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	<title>Annalisa Melandri&#187; Cile</title>
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		<title>In Cile gli studenti chiedono un nuovo “paradigma”</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Jul 2013 04:26:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Annalisa Melandri — in esclusiva per L’Indro — 3 luglio 2013 Sono tornati nuovamente a far parlare di sé gli studenti cileni, in mobilitazione da settimane.  Violente proteste degli studenti delle scuole secondarie e delle università  hanno preceduto le  elezioni primarie per la scelta dei candidati presidenziali che si sono tenute  proprio domenica scorsa. Tuttavia, quella degli [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-9127" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/Marcha_estudiantes_Chile-670x223-1372839650.jpg" alt="" width="603" height="201" /></p>
<p>di Annalisa Melandri — in esclusiva per L’<a href="http://www.lindro.it" target="_blank">Indro</a> — 3 luglio 2013</p>
<p>Sono tornati nuovamente a far parlare di sé gli <strong>studenti cileni, in mobilitazione da settimane.</strong>  Violente proteste degli studenti delle scuole secondarie e delle università  hanno preceduto le  elezioni primarie per la scelta dei candidati presidenziali che si sono tenute  proprio domenica scorsa.</p>
<p>Tuttavia, <strong>quella degli studenti cileni, può definirsi ormai una mobilitazione permanente.</strong> <span id="more-9126"></span>La ‘<strong>Revolución de los <em><a href="https://es.wikipedia.org/wiki/Movilizaci%C3%B3n_estudiantil_en_Chile_de_2006">pinguinos</a>’ </em></strong>del 2006<em>, </em>(così chiamata dal costume che usavano nelle piazze gli studenti) dei liceali che si mobilitarono in massa in quell’anno (e poi nel 2008) per una riforma educativa nel loro paese e  che si esaurì spontaneamente nel giro si qualche mese, riprese <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Proteste_degli_studenti_cileni_nel_2011">vitalità</a> nel maggio del 2011 sotto la leadership della giovane dirigente comunista <strong>Camila Vallejo</strong>,  presidente della ‘<em>Federación de Estudiantes de la Universidad de Chile’</em> (FECh). <strong>Oggi, quel movimento, a distanza di due anni, torna a dare filo da torcere al governo</strong> e a strappare promesse ai candidati presidenziali delle elezioni del prossimo novembre,  ritrovando il suo carattere di “<em>forza sociale trasformatrice”</em> anche grazie al rinnovato appoggio di importanti settori della società civile,  come i lavoratori portuali e i minatori e parte del sindacato.</p>
<p>Diverso dai precedenti solo perché diversi sono i leader e le associazioni che lo guidano, questa nuova mobilitazione rappresenta il proseguimento di quelle di allora perché alla base <strong>le rivendicazioni sono le stesse, anzi la stessa:</strong> <strong>un’educazione gratuita per tutti, laica, pubblica e di qualità.<br />
</strong>La stessa portavoce e dirigente della ‘<em>Asamblea Coordinadora de los Estudiantes Segundarios’</em> (ACES),  <strong>Isabel Salgado</strong>, ha dichiarato infatti, chiedendo le dimissioni della ministra dell’Educazione <strong>Carolina Schmidt</strong>, che il movimento è ormai da vari anni in mobilitazione senza “<em>ricevere mai una risposta”</em>.</p>
<p>La giornata di mercoledì scorso, ha segnato un momento di profonda radicalizzazione della protesta, anche per la <strong>solidarietà che gli studenti hanno ricevuto dai lavoratori portuali e del settore minerario</strong>, così come da una parte della ‘<em>Central Unitaria de Trabajadores’</em> (CUT).<br />
A Santiago del Cile, in mattinata le barricate nei pressi dei licei e delle università occupate, (alcuni istituti scolastici erano stati sgomberati dalle autorità con la forza essendo sedi elettorali) hanno completamente paralizzato il traffico cittadino. In tutto il paese i minatori bloccavano l’accesso alle miniere e i portuali incrociavano le braccia. <strong>Nel pomeriggio tre grandi cortei hanno percorso le vie della capitale, contabilizzando secondo la Confederación degli studenti cileni (CONFECH), oltre 100 mila partecipanti</strong>.</p>
<p>Si sono verificati scontri tra le Forze dell’ordine e alcuni gruppi di manifestanti a volto coperto, con un saldo di 98 arresti e 4 feriti tra i poliziotti.<br />
<strong>Il ministro dell’interno ha condannato duramente la protesta</strong> definendo gli studenti come dei  “<em>delinquenti, estremisti  e violenti”</em> e riaccendendo il dibattito rispetto alle proposta già in corso,  di varare misure di legge più severe per far fronte ai disordini pubblici, alcune contestate duramente dalla società civile come quella di identificare i manifestanti in modo preventivo senza che abbiano commesso nessun reato.</p>
<p><strong>Gli studenti chiedono oggi, come nel 2006, poi nel 2008 e nel  2011,  una  riforma  integrale del sistema educativo che risale ancora all’epoca della dittatura di Pinochet,</strong> quando il Cile divenne il laboratorio latinoamericano delle politiche neoliberali impulsate dai Chicago Boys. <strong>Pinochet infatti, eliminò la gratuità dell’educazione universitaria per tutti  e incrementò notevolmente la partecipazione del settore privato nell’offerta educativa  fin dalle scuole primarie. </strong>Attraverso la decentralizzazione venne ridotto il controllo statale sul settore e questo venne consegnato interamente nelle mani del mercato. Oggi il settore privato accoglie circa il 60 per cento degli studenti delle primarie e delle secondarie.</p>
