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	<title>Annalisa Melandri&#187; Messico</title>
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		<title>“Un incubo” la sparizione di persone in Messico</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Jul 2013 02:15:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[por Annalisa Melandri — in esclusiva per L’Indro  - 12 Giugno 2012 ‘Affrontare un incubo. La sparizione forzata di persone in Messico’ questo è il titolo del nuovo rapporto di Amnesty International diffuso ai mezzi di comunicazione internazionali il 4 giugno scorso, che fa il punto e denuncia la gravissima  situazione della sparizione di persone nel paese. Tra il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-9079" title="desaparecidos_mexico" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/desaparecidos_mexico.jpg" alt="" width="554" height="314" /></p>
<p>por <strong>Annalisa Melandri</strong> — in esclusiva per L’<a href="http://www.lindro.it%20" target="_blank">Indro </a> - 12 Giugno 2012</p>
<p>‘<em>Affrontare un incubo. La sparizione forzata di persone in Messico’</em> questo è il titolo del nuovo <a href="http://www.amnesty.ch/de/laender/amerikas/mexiko/dok/2013/verschwindenlassen/enfrentarse-a-una-pesadilla">rapporto</a> di Amnesty International diffuso ai mezzi di comunicazione internazionali il 4 giugno scorso, che fa il punto e denuncia la gravissima  situazione della sparizione di persone nel paese. Tra il 2006 e il 2012, il «sessennio luttuoso»,  come le organizzazioni per la difesa dei diritti umani messicane definiscono il periodo di governo dell’ex presidente<strong> Felipe Calderón</strong>,  <strong>sono oltre 26mila le persone scomparse o delle quali non si sa più nulla</strong>,  secondo il registro della Procura della Repubblica. Sebbene già questo sia di per sé un numero  impressionante — oltre 4mila persone l’anno — si teme che  sia molto più alto, per l’approssimazione e per la mancanza di metodologia e procedure chiare e trasparenti nella raccolta dei dati da parte delle istituzioni pubbliche.<span id="more-9078"></span></p>
<p>Si tratta sia di  vere e proprie <strong>sparizioni forzate</strong> (il nome, con cui si indicano  le sparizioni di persone avvenute ad opera e con la complicità di agenti dello Stato) ma si tratta anche di  sparizioni di persone dovute al crimine organizzato o al narcotraffico e in una piccola percentuale sono anche casi di persone che si sono allontanate spontaneamente dalle loro famiglie.</p>
<p>In ognuno di questi casi la responsabilità dello Stato è gravissima, la Convenzione Internazionale  contro la sparizione di persone firmata e ratificata  dal Messico,  vuole infatti che <strong>lo Stato si adoperi immediatamente  per far luce su ogni caso di sparizione, forzata o meno</strong> che sia. In Messico invece in tal senso «l’impunità è un  modello cronico e presente nei casi di sparizione forzata mentre non si realizzano gli sforzi necessari per determinare la morte o il luogo dove si trovano  le persone scomparse, punire i responsabili e garantire il diritto alle verità e alla riparazione» secondo quanto dichiarato dal Gruppo di Lavoro sulle Sparizioni Forzate o Involontarie della Missione delle Nazioni Unite  in Messico del dicembre  del 2011.</p>
<p>Un bilancio pesante che fa Amnesty International in definitiva del governo dell’ex presidente Calderón, durante il  quale sono state oltre 60mila le vittime dovute per la maggior parte al narcotraffico o a crimini ad esso collegati: violenza, militarizzazione estrema di interi Stati, impunità, fallimento nelle procedure investigative, mancanza di assistenza alle vittime.</p>
<p>Amnesty International dal 2010 ha svolto una propria indagine indipendente rispetto alla sparizione di persone in Messico, ha raccolto testimonianze, si è incontrata con i familiari delle persone scomparse, ha avuto accesso a denunce e rapporti di indagini, ha tenuto  incontri con le autorità e le associazioni indipendenti di difesa dei diritti umani e <strong>ha raccolto e documentato 152 casi di sparizioni di persone</strong>  avvenute in sette stati del paese, la maggior parte in quelle zone  dove più alto e il tasso  di violenza e maggiore per questo, la presenza delle forze di polizia e dell’esercito, quali  Tamaulipas, Chihuahua, Nuevo León, Coahuila, Michoacán e Guerrero.</p>
<p>In 85 di questi casi — oltre la metà —  si ha il <strong>coinvolgimento delle  forze dell’ordine o di funzionari  pubblici</strong>,  per cui  si parla di vere e proprie sparizioni forzate, considerate un crimine contro l’umanità, e quindi imprescrittibile e continuato,   dalla Corte Penale Internazionale e dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani.</p>
<p>Nel corso della <a href="http://mexico.cnn.com/nacional/2013/06/04/familiares-de-desaparecidos-denuncian-sus-casos-en-acto-de-amnistia">conferenza stampa</a> per la  presentazione del rapporto,  avvenuta nel Museo della Memoria e Tolleranza di Città del Messico,  sono state varie e  commoventi le testimonianze che i familiari delle persone scomparse  hanno reso alla presenza di oltre duecento persone. Come quella di <strong>Brenda Rangel</strong>,  che dal 10 novembre del 2009 sta cercando suo fratello Héctor, scomparso dallo stato di Coahuila,  che ha dichiarato in lacrime che «<em>in Messico  si stanno verificando il sicariato forzato e la schiavitù</em> » e che molti dei  familiari  scomparsi «<em>non sono morti ma sono stati sequestrati e vengono sfruttati dal crimine organizzato</em>»,  come ha  denunciato anche <strong>Lucìa Baca</strong>, madre dell’ingegniere <strong>Alejandro Moreno Baca</strong>, scomparso dal 2011, secondo la quale  in Messico molti professionisti soprattutto nel campo dell’elettronica e delle telecomunicazioni  <strong>sono sequestrati ed utilizzati dal crimine organizzato e dai cartelli del narcotraffico per l’installazione delle loro antenne ed apparati di telecomunicazioni</strong>.</p>
<p><strong>Rupert Knox</strong>, ricercatore specializzato di Amnesty International sulle sparizioni di persone,  nel corso della conferenza stampa ha dichiarato che sebbene sia da considerare positivamente la creazione da parte del nuovo governo di <strong>Enrique Peña Nieto</strong>, di una <strong>apposita unità investigativa</strong> dedicata a questa specifica tipologia di crimine, c’e da sperare che non accada come in passato rispetto ad altre simili iniziative, come  l’unità specializzata contro la violenza di genere e la tratta di persone (Fevimtra) o quella adibita alle indagini sui crimini di Stato commessi durante la Guerra Sucia, (Femospp); queste unità speciali  sono state infatti  strumenti completamente inadeguati e inefficaci «<em>perché le autorità le hanno utilizzate soltanto per ridurre la pressione interna</em>».  «<em>Bisogna vedere — ha aggiunto – che importanza lo Stato conferisce al problema, perché ha risorse per promuovere altri temi che gli interessano ma  bisogna vedere quanto invece ha  interesse nel risolvere questo</em>».</p>
<p>Il caso più recente, che ha indignato e scosso profondamente l’opinione pubblica è quello relativo alla scomparsa, avvenuta lo scorso maggio, di  <strong>11 persone che  sarebbero state prelevate con la forza da uomini armati e incappucciati da un bar prossimo alla zona del centro storico di Città del Messico</strong>. Le autorità che stanno investigando il caso, ad oggi non hanno nessun indizio certo  e hanno solo formulato l’ipotesi che potrebbe trattarsi di un regolamento  di conti tra bande rivali. Tra le 11 persone scomparse anche un minorenne e cinque donne.</p>
<p> </p>
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		<title>Messico, è rivolta contro la riforma dell’educazione</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 23:40:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Annalisa Melandri — in esclusiva per L’Indro — 26 aprile 2013 E’ nato da nemmeno un mese  il Movimiento Popular Guerrerense in uno degli stati più meridionali del Messico, il Guerrero,  ma sta già facendo parlare di sé dando filo da torcere alle autorità locali. Mercoledì scorso, circa duemila (alcune fonti parlano anche di cinquemila) persone,  maestri, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-8955 aligncenter" title="" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/ceteg.jpg" alt="" width="508" height="294" /></p>
<p>di <strong>Annalisa Melandri</strong> — in esclusiva per <a href="http://www.lindro.it" target="_blank">L’Indro</a> — 26 aprile 2013</p>
<p>E’ nato da nemmeno un mese  il <em>Movimiento Popular Guerrerense</em> in uno degli stati più meridionali del Messico, <strong>il Guerrero</strong>,  ma sta già facendo parlare di sé dando filo da torcere alle autorità locali.</p>
<p>Mercoledì scorso, circa duemila (alcune fonti parlano anche di cinquemila) persone,  maestri, studenti  ed attivisti sociali che lo compongono, sono scesi per le strade a Chilpancingo de lo Bravo, la capitale, armati di bastoni e con i  volti coperti, <strong>mettendo a ferro e fuoco per ore le sedi dei principali partiti politici e alcuni uffici governativi</strong> <strong>protestando contro la riforma del settore educativo approvata recentemente dal governo</strong>.</p>
<p>Voluta dal neoeletto presidente <strong>Enrique Peña Nieto</strong> (del <em>Partido Revolucionario Institucional</em>, PRI),  che la aveva annunciata già a dicembre dello scorso anno, gode di ampio consenso  anche tra il <em>Partido de la Revolución Democrática</em> (PRD)  e il <em>Partido de Acción Nacional</em> (PAN), all’opposizione. Si tratta di una riforma che fa parte del <strong><em>Pacto por México</em></strong>, il progetto di governo firmato tra le principali forze politiche del paese all’indomani dell’elezione di Peña Nieto. <span id="more-8954"></span></p>
<p>Nata con l’intenzione di limitare lo smisurato potere del <strong><em>Sindicato Nacional de Trabajadores de la Educación</em></strong> (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sindicato_Nacional_de_Trabajadores_de_la_Educaci%C3%B3n">SNTE</a>), <strong>nel suo settore il più grande dell’America latina</strong>, con oltre un milione di iscritti – ricordiamo che la sua leader <strong>Alba Esther Gordillo</strong> fu arrestata per appropriazione indebita e per corruzione lo scorso febbraio – in realtà si tratta di una <strong>riforma di stampo neoliberale, che apre la strada alla privatizzazione dell’educazione</strong>, e che soprattutto non ha fatto i conti con la base del settore educativo, come critica il Movimento Popolare.</p>
<p>Ma perché, visto che la riforma era condivisa dalle principali forze politiche del paese, è esploso il conflitto con tanta violenza e perché proprio nello stato del Guerrero ?</p>
<p><strong>Il Guerrero è uno degli  stati più poveri del Messico</strong> (il municipio di Cochoapa nel 2006 era considerato il più povero dell’intero paese), dove maggiori sono le contraddizioni tra il mondo arretrato delle campagne e quello simil occidentale delle  zone turistiche di grido, come per esempio Acapulco, ed è quello a più alta conflittualità sociale, che trae origine proprio da queste disuguaglianze. Il 17 per cento della popolazione è rappresentato da indigeni, che vivono ritirati soprattutto sulle zone montagnose e che sono il settore più povero ed emarginato.</p>
<p>«<em>Un pezzo di paese indomabile, ardente come la sierra che scivola verso la Costa Grande»</em> così  lo definisce la giornalista messicana<strong>Laura Castellanos</strong> nel suo saggio “<em>México armado</em>” (Messico armato). Oltre alle attività turistiche del porto di Acapulco «<em>tutto il resto è miseria, emarginazione, analfabetismo,  malattie endemiche e violenza»</em>. Basterebbe solo questo per spiegare la violenza che si è scatenata in questi giorni per le strade di Chilpancingo. Aggiungiamo che i due principali leader delle lotte rivoluzionarie contadine di questa regione negli anni ’60 e ’70 erano i due maestri rurali  <strong>Genaro Vàzquez Rojas</strong> e <strong>Lucio Cabañas</strong>, usciti entrambi dalla Scuola Normale Rurale Raúl Isidro Burgo di  Ayotzinapa, <strong>una delle tante strutture educative create nelle zone rurali a partire dal 1920 per diffondere l’educazione tra i settori più emarginati della popolazione</strong>.</p>
