l’ordine di cattura contro di me stava nei sistemi del DAS dal 3 novembre dello stesso anno, io uscii dal paese, con questo ordine vigente, il 6 novembre, tre giorni dopo. I servizi segreti decisero renderlo effettivo al mio  ritorno da Carcas per coinvolgere e diffamare il nome della multinazionale TeleSUR e il Governo venezuelano con la mia cattura per ribellione e terrorismo. Oggi questa condanna, che era pronta ad agosto di quest’anno, viene  pubblicata una settimana dopo i risultati elettorali in Venezuela e a due giorni dall’inizio formale a Oslo dell’ avvicinamento tra governo e guerriglia per i dialoghi di pace con l’insorgenza colombiana.</em></p>
<p><em>Condanno questa sentenza per rappresentare  una persecuzione al mio dissenso pubblico verso  un sistema che ci ha governato sempre, per le mie denunce dirette con nome e cognome dei nostri detrattori e perchè rappresenta una forma di  intimorire quanti rappresentiamo a volto scoperto le voci dei movimenti politici lottano per la nostra giustizia sociale.</em></p>
<p><em>Continuerò a bombardare con il mio lavoro giornalistico le menzogne e  la struttura  di un sistema al quale il mondo si sta ribellando,  amplificando le voci di chi vuole  una Colombia ed un mondo migliori”. </em></p>
<p><em>Fredy Muñoz Altamiranda – 17 ottobre del 2012 </em></p>
<p>Voglio inoltre ricordare il <a href="http://www.annalisamelandri.it/2012/04/continuismo-uribista-nel-proceso-contro-joaquin-perez-becerra/">caso</a> di Luiz Perez Becerra, cittadino svedese di origini colombiane, direttore dell’agenzia ANNCOL,  arrestato a a Caracas il 23 aprile del 2011 e pochi giorni dopo deportato in Colombia, dove è stato sottoposto a processo con l’accusa di essere membro delle FARC. L’11 settembre scorso è stato condannato a 8 anni di carcere. Attualmente si trova nel carcere de La Picota di Bogotà, in attesa di presentare l’appello.</p>
<p> </p>
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		<title>Comunicato dell’  ABC contro la censura all’ informazione alternativa in Venezuela</title>
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		<pubDate>Tue, 03 May 2011 19:56:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ABC]]></category>
		<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[Dis-informazione/Des-información]]></category>
		<category><![CDATA[Venezuela]]></category>
		<category><![CDATA[Joaquín Pérez Becerra]]></category>
		<category><![CDATA[TeleSUR]]></category>

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		<description><![CDATA[Comunicato dell’  ABC contro la censura all’ informazione alternativa in Venezuela Asociación Bolivariana de Comunicadores, ABC Tutti i fatti relativi all’arresto e alla deportazione del giornalista bolivariano Joaquín Pérez Becerra sono stati caratterizzati da una censura alla libertà di informazione: Prima, la stessa detenzione di Pérez,  la voce dissidente del governo colombiano più riconosciuta e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/desinformacion.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5676" title="desinformacion" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/desinformacion-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong>Comunicato dell’  ABC contro la censura all’ informazione alternativa in Venezuela </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Asociación Bolivariana de Comunicadores, ABC</strong><strong><br />
 </strong><br />
 Tutti i fatti relativi all’arresto e alla deportazione del giornalista bolivariano Joaquín Pérez Becerra sono stati caratterizzati da una censura alla libertà di informazione:</p>
<p>Prima, la stessa detenzione di Pérez,  la voce dissidente del governo colombiano più riconosciuta e letta non solo in quel paese; la pagina di ANNCOL riusciva, come  nessun altro mezzo alternativo in Colombia, a raggiungere le 800mila visite in alcuni momenti di particolare congiuntura politica, cosa che in Colombia avviene costantemente.</p>
