Continuismo uribista nel processo contro Joaquín Pérez Becerra

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Joaquin Perez Becerra

Continuismo uribista nel proceso contro Joaquín Pérez Becerra

“Vorrei sottolineare che é stato veramente unico il contributo che la nostra cultura ha ricevuto, risultato del fatto che siete stati obbligati  a fuggire dalle vostre patrie e venire qui […] così che non e dovuto ai  nostri meriti personali, ma siamo  noi quelli che abbiamo ottenuto del  beneficio dalla situazione, arricchendo la nostra cultura. E questo è veramente importante per un paese piccolo come la Svezia.”[1] (Olof Palme)

 

di Annalisa Melandriwww.annalisamelandri.it

Il giornalista e cofondatore dell’Agenzia di Notizie Nuova Colombia (Anncol), Joaquín Pérez Becerra, 55 anni, cittadino svedese di origine colombiana[2],  venne arrestato all’aeroporto Maiquetía di Caracas, appena sceso da un volo proveniente dall’Europa, il 23 aprile del 2011. Pochi giorni dopo fu deportato in Colombia, a Bogotá, dove attualmente si trova detenuto nel carcere de La Picota, in un reparto di massima sicurezza,  insieme  a narcotrafficanti e paramilitari (e quindi in una situazione estremamente pericolosa per la sua incolumità)  in attesa del processo che inizierà il 16 di questo mese.

Joaquín viveva  da oltre venti anni in Svezia  dove godeva dello status di rifugiato politico, dopo  essere stato  costretto   a fuggire dalla Colombia   per non diventare un numero  in più  degli oltre 4000 morti del “genocidio politico” del partito Unión Patriótica, conosciuto con il macabro nome di Baile Rojo. Il partito fu “sterminato, fino all’estinzione totale, un morto ogni 19 ore per sette anni”, dai paramilitari e dall’esercito,  come ricorda lo scrittore e giornalista Guido Piccoli nel suo libro Colombia il paese dell’eccesso[3]. Tra quei morti, anche la prima moglie di Joaquìn.

L’arresto  di Becerra da parte delle autorità venezuelane all’aeroporto di Caracas avvenne  in base ad un “presunto” mandato di cattura dell’Interpol  richiesto dalla Colombia. Tuttavia apparve immediatamente chiaro che “il codice rosso” dell’Interpol era stato emesso  mentre Joaquín  si trovava in volo dall’Europa verso il Venezuela.   La Colombia lo accusa di  associazione a delinquere, finanziamento e amministrazione di risorse derivate dal terrorismo. In pratica, di essere  il rappresentante e il tesoriere internazionale della guerriglia delle FARC, Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia,  in Europa.

Il movimento internazionalista solidale con la rivoluzione bolivariana, si divise in quel momento    proprio sull’arresto di Joaquín, avvenuto  in aperta violazione dei  diritti umani e del  Diritto  Internazionale sul  rifugio umanitario e l’asilo politico.[4]

 

Le “prove” contro Joaquín e l’arresto

pasaporte sueco de Joaquin

Nel luglio del 2011,  il Pubblico Ministero in Colombia produsse  contro Joaquín    prove consistenti  in alcune “presunte” mail che egli avrebbe  inviato a Raúl Reyes, il leader guerrigliero ucciso a Sucumbíos, Ecuador,  nel corso di un attacco colombiano all’ accampamento nel quale si trovava, il 1 marzo del 2008. Il computer di Reyes, contenente  molti dei documenti ed e-mail che furono  utilizzati in seguito per “costruire” tutta una serie di processi contro politici, militanti internazionalisti e difensori dei diritti umani,   venne recuperato  proprio in quella circostanza, “miracolosamente” indenne e perfettamente funzionante.