<p>Vengono da lontano quindi, nel Guerrero, le rivendicazioni per un’educazione di qualità ed accessibile a tutti;  si tratta dello stato, dopo quelli di Oaxaca e Chiapas, dove <strong>più basso è l’indice di alfabetizzazione</strong>. Oggi tuttavia le  problematiche  non sono cambiate  rispetto a quelle degli anni ’60: <strong>mancanza di personale, gravi carenze strutturali, salari al limite della miseria.  </strong></p>
<p>Il Movimento Popolare del Guerrero, che sta portando avanti le rivendicazioni, è nato appena qualche settimana fa, in maniera quasi spontanea: il 10 aprile scorso, nello <em>zócalo</em>, la piazza centrale, di  Chilpancingo, celebrando l’anniversario della morte di <strong>Emiliano Zapata</strong>,  si sono dati appuntamento oltre ai  maestri “dissidenti” e agli studenti, ampi settori popolari che hanno  aggiunto alle rivendicazioni proprie del settore educativo, rappresentato dalla <em>Coordinadora Estatal de Trabajadores de la  Educación Guerrero</em>, in sciopero da oltre un mese, la loro rabbia accumulata da decenni di abbandono e isolamento.</p>
<p>La marcia che ne è scaturita, formata da oltre 40 mila persone, ha riunito indigeni, maestri, studenti, associazioni di genitori, difensori dei diritti umani, polizie comunitarie e sindacati di vari settori. Quella stessa sera è stata installata la  <em>Asamblea Popular Guerrarense</em>,  organo direttivo del movimento formato dai rappresentanti di tutte le associazioni presenti.</p>
<p>La radicalizzazione, verso azioni più violente si è avuta qualche giorno dopo, il 19 aprile, quando è  stata occupata la sede del Congresso di Chilpancingo e successivamente mercoledì scorso, 23 aprile, una giornata intera di guerriglia urbana.</p>
<p>Non ci sono stati grandi scontri con le forze dell’ordine, il governatore dello stato, <strong>Ángel Aguirre Rivero</strong>,<strong> ha dichiarato che «<em>se volevano dei martiri, non glieli daremo»</em>, assicurando comunque che i responsabili per i danni alle cose pagheranno</strong>; infatti vari ordini di cattura  sono stati emessi in queste ore contro decine di manifestanti.</p>
<p>La riforma è stata approvata a tempo di record dalla Camera dei Rappresentanti il 20 dicembre scorso e dal Senato il 21 dicembre. Successivamente trattandosi  di una riforma costituzionale,  i vari stati hanno dovuto approvarla per la sua entrata in vigore, che è avvenuta a febbraio.</p>
<p>La riforma prevede la creazione di un <strong>Sistema Nazionale di Valutazione Educativa</strong>, che godrà di ampia autonomia, con <strong>compiti di supervisione</strong>, e prevede anche la creazione di un Sistema di Informazione e Gestione Educativa che dovrà censire le scuole, i maestri, e gli alunni, concederà  più autonomia alle scuole  per la loro gestione interna,  oltre a varie altre modifiche di tipo amministrativo.</p>
<p>I maestri che  criticano<strong> la riforma</strong> lo fanno sulla base dell’argomentazione che <strong>non è stata approvata a seguito di una discussione con tutti i rappresentanti del settore educativo</strong>, ma solo tra i vertici dei vari partiti politici e che quindi si tratta  di una riforma profondamente <a href="http://www.jornada.unam.mx/2013/04/07/opinion/009a1pol">antidemocratica</a>, che si tratta solo di una riforma amministrativa che non contribuirà ad aumentare il livello qualitativo dell’educazione in Messico  e che permetterà libertà  di licenziamento ed  arbitrarietà sulla base delle segnalazioni del Sistema Nazionale di Valutazione Educativa; contestano infine, che si tratta di<strong> una riforma di tipo neoliberale che  impone  la diffusione del pensiero unico sulla base della sopravvalutazione di  concetti come come profitto, produttività ed efficienza</strong>.  Nello specifico, i maestri dello stato del Guerrero reclamano inoltre la concessione del 6 per cento del PIL per la «<em>costruzione, manutenzione, equipaggiamento, mobilio, materiale didattico, servizi basici ed altre necessità del sistema educativo</em>».</p>
<p><strong>Il Messico destina solo il 5,3 per cento del PIL all’educazione primaria e il 3,3 per cento a quella secondaria.</strong></p>
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		<title>Tina Modotti</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 15:54:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[En español]]></category>
		<category><![CDATA[La memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Pablo Neruda]]></category>
		<category><![CDATA[Tina Modotti]]></category>

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		<description><![CDATA[  Tina Modotti Por GABRIELLA SABA* Periodista — Càgliari (Sardegna) Nerudiana n. 13–14 Marzo — Diciembre 2012    Tina Modotti era todavía bellissima c u a n d o Ne r u d a l a c o n o c i ó –probablemente en el II Congreso de Escritores Antifascistas, Valencia, 1937–, a pesar [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<div id="attachment_8943" style="width: 522px" class="wp-caption aligncenter"><img class="size-full wp-image-8943" title="" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/600full-tina-modotti.jpg" alt="" width="512" height="667" /><p class="wp-caption-text">Tina Modotti</p></div>
<p><span style="font-size: medium;"><strong><em>Tina Modotti</em></strong></span></p>
<address><strong>Por GABRIELLA SABA</strong>*</address>
<address>Periodista — Càgliari (Sardegna)</address>
<address>Nerudiana n. 13–14 Marzo — Diciembre 2012 </address>
<p><strong> </strong></p>
<p>Tina Modotti era todavía <em>bellissima </em>c u a n d o Ne r u d a l a c o n o c i ó –probablemente en el II Congreso de Escritores Antifascistas, Valencia, 1937–, a pesar de las muchas pruebas a las que la había sometido la vida: entre otras, la muerte del primer esposo, el pintor Roubaix “Robo” de l’Abrie Richey, y sobre todo la de su gran amor, el revolucionario cubano Julio Antonio Mella, por quien se había separado del pintor y militante comunista mexicano Xavier Guerrero y que fue asesinado delante de ella el 10 de enero 1929, probablemente por sicarios del dictador cubano Gerardo Machado. Ojos de terciopelo iluminaban su oval claro, de italiana, el largo pelo oscuro enmarcaba el rostro imortalizado, muchos años antes, por un maestro de la fotografía como era Edward Weston, e incluso por el cine de la mismísima Hollywood.</p>
<p>Años después, en Ciudad de México, Tina moriría de infarto en el asiento trasero de un taxi. Tenía apenas 46 años y, detrás de ella, una vida extraordinariamente intensa que la había convertido en un ícono mucho antes de su muerte. Con sólo 17 años abandonó Údine hacia San Francisco (y luego Los Ángeles), a donde su padre, carpintero y mecánico, se había mudado en busca de suerte. Tenía 21 cuando conoció a De L’Abray Richey. Con 25 años se convirtió en la modelo preferida de Weston gracias al cual afinó su pasión por la fotografía, deviniendo más tarde una de las fotógrafas más destacadas de su época. Pero apenas once años después decidió abandonar su Corona, la pequeña cámara con la que trabajaba<em>, </em>para dedicarse a la pasión comunista.</p>
<p>En compañía de Weston (con quien abrió un taller de fotografía de arte) se había mudado a Ciudad de México, la capital del que será su país adoptivo. Cuando abandonó aquel arte, ya era una artista renombradísima, con un lugar en la Historia, aunque insistía en que aquel término, <em>artista</em>, la abochornaba, y ella era una fotógrafa no más.</p>
<p>«Cuando quiero recordar a Tina Modotti debo hacer un esfuerzo, como si tratara de recoger un puñado de niebla. Frágil, casi invisible», así la describe el poeta en <em>Confieso que he vivido</em>. El comunista Neruda no podía no toparse con la «revolucionaria italiana» a lo largo de sus años mexicanos (fue nombrado Cónsul en Ciudad de México en 1940), y por supuesto con Vittorio Vidali, el célebre activísimo militante comunista, estalinista de tomo y lomo, el legendario Comandante Carlos del 5º Regimiento y de las Brigadas Internacionales en la guerra civil española, quien fue el último compañero de Modotti.  <span id="more-8941"></span></p>
<p>Tras la derrota y la entronización de Franco, Tina y Vidali dejaron España rumbo a México, país que en aquellos años pululaba de revolucionarios y artistas como Diego Rivera y Frida Kahlo, Rafael Alberti y Lev Trotski. A ellos se agregó Modotti, cortejadísima por los medios de todo el mundo a los que negaba, por principio, conceder entrevistas. «Muchos periodistas a los que he negado una entrevista han intentado convencerme garantizándome que habrían hablado solamente de ‘lo linda que soy’», escribió una vez a Weston.   «He contestado que no entendía qué tenía que ver la belleza con el movimiento revolucionario y con la expulsión de los comunistas. Evidentemente aquí las mujeres se miden solamente con el metro cinematográfico.»</p>
<p>En México fue la aclamada <em>Tinísima </em>(título del libro biográfico e iconográficoque le dedicó Elena Poniatowska), personaje potente y lleno de <em>appeal </em>que con el paso del tiempo perdió protagonismo y se confundió poco a poco con los acontecimientos de su época: activista incansable pero cada vez más callada y apagada, en buena parte por problemas de salud («todos los hermanos Modotti murieron de problemas del corazón, probablemente a causa de una predisposición hereditaria», establece Christiane Barckhausen).</p>
<p>Así, cuando Tina Modotti murió, la prensa sensacionalista se desencadenó no sólo sobre su historia sentimental: incluso elucubró un complot, acusando al mismo Vidali de «habérsela cargado» (lo reiterará incluso Elena Garro muchos años después en sus <em>memorias de España 1937</em>) a raíz de que ella sabría demasiado sobre reales o supuestas ejecuciones de trotskistas y anarquistas en España, y cosas de ese tipo (por lo demás archisabidas o comentadas).</p>
<p>La misma Tina fue objeto de una avalancha de ataques y difamaciones, frente a las cuales Neruda reaccionó en defensa de su amiga (y también, indirectamente, de Vidali).</p>
<p>Tras referirse en sus <em>memorias </em>al asesinato de Mella y a cómo «los mismos funcionarios policiales que protegieron a los criminales pretendieron culpar a Tina Modotti del asesinato», el poeta chileno escribió su testimonio personal: <em> </em></p>
<p><em>Doce años más tarde se agotaron silenciosamente las fuerzas de Tina Modotti. La reacción mexicana intentó revivir la infamia cubriendo de escándalo su propia muerte, como antes la habían querido envolver a ella en la muerte de Mella. </em><em>Mientras tanto, Carlos y yo velábamos el pequeño cadáver. Ver sufrir a un hombre tan recio y tan valiente no es un espectáculo </em><em>agradable. Aquel león sangraba al recibir en la herida el veneno corrosivo de la infamia que quería manchar a Tina Modotti una </em><em>vez más, ya muerta. […] Los periódicos llenaban páginas enteras de inmundicias folletinescas. […] Impresionado por el </em><em>furioso dolor de Carlos tomé una decisión. Escribí un poema desafiante contra los que ofendían a nuestra muerta. Lo mandé a </em><em>todos los periódicos sin esperanza alguna de que lo publicaran. Oh, milagro! Al día siguiente, en vez de las nuevas y fabulosas  r</em><em>evelaciones que prometían la víspera, apareció en todas las primeras páginas mi indignado y desgarrado poema. </em><em>El poema se titulaba “Tina Modotti ha muerto” Lo leí aquella mañana en el cementerio de México, donde dejaron su </em><em>cuerpo y donde yace para siempre bajo una piedra de granito mexicano. Sobre esa piedra están grabadas mis estrofas. </em><em>Nunca más aquella prensa volvió a escribir una línea en contra de ella.</em></p>
<p><strong><em>( Neruda, </em></strong><strong><em>Confieso que he vivido)</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<div id="attachment_8944" style="width: 510px" class="wp-caption aligncenter"><img class="size-full wp-image-8944" title="tina1" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/tina1.jpg" alt="" width="500" height="376" /><p class="wp-caption-text">alcune foto di Tina Modotti</p></div>