<p>Successivamente, un’ora dopo la detenzione di Joaquín, veniva diffuso  un comunicato ufficiale,  che con il linguaggio caratteristico della destra,  indicava  le ragioni dell’arresto, dettate non  dall’ INTERPOL ma dall’ex consigliere di  Álvaro Uribe Vélez, José Obdulio Gaviria, un oscuro personaggio noto per i suoi vincoli con il narcotraffico e il  paramilitarismo in Colombia.</p>
<p>Poi, il 25 aprile, la convocazione da parte del MINCI ai  mezzi di informazione per  una conferenza stampa all’aeroporto di Maiquetía rispetto a una probabile  consegna del compagno, infine  la successiva e quasi immediata cancellazione dell’invito con la motivazione di una momentanea sospensione di tutto il processo in corso.</p>
<p>Per finire,  una trasmissione a reti unificate del governo, passata  nello stesso momento in cui stavano trasferendo Becerra in Colombia.</p>
<p>Inoltre, il Ministero dell’  Informazione e della Comunicazione del Venezuela (MINCI), nella persona del ministro Andrés Izarra, dà disposizione  a tutti i mezzi di comunicazione  che dirige,  di non coprire  nessun avvenimento  relativo alla  solidarietà a  Joaquín Pérez Becerra e alle   proteste di un ampio settore del popolo rivoluzionario del Venezuela per la deportazione, per le nuove  condizioni della relazione Colombia – Venezuela e per gli  accordi di ambedue i governi in materia di “sicurezza” e cooperazione militare.</p>
<p>E’ deplorevole il ruolo che hanno giocato i mezzi di informazione che, come la VTV e Telesur, si sono distinti per la loro assenza nei luoghi cruciali dove si è manifestata la risposta della sinistra rispetto al caso di Joaquín Pérez. I loro racconti si  sono limitati ai comunicati di  governo e alle  accuse della Colombia  sui presunti crimini commessi dal direttore di ANNCOL.</p>
<p>Sono venuti meno alla verità e soprattutto all’impegno di trasformare il Venezuela nello spazio di costruzione di una stampa impegnata con gli interessi  delle masse popolari, con la  rottura del pensiero unico e con l’ egemonia mediatica capitalista che ha contribuito a consolidare questo feroce sistema.  Telesur  e altri mezzi di informazione sono venuti meno al principio socialista di costruire una comunicazione per la liberazione.</p>
<p>Attraverso questo comunicato rispondiamo anche a Iván Maiza che nell’unico articolo di opinione pubblicato da TeleSUR, in cui, più o meno assicura che il comunicatore bolivariano si è andato a cercare il suo arresto (come le donne che usano la minigonna sono colpevoli delle violenze che subiscono – nostro commento).</p>
<p>Dice Maiza che il movimento di sinistra è probabilmente infiltrato da “alcuni compagni” o da qualche “partito rivoluzionario” che hanno fatto dei piani per sabotare le strategie pianificate dal Comandante. Anche costruendo  trappole ai danni dei compagni di lotta? Compagni che non accettando la decisione di avvicinarsi a Santos sono disposti a fare qualsiasi cosa che possa “minare la fiducia” tra Chávez e il suo popolo, tra Chávez e i “popoli del continente”.</p>
<p>No, signor Maiza e signori di TeleSUR, noi  direttori dei mezzi di informazione alternativi che abbiamo invitato in qualche occasione  Joaquín Pérez Becerra per consolidare un progetto di comunicazione bolivariana, né  lavoriamo né tanto meno facciamo accordi  diplomatici con il DAS.</p>
<p>Noi abbiamo invitato in Venezuela in diverse occasioni Joaquín perché  eravamo assolutamente sicuri che il nostro governo non avrebbe mai deportato  al governo fascista colombiano un militante impegnato con la verità, con gli ideali bolivariani, un militante che ha sempre difeso in  Europa  questo processo che rappresenta la speranza dell’America latina.</p>
<p>Chi avrebbe mai  immaginato che una deportazione così vile e lontana dal diritto (perfino quello borghese),  sarebbe stata possibile nel paese con il maggior numero di emittenti comunitarie dell’America latina, il paese nel quel si sono svolti tanti incontri, congressi e dibattiti sul ruolo dei mezzi di informazione nella costruzione della Nostra America; l’unico paese dell’America latina dove c’è un processo rivoluzionario che dice di essere socialista; il paese del premio  Rodolfo Walsh alla comunicazione popolare.</p>