Tuttavia,   la Corte Suprema colombiana, in seguito espresse  il proprio parere rispetto all’utilizzo di tali prove con l’archiviazione del caso Borja[5] (un parlamentare colombiano  accusato di “farcpolitica”)  e dichiarando la loro illegittimità in quanto assunte  illegalmente. L’esercito che le aveva raccolte e custodite per i tre giorni  successivi al rinvenimento a Sucumbíos  infatti, non era autorizzato  a svolgere compiti di polizia scientifica. Inoltre proprio un investigatore della DIJIN colombiana (la polizia antiterrorismo),  Ronald Hayden Coy Ortiz, dichiarò  alla magistratura che la catena di custodia del computer dal momento del suo ritrovamento fino alla consegna all’Interpol fu  interrotta per un ragionevole periodo di tempo, il che potrebbe lasciar presupporre che gli archivi furono in qualche momento manomessi. Dichiarò inoltre che all’interno del computer non vennero ritrovati documenti di posta elettronica ma solo archivi Word[6] (che chiunque quindi potrebbe aver scritto e inserito).

Su questi documenti sono basate tutte le accuse di legami di vario tipo con la guerriglia colombiana che sono state montate ad esempio  contro l’ex senatrice Piedad Córdoba, contro  il direttore della rivista del Partito Comunista Colombiano Carlos Losano Guillén, ma anche contro i presidenti Chávez e Correa. Questi ultimi due sono stati accusati sulla base di  questi documenti di aver ricevuto denaro dalla guerriglia. Nel loro caso, per ovvie ragioni di real politik, le accuse non hanno prodotto nessun ulteriore procedimento, dato anche il nuovo corso della politica estera impresso dall’ attuale presidente colombiano Manuel Santos, che,  a differenza del suo predecessore,  sta cercando di instaurare a livello regionale con i suoi vicini,  relazioni meno “turbolente” di quanto non abbia fatto il suo  predecessore Álvaro Uribe.

 

Nella vicenda di Joaquín Pérez Becerra invece, il continuismo uribista si conferma  in tutta la sua drammaticità.

Hugo Chàvez,  dopo essere stato “coccolato” nei mesi precedenti dal suo omologo colombiano,  all’improvviso si trova in mano “la patata bollente”[7] Becerra (come affermato dallo stesso  governo del Venezuela). Sicuramente in quel momento Joaquín lo era, una patata bollente. Santos  avverte Chávez dell’arrivo di Becerra (che non era la prima volta che andava in Venezuela) mentre il giornalista si trova già sull’aereo e lo avvisa del codice rosso dell’Interpol. Le autorità venezuelane  lo arrestano al suo arrivo a Caracas e  pochi giorni dopo (durante i quali Joaquín  non può comunicare con nessuno) lo consegnano  alle autorità colombiane.

Non è vero tuttavia, che non c’erano “altre alternative alla sua consegna” ai colombiani, come da versione ufficiale dei venezuelani.  Non è vero  che non c’erano altre vie d’uscita,  La protezione per Joaquín c’era e veniva proprio da quel diritto borghese che tanti rivoluzionari disprezzano ma che paradossalmente lo avrebbe protetto più  di quanto alla fine non lo  abbia fatto un governo rivoluzionario. Poco si discusse allora, e certamente non lo faremo adesso, del paradosso per il quale la  rivoluzione bolivariana dovesse aver  bisogno di appigli provenienti dal diritto borghese per confermare il suo carattere rivoluzionario… Fatto sta che il diritto internazionale e il Codice Penale venezuelano che avrebbero salvato Joaquín, non sono stati nemmeno presi in considerazione da un governo che si dice “rivoluzionario” e che la loro applicazione, che anche  e forse soprattutto,  il governo svedese avrebbe dovuto esigere, non fu nemmeno lontanamente ipotizzata.

Due volte tradito Joaquín, dal diritto borghese e dalla solidarietà internazionalista, principio fondamentale di ogni vero rivoluzionario, persona o governo che sia. Questa invece è stata calpestata e offesa dalla ragion di Stato. La ragion di Stato, in questo caso come un carro armato è passata sopra tutte le convenzioni internazionali e sopra la stessa Costituzione del Venezuela.[8] Ciò è avvenuto per salvaguardare il nuovo corso delle relazioni tra Colombia e Venezuela che stavano procedendo bene,  come non accadeva da tempo.

I  più maligni assicurano invece che ci fosse in ballo un accordo per l’estradizione del narcotrafficante venezuelano Walid  Makled (il quale aveva preannunciato rivelazioni sui suoi vincoli con alti membri dell’esercito venezuelano e funzionari del governo)  con la consegna di Joaquín.[9] Makled effettivamente, qualche tempo dopo venne estradato in Venezuela, nel rispetto di tutte le procedure del diritto internazionale.