<p>Entonces: Tina la italiana, la comunista, la fotógrafa. Siempre serena, pero obstinada como una hormiguita. Interiormente intensa, muy sensible a los cambios que se producían a su alrededor, y a la sociedad que se transformaba, idealista. Un personaje positivo en todos los sentidos, hasta cuando se enamoró de Julio Antonio Mella mientras su compañero, Xavier Guerrero, se encontraba en Moscú. Este conflicto la desgarra y le costará mucho decidir entre los dos.</p>
<p>De italiana tenía, además de los genes, la memoria de los primeros diecisiete años de vida: infancia y adolescencia transcurridas en la pobreza, padre emigrado y madre ama de casa, en una Italia regida por la rancia monarquía saboyana y por la gran  burguesía industrial de finales del siglo XIX, sin tutelas ni reglas para la gente de su clase social. Con doce años Tina ya trabajaba en una hilandería, un promedio de doce horas diarias. Hasta que su tío Pietro la llamó a su taller fotográfico, donde aprendió las herramientas básicas de la actividad artística que la hará famosa. Mantenía a duras penas a su madre, siempre enferma, y a sus cuatro hermanos. Su hermana más chica, Yolanda, la recuerda como una chica calladita y juiciosa, muy responsable.</p>
<p>Terminó apenas las primarias. Su formación cultural la hizo en otros lados. Hambrienta de saber, no por casualidad sus primeros dos compañeros norteamericanos fueron el refinado y erudito “Robo” y justamente Weston, fotógrafo muy culto y diez años mayor, del que fue «alumna, modelo, admiradora y amante» (Christiane Barckhausen). Nunca volvió a Italia. Pero puede que aquellos exordios de vida, aquella tierra campesina y pobre de sus orígenes hayan sido determinantes para su futura militancia comunista.</p>
<p>Al intentar reconstruir esa época italiana, Christiane Barckhausen, autora de la biografía <em>Verdad y leyenda de Tina </em><em>Modotti </em>(La Habana, 1989), encontró no pocos inesperados obstáculos. Y muchos de los prejuicios que a lo largo de su vida habían acompañado a Tina. Cuando pidió consultar el registro de familia en Údine –fue en 1985 y faltaba poco para el término de la Guerra Fría– le permitieron fotografiar el certificado de nacimiento de Tina y otros documentos, pero el funcionario no dejó de advertirle: «Aquí no se ve bien que se hagan investigaciones sobre esta persona. Parece que tuvo una vida muy inmoral.»</p>
<p>La última exposición fotográfica, t i t u l a d a <em>La primera exposición revolucionaria fotográfica en México </em>(1929), la consagró definitivamente pero a la vez sancionó el adiós a aquel arte. Desde entonces hubo solamente la Tina comunista. Había pasado de la contemplación estética de los objetos, del contar la historia a través de la cámara, a la participación directa. Ya desde hacía mucho, de todas formas, se había entregado a las batallas internacionalistas y antiimperialistas: había militado como voluntaria en Socorro Rojo, en Estados Unidos había luchado por la liberación de los anarquistas italianos Sacco y Vanzetti y se había integrado al movimiento sandinista colaborando con el Comité <em>Manos fuera de Nicaragua</em>. En 1927 se había inscrito al Partido Comunista, una elección que condicionó también su vida sentimental: sus compañeros fueron, desde entonces, compañeros de lucha política además que de vida. Cuatro años después de la muerte de Mella, fue tildada de estar involucrada en el atentado al entonces presidente mexicano Pascual Ortiz Rubio y expulsada de México.</p>
<p>Del D.F. viajó hacia Europa pero de paso se quedó tres días en La Habana, donde fue acogida con gran cariño, y acompañada a su barco por un despliegue impresionante de botes y chalanas: no era solamente la compañera Modotti sino que la mujer de uno de los revolucionarios más queridos en Cuba. En Moscú, adonde llegó después de haber estado en Holanda y Alemania, fue recibida por Vidali, quien al poco tiempo devendrá su compañero.</p>
<p>Hasta 1935 vivió entre Moscú, Varsovia, Viena, Madrid y París, prestando auxilio a los perseguidos políticos.</p>
<p>En julio de 1936, cuando estalló la Guerra Civil en España, adoptó el pseudónimo <em>María </em>y se fue a Madrid con Vidali, entonces Carlos J. Contreras, el célebre <em>Comandante Carlos </em>del Quinto Regimiento. Colaboró a la organización del II Congreso de los Escritores Antifascistas en Valencia-Madrid-Barcelona-París 1937 y promovió la publicación de <em>Viento del pueblo</em>, poemas de Miguel Hernández.</p>
<p>Después de la derrota republicana en 1939, abandonó España y volvió a México, bajo falso nombre, junto con Vidali también bajo pseudónimo. Los últimos años fueron marcados por su precaria salud y los vivió casi en clandestinidad (ya que pesaba sobre ella su anterior expulsión de México).</p>
<p>En el registro de la Parroquia de Santa Maria delle Grazie, en Údine, se encuentra el certificado de bautismo de Tina Modotti, el 27 de enero de 1897, la huella más antigua y oficial de su parte italiana: «Assunta Adelaide Luigia, hija legítima de Giuseppe Modotti, profesión mecánico, y de Assunta Mondini, encargada de trabajos del hogar, ambos domiciliados en Via Pracchiuso, 113, nacida el 16 de agosto de 1896, fue hoy bautizada por Antonio Cecutti, sacristán y delegado del párroco suscrito». El medio año entre el nacimiento y el bautizo podría deberse a que para Giuseppe era muy importante contar entre los testigos con su amigo Demetrio Canal, director de uno de los primeros periódicos revolucionarios de Údine, y que hasta enero de 1897 estuvo fuera de la ciudad, quizás en la cárcel por sus actividades políticas.</p>
<p>Hay un Comité dedicado a ella, en Údine, y se hacen retrospectivas y exposiciones dedicadas a su producción. Cuenta Neruda que Tina Modotti era consciente de ser enferma del corazón, pero no lo contaba por miedo a que el partido la obligara a reducir su trabajo. Su militancia fue, según algunos, obsesiva y abnegada hasta el sacrificio de sí misma, lo cual era comprensible en el clima de una época en que el movimiento comunista crecía y consolidaba su posición en el mundo.</p>
<p>* <strong>Gabriella Saba</strong>. Periodista sarda, vive y trabaja en Càgliari (Sardegna), especializada en asuntos de América Latina. Ha vivido por períodos más o menos largos en Cuba, en Argentina y en Chile (tres años). Escribe para <em>La Repubblica </em>(Roma), <em>La Nuova Sardegna </em>(Sássari) y otras publicaciones de circulación nacional en Italia.</p>
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		<title>Messico, verso la privatizzazione di Pemex?</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Apr 2013 01:50:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[  di Annalisa Melandri — in esclusiva per L’Indro — 22 Marzo 2013 Ogni volta che in Messico sul tavolo del dibattito politico viene messa la possibile privatizzazione della Pemex (Petròleos Mexicanos), la principale impresa parastatale petrolifera del Paese, o anche la sola ipotesi di realizzare riforme interne nella sua amministrazione, la società civile del si mobilita. È successo anche una [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-8789" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/pemex.jpg" alt="" width="560" height="320" /></p>
<p> </p>
<p>di Annalisa Melandri — in esclusiva per L<a href="http://www.lindro.it">’Indro</a> — 22 Marzo 2013</p>
<p>Ogni volta che in Messico sul tavolo del dibattito politico viene messa la <strong>possibile</strong> <strong>privatizzazione della <a href="http://www.pemex.com/">Pemex</a></strong> (Petròleos Mexicanos), la <strong>principale impresa parastatale petrolifera del Paese</strong>, o anche la sola ipotesi di realizzare riforme interne nella sua amministrazione, <strong>la società civile del si mobilita</strong>.</p>
<p>È successo anche una settimana fa, <strong>in occasione del 75° anniversario dell’espropriazione</strong>, da parte del Presidente<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/L%C3%A1zaro_C%C3%A1rdenas_del_R%C3%ADo"><strong> Lázaro Cárdenas</strong></a>,<strong>  di 17 compagnie petrolifere straniere</strong>,<strong> il 18 marzo del 1938</strong>. Cárdenas metteva così fine a 20 anni di sfruttamento illimitato e in condizioni lavorative quasi al limite della schiavitù per gli operai messicani, delle risorse energetiche del paese. Il 7 giugno di quell’anno fu fondata la Petróleos Mexicanos.<span id="more-8788"></span><br />
<strong>A Cittá del Messico circa 60mila persone</strong>, domenica 18 marzo, <strong>sono scese in strada</strong>, rispondendo a una convocazione del Partito della Rivoluzione Democratica (PRD), di centro sinistra, all’opposizione, alla quale hanno risposto anche altre forze politiche minoritarie. Al grido di <em>«<strong>Pemex non si vende, Pemex si difende</strong></em>» i manifestanti si sono riuniti nei pressi del Monumento alla Rivoluzione per ricordare a <strong>Peña Nieto</strong>, il Presidente del paese, recentemente eletto, che <strong>la compagnia petrolifera è</strong>, costituzionalmente,<strong> un bene dello Stato</strong> e come tale di tutti i cittadini. È un dibattito ormai vecchio in Messico ma puntualmente, ogni tanto  riacquista vigore.</p>
<p>I<strong> promotori della privatizzazione sostengono che questa sarebbe la soluzione per rilanciare un’azienda che ha bisogno di ingenti iniezioni di capitali per poter aumentare la produttività</strong>. Questa era anche la posizione del direttore generale della compagnia<strong> Juan José Suárez Coppel</strong>, in carica fino all’anno scorso, che sosteneva che Pemex aveva bisogno di cambiare tipologia di investimenti, i quali ad oggi, sono determinati dal governo con base sui fondi di bilancio disponibili  e non sulle reali opportunità che tali progetti rappresenterebbero per il futuro dell’impresa. D’altro canto<strong>  </strong>la Costituzione messicana, nel suo articolo 27 stabilisce in sostanza che spetta <em>«</em><em>alla Nazione il controllo diretto del petrolio e di tutti gli idrocarburi solidi, liquidi o gassosi</em>» e quindi la privatizzazione della Pemex dovrebbe, in teoria, passare per una modifica costituzionale.<strong><br />
</strong>Inoltre, ampi settori della società civile contrari alla privatizzazione sostengono che questa non è necessaria ma che l’impresa ha  solo bisogno di modernizzazione e di una riforma importante della sua struttura amministrativa. Il vero problema consiste, invece, nella corruzione che imperversa nei vertici aziendali e che sottrae ingenti quantitativi di liquidità alla compagnia.</p>
<p><strong>Nel ‘<a href="http://www.presidencia.gob.mx/wp-content/uploads/2012/12/Pacto-Por-M%C3%A9xico-TODOS-los-acuerdos.pdf">Patto con il Messico</a>’</strong> un’agenda comune scritta tra le principali forze politiche di opposizione e  il Governo di <strong>Enrique Peña Nieto</strong> immediatamente dopo il suo insediamento, avvenuto il primo dicembre scorso, viene ribadita la necessità di una  riforma importante del settore energetico <em></em><em>«</em><strong>che lo converta in uno dei più importanti motori della crescita</strong> attraverso l’incentivazione degli investimenti e lo sviluppo tecnologico<em></em>», mentre  rispetto alla Pemex,  nell’accordo si ratifica la <em></em><em>«</em><strong></strong><em>necessità di realizzare le riforme necessarie tanto nell’ambito della regolazione delle entità parastatali, come nel settore energetico e fiscale per trasformarla  in un’impresa pubblica di carattere produttivo che si conservi come proprietà dello Stato ma con capacità di competere nell’industria fino a diventare un’impresa di portata mondiale</em><em></em>».</p>
<p>Anche se viene quindi ribadita in questa bozza di accordo non vincolante tra Governo e forze di opposizione, la proprietà dello Stato sulla Pemex, <strong>alcuni settori vedono nello smodato utilizzo che si fa dei termini </strong> ‘<em>riforma</em>’, <em>‘revisione</em>’ e <em>‘regolazione</em>’ nel  discorso ufficiale rispetto al tema energetico,<strong> un tentativo sottile di avviare forme diverse di privatizzazione </strong>che, assicurano alcuni analisti, potrebbero realizzarsi anche a prescindere da una modifica della Costituzione.</p>