<p>Proprio nel corso dell’incontro della fondazione della <em>Asociación Bolivariana de Comunicadores </em> (ABC) che realizzammo nel dicembre del 2008 e nella  quale partecipò  anche Joaquín Pérez, decidemmo in sede plenaria che la sede della ABC sarebbe stata a Caracas per essere stata questa città la culla del nostro <em>libertador</em> Simón Bolívar e il luogo più sicuro  contro la censura, le persecuzioni e la diffamazione della destra.</p>
<p>Scegliemmo Caracas perchè consideravamo che il Venezuela avesse bisogno di una Associazione che smontasse le calunnie della stampa borghese e del suo <em>Colegio Nacional de Periodistas</em>. Considerammo che Caracas doveva essere la capitale dell’unità latinoamericana nel settore della comunicazione alternativa.</p>
<p>Dicemmo quindi allora, come già in altre occasioni  al nostro caro amico: “compagno Joaco, vieni che questa è una terra liberata”.</p>
<p>Come ci sbagliavamo!</p>
<p>Traduzione a cura di Annalisa Melandri</p>
<p> </p>
<p> </p>
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		<title>La censura di Stato di TeleSUR sul caso Joaquín Pérez Becerra</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Apr 2011 22:31:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Dis-informazione/Des-información]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Miei articoli/Mis artículos]]></category>
		<category><![CDATA[Venezuela]]></category>
		<category><![CDATA[Andrés Izarra]]></category>
		<category><![CDATA[ANNCOL]]></category>
		<category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category>
		<category><![CDATA[Joaquín Pérez Becerra]]></category>
		<category><![CDATA[TeleSUR]]></category>

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		<description><![CDATA[E’  stato allegramente pubblicato un articolo veramente  infamante da parte della redazione di TeleSUR sul caso  del direttore dell’ agenzia ANNCOL, arrestato  in Venezuela ed estradato in Colombia: o a TeleSUR  hanno la memoria corta,  oppure le direttive di governo sono più  forti della necessaria solidarietà  a un giornalista da sempre coerente con gli stessi  [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/Telesur_logo.jpg"><img class="size-full wp-image-5661 alignleft" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 5px; margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Telesur_logo" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/Telesur_logo.jpg" alt="" width="220" height="267" /></a></p>
<p>E’  stato allegramente pubblicato un <a href="http://www.telesurtv.net/secciones/opinion/92147-NN/acerca-de-joaquin-perez-becerra/" target="_blank">articolo</a> veramente  infamante da parte della redazione di TeleSUR sul caso  del direttore dell’ agenzia ANNCOL, arrestato  in Venezuela ed estradato in Colombia: o a TeleSUR  hanno la memoria corta,  oppure <strong>le direttive di governo sono più  forti della necessaria solidarietà  a un giornalista</strong> da sempre coerente con gli stessi  ideali bolivariani di questa catena televisiva nata sei anni fa come mezzo di informazione rivoluzionario e come “progetto latinoamericano alternativo al neoliberalismo”.</p>
<p>Sembra che qualcosa sia andato perduto di quei  valori originari nei pochi anni che sono trascorsi da quel 24 luglio 2005, quando nel 222° anniversario della nascita di Simón Bolívar, l’antenna televisiva iniziava a trasmettere il suo primo blocco informativo.</p>
<p>L’articolo al quale mi riferisco porta il titolo “Su Joaquín Pérez Becerra” ed è scritto da  tal Iván Maíza (che né so chi è e nemmeno voglio saperlo) ed è il primo (e l’unico di opinione) che  si trova su Google cercando <strong>TeleSUR+Joaquín Becerra. Le altre notizie pubblicate da TeleSUR sull’arresto all’aeroporto di Caracas e la successiva deportazione in Colombia del giornalista svedese sono di cronaca nuda e cruda</strong>.</p>
<p>Evidentemente la redazione di TeleSUR non ricorda più la solidarietà che molti militanti e “giornalisti terroristi” come ora chi chiamano,   manifestammo  quando nel mese di novembre del 2006,  in Colombia il DAS arrestò il suo   corrispondente  <strong>Fredy Muñoz</strong>, accusandolo di essere membro delle FARC.</p>