Nel caso di Joaquín invece non si è tenuto conto del fatto che  il Venezuela è firmatario della Convenzione ONU di Ginevra del 1951 (e del suo protocollo del 1967) sullo statuto dei Rifugiati, nella quale,  oltre a descrivere la figura del “rifugiato” (“chiunque, per causa di avvenimenti anteriori al 1° gennaio 1951 e nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato” Art. 1) dichiara che “nessuno stato contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche” (art. 33). Ma non si è tenuto conto nemmeno del Codice Penale venezuelano che, nel suo articolo 6 stabilisce che “l’estradizione di uno straniero non potrà concedersi per delitti politici” e che la procedura di estradizione spetta all’Esecutivo Nazionale e poi al Tribunale Supremo di Giustizia. In ogni caso una procedura burocratica abbastanza lenta: nel caso di Joaquín invece sono state sufficienti 55 ore per consegnarlo nelle mani delle squadre antiterrorismo colombiane. Non si è tenuto inoltre conto che un codice rosso dell’Interpol, usato dal governo venezuelano per giustificare la deportazione immediata di Joaquín, non prevede affatto la deportazione immediata  ma una ben più complessa  procedura di estradizione.

Nel caso di  Joacquìn Pèrez Becerra, l’apparato accusatorio contro di lui,  fondato in un primo momento sulle presunte mail trovate nel “magico” computer di Reyes[10], dopo il parere della Corte Suprema rispetto alla  loro illegittimità e le dichiarazioni  dell’investigatore del DIJIN,  cominciava a vacillare. Si ricorse quindi a un montaggio giudiziale costruito con il contributo di falsi testimoni e presunte ”prove” raccolte in Svezia da alcuni informatori colombiani vincolati con l’ambasciata colombiana a Stoccolma  e con il  DAS (servizi segreti colombiani che dipendono direttamente dalla Presidenza della repubblica)[11].

Questo sistema trae origine da uno molto più complesso messo  a punto direttamente da Álvaro Uribe durante la sua presidenza e che portava il nome di G-3. Praticamente  una  sottostruttura illegale del DAS[12] che aveva il compito di controllare e  perseguitare tutti i soggetti politici e sociali che non erano in linea con il governo colombiano e che svolgevano  attività informativa rispetto ai suoi crimini e a quelli dei paramilitari ad esso vincolati. Questa struttura venne fuori con lo scandalo scoppiato nel 2009 e denominato delle chuzadas, cioè le  intercettazioni illegali  ordinate direttamente dalla Presidenza della Repubblica  (leggasi Álvaro Uribe)[13] contro oppositori politici, magistrati, giornalisti e che si concluse con la liquidazione dell’istituzione del DAS e con l’arresto di alcuni suoi alti ufficiali tra i quali  Jorge  Alberto Lagos e   Fernando Tabares, condannati ognuno a 8 anni di carcere, mentre  l’ex direttrice dell’istituzione, María del Pilar Hurtado, invece è riuscita a chiedere e ad ottenere  asilo politico a Panama dove si trova attualmente, evitando la giustizia.

Negli uffici del DAS venne ritrovato, nel corso delle perquisizioni,  un fascicolo dal nome “Operación Europa” (Operazione Europa)[14] contenente documenti, analisi  e tutta una serie di informazioni raccolte nel Vecchio Continente tramite operazioni illegali di spionaggio a carico di colombiani rifugiati ed esiliati,  giornalisti, ONG, difensori dei diritti umani, singoli cittadini ma anche membri di istituzioni quali il Parlamento Europeo e la sede delle Nazioni Unite in Svizzera. L’Operazione Europa aveva l’ obiettivo di “neutralizzare l’influenza del sistema giuridico europeo, della sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo e dell’ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani” (Calvo Ospina) , ma anche di predisporre le cose per poi poter fornire appigli nella formulazione e creazione di processi giudiziari,  montare ad arte dossier su ogni persona, cercando poi di vincolarla in qualche modo alla guerriglia e dove possibile,  sottoporla  a procedimenti giudiziari anche con l’aiuto dell’Interpol. Proprio come accaduto a Joaquín Pérez Becerra.