<p>Come sottovalutare queste preoccupazioni se d’altra parte era stato  proprio <strong>Luis Videgaray</strong>, nominato coordinatore delle riforme economiche da Enrique Peña Nieto nel luglio del 2012 e capo della sua squadra di transizione a  confessare al  ‘<em>The Wall Street Journal</em>’ sulla possibilità di privatizzare la Pemex e a dichiarare che la possibilità di aprire le porte della compagnia ai capitali  stranieri era  ormai <em></em><em>«</em>a portata di mano»?</p>
<p>All’imponente manifestazione del 18 marzo scorso era presente anche <strong>Cuauhtémoc Cárdenas</strong>, considerato il ‘leader morale’ del PRD nonché figlio dell’ex presidente Lázaro Cárdenas, il quale ha detto che Pemex sicuramente ha bisogno di  una profonda  modernizzazione dal momento che rappresenta la maggiore impresa dello Stato  al quale apporta oltre il 40% delle sue entrate ma che <em></em><em>«</em>modernizzare non è privatizzare» e che il suo partito rimane fedele  all’eredità storica della nazionalizzazione delle risorse  del paese e che la difenderà come possibile.<br />
Il segretario generale del partito inoltre, <strong>Alejandro Sánchez Camacho</strong>, ha convocato una consulta popolare per agosto per chiedere alla cittadinanza di esprimersi rispetto alla privatizzazione.</p>
<p>Il <strong>Messico possiede riserve petrolifere per 13 miliardi  di barili di crudo ma la produzione è in calo da molti anni</strong>, passando dai dai 3,4 milioni di barili al giorno del 2004 ai circa 2,5 milioni di barili di oggi, anche se in un comunicato dell’ottobre scorso la Pemex ha diffuso la notizia di aver trovato due grandi giacimenti di petrolio nel Golfo del Messico a Tamaulipas che potrebbero assicurare stabilità economica per i prossimi trent’anni.</p>
<p>Il tema è attuale e ha bisogno di una soluzione urgente. Tuttavia<strong> intorno alla privatizzazione girano troppi interessi</strong>,<strong> non sempre leciti</strong>. L’ombra del sospetto circonda anche la recente esplosione della torre esecutiva Pemex a Città del Messico, avvenuta il 31 gennaio scorso che ha provocato 37 morti e oltre  un centinaio di feriti. Anche se la Procura della Repubblica ha negato la possibilità di un attentato attribuendo l’incidente ad un accumulazione di gas nelle tubazioni, circola, in alcuni ambienti, il sospetto che si possa mettere  in relazione alle intenzioni di privatizzare la compagnia o addirittura di un auto attentato. Teorie cospirative a parte, gli incidenti negli stabilimenti Pemex , che avvengono periodicamente, sono una realtà, segnale inequivocabile, che si tratta di un’azienda che ha sicuramente bisogno di rinnovamento.</p>
<p> </p>
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		<title>“Falsi positivi” anche in Messico?</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Nov 2012 14:03:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Miei articoli/Mis artículos]]></category>
		<category><![CDATA[falsi positivi]]></category>
		<category><![CDATA[Guerrero]]></category>

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		<description><![CDATA[Nello stato del Guerrero rischia di scoppiare uno scandalo per le esecuzioni sommarie di semplici civili per farli passare come sicari morti in combattimento di Annalisa Melandri per L’Indro* — 9 novembre 2012 Sierra del Filo Mayor, tra le montagne dello stato del Guerrero, in Messico. Una delle zone del paese di maggior produzione del papavero da oppio e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/c5c0450c3624fe803a5e064ba0eab0af.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-8355" title="Militares en Guerrero" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/c5c0450c3624fe803a5e064ba0eab0af.jpg" alt="" width="494" height="346" /></a></div>
<div></div>
<h3><span style="font-size: small;"><em>Nello stato del Guerrero rischia di scoppiare uno scandalo per le esecuzioni sommarie di semplici civili per farli passare come sicari morti in combattimento</em></span></h3>
<div></div>
<div><strong>di Annalisa Melandri per L’Indro* — 9 novembre 2012</strong></div>
<div></div>
<div></div>
<div>
<p>Sierra del Filo Mayor, tra le montagne dello stato del Guerrero, in Messico. <strong>Una delle zone del paese di maggior produzione del papavero da oppio e di marijuana</strong>. Qui ha origine la catena produttiva del narcotraffico, almeno quello che controlla il mercato degli oppiacei, in aumento esponenziale negli ultimi anni. La cocaina in Messico arriva invece dall’America latina, soprattutto dalla Colombia; qui il clima non è ideale per la coltivazione delle piante di coca. Tuttavia, in Messico come in Colombia, nelle zone dove si coltiva la ’materia prima’ dalla quale verranno estratti <span id="more-8354"></span>gli stupefacenti, <strong>la miseria regna sovrana e sono lontani i fiumi di denaro che ruotano intorno al traffico di droga e il lusso del quale si circondano i capi dei cartelli</strong>.</p>
<p><strong>Nella <em>sierra</em> di Guerrero, la produzione degli oppiacei negli ultimi anni ha registrato un <a href="http://www.milenio.com/cdb/doc/noticias2011/df459020b8bc4650dc0e8a9886b5871e" data-cke-saved-="">aumento</a> significativo e le comunità rurali di questa zona si trovano coinvolte in guerre di potere tra gruppi criminali rivali in cui spesso l’esercito stringe strane alleanze, ora con gli uni, ora con gli altri. </strong>La situazione è peggiorata notevolmente — è l’opinione ricorrente dei difensori dei diritti umani e degli abitanti del luogo - in questi ultimi sei anni, e cioè durante il governo del presidente uscente Felipe Calderòn che, in sinergia di denaro, uomini e mezzi con gli Stati Uniti, ha condotto una imponente quanto <a href="http://www.lindro.it/Fermate-la-strage-dell-antidroga,10298" data-cke-saved-="">fallimentare</a> lotta al narcotraffico in tutto il territorio messicano. Questa guerra non è stata tuttavia esente da ’danni collaterali’: <strong>militarizzazione estrema del paese, ingente aumento del numero di armi sul territorio</strong>, un numero impressionante di morti, circa 60mila, anche non legati direttamente al traffico di droga (per vendette trasversali o per stragi) e circa 13mila scomparsi.</p>
<p>Nella zona di Filo Mayor, una comunità rurale abitata da una trentina di famiglie, il primo settembre scorso, di sabato pomeriggio, i giovani del luogo si erano riuniti per festeggiare i 17 anni di Jorge Granados Ávila e la partenza di suo cugino, Heber Daniel Granados García, coetaneo, che si recava in un altro stato per proseguire gli studi. <strong>All’improvviso l’arrivo di un gruppo di militari trasforma in <a href="http://www.eluniversal.com.mx/notas/867896.html" data-cke-saved-="">tragedia</a> l’allegra riunione familiare. </strong>Jorge, suo cugino ed altre quattro persone, tra i quali due minorenni e un uomo paralitico di 37 anni, sono arrestati e portati via con la forza.</p>
<p>I militari, secondo la testimonianza della nonna di Jorge, avevano il volto coperto, ed erano accompagnati da tre persone, probabilmente civili, anch’esse non riconoscibili, che chiedevano i nomi ai presenti ed indicavano ai soldati quelli da portare via. Erano le due del pomeriggio. Più tardi gli abitanti del luogo sentirono in lontananza degli spari. <strong>I familiari dei giovani ebbero la conferma che questi erano stati giustiziati solo a notte inoltrata, quando un uomo a cavallo avvisò tutti della presenza poco lontano di sei cadaveri.</strong>Erano, oltre a quello di Jorge e di suo cugino Heber, entrambi diciassettenni, quello di Bulmaro Granados Sanchez di 17 anni, di Joaquín Granados Vargas di 37 anni e paralitico, di José Olea Lopéz di 17 anni e di José Carlos Atrixo Isidro di 23 anni.</p>
<p>Il giorno seguente, un rapporto della Procura Generale della Giustizia dello stato di Guerrerorese noto che durante una ricognizione in zona, membri dell’Esercito Messicano avevano subito un’imboscata da alcuni civili ai quali i militari avevano risposto con il fuoco provocandone la morte. <strong>I civili vennero fatti passare come ’sicari’ e le autorità dichiararonoalla stampa che erano stati trovati in possesso di un gran numero di armi.</strong></p>
<p>Alla notizia, la risposta dei familiari e della comunità intera fu immediata. Le madri e le nonne dei giovani in conferenza stampa denunciarono l’accaduto testimoniando che gli stessi erano stati <strong>prelevati con la forza dalla festa e il 10 settembre circa un migliaio di persone occuparono la strada Acapulco-Zihuatanejo in segno di protesta contro le violenze e gli abusi commessi dall’esercito</strong> contro la popolazione civile e chiedendo la rimozione delle tre caserme installate nella zona. La prova del guanto di paraffina effettuata sui corpi dei ragazzi inoltre dette esito negativo e i cadaveri presentavano segni di tortura. I familiari sporsero immediata denuncia alla Commissione Nazionale per la Difesa dei Diritti Umani (CNDH), entità governativa che ha assunto immediatamente il caso.</p>
<p>A completare l’evidenza dei fatti,<strong> un supertestimone</strong>, identificato con il nome di fantasia diFelipe, dichiarò di <strong>aver visto da lontano quel pomeriggio, mentre cercava degli animali scappati da una fattoria, i militari picchiare ripetutamente sul volto i ragazzi con i loro fucili</strong>, accanirsi soprattutto su quello paralitico e poi giustiziarli a sangue freddo. Felipepresenterà la sua testimonianza alla Procura della Giustizia. Il portavoce della comunità, <strong>Leopoldo Soberanis Hernández</strong>, infatti, dopo una riunione con i vertici dell’esercito dello stato di Guerrero, ha ottenuto che venga aperta un’indagine sulla vicenda.</p>
<p><strong>Se dovesse essere confermata la versione dei fatti offerta dalle famiglie dei ragazzi, come sembrano indicare tutte le evidenze, anche il Messico potrebbe trovarsi al centro di uno scandalo come quello che investì la Colombia nel 2008 e conosciuto come dei ’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_dei_falsi_positivi" data-cke-saved-="">falsi positivi’</a> </strong>e cioè l’esecuzione sommaria di semplici civili, per lo più giovani, contadini o provenienti dai quartieri poveri delle città, per farli passare come guerriglieri morti in combattimento. In Colombia la pratica aveva lo scopo di <strong>ottenere ricompense in danaro e permessi premio per i militari e di elevare il numero dei guerriglieri caduti per giustificare le spese militari stanziate dal Plan Colombia, finanziato dagli Stati Uniti</strong>.</p>
<p><strong>La colombianizzazione del Messico è un fenomeno noto,</strong> del quale parlano ormai da tempo giornalisti e difensori dei diritti umani. La lotta al narcotraffico, come dicevamo, ha portato con sé e con il suo fallimento, un costo umano e sociale altissimo, che negli stati del paese più vulnerabili e dal tessuto sociale più fragile, come appunto quello di Guerrero, assume aspetti ancora più tragici. La violenza da parte dell’esercito in Guerrero può dirsi cronica e risale fin dagli anni ’60, come ci spiega <strong>Julio Mata, segretario generale dell’Associazione dei Familiari dei Detenuti Scomparsi e delle Vittime delle Violazioni dei Diritti Umani in Messico</strong> (AFADEM), nonché portavoce della Federazione Latinoamericana delle Associazioni dei Familiari dei Detenuti Scomparsi (<a href="http://www.desaparecidos.org/fedefam/" data-cke-saved-="">FEDEFAM)</a>. <em>“Da allora infatti lo Stato è vittima di coloro i quali devono proteggere i suoi cittadini </em>- e aggiunge - <em>la fame, la disoccupazione, la mancanza di opportunità sono i fattori scatenanti di molteplici movimenti sociali e politici nella regione, ai quali le autorità hanno sempre risposto con la repressione cruenta e dove </em><strong><em>l’esercito messicano ha sempre colpito la popolazione usando i mezzi di comunicazione per creare l’immagine del delinquente, del criminale e del terrorista”</em>. </strong></p>