<p>L’allora direttore dell’antenna televisiva, Andrés Izarra,  attuale ministro della Comunicazione e Informazione, in quella circostanza dichiarò molto preoccupato: “la vita di Muñoz è in pericolo”. Aveva ragione. La Colombia non è un paese sicuro per i giornalisti che denunciano l’imperante terrorismo di Stato promosso dal suo governo e apparati di sicurezza.</p>
<p>La Colombia però, e questo la redazione di TeleSUR dovrebbe saperlo molto bene, non è un paese sicuro nemmeno per Joaquín Pérez Becera, a maggior ragione non lo è per lui,  nato là, ex consigliere comunale del partito Unión Patriotíca, che a seguito delle  minacce ricevute,    circa 20 anni fa dovette abbandonare il  paese per non diventare  un numero in più degli oltre 4000 militanti di quel movimento politico  assassinati in pochi anni dai paramilitari e dall’ esercito  colombiano. In quel genocidio politico conosciuto con il macabro nome di <em>Baile Rojo</em> (Danza Rossa) sequestrarono e uccisero anche la sua prima moglie.</p>
<p><strong>Joaquín quindi cercò  rifugio in Svezia e in questo paese europeo ottenne asilo politico e cittadinanza.</strong></p>
<p><strong> </strong>Nonostante questa storia, le autorità del Venezuela lo hanno arrestato, deportato e consegnato nelle mani del presidente colombiano Manuel Santos (ex ministro della difesa del governo Uribe) senza battere ciglio, dopo la telefonata ricevuta da Chávez con la quale il suo omologo colombiano gli chiedeva il favore.</p>
<p>TeleSUR quindi oltre a non preoccuparsi della sicurezza di Joaquín Pérez Becera,  pubblica anche articoli offensivi e denigranti  su di lui.</p>
<p>Conoscendo il percorso umano e politico del giornalista svedese, che abbiamo appena raccontato, leggere le infamanti domande (non dimentichiamolo! pubblicate come opinione sulla pagina di TeleSUR e non su qualsiasi piccolo blog) che pone  il tal Maíza,  autore dell’articolo, non possiamo non riflettere sul nuovo corso intrapreso dalla Rivoluzione Bolivariana: “<em>Chi ha fatto salire in questo momento Joaquín sull’aereo­? Chi lo ha venduto per mettere la Rivoluzione Bolivariana a rischio di perdere il suo ordine strategico?… ci sono settori nella sinistra rivoluzionaria che ricevono ordini dal DAS?”</em></p>
<p>Questo si può leggere nella pagina di una catena televisiva che pretende di essere alternativa oltre che rivoluzionaria, che vuole dare la voce ai senza voce… Che pretende di rappresentare  un governo rivoluzionario, bolivariano…</p>
<p>Ma non basta. La cosa peggiore è che l’ex presidente di TeleSUR,  Andrés Izarra,  dal suo terzo incarico come ministro della Comunicazione e dell’Informazione, fa del sabotaggio perfino sulla copertura informativa rispetto alle giuste proteste che il governo sta ricevendo in questi giorni per la deportazione di Joaquín Becerra.</p>
<p>Ieri a Caracas, di fronte al ministero degli Esteri, dove centinaia di rappresentanti dei movimenti sociali e organizzazioni politiche si erano riuniti per chiedere al governo spiegazioni su quanto accaduto, oltre al fatto che i giornalisti di TeleSUR non erano presenti (ricevono precise disposizioni dal ministero della Comunicazione, MINCI) non lo erano nemmeno quelli dei maggiori mezzi di informazione del paese. I pochi alternativi che hanno coperto le proteste come l’Agencia Bolivariana de Prensa (sarà una casualità ma la pagina ABP oggi non funziona), Radio  del Sur, Avila TV,  Catia TV, Tribuna Popular, ALBATV,  lo hanno fatto  “contravvenendo l’orientamento generale dato dal  ministero della Comunicazione”.</p>
<p>Fonti  venezuelane presenti hanno commentato che lo stesso Izarra stava realizzando varie chiamate telefoniche  minacciando e insultando i giornalisti per la copertura che stavano dando alla mobilitazione.</p>