Oltre a lui, sono stati oggetto di tali “attenzioni” in Europa, il giornalista svedese Dick Emanuelsson, molte ONG di Spagna, Belgio e Italia[15], membri del Parlamento Europeo,  alcuni membri della Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH). Tutte queste persone ed entità avevano in comune la posizione critica al governo colombiano e il fatto di svolgere una capillare e importante opera di informazione rispetto ai crimini e alle violazione dei diritti umani da questo commesse.

Germán Villalba era l’incaricato del DAS (e in particolare della sottostruttura G3)  di coordinare  in Europa (soprattutto in Svezia, Belgio, Spagna e  Italia) questa vasta operazione di  intelligence clandestina per la quale aveva formato  un vero e proprio gruppo di lavoro che effettuava pedinamenti, intercettazioni ambientali, telefoniche e di posta elettronica, riprese video e fotografie. Egli era di stanza in Italia dove operava come legame con la Colombia per le operazioni contro il narcotraffico, quindi con legami nelle istituzioni anche nel nostro paese, ad  alto livello.

La presidenza della Repubblica  della Colombia, non solo riceveva  tutte le informazioni raccolte, ma come dichiarò Cesar Julio Valencia, presidente del Tribunale Civile della  Corte Suprema di Giustizia, il quale ascoltò  le confessioni di molti funzionari del DAS, da Palacio Nariño  si dirigevano e manipolavano tali operazioni. Villalba[16], attualmente agli arresti in Colombia, ha ammesso le proprie responsabilità in tutta la vicenda e accettato le imputazioni mosse contro di lui di fronte  alla Procura Generale della Repubblica. E’ accusato di associazione a delinquere, abuso di autorità, intercettazioni illegali. Ha ammesso inoltre di essere alle dirette dipendenze dell’ex direttore del DAS Jorge Noguera Cotes, a suo tempo anche console a Milano[17], in carcere in Colombia condannato a 25 anni di carcere [18]per vincoli con il paramilitarismo. In pratica Noguera è accusato di aver messo a disposizione dei paramilitari delle AUC  il DAS e di aver  contribuito all’ omicidio del professore  Alfredo Correa d’Andreis.

 

La Svezia e l’esilio colombiano

Tuttavia il paese europeo dove più che in ogni altro si sono scatenati gli 007 colombiani, in sinergia con quelli svedesi e anche con la CIA, è stato la Svezia. In Svezia esiste una grande e organizzata  comunità  di esiliati e rifugiati politici colombiani molto  attiva, che svolgono soprattutto in campo informativo e politico,   un lavoro encomiabile rispetto alla situazione delle violazioni dei diritti umani nel loro paese di origine.

Come spiega la ricercatrice e specialista in Studi Migratori e Rifugio, María Luján Leiva, nel suo saggio Rifugiati in Svezia e visione dell’altro paesaggio, la presenza latinoamericana in Svezia ha origine dall’esilio politico, fatto che ha svolto nel passato e anche nel presente,  un ruolo importante nella strategia di inserimento e anche di partecipazione nella società svedese, per […] la volontà di relazionarsi con le patrie di origine come obbligo politico e decisione di mantenere e ricreare legami culturali e di appartenenza”.[19]  L’esilio latinoamericano in Svezia, e specialmente quello colombiano,  è  stato “protagonizzato da individui giovani, per la maggior parte provenienti da settori sociali medi, militanti politici, sindacali, e delle associazioni studentesche, di distinte tendenze ma con una comune esperienza di rivendicazione della cultura e della democrazia”. 

Oltre all’Agenzia di Notizie per la Nuova Colombia (ANNCOL),[20]  fondata nel 1996 e che rappresenta il portale alternativo di informazione politica sulla Colombia che registra il maggior numero di visite in assoluto, in Svezia esiste l’Associazione Jaime Pardo Leal,  che da decenni gestisce l’emittente radiofonica Radio Café Estereo[21]. Ambedue i mezzi di comunicazione, l’agenzia di notizie e la radio,  diffondono informazione sui movimenti sociali, studenteschi, giovanili e popolari  oppositori al governo colombiano, denunciano inoltre da decenni e con costanza e dovizia di dati e fonti riscontrabili  i vincoli di questo con il paramilitarismo e il narcotraffico.