<p>In quell’epoca, ciò accadeva per <em>“controllare e intimorire la popolazione criminalizzando ogni forma di protesta sociale”</em>. Ma adesso, è diversa la situazione in Guerrero? Sicuramente l’imponente presenza del narcotraffico ha modificato il tessuto sociale. Gli abitanti della comunità dove sono stati uccisi i sei ragazzi raccontano di <strong>alleanze tra i militari del luogo e i vari gruppi criminali vincolati al narcotraffico</strong> e di come questi si facciano favori a vicenda o addirittura partecipino insieme in operazioni che si potrebbe definire di <strong>’pulizia sociale’</strong>, magari volte all’eliminazione di persone scomode, come potrebbe essere accaduto in questo caso.</p>
<p>Anche se Julio Mata è cauto nell’emettere giudizi rispetto alla vicenda, sicuramente conferma che <em>“</em><strong><em>entrare nelle case, tirar fuori con la violenza le persone, identificarle per mezzo di liste predisposte, portarle via in veicoli militari in caserme che funzionano come vere e proprie carceri clandestine dove vengono torturate fisicamente e psicologicamente e poi giustiziarle è una pratica ricorrente che continua a ripetersi in questa zona per l’impunità del passato”</em>.</strong></p>
<p>Con amarezza Julio Mata, che rappresenta le famiglie di coloro che non hanno fatto più ritorno a casa ricorda che <em>“sono infatti ancora impuniti i criminali, militari e civili, responsabili degli oltre 650 detenuti scomparsi nello stato di Guerrero durante gli anni della Guerra Sucia, 450 solo nella cittadina di Atoyac de Álvarez, i quali come è accaduto oggi, negli anni ’70 erano prelevati con la forza dalle loro case, arrestati nel corso di operativi militari e portati in caserma per poi essere torturati e fatti sparire. </em><strong><em>Dopo oltre 40 anni, in molti casi, i loro resti ancora non sono stati ancora consegnati ai loro familiari”</em>.</strong></p>
<p>*Pubblicato in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione</p>
</div>
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		<title>Migranti scomparsi: le madri arrivano in Messico</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Oct 2012 21:46:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento Migrante Mesoamericano]]></category>

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		<description><![CDATA[di Annalisa Melandri — per L’Indro*- 17 ottobre 2012 Ogni anno migliaia di persone provenienti dal Sud America e diretti negli Stati Uniti svaniscono nel nulla. La Carovana della Speranza ripercorre le loro tracce — Intervista al Movimento Migrante Mesoamericano    Sono circa 40 e provengono da tutto il Centro America. Sono le madri e le [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/tren3.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-8130" title="tren3" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/tren3.jpg" alt="" width="576" height="333" /></a></div>
<div></div>
<p><strong><span style="font-size: small;">di Annalisa Melandri — per L’Indro*- 17 ottobre 2012</span></strong></p>
<div><em>Ogni anno migliaia di persone provenienti dal Sud America e diretti negli Stati Uniti svaniscono nel nulla. La Carovana della Speranza ripercorre le loro tracce — Intervista al Movimento Migrante Mesoamericano </em></div>
<div></div>
<div><em> </em></div>
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<p>Sono circa 40 e provengono da tutto il Centro America. <strong>Sono le madri e le mogli dei migranti scomparsi durante i ’viaggi della speranza’</strong> che compiono dai loro paesi verso gli Stati Uniti, attraversando l’immenso territorio messicano. Uomini, giovani e meno giovani, ma anche donne e bambine, che dall’Honduras, Nicaragua, El Salvador e Guatemala, rincorrendo il ’sogno americano’ cercano di raggiungere la frontiera statunitense e che <strong>il Messico invece inghiottisce nelle sue spirali di violenza, criminalità e, spesso morte, senza dare più nessuna notizia di loro.</strong></p>
<p>Queste donne, ripercorrendo lo stesso percorso dei loro figli, mariti e compagni, tappa dopo tappa, seguendo segnali, indicazioni, messaggi ricevuti negli sporadici contatti telefonici avuti nel corso del viaggio, <strong>cercano di seguirne le tracce fino al punto dove ogni contatto svanisce definitivamente nel nulla</strong>.</p>
<p><strong>La Carovana ’Liberando la Speranza’ con lo slogan “<em>todos</em><em> los dolores, todas las luchas,toda la rabia, toda la esperanza</em>”</strong> (tutti i dolori, tutte le lotte, tutta la rabbia, tutta la speranza) ha lo scopo di <strong>percorrere il paese fino al confine con gli Stati Uniti per cercare qualche indizio che ricongiunga queste donne ai loro cari, </strong>in qualche caso per aiutarle ad elaborare il lutto per la notizia di una morte, ma anche per <strong>richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica</strong> e delle autorità nazionali su questo terribile fenomeno.</p>
<p><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/caravana1.jpg"><img class="alignleft  wp-image-8131" style="margin: 10px 5px;" title="caravana1" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/caravana1.jpg" alt="" width="240" height="134" /></a>Ruben Figueroa, coordinatore del <a href="http://www.movimientomigrantemesoamericano.org/" rel="external">Movimento Migrante Mesoamericano</a>, raggiunto telefonicamente in queste ore in Messico, a El Ceibo, nello stato di Tabasco, racconta di quanto sia <strong>carico di speranza il viaggio che queste madri stanno compiendo dai loro paesi di origine</strong>.</p>
<p><strong><em>“Proprio lunedì”</em>, spiega,<em> “all’entrata in territorio messicano della Carovana, una di queste donne ha potuto riabbracciare il figlio che non vedeva da nove anni.</em></strong><em> Servelio MateoCampos”</em>, racconta Rubén, <em>“aveva solo 17 anni quando lasciò la sua comunità a La Lempira, inHonduras 9 anni fa”</em>. Raggiunto il Messico, era salito sul tristemente noto ’treno della morte’ o ’la bestia’, il convoglio merci che dalla frontiera sud con il Guatemala <strong>percorre tutto il paese fino al confine al nord con gli Stati Uniti e al quale si aggrappano ogni anno migliaia di migranti irregolari </strong>che cercano di arrivare alla frontiera.</p>
<p><strong>Molti muoiono cadendo durante il viaggio o per fame e disidratazione</strong>, altri cercando di salire sul treno in corsa riportano amputazioni e gravi lesioni. Molti, soprattutto le donne subiscono violenze e abusi, altri ancora devono dare del denaro alla polizia per non essere arrestati, <strong>quando sfuggono a tutto ciò rischiano di finire nelle mani dei </strong><em><strong>narcos</strong>.</em></p>
<p>Servelio, dopo essere caduto, si è smarrito e non è più riuscito a riunirsi al suo gruppo, ha perso con il tempo i contatti con la sua famiglia che manteneva soltanto attraverso una radio comunitaria e<strong> in questi 9 anni ha cercato di sopravvivere facendo i lavori più umili. Oggi fa il contadino, ha una moglie e dei figli. Può dirsi fortunato</strong>, tutto sommato.</p>
<p>E’ riuscito quindi a contattare il Movimento Migrante Mesoamericano; <strong>Ruben ha rintracciato sua madre a La Lempira, in </strong><strong>Honduras</strong> e proprio ieri, in territorio messicano, i due si sono riabbracciati.<span id="more-8126"></span></p>
<p><strong></strong>Ruben denuncia anche <strong><em>“l’appoggio quasi inesistente da parte dello Stato e l’indifferenza”</em>rispetto a questo dramma umano e sociale e d</strong><strong>ichiara anche le <em>“responsabilità da parte degli agenti statali</em></strong><em> sia per omissioni e mancanza di attenzione nelle indagini ma anche per responsabilità diretta in alcuni casi di abusi e violenze contro i migranti” </em>e parla di pratiche costanti di<strong><em> “abusi contro i migranti, crimini, sequestri e tratta di persone”</em>. </strong>Quello di Servelio non è l’unico caso di ricongiungimento, nel corso delle precedenti carovane per lo meno altre tre persone che risultavano scomparse hanno potuto riabbracciare le loro famiglie.</p>
<p>Questa Carovana, che è riuscita a ottenere una <strong>notevole copertura mediatica</strong>, per 19 giorni percorrerà tutto il paese con un <strong>calendario ricchissimo di incontri, interviste, riunioni, dibattiti</strong>, ed è appoggiata nelle varie tappe dalle case di accoglienza per i migranti dislocate nel paese lungo tutta la cosiddetta ’rotta dei migranti’. Di fatto, spiega Ruben, <em>“gli unici ad accogliere le donne al loro arrivo in Messico lunedì scorso, sono stati i volontari della casa rifugio per migranti conosciuta come ’la 72’ diretta dal padre </em><strong><em>Fray Tomas González</em></strong><em>”</em><strong>,</strong> il quale nel passato ha ricevuto anche minacce per la sua attività di difesa dei diritti dei migranti.</p>
<p><strong><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/carvana2.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-8132" style="margin: 10px 5px;" title="carvana2" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/carvana2.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>Risale a due anni fa il massacro di Tamaulipas</strong>, avvenuto nell’omonimo stato messicano al confine nordorientale con gli Stati Uniti nell’agosto del 2010, quando<strong> vennero trovati in una fossa comune i cadaveri di <a href="http://72migrantes.com/" rel="external">72 migranti</a> trucidati a sangue freddo dall’organizzazione criminale dedita al narcotraffico conosciuta come ’Los Zetas’. </strong></p>
<p>Un sopravvissuto, un migrante ecuadoriano, aiutò a identificare il luogo, una fattoria abbandonata, dove si trovavano i corpi. <strong>I migranti erano stati sequestrati e derubati di tutti i loro averi</strong>, alcuni familiari furono contattati dai telefoni cellulari rubati e venne chiesto loro del <strong>denaro per la liberazione dei loro cari</strong>.</p>
<p><strong>Una tragedia che per un attimo riaccese i riflettori sul dramma</strong> e sulla violenza che circonda il mondo dei <em>migrantes</em>, su una realtà tanto complessa quanto semplice la causa che la origina: <strong>la povertà che spinge migliaia di persone ogni anno a rischiare anche la vita per attraversare il muro <em>“materiale e virtuale”</em></strong> che rappresenta<strong> la <em>“frattura tra un’America ricca e dominante nei programmi economici e politici e un’ America povera e sommessa alle regole del gioco stabilite dal vicino Nord”</em></strong>, come si legge nella relazione presentata dalla Federazione Internazionale del Diritti Umani (FIDH) in occasione di una missione realizzata nel 2007 nell’ambito della Campagna internazionale su ’Migrazioni e Diritti Umani’ realizzata nelle due zone di frontiera più critiche per la situazione delle violazioni dei diritti umani dei migranti e che sono quella al sud del Messico con il Guatemala e quella al nord con gli Stati Uniti</p>
<p><strong></strong><a href="http://www.peacelink.it/latina/a/35293.html" rel="external">Amnesty International</a> proprio lo scorso 5 ottobre ha denunciato che<strong> 40 migranti sarebbero stati sequestrati da un treno merci nello stato di Veracruz, di loro non si sa più nulla. </strong>La Commissione Nazionale per i Diritti Umani (CNDH) ha denunciato che negli ultimi sei mesi sarebbero stati <strong>sequestrati circa 11mila migranti</strong>.</p>
<p>Sequestrati, uccisi, reclutati nelle bande criminali vincolate ai cartelli del narcotraffico, le donne violate e vendute sulle strade, il tutto spesso con la complicità di membri delle forze di sicurezza dello stato, <strong>uomini e donne, spesso bambini in fuga da una realtà di povertà e miseria ignari del tragico destino che li aspetta sulla via del ’sogno americano’.</strong></p>
<p> </p>
<p>*Pubblicato in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione</p>
<p> </p>
<p>Leggi anche di RadicalShock : <a href="http://radicalshock.wordpress.com/2010/04/26/diario-da-tapachula-cavalcando-la-bestia/" target="_blank">Diario da Tapachula: cavalcando la bestia</a>.</p>