<p>Tornano allora alla mente le dichiarazioni che faceva in una intervista due anni fa <strong>Aram Aharonian</strong>, importante giornalista uruguayano, uno dei fondatori ed ex direttore di TeleSUR, allontanatosi dalla televisione per “differenze politiche ed anche etiche” : “TeleSUR è occupata da inetti, controrivoluzionari nel più ampio senso della parola: gente che recita  slogan per sembrare rivoluzionaria  ma che non ha la minima idea di cosa voglia dire”. Le sue accuse, che allora apparivano  gravi e pesanti, erano rivolte a Izarra. Ora sono invece confermate sicuramente dai fatti.</p>
<p>Annalisa Melandri — <a href="http://www.annalisamelandri.it">www.annalisamelandri.it</a></p>
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<p><span style="color: #ff0000;"><strong><em>Certo bisogna farne di strada/da una ginnastica d’obbedienza</em></strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong><em>fino ad un gesto molto più umano/che ti dia il senso della violenza</em></strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong><em>però bisogna farne altrettanta /per diventare così coglioni</em></strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong><em>da non riuscire più a capire/che non ci sono poteri buoni.</em></strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong><em>(Fabrizio De Andrè)</em></strong></span></p>
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		<title>La censura de Estado de TeleSUR sobre el caso de Joaquín Pérez Becerra</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Apr 2011 06:17:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
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		<category><![CDATA[Joaquín Pérez Becerra]]></category>
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		<description><![CDATA[Se  ha publicado alegremente un artículo infame por la redacción de TeleSUR:  o tienen memoria muy corta o las directivas de gobierno son más fuertes que la necesaria solidaridad a un periodista comprometido con los mismos valores e ideales bolivarianos  de esta cadena televisiva  que nació hace seis años  para ser un medio revolucionario y [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_5634" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/DSC01442.jpg"><img class="size-full wp-image-5634" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/DSC01442.jpg" alt="" width="640" height="425" /></a><p class="wp-caption-text">Los términos medios son la antesala a traición. (Ernesto Guevara)</p></div>
<p>Se  ha publicado alegremente un <a href="http://www.telesurtv.net/secciones/opinion/92147-NN/acerca-de-joaquin-perez-becerra/" target="_blank">artículo</a> infame por la redacción de TeleSUR:  o tienen memoria muy corta o <strong>las directivas de gobierno son más fuertes que la necesaria solidaridad a un periodista</strong> comprometido con los mismos valores e ideales bolivarianos  de esta cadena televisiva  que nació hace seis años  para ser un medio revolucionario y un “proyecto latinoamericano alternativo al neoliberalismo”.</p>
<p>Parece que algo se haya  perdido de los valores originarios en el transcurso de estos pocos años,   desde aquel 24 de julio de 2005 cuando en el 222 aniversario del nacimiento de Simón Bolívar,  la antena TeleSUR empezaba  a transmitir su  primer bloque de informaciones.</p>
<p>El artículo al que me refiero se titula “Acerca de Joaquín Pérez Becerra” y está escrito  por tal Ivan Maíza (que ni se quien es y ni voy a averiguarlo) y es el primero (y el único de opinión) que se encuentra en Google buscando <strong>TeleSUR+Joaquín Becerra</strong>. Las otras noticias publicadas por  TeleSUR respecto a la detención en el aeropuerto de Caracas y a la siguiente deportación a Colombia del periodista sueco director de la agencia ANNCOL, son de pura  crónica pelada, monda y lironda.</p>
<p>Evidentemente en la redacción de TeleSUR ya no recuerdan la solidaridad que muchos militantes y <strong>“periodistas terroristas” como ahora está de costumbre llamarnos</strong>,  les brindamos  cuando en el mes de noviembre de 2006 en Colombia el DAS detuvo el corresponsal de ellos, Fredy Muñoz, acusándolo de ser miembro de las FARC.</p>
<p>El entonces director de la antena televisiva,  Andrés Izarra (actual ministro de la Comunicación y la Información),  declaró en aquellas circunstancias  muy preocupado: “la vida de Muñoz corre peligro”. Tenía  razón. Colombia no es un país seguro para los periodistas que denuncian el  imperante terrorismo de Estado promovido por sus gobiernos y sus órganos de seguridad.</p>