Praticamente una spina nel fianco dei vari governi succedutisi al potere in Colombia, che da sempre cercano di associare e vincolare sia Anncol che Radio Café Stereo con le FARC. Secondo il governo farebbero parte dell’apparato di propaganda a livello internazionale della guerriglia. E’ vero che  Anncol diffonde molti comunicati dell’organizzazione insorgente. Dal momento che in Colombia è in corso un conflitto politico e sociale (da sempre negato dal governo) appare evidente come sia logico che si dia voce ad entrambi gli attori del conflitto. L’esercito, la polizia, il DAS hanno ampio spazio sui mezzi di informazione colombiani vicini al potere politico e sui grandi mezzi di informazione stranieri. L’altro attore del conflitto, la guerriglia, ma non solo, le associazioni di contadini, le associazioni indigene, i movimenti studenteschi, i vari comitati e coordinamenti popolari non hanno voce in un panorama mediatico che li invisibilizza.

Fa parte della linea politica del governo negare il conflitto in corso e negare anche, come ha fatto per esempio recentemente il vicepresidente colombiano Angelino Garzón, che in Colombia ci siano prigionieri politici[22], perché ciò  “vorrebbe dire legalizzare le organizzazioni armate illegali incluso la guerriglia”. Non è vero. Riconoscere  che ci sono prigionieri politici nelle carceri colombiane (e ce ne sono in condizioni terribili circa 8mila) vorrebbe dire soltanto riconoscere un conflitto che è sociale prima che politico e che ha origine,  appunto, nelle enormi ingiustizie e disuguaglianze sulle quali è basata la società  colombiana. Come si raggiunge la pace senza dar voce a tutti? Come si costruisce il dialogo se non si ascolta il nostro interlocutore? In quest’ottica Anncol pubblica i comunicati della guerriglia come fanno centinaia di altri mezzi di informazione alternativi. Il governo colombiano invece rincorre  la soluzione militare e non quella politica. La soluzione che propone del conflitto  pertanto passa per la voce delle armi e non per quella del popolo. Esercita in altre parole quello che il giornalista Eliecer Jimenéz Julio[23] ha recentemente definito “Terrorismo de Estado contra Periodismo del Pueblo” e cioè “Terrorismo di Stato contro Giornalismo del Popolo”.

Nonostante queste accuse di connivenza con la guerriglia, sia Anncoll che l’Associazione Jaime Pardo Leal e  Radio Café Stereo, da sempre agiscono in assoluto rispetto della legislazione svedese  vigente e in ottemperanza a tutti gli obblighi che ne derivano. I loro membri sono per lo più colombiani che godono dello status di rifugiato politico, ex appartenenti al partito Unión Patriotica e quindi sfuggiti al genocidio politico che portò  alla sua scomparsa nel 1994. Ma non solo colombiani, tra loro anche molti cittadini svedesi. Dick Emanuelsson, svedese è tra i co-fondatori di Anncol insieme a Joaquín Pérez Becerra.

Da parte del governo colombiano, tuttavia i colombiani residenti in Svezia non hanno ricevuto soltanto accuse e diffamazione, ma anche minacce dallo stesso  Presidente della Repubblica, Álvaro Uribe, quando ricopriva tale carica.

Nel gennaio del 2010 i direttori dell’Associazione Jaime Pardo Leal, Radio Cafè Stereo  e dell’Agenzia Anncol denunciarono all’opinione pubblica svedese e internazionale “le continue minacce del governo colombiano e dei suoi tetri assessori  contro l’integrità psicologica e fisica dei suoi membri”. Álvaro Uribe, allora presidente della Colombia, nel corso di un’ intervista,  aveva   dichiarato che “bisognava farla finita con quei criminali, psicopatici e banditi che sono i colombiani  che vivono in Svezia e in altri paesi…” [24]

Proprio per “farla finita” con i colombiani residenti in Svezia, venne creata in quel paese una  rete di informatori del DAS, con sede presso l’ambasciata colombiana a Stoccolma, che faceva capo alla sottostruttura del G3 della quale abbiamo parlato prima. Ernesto Yamhure, che svolgeva la funzione di primo segretario in quella sede diplomatica, ma era anche giornalista al servizio del governo colombiano, editorialista di spicco della destra nei quotidiani importanti in Colombia, strenuo difensore della politica militarista del governo e uomo di fiducia di Uribe, vicino all’esercito,  era l’incaricato di “sorvegliare” e monitorare tutte le attività della comunità colombiana in Svezia.