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		<title>La riforma della  Legge Federale del Lavoro in Messico: verso la precarizzazione dei rapporti di lavoro</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Oct 2012 01:16:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Legge Federale del Lavoro. outsourcing]]></category>
		<category><![CDATA[precarizzazione]]></category>

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		<description><![CDATA[In una società attraversata da profonde tensioni per il fallimento della lotta al narcotraffico, alla Camera viene approvata una riforma strutturale. Sindacati e studenti scendono in piazza. . di Annalisa Melandri per L’Indro*- 3 ottobre 2012 La riforma politica recentemente approvata in Messico ha concesso, il primo settembre scorso, la facoltà al presidente uscente Felipe Calderón di proporre al Congresso, insieme [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/images4.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8068" title="images" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/images4.jpg" alt="" width="276" height="183" /></a></p>
<div></div>
<div><span style="font-size: medium;"><em>In una società attraversata da profonde tensioni per il fallimento della lotta al narcotraffico, alla Camera viene approvata una riforma strutturale. Sindacati e studenti scendono in piazza.</em></span></div>
<div>.</div>
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<div>di Annalisa Melandri per <a href="http://www.lindro.it" target="_blank">L’Indro</a>*- 3 ottobre 2012</div>
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<p>La riforma politica recentemente approvata in Messico ha concesso, il primo settembre scorso, la facoltà al presidente uscente <strong>Felipe Calderón</strong> di proporre al Congresso, insieme al suo ultimo rapporto di governo, anche <strong>la proposta relativa alla riforma della Legge Federale del Lavoro attualmente vigente nel paese</strong>.</p>
<p>Questa, dopo l’approvazione alla Camera dei Deputati, avvenuta sabato scorso, si trova adesso al vaglio del Senato che <strong>deciderà la sua ratifica o le modifiche da apportare</strong>. La riforma delle Legge del lavoro, che sta <strong>provocando forti tensioni sociali in Messico</strong>, vede l’approvazione del <strong>Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI)</strong> del quale il neo presidente eletto <strong>Enrique Peña Nieto</strong>, che si insedierà formalmente a dicembre, è rappresentante, ed è invece duramente criticata dalla sinistra rappresentata dal <strong>Partito della Rivoluzione Democratica (PRD), dal Partito del Lavoro (PT), dal Partito Comunista Messicano (PCM)</strong> e da partiti e movimenti minori.</p>
<p>La Legge Federale del Lavoro in Messico risale al 1932, e aveva allora una<strong> forte impronta corporativista</strong> tanto da essere paragonata dalla Centrale Unitaria del Messico alle leggi in materia sindacale di Mussolini. Fu il frutto della <strong>grande crisi economica del ’29 negli Stati Uniti</strong>, quando si cercò di istituzionalizzare le lotte e i malesseri in aumento nel mondo operaio, ma anche di <strong>riunificare in una sola legge, alcune diverse disposizioni preesistenti in materia di lavoro</strong>. Già allora fu ampiamente criticata soprattutto per le restrizioni contenute in materia di libertà sindacale, ma nel 1942 furono introdotte<strong> ulteriori limitazioni al diritto di sciopero</strong>.</p>
<p>La Legge Federale del Lavoro non veniva modificata dal 1970, quando la severa <strong>legislazione in materia di diritto di sciopero venne ammorbidita</strong> e quando fu introdotto l’Istituto del Fondo Nazionale per gli Alloggi.<span id="more-8067"></span></p>
<p>A distanza di 42 anni, in un clima politico effervescente per le recenti elezioni, che hanno visto <strong>ritornare al potere in Messico il Partito Rivoluzionario Istituzionale</strong> (assente nella scena politica da oltre 70 anni), e in un clima sociale caratterizzato da profonde tensioni e malesseri per il fallimento e l’alto costo umano (circa 60mila morti nei sei anni di governo diFelipe Calderón) della <strong>lotta al narcotraffico portata avanti dal presidente uscente</strong> durante il suo mandato, viene quindi approvata una <strong>riforma strutturale di fondamentale importanza per l’economia del paese</strong>.</p>
<p>Calderón se ne assume il peso politico, ma <strong>lascia tuttavia al suo successore il pesante fardello delle contestazioni e malesseri</strong> che si sono già manifestati fin dentro l’aula della Camera dei Deputati nel corso delle votazioni.</p>
<p>La riforma era stata infatti <strong>contestata duramente da ampi settori della società civile fin dall’inizio del suo dibattimento</strong>, che nella sua fase più recente si può far risalire al 2010, quando il PAN, il Partito di Azione Nazionale al quale appartiene Felipe Calderón, provò a presentarla senza successo.</p>
<p>Tra i punti che hanno provocato maggiori polemiche e violente proteste cittadine anche in queste ore, ci sono quelli relativi al cosiddetto <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Outsourcing" data-cke-saved-=""><em>outsourcing</em></a>, <strong>l’esternalizzazione e il subappalto dei posti di lavoro</strong> e la definizione di nuove forme contrattuali, alle quali oltre a quelle attualmente vigenti (contratto a tempo determinato e indeterminato) si aggiunge anche quello orario. <strong>La riforma aumenta inoltre il tempo limite per i periodi di prova e di formazione</strong>, semplifica la possibilità di licenziamento, introduce alcune restrizioni al diritto di sciopero e alla libertà sindacale. In poche parole <strong>la classica riforma di stampo neoliberale</strong>.</p>
<p>Particolarmente importante il dibattito intorno all’<em>outsourcing</em>, perché, fanno notare le voci critiche della riforma, <strong>violerebbe apertamente i trattati internazionali firmati dal Messico in materia di lavoro</strong>, per esempio con l’ <a href="http://www.ilo.org/global/lang--en/index.htm" rel="external">Organizzazione Internazionale del Lavoro</a> (OIL) delle Nazioni Unite.</p>
<p><strong>Legalizzando le figure dell’<em>insourcing</em> e dell’<em>outsourcing</em></strong> attualmente al margine del diritto, in quanto usate per precarizzare il lavoro e per evitare le normative vigenti in materia di contrattazione collettiva del lavoro, si <strong>legittima definitivamente l’attività di imprese che si dedicano all’esternalizzazione</strong> della gestione delle risorse umane, (<em>recruitment process outsourcing</em>) come per esempio il gigante <a href="http://www.manpowergroup.it/" rel="external">Manpower Group</a> il cui valore è stimato in 22 miliardi di dollari, con 3900 filiali in oltre 80 paesi del mondo e che <strong>fanno del lavoro un vero e proprio business</strong>, contravvenendo alla <a href="http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---europe/---ro-geneva/---ilo-rome/documents/publication/wcms_151915.pdf" rel="external">Convenzione di Filadelfia del 1944</a> adottata dalla Conferenza Internazionale del Lavoro che dichiara proprio nel suo punto 1(a) che <strong><em>“il lavoro non è una merce”</em></strong>.</p>
<p>Il <strong>Dr. Alfonso Bouzas, avvocato specialista in materia di lavoro</strong>, professore di Diritto e ricercatore dell’Istituto di Ricerche Economiche dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) spiega in una recente <a href="http://www.cnnexpansion.com/economia/2012/09/25/la-reforma-laboral-inquieta-a-mexico" rel="external">intervista</a> alla <em>’Cnn’</em> che questa riforma <em>“non deve passare perché sta depauperando ancor di piú <strong>le persone che vivono del proprio lavoro</strong> e se la logica che si sta seguendo è quella di trovare una via d’uscita alla situazione economica del paese, allora <strong>quello che si deve fare è produrre e non pagare meno chi produce</strong>”</em>.</p>
<p>Anche la proposta di riformare la tipologia contrattuale, prevedendo <strong>l’introduzione di un contratto orario</strong>, aggiunge Bouzas, va rifiutata categoricamente perché <strong>il calcolo della paga oraria viene fatto sulla base del salario minimo</strong>, salario che in Messico è stato ’polverizzato’ a partire dalla metà degli anni 80 e rispetto al quale non si è vista né in questa riforma, né nelle altre che la hanno preceduta, <strong>nessuna proposta di aumento</strong>. Con 1332 dollari annui, <strong>il salario minimo messicano è infatti tra i più bassi dell’America latina</strong> e dei paesi emergenti, secondo un recentissimo rapporto del Banco Mondiale.</p>
<p>La flessibilizzazione e la precarizzazione dei rapporti di lavoro, la deregolamentazione della protezione dei lavoratori, se da un lato <strong>creeranno insicurezza sociale e una massa di lavoratori senza diritti e senza certezze</strong>, dall’altra assicurano i suoi fautori, <strong>attirerà sicuramente gli investimenti stranieri dei quali ha bisogno il paese per rilanciare la sua economia</strong> e creerà la competitività necessaria per superare la crisi. Ma a quale prezzo?<strong>Napoleón Gómez Urrutia, leader del Sindacato dei minatori</strong> in un <a href="http://www.jornada.unam.mx/2012/09/27/politica/020a1pol" rel="external">articolo</a> pubblicato dal quotidiano messicano ’<em>La Jornada’</em> assicura che la riforma del lavoro <em>“è una bomba ad orologeria che viene <strong>lasciata innescata nelle mani del prossimo governo</strong> e che prima o poi scoppierà con risultati terribili”</em>. Assicura Urrutia che altri paesi in via di sviluppo stanno seguendo vie differenti proprio per l’esperienza degli errori accumulati con riforme di questo tipo.</p>
<p>La Commissione Economica per l’America Latina (CEPAL) crede che <strong>più lavoratori entreranno nel settore formale proprio grazie alla riforma</strong>, ma questa, tuttavia, difficilmente potrà creare nuovi posti di lavoro, mentre <strong>i legislatori si aspettano che ne crei oltre un milione ogni anno</strong> per soddisfare le necessità dei giovani e dei messicani che stanno facendo ritorno dagli Stati Uniti.</p>
<p>Il tasso di disoccupazione in Messico attualmente è del 5,4%, il valore più alto negli ultimi undici mesi, mentre <strong>il 28,87% degli occupati lavora nel settore informale</strong>, che è quello che la riforma pretende di regolamentare.</p>
<p>Fanno notare numerosi analisti che <strong>la riforma contiene anche elementi positivi e innovatori</strong>quali ad esempio la proposta di rendere un <strong>delitto il lavoro minorile condotto fuori dalle famiglie</strong>, il fatto che, sebbene legittimi in qualche modo l’<em>outsourcing</em>, nello stesso momento pone alcune <strong>limitazioni alla sua applicazione e in qualche modo lo regola</strong>, e che favorisce il lavoro giovanile e delle donne.</p>
<p>Ieri è stata la giornata di inizio del dibattito per l’approvazione al Senato, che avrà un mese di tempo per la sua ratifica o meno. <strong>Violenti scontri si sono verificati tra le forze dell’ordine e circa cinquecento studenti e</strong> <strong>sindacalisti </strong>che volevano impedire il passaggio dei legislatori.</p>
<p>Il Senato ha comunque già avanzato la proposta di <strong>realizzare un tavolo di dialogo con le organizzazioni sindacali </strong>per la discussione del contenuto sia della riforma che di altre proposte alternative che erano state già presentate alla Camera dei Deputati, ma che erano state ignorate.</p>
<p> </p>
<p>* Pubblicato in esclusiva su l’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione</p>
</div>
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		<title>Il Messico vota per non cambiare</title>
		<link>http://www.annalisamelandri.it/2012/10/il-messico-vota-per-non-cambiare/</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Oct 2012 16:29:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Miei articoli/Mis artículos]]></category>
		<category><![CDATA[Enrique Peña Nieto]]></category>