<p>Pero Colombia, y  eso la redacción de TeleSUR debería saberlo muy bien,   no es un país seguro  tampoco para Joaquín Pérez Becerra, con mayor razón para este hombre, nacido allá,  ex concejal del partido Unión Patriótica,  que  hace 20 años tuvo que huir de su país para no ser un numero más de los casi 4000 militantes de esta fuerza política asesinados  en pocos años por los   paramilitares y las fuerzas de seguridad colombianas.</p>
<p>Joaquín tuvo  que buscar refugio en Suecia después del secuestro y homicidio de su primera esposa, una víctima más de aquel genocidio político que llevó el nombre macabro de <em>Baile Rojo</em>.  Allá   obtuvo estatus de refugiado político y la ciudadanía sueca.</p>
<p>No obstante esta historia,  las autoridades de Venezuela  lo ha detenido, deportado y entregado en las manos del presidente colombiano  Manuel  Santos (ex ministro de defensa en el  gobierno de Uribe) sin pestañear, después de haber recibido Hugo Chávez  una llamada telefónica de parte de su homologo colombiano pidiéndole el favor.</p>
<p>TeleSUR entonces no se preocupa por la seguridad de Joaquín Becerra pero  además de eso publica artículos ofensivos y denigrantes.</p>
<p>Conociendo la trayectoria humana y  política del periodista sueco, que acabamos de contar, leer las infamantes preguntas, (¡no olvidémoslo! publicadas como opinión en la página de TeleSUR y no en cualquier bloguesito) que hace el tal Ivan Maíza, autor del artículo,  no se puede no reflexionar seriamente sobre el nuevo rumbo tomado por la Revolución Bolivariana: <em>“</em><em>¿Quién montó en este momento a Joaquín en ese avión? ¿Quién lo vendió para poner a la </em>Revolución<em> Bolivariana en riesgo de perder su ordenamiento estratégico?… ¿hay sectores en la izquierda revolucionaria que reciben órdenes del DAS?”</em></p>
<p>Eso se lee en la página de una cadena televisiva que pretende ser alternativa y además revolucionaria, que pretende dar la voz a los sin voz… Que pretende ser cadena televisiva de un gobierno revolucionario, bolivariano…</p>
<p>No es suficiente. Lo peor  es que el ex presidente de TeleSUR Andrés Izarra   desde su actual y tercer cargo de   ministro de  la Comunicación y la  Información (MINCI),   sabotea también la cobertura informativa respecto a las justas protestas que el gobierno está recibiendo  en estos días por la deportación de Joaquín Becerra.</p>
<p>Ayer en Caracas,   frente a la cancillería,   donde  centenares de representantes de los movimientos sociales y organizaciones políticas se habían  reunido para exigir al gobierno una explicación sobre lo sucedido, además de no estar presentes los periodistas de  TeleSUR  (que reciben precisas disposiciones del MINCI) ni de los mayores medios de comunicación, los pocos medios alternativos que cubrieron las protestas  como la Agencia Bolivariana de Prensa (será una casualidad pero la página ABP hoy no funciona),Radio del Sur, Avila TV,  Catia TV, Tribuna Popular, ALBATV,  lo hicieron “contraviniendo la orientación general del Ministerio de Comunicación”. Fuentes venezolanas comentaron que el mismo Izarra,  realizó varias llamadas telefónicas a unos de ellos,  amenazándolos e insultándolos por dar  cobertura del  plantón.</p>
<p>Vuelven entonces a la memoria las declaraciones que hacía en una entrevista hace dos  años  Aram Aharonian,  destacado periodista uruguayo,  uno de los fundadores  y ex director de  TeleSUR   que se alejó  de la misma por “diferencias políticas, e incluso éticas”: “Telesur está tomada por ineptos, contrarrevolucionarios en el amplio sentido de la palabra: gente que recita consignas para parecer revolucionarios pero que no tienen la menor idea de qué se trata”.  Sus acusaciones, que entonces parecieron pesadas y graves, estaban  referidas al mismo Izarra. Ahora se ven  definitivamente confirmadas por los hechos.</p>
<p>Annalisa Melandri</p>
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