<p><strong>Il sistema educativo cileno è considerato come uno dei più cari dell’America latina</strong>: solo il 25 per cento è coperto dallo Stato, il resto pesa interamente sulle spalle delle famiglie e più si prosegue avanti negli studi e più l’impegno economico per queste si fa pesante, fino ad arrivare all’educazione universitaria completamente a pagamento e vincolata al credito con gli istituti privati.  <strong>Un sistema escludente e classista</strong> che elimina automaticamente quanti non riescono a passare attraverso le strettissime ed implacabili maglie della selezione economica.</p>
<p>Quelle per un’educazione pubblica e gratuita per tutti sono le  <strong>proteste sociali</strong> più importanti e imponenti che si sono verificate in Cile dal ritorno della democrazia ad oggi.<br />
Nel 2011 sono quasi riuscite a mettere in crisi  il governo di <strong>Sebastián Piñera</strong>, chiedendo  ed ottenendo le  dimissioni di almeno tre ministri dell’istruzione. Avendo come protagonista una generazione che con la dittatura ormai ha poco a che vedere, che la conosce poco anche perché la realtà storica è stata completamente deformata nei programmi scolastici e che non ha conosciuto la paura dei genitori e dei nonni, le mobilitazioni hanno trovato nuova forza proprio in queste ultime settimane grazie anche all’attesa per le <strong>primarie in vista delle elezioni presidenziali del prossimo novembre.</strong></p>
<p><strong>Michelle Bachelet</strong>, che domenica ha ottenuto il 73 per cento delle preferenze nella coalizione di centro sinistra (Nueva Mayoría) che per la prima volta incorpora anche il Partito Comunista, aveva dichiarato nei  giorni scorsi che “<em>una riforma dell’educazione profonda e strutturale è quello di cui il paese ha bisogno”</em> invitando il governo in carica di Sebastiàn Piñera — che invece ha mantenuto la linea dura con gli studenti — “<em>al dialogo”</em> nella risoluzione del conflitto. Ha dichiarato inoltre nel corso della sua campagna che la riforma implicherà <strong>“<em>un cambio del paradigma rispetto a  come si intende l’educazione, che deve passare dall’essere un bene di consumo a un diritto sociale”</em></strong>. E proprio nel cambio di ‘paradigma’ sta il punto nodale della protesta, era stato infatti il presidente Sebastián Piñera esprimendo il concetto base del neoliberalismo,  a definire l’educazione come “<em>un bene di consumo</em>”.</p>
<p><strong>Nel corso del 2006, il governo presieduto da Michelle Bachelet, non era riuscito a dare ai ‘pinguini’ una risposta seria alle loro rivendicazioni</strong>, soprattutto perché, la <em>Concertación</em>, la coalizione di sinistra al governo, formata da socialisti e democristiani che ha guidato il paese ininterrottamente dal 1990 al 2010, mai si è presentata come reale alternativa al sistema neoliberista. Oggi con l’apertura al Partito Comunista Cileno forse la riforma studentesca — e non solo — sembra possibile.</p>
<p><strong>L’alternativa per i cileni è il ritorno alla destra pinochettista, rappresentata da Pablo Longueira,</strong> il candidato ultra conservatore che a novembre sfiderà Michelle Bachelet. Longueira fu  ex consigliere della dittatura e, ironia del caso, proprio leader della <em>Federación de Centros de Estudiantes de la Universidad de Chile (</em>FECECH<em>)</em>, vicina al regime, che sostituì la FECh, di sinistra, la più antica associazione studentesca cilena, messa fuorilegge dalla dittatura e che oggi si trova  alla testa delle attuali mobilitazioni studentesche.</p>
<p> </p>
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		<title>La Bolivia reclama all’Aia l’accesso al mare</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 01:38:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Annalisa Melandri in esclusiva per L’Indro — 30 aprile 2013 Gli analisti politici considerano che sia di portata “storica”, anche se di esito incerto, la denuncia presentata dalla Bolivia, il 24 aprile scorso, contro il Cile, presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, con lo scopo di recuperare l’accesso al mare perduto con la Guerra del [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-8960 aligncenter" title="" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/bolivia-y-chile7.jpg" alt="" width="550" height="337" /></p>
<p>di <strong>Annalisa Melandri</strong> in esclusiva per <a href="http://www.lindro.it%20" target="_blank">L’Indro</a> — 30 aprile 2013</p>
<p>Gli analisti politici considerano che sia di portata “storica”, anche se di esito incerto, la denuncia presentata dalla Bolivia, il 24 aprile scorso, contro il Cile, presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, con lo scopo di <strong>recuperare l’accesso al mare perduto con la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_del_Pacifico_(1879-1884)">Guerra del Pacifico</a> (1879–1883).</strong></p>
<p>Sono anni  ormai che la Bolivia sta mettendo sul tavolo del dibattito nazionale, ma anche regionale e infine internazionale, lo spinoso argomento, che considera di vitale importanza per la sua economia. Come conseguenza della  Guerra del Pacifico, conosciuta anche come <strong>Guerra del Guano e del Salnitro</strong>, combattuta tra il Cile e il Perú e la Bolivia, questi ultimi persero importanti porzioni del loro territorio. <strong>Il Perú perse la regione di Tarapacá e la Bolivia perse i porti di Antofagasta e Cobija</strong> (circa 400 km. di costa sull’oceano Pacifico) oltre a un importante zona della regione di Antofagasta ricca di risorse naturali, e una porzione della regione di Atacama.</p>
<p>La guerra era iniziata  per ragioni economiche: <strong>la regione di Antofagasta era ricchissima di salnitro, conosciuto come ‘oro bianco’ importantissimo per la fabbricazione di polvere da sparo, di guano, fertilizzante naturale prodotto dagli escrementi degli uccelli e di miniere di rame. </strong>Le miniere di salnitro di Antofagasta