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		<description><![CDATA[  Il neo presidente Enrique Peña Nieto: simbolo di un modello fallimentare Lo stato del Nordamerica ha paura di guardare al futuro, ma soprattutto di rimettere in gioco potere e clientelismi di Annalisa Melandri 19 settembre 2012 per L’Indro*   Si sono tenute il primo luglio le elezioni presidenziali in Messico per scegliere il nuovo presidente della Repubblica. Ha [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<div><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/pena.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-7982" title="pena" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/pena.jpg" alt="" width="494" height="346" /></a></div>
<div></div>
<div>Il neo presidente Enrique Peña Nieto: simbolo di un modello fallimentare</div>
<h3>Lo stato del Nordamerica ha paura di guardare al futuro, ma soprattutto di rimettere in gioco potere e clientelismi</h3>
<p>di Annalisa Melandri 19 settembre 2012 per <a href="http://www.lindro.it" target="_blank">L’Indro</a>*</p>
<p> </p>
<div>
<p>Si sono tenute il primo luglio le<strong> elezioni presidenziali in Messico</strong> per scegliere il nuovo presidente della Repubblica. <strong>Ha vinto Enrique Peña Nieto</strong>, avvocato di 46 anni, con il 38,21% dei voti, candidato del <strong>Partido Revolucionario Institucional (PRI)</strong>, che resterà in carica 6 anni, a partire dal primo dicembre prossimo.</p>
<p><strong>Lascia un paese quasi in stato di emergenza nazionale, il presidente uscente FelipeCalderòn Hinojosa</strong>, conservatore, del <strong>Partido de Acciòn Nacional (PAN)</strong>, di destra, al termine di quello che i messicani hanno definito <strong>“<em>el sextenio </em><em></em><em></em><em></em><em></em><em>lutuoso</em>”</strong> (il sessennio luttuoso) per l’elevato numero di morti, circa 60mila, che la lotta al narcotraffico portata avanti da<strong>Calderón </strong>e realizzata in concerto con il governo degli Stati Uniti, ha lasciato come saldo.</p>
<p>Oltre ai morti, si registrano <strong>numeri da macelleria sociale</strong>: circa 15mila persone scomparse, migliaia di detenuti innocenti e di casi di tortura, le carceri in una situazione esplosiva. Per non parlare del <strong>traffico di armi che è cresciuto in maniera esponenziale</strong> anche grazie all’ingerenza, a volte poco chiara, degli Stati Uniti; il riciclaggio di denaro che permea quasi ogni attività economica; il traffico di influenze, il nepotismo e <strong>l’infiltrazione di narcotraffico e delinquenza ai massimi livelli istituzionali</strong>.</p>
<p>È questo <strong>il paese che oggi eredita il PRI, storico partito di massa, di tendenza socialdemocratica</strong>, le cui origini si rifanno alla gloriosa Rivoluzione messicana del 1910. <strong>L’esperienza del PAN</strong> invece, durata dodici anni, dal 2000 al 2012 con la presidenza di<strong>Vicente Fox Quesada</strong> prima e di <strong>Felipe Calderón Hinojosa</strong> poi, è stata catastrofica. E tuttavia il 24.41% dei messicani a giugno hanno votato ancora una volta per un suo candidato, l’economista <strong>Josefina Vásquez Mota, che ha ottenuto così il terzo posto</strong>, dopo l’eterno rappresentante di sinistra <strong>Andrés  Manuel López Obrador</strong>, che ha ottenuto una percentuale del 31,59%.<span id="more-7973"></span></p>
<p>Evidentemente<strong> il Messico ha paura di guardare al futuro, </strong>ma soprattutto di rimettere in gioco potere e clientelismi, e<strong> preferisce cambiare per non cambiare nulla. </strong>Il PRI ha guidato ininterrottamente il paese dal 1929 al 2000, 71 anni di governo condotti non sempre con metodi democratici, pur rappresentando, soprattutto agli occhi della comunità internazionale, <strong>un’opzione socialdemocratica, almeno nella forma, nel panorama politico messicano</strong>.</p>
<p>Ricordiamo come emblematico dell’arroganza di quel potere, il <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/SpecialiDossier/2008/destinazione-pechino/destinazione-pechino-140508.shtml?uuid=af0a2bfc-21b9-11dd-bc72-00000e25108c" rel="external">massacro</a> compiuto <strong>contro il movimento studentesco e sociale del ’68 messicano</strong> a Piazza delle Tre Culture, avvenuto il 2 ottobre di quell’anno. Sia precedentemente che successivamente, il PRI al governo non ha mai risparmiato nessuna forma di repressione violenta verso proteste popolari organizzate.<strong> </strong></p>
<p><strong>Un partito troppo burocratizzato, con troppo potere, c</strong>on troppo clientelismo e rigidità. Un partito che, fatto tesoro degli errori del passato cerca di rimediare puntando tutto, troppo, sull’estetica, sulla forma, e poco o nulla sulla sostanza di un cambiamento invece necessario<strong>.</strong> E così <strong>Peña Nieto diventa il candidato <em>glamour</em></strong>, la cui immagine, studiata a tavolino forse più da un equipe di estetisti che da un comitato politico, punta a risollevarel’animo degli elettori. E purtroppo lo fa quasi stridendo amaramente con il degrado sociale nel quale si trova il paese.</p>
<p>Poco importa che <strong>Enrique Peña Nieto sia accusato di avere <a href="http://eleconomista.com.mx/sociedad/2012/08/10/presunto-narco-presume-fotos-enrique-pena-nieto" rel="external">amicizie</a> tra i narcotrafficanti, </strong>o che mentre era governatore dello Stato del Messico, a San Salvador Atenco, tra il 3 e il 4 maggio del 2006, <strong>la polizia sotto il suo diretto controllo condusse una delle repressioni più violente che i messicani ricordino, </strong>le cui denunce sono ora al vaglio della Corte Interamericana dei Diritti Umani.</p>
<p><strong>Due morti, torture, violenze sessuali contro le donne da parte della polizia, detenzioni illegali e ingiuste anche contro minorenni</strong>, tutto ciò contro un movimento popolare che stava portando avanti da tempo una protesta contro la costruzione del nuovo aeroporto di Città del Messico, progetto poi mai realizzato. Tutto rimasto nell’impunità più assoluta.</p>
<p>Peña Nieto, in chiusura di campagna elettorale, si è visto costretto ad ammettere pubblicamente <strong><em>“l’uso sproporzionato della forza”</em></strong> a San Salvador Atenco da parte della polizia e le sue <strong>dirette responsabilità in quella vicenda</strong>.</p>
<p>A questo brusco e anacronistico ritorno al passato non ci sta <strong>Andrés Manuel López  Obrador,AMLO, il candidato di sinistra</strong>, rappresentante del <strong>Movimiento Progresista (una coalizione formata sia dal suo Partido Revolucionario Democratico che dal Partito del Lavoro e dal Movimento Cittadino)</strong>, che alla vigilia del risultato elettorale, come già avvenuto nel 2006, non ha riconosciuto il risultato e <strong>minaccia una campagna di ’disobbedienza civile’</strong>.</p>
<p>Tuttavia non lo fa come in passato, tra le fila del suo partito, il PRD, ma anticipando il passaggio definitivo al suo <strong>Movimiento de Regeneración Nacional (Morena)</strong>, che potrebbe diventare soggetto politico per le prossime elezioni del 2018.</p>
<p><strong>La storia sembra ripetersi</strong>. Già nel 2006, AMLO dopo la sconfitta di allora contro Felipe Calderòn, aveva convocato nello <strong>Zócalo di Città del Messico la I Convenzione Nazionale Democratica</strong> alla quale avevano partecipato più di un milione di persone, con lo scopo — al di là della denuncia di una enorme frode elettorale — di organizzare azioni future. Si creò <strong>un governo parallelo</strong>, da lui guidato: <strong>AMLO giurò fedeltà al suo popolo come presidente legittimo</strong> il 20 novembre del 2006. Tutto si risolse in una bolla di sapone, molti discorsi, tante promesse e poche azioni concrete. Il ’presidente espurio’ (illegittimo) come la stragrande maggioranza dei messicani chiamava <strong>Felipe Calderón, che aveva vinto con appena lo 0,56% di margine rispetto a López Obrador</strong>, governò 6 anni, con i risultati nefasti che oggi sono sotto gli occhi di tutti.</p>
<p>Anche oggi, come nel 2006,<strong> il risultato elettorale è stato confermato dal Tribunale Elettorale dopo circa due mesi dalle elezioni</strong>, e questo ha respinto la richiesta, avanzata dal Movimiento Progresista, di annullarle.</p>
<p>Anche oggi, come nel 2006, <strong>la frode ben prima di manifestarsi nelle urne (’fraude eletronico’, la chiamarono) era presente già ben incancrenita nell’intero sistema ’democratico’ di campagna elettorale.</strong></p>
<p>Lo scrittore e accademico messicano <strong>Fernando del Paso</strong>, scriveva su ’<em>La Jornada’</em> il 5 luglio 2006 : “<em>Si c’è stata una frode. Non la dobbiamo tuttavia cercare nelle mille, tremila o cinquemila cartelle elettorali con evidenti manomissioni. La frode, la grande frode, era già lì, tra di noi, molto prima del 2 luglio. Era presente nella forma meschina, imperdonabile, irresponsabile con la quale <strong>si è costruita una grande bugia, una immensa bugia.</strong> Era nella paura che aveva inculcato nell’elettore <strong>la campagna politica più sporca che si sia mai vista in Messico</strong>. Era in ogni parola e in ogni immagine di questa campagna di calunnie, meschinità, finanziata con il denaro degli elettori per confondere gli stessi elettori, per provocare la loro incredulità e sfiducia. E in molti casi per provocare perfino il tradimento ai loro propri principi, alle loro prime intenzioni, alle loro illusioni</em>”.</p>
<p>Il denaro, nelle democrazie moderne, diventa il vero elettore. L’arma della democrazia.<strong> Le ultime elezioni messicane di questo 2012, in questo senso non sono state diverse dalle precedenti.</strong></p>
<p>Manuel López Obrador, e non solo, ha denunciato chiaramente e con dovizia di prove,<strong>il fenomeno dell’acquisto del voto</strong>, con metodi diversi. Fenomeno, c’è da dire, non solo messicano, ma che in questo caso stride con l’imponenza del sistema elettorale di uno dei paesi chiave delle economie emergenti, membro del G20 e un <strong>colosso di oltre cento milioni di abitanti, appendice naturale ed economica degli Stati Uniti</strong>.</p>
<p><strong>Hugo Benìtez Thomas</strong>, direttore della rivista messicana ’<em>Pulso’</em> e collaboratore della rivista ’<em>América</em><em> Latina en Movimiento’</em> scrive non a caso che “<em>le elezioni del presidente del Messico nel 2012 sono state segnate dalla disuguaglianza sociale</em>”.</p>
<p>Si parla addirittura di un <strong>’contratto elettorale’ tra il principale canale televisivo del paese,<em>’Televisa’</em></strong> (l’impresa di telecomunicazioni in lingua spagnola più grande del mondo)<strong> ed Enrique Peña Nieto per la promozione multimediale della sua immagine</strong> come candidato e futuro presidente del paese<strong>.</strong> Lo stesso ’<em>The Guardian’ </em>ha <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2012/jun/26/mexican-media-scandal-televisa-pri-nieto" rel="external">denunciato</a> di aver avuto accesso a una documentazione secondo la quale <strong>un operativo segreto di Televisa aveva prodotto video da diffondere pubblicamente</strong> con lo scopo di screditare gli oppositori politici di Peña Nieto, e soprattutto Manuel López  Obrador.</p>
<p>A poco servirà al <em>tabasqueño </em>AMLO cambiare contenitore politico e ricandidarsi ancora una volta tra sei anni se in Messico non si inizierà a <strong>mettere seriamente il discussione il sistema economico vigente</strong>, frutto del modello neo liberale imposto fin dagli anni ’90 dal<em></em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Washington_consensus" rel="external">’Washington consensus’</a><em>. </em>Modello che Enrique Peña Nieto seguirà diligentemente per i prossimi anni.</p>
<p> </p>
<p>*Pubblicato in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione</p>
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		<title>Javier Sicilia: fermate la strage dell’antidroga</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Sep 2012 01:06:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
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		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[Miei articoli/Mis artículos]]></category>
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		<category><![CDATA[narcotraffico]]></category>