Last but not least, Yamhure era anche giornalista al servizio del capo dei paramilitari delle  Autodifese Unite della Colombia (AUC) Carlos Castaño Gil, suo intimo amico, che gli revisava direttamente gli articoli prima della pubblicazione. Juan R. García un paramilitare smobilitato, ex consigliere politico di Carlos Castaño,  raccontò[25] al giornalista  Dick Emanulesson che  Yamhure era strettamente legato da vincoli di amicizia a Carlos Castaño e che in più di una occasione aveva partecipato a importanti riunioni delle AUC, tra le quali una  nel 2002 con i vertici dell’organizzazione paramilitare in qualità di consigliere personale del capo.   Proprio in quegli anni, le AUC stavano mettendo a punto, su indicazione di Castaño,  il progetto di costruzione dei forni dove bruciare le loro vittime, in quanto i metodi precedentemente usati (squartamenti, omicidi, lancio di cadaveri nei fiumi, fosse comuni,  etc) stavano lasciando troppe tracce in giro e stavano indignando oltre misura la comunità internazionale.

L’attività di Yamhure in Svezia come 007 al servizio del suo governo   fu smascherata dallo stesso Dick Emanuelsson nel luglio del 2005[26] quando venne fotografato mentre dal ponte della nave colombiana Gloria,  appena giunta nel porto di Stoccolma, a sua volta  fotografava e riprendeva tutti i membri della comunità di esiliati colombiani che stavano pacificamente  protestando dalla banchina contro il terrorismo di stato  in Colombia. La protesta era stata organizzata approfittando della visita della nave e nel rispetto della legislazione svedese con tutte le autorizzazioni necessarie.

Tale operazione di spionaggio illegale  contro esiliati politici portò alla richiesta del suo allontanamento  dall’ambasciata  colombiana nel 2007.

Ernesto Yamhure dal 29 agosto del  2011 è praticamente scomparso dalla circolazione. Il suo  twitter è  fermo a quella data, la stessa da quando ha dato le dimissioni ai vari organi di informazione filo governativi per i quali lavorava (Radio Caracol, Espectador…) . Si vocifera che sia negli Stati Uniti in quanto in Colombia sarebbe indagato per vincoli con il paramilitarismo e  crimini contro l’umanità. Tuttavia ha fatto in tempo a “rimediare” nella rete di informatori da lui organizzata in Svezia,  un colombiano che avrebbe deciso di testimoniare contro Joaquín Pérez Becerra nel processo che avrà inizio formale il 16 aprile, a circa un anno dalla sua detenzione. Una volta accertate le debolezze delle prove dei documenti Word del computer di Reyes, era infatti necessario trovare un testimone.

Un certo Miguel Ángel Andolín Estrada, appartenente alla comunità colombiana a Stoccolma, con la quale tuttavia sarebbe in conflitto per alcuni dissapori rispetto a vicende sentimentali, sarebbe il testimone contro Joaquìn trovato in fretta e furia dal governo colombiano per montare le accuse contro di lui. Estrada si sarebbe prestato al gioco infatti,  per vendicarsi di un torto  che avrebbe ricevuto da un membro dell’associazione Jaime Pardo Leal.

L’avvocato di Becerra Rodolfo Ríos ha dichiarato che: “ci sono 4 informatori che ha preparato la  Procura Generale della Repubblica, in un modo si direbbe criminale rispetto all’ amministrazione della giustizia, per accusare una persona per il fatto  di avere una opinione differente al regime(…) Qui gli informatori si utilizzano dopo averli preparati nelle caserme dell’esercito,  negli uffici dei servizi segreti, del DAS (ora  ANI), della DNJIN, della SIJIN e lo stesso CTI della Procura per preparare i “testimoni” che accusano a Joaquín Pérez Becerra”.