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		<description><![CDATA[“FERMATE LA STRAGE DELL’ANTIDROGA” Il movimento chiede agli USA di interrompere i finanziamenti alle politiche messicane contro i narcos. 60mila i morti dal 2006  di Annalisa Melandri per L’Indro* … La Carovana del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità organizzata dal poeta e giornalista messicano Javier Sicilia, è arrivata questo lunedì a Washington nei pressi della Casa Bianca. Partita l’11 agosto [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/javier-sicilia.jpg"><img class=" wp-image-7912    aligncenter" title="Javier Sicilia " src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/javier-sicilia.jpg" alt="" width="504" height="307" /></a></div>
<h3>“FERMATE LA STRAGE DELL’ANTIDROGA”</h3>
<div>Il movimento chiede agli USA di interrompere i finanziamenti alle politiche messicane contro i narcos. 60mila i morti dal 2006</div>
<div></div>
<div> di Annalisa Melandri per L’Indro*</div>
<div>…</div>
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<p>La <strong><a href="http://www.caravanforpeace.org/caravan/" rel="external">Carovana</a> del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità organizzata dal poeta e giornalista messicano <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Javier_Sicilia" rel="external">Javier Sicilia</a></strong>, è arrivata questo lunedì a Washington nei pressi della Casa Bianca. <strong>Partita l’11 agosto da Tijuana in Messico, la Carovana ha già percorso10mila chilometri e visitato 25 città statunitensi per denunciare il fallimento e l’inadeguatezza delle politiche di lotta al narcotraffico portate avanti dai governi di Messico e Stati Uniti:</strong> è formata da attivisti, giornalisti, difensori dei diritti umani ma anche e soprattutto dai <strong>familiari dei <em>desaparecidos</em> e</strong> dei morti che gli ’effetti collaterali’ (come li ha definiti l’ex Presidente messicano <strong>Felipe Calderòn</strong>) della guerra contro i potenti cartelli dei <em>narcos</em> messicani ha prodotto in questi ultimi anni.<span id="more-7911"></span></p>
<p><strong>60mila morti</strong> (altre fonti considerano addirittura il doppio) in Messico dal dicembre del 2006, da quando cioè il governo di Calderón, ad appena dieci giorni dal suo insediamento,scatenò la sua <strong>offensiva militare contro il narcotraffico con l’appoggio logistico e militare degli Stati Uniti, nello stato di Michoacán. </strong>Qui si erano registrati <strong>in pochi mesi addirittura 500 morti.</strong> <strong>Tuttavia l’imponente militarizzazione con una presenza massiccia dell’esercito nelle strade non ha risolto la situazione.</strong> Anzi. Addirittura alcune operazioni segrete condotte dal governo degli Stati Uniti come la ormai tristemente nota ’<strong></strong>Fast and Furios<strong>’</strong>, con la quale si voleva facilitare la vendita illegale di armi in Arizona per poi monitoraresegretamente l’utilizzo di queste da parte dei narcos, si risolse in un fiasco. Di circa duemila armi si persero completamente le tracce e si pensa che siano finite senza troppe difficoltà in mano ai cartelli della droga e a criminali di ogni tipo.</p>
<p><strong>Il governo messicano è stato messo sotto accusa da numerose associazioni della società civile e internazionali per le violazioni dei diritti umani commesse dall’esercito e dalle forze di sicurezza dello stato nella lotta al narcotraffico.</strong> Lo stesso ex presidente, insieme ai vertici dell’Esercito, della Sicurezza Pubblica, della Marina e addirittura il capo del cartello diSinaloa, <em>El</em> <em>Chapo Guzmán</em>, sono stati <strong>denunciati alla Corte Penale Internazionale dell’ Aja per crimini contro l’umanità.</strong> <strong>La denuncia porta le firme di oltre 23mila cittadini</strong> e sebbene con ogni probabilità non verrà presa in considerazione dalla Corte, rimane pur sempre un momento significativo di presa di posizione della società civile.</p>
<p><strong><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/sicilia-Mapa_slider23.png"><img class="size-medium wp-image-7920 alignleft" style="margin: 10px 5px;" title="sicilia Mapa_slider23" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/sicilia-Mapa_slider23-300x120.png" alt="" width="300" height="120" /></a>Dei 60 mila morti registrati fino ad oggi, 1.226 erano bambini</strong>, uccisi nel corso dei conflitti a fuoco o per vendette trasversali, mentre <strong>oltre 13mila sono state le persone scomparse, 250 mila gli sfollati e 30mila i minori arruolati dai cartelli della droga.</strong> Numeri da guerra. <strong>Lo stesso Javier Sicilia ha perso suo figlio il 28 marzo dello scorso anno a Cuernavaca, ucciso da una banda di <em>narcos</em> insieme ad altre sei persone. </strong>I loro cadaveri vennero rinvenuti in un’automobile legati mani e piedi con evidenti segni di tortura. Fu un tragico errore, scambiati per narcotrafficanti. Uno dei tanti ’danni collaterali’ dei crimini legati al traffico di droga e alle lotte per il potere dei cartelli rivali.</p>
<p><strong>“<em>Il mondo non è più degno della parola, è la mia ultima poesia, non posso più scrivere… la poesia non esiste più in me</em>”</strong> disse il poeta e scrittore una settimana dopo l’omicidio del figlio, concludendo la lettura di quella che dichiarò essere la sua ultima poesia, dedicata al suo <strong>Juan Francisco</strong>. Successivamente, insieme ai genitori degli altri sei giovani assassinati, organizzò <strong>iniziative in tutto il Messico con l’obiettivo di sensibilizzare i messicani su quanto stava accadendo nel loro martoriato paese</strong>, invitandoli a ricostruire un tessuto sociale e una cittadinanza attivi.</p>
<p>La prima Marcia per la Pace con Giustizia e Dignità partì dalla fontana de la Paloma de La Paz di Cuernavaca il 5 maggio e raggiunse lo Zócalo capitolino l’8 maggio. Con il motto ’<em>Estamoshasta la madre</em>!’ (’<em>Non ne possiamo più!</em>’) migliaia di messicani con il poeta in testa, giunsero<strong>a Città del Messico con lo scopo di far pressione sulle autorità per la stipula di un patto nazionale per la pace </strong>che rivedesse soprattutto alcuni aspetti della lotta al narcotraffico portati avanti dal governo.</p>
<p>Oltre alle <strong>dimissioni del segretario di Sicurezza Pubblica Federale, Genaro García Luna</strong>, le richieste di quello che già allora si era trasformato in <a href="http://movimientoporlapaz.mx/" rel="external">Movimento</a> per la Pace con Giustizia e Dignità erano le seguenti: <strong>fare chiarezza sui crimini e le sparizioni e assicurare la detenzione certa degli autori degli omicidi e dei sequestri, fine della strategia di guerra come lotta al narcotraffico</strong>, lotta alla corruzione e all’impunità, combattere la matrice economica e i profitti del crimine organizzato, politiche sociali rivolte ai giovani e alla ricostruzione del tessuto sociale.</p>
<p>Il Patto Nazionale per la Pace venne firmato dal governo e da oltre 300 organizzazioni della società civile a <strong>Ciudad Juárez</strong>, l’’epicentro del dolore’ come la ribattezzò Sicilia, l’11 giugno del 2011. <strong>Juárez, città simbolo della lotta al narcotraffico ma anche del suo completo fallimento</strong>, fino allo scorso anno era considerata infatti la città piu pericolosa al mondo. Un anno dopo, nel maggio di quest’anno alla vigilia delle nuove presidenziali, <strong>il Movimento per la Pace con Giustizia Sociale di Javier Sicilia è tornato a riunirsi al Castello di Chapultepec</strong>, dove iniziarono i dialoghi propedeutici al Patto Nazionale, questa volta con i quattro candidati presidenziali.</p>
<p>Il messaggio fu uguale per tutti: i messicani e le messicane chiedono a gran voce<strong>un cambiamento strutturale delle politiche e delle strategie di lotta al narcotraffico che fino a questo momento hanno portato solo morte e dolore, ma soprattutto pretendono la ricostruzione della società su nuovi principi e una nuova etica.</strong> Per ognuno dei quattro candidati Javier Sicilia ebbe in quell’occasione parole dure, non risparmiando critiche e osservazioni ’personalizzate’ e invitandoli alla firma di un accordo di unità nazionale.</p>
<p>Oggi, a distanza di alcuni mesi, dopo il controverso risultato elettorale che ha visto <strong>EnriquePeña Nieto</strong> (accusato anche di vincoli con il narcotraffico) diventare <strong>il 60esimo Presidente degli Stati Uniti Messicani, Javier Sicilia si è diretto con la sua Carovana fin del cuore del problema, negli Stati Uniti</strong>. Sono questi infatti i maggiori consumatori di droga al mondo e il maggior produttore di armi.</p>
<p>Proprio negli Stati Uniti, il poeta e i componenti del Movimento stanno chiedendo a gran voce in questi giorni la<strong> legalizzazione delle droghe e la regolamentazione dell’uso delle armi</strong>,<strong>oltre alla fine del finanziamento della lotta al narcotraffico</strong> del governo degli Stati Uniti alle autorità messicane. Sono previsti incontri con le autorità statunitensi, con l’ambasciatore messicano e con numerose associazioni ed organizzazioni che solidarizzano con il Movimento.</p>
<p>Si dice “<em>molto stanc</em>o”, e tuttavia Javier Sicilia e annuncia una <a href="http://www.proceso.com.mx/?p=319554" rel="external">nuova fase</a> di lotta. “<em>Abbiamo raggiunto un risultato importante, dare visibilità alle vittime del narcotraffico</em>” e aggiunge: “<em>è stato uno sforzo sovrumano. Non è stato facile. Non abbiamo denaro e non abbiamo ceduto a nessuna tentazione di corruzione economica o politica. Questo ci ha lasciato poveri ma dignitosi</em>”. Anticipa che si farà da parte, pur non abbandonando completamente il Movimento e che ha bisogno di tornare a scrivere, anche se con la poesia ha chiuso dalla morte del figlio.<strong>Il Movimento non ha bisogno di leader ma di nuovi attori sociali “<em>che verranno fuori dalle reti presenti in tutto il paese</em>”, spiega.</strong></p>
<p>La sfida più grande e una nota di amarezza: “<em>sembra che la classe politica non abbia capito e non capendo continua ad alimentare l’inferno</em>”. <strong>Peña Nieto infatti si dice convinto di voler continuare la lotta al narcotraffico con la stessa strategia seguita fino ad oggi. </strong>Evidentemente il numero dei morti non è ancora sufficiente per decretare il fallimento della lotta al narcotraffico.</p>
<p>*pubblicato in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione</p>
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		<title>RFI intervista Adrián Ramírez sul massacro nel carcere di Altamira</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 20:45:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il 4 gennaio scorso, una violenta rissa con armi bianche  tra due cartelli di narcos rivali nel carcere di massima sicurezza di Altamira, Tamaulipas, lascia un tragico bilancio: 31 detenuti deceduti, 13 feriti in modo grave e una gran quantità di feriti lievi. Il presidente della Lega Messicana per la Difesa dei Diriitti Umani (LIMEDDH), [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il 4 gennaio scorso, una violenta rissa con armi bianche  tra due cartelli di narcos rivali nel carcere di massima sicurezza di Altamira, Tamaulipas, lascia un tragico bilancio: 31 detenuti deceduti, 13 feriti in modo grave e una gran quantità di feriti lievi. Il presidente della Lega Messicana per la Difesa dei Diriitti Umani (LIMEDDH), Dr. Adrián Ramírez, in <a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/MEXICO_TAMAULIPAS_CARCEL_ITW_a_Adrian_Ramirez.mp3">questa intervista </a> rilasciata a  Radio Francia Internacional,  ha denunciato  gravi responsabilità delle autorità penitenziarie rispetto alla sicurezza dei detenuti. Afferma che quanto accaduto é da mettere in relazione alle riforme penali costituzionali del 2008, alle leggi “di emergenza” che riempiono le carceri, alla corruzione e al fatto che si sta “privatizzando” l’amministrazione penitenziaria, fenomeno che aggiunto alla corruzione imperante nelle carceri costringe le famiglie a notevoli costi per permettere un livello di vita decente al proprio familiare detenuto.</p>
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