I testimoni invece che presenta la difesa sono oltre a Dick Emanuelsson, Carlos Casanueva, segretario generale del Movimento Continentale Bolivariano e Narciso Isa Conde[27], politico e scrittore dominicano, oltre a Jens Holm, ex deputato del Parlamento Europeo e deputato svedese,  John Jakobsen, danese,  rappresentante dell’Associazione Rebelión della Danimarca, che dimostreranno che Anncol non è una organizzazione terrorista ma una agenzia stampa che si sostiene con risorse proprie. Alcune testimonianze si realizzeranno via internet tramite le ambasciate colombiane nei paesi di origine dei testimoni.

Il processo contro Joaquin Perez becerra è’ ovviamente un processo molto complicato, sia per l’immensa mole di materiale che l’avvocato Rodolfo Ríos, difensore dei diritti umani deve studiare ma  anche rispetto all’aspetto economico in quanto i costi del processo pesano  esclusivamente sulle spalle di Joaquín e della sua  sua famiglia. Sono stati rivolti vari appelli in questo senso e chiunque voglia collaborare economicamente può rivolgersi al Comitato per la Liberazione di Joaquín Pérez Becerra a questo indirizzo web: libertadparajoaquinatgmaildotcom

Intervistato dal gionalista  Unadi Aranzadi per La Jornada, Joaquín denuncia che il suo arresto é un chiaro attentato alla libertà di espressione […] e che quando qualcuno viene accusato da certi governi di terrorismo, purtroppo anche i difensori dei diritti umani scappano a gambe levate…”[28]

Ricordo la storia passata e il rispetto che il mondo intero aveva per un  grande politico svedese che probabilmente é morto perché credeva che ogni persona avesse diritto di vivere in almeno un luogo della terra senza paura e che gli unici a trarre beneficio dal fatto che alcune persone fossero costrette a fuggire dai propri paesi per rifugiarsi in Svezia fossero proprio gli svedesi che così vedevano arricchita umanamente la propria cultura. [29]

La Svezia di oggi  non è più quella di Olof Palme, ma il rispetto per i diritti umani da allora è diventato un principio che universalmente distingue gli Stati democratici da quelli che non lo sono.[30] Joaquín Pérez Becerra per questo non aveva paura di vivere in Svezia, evidentemente si sbagliava.

 

 



[1] Dichiarazione di Olof Palme durante l’ “Incontro del Teatro  Latinoamericano nell’Esilio”. Stoccolma, Ottobre 1983

Fonte: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=110864

[2]  Joaquín Pérez Becerra si è recato in Svezia nel 1993 e ha ottenuto la cittadinanza svedese nel 2000, in quello stesso momento  ha rinunciato alla cittadinanza colombiana.

[3] Guido Piccoli, Colombia il paese dell’eccesso. Feltrinelli , 2003

[4] Caso Becerra: Risposta al partito dei Carc http://www.annalisamelandri.it/2011/05/caso-becerra-risposta-al-partito-dei-carc/

Caso Becerra: perché rinuncio a far parte della redazione della rivista ALBAinformazione http://www.annalisamelandri.it/2011/05/caso-becerra-perche-rinuncio-a-far-parte-della-redazione-della-rivista-albainformazione/ queste sono le cose più rilevanti accadute in Italia, ma emblematiche di quanto accaduto nel resto del panorama político internazionale e soprattutto in Venezuela

[11] Istituzione smantellata con decreto presidenziale (Manuel Santos) il 30 ottobre del 2011 in seguito ai numerosi scandali nel quale sono stati coinvolti molti funzionari, anche di alto livello. Al suo posto c’è l’Agenzia Nacional de Inteligencia (ANIC). Ad oggi il tramite della liquidazione dell’entità non sembra ancora concluso.

[15] Alcune associazioni di Spagna e Belgio hanno già presentato esposti  alle autorità competenti dei propri paesi per denunciare queste attivitá di spionaggio illegali. Recentemente anche in Italia la stessa cosa é stata fatta dal Comitato “ Verità e Pace in Colombia” (http://www.veritaepace.org/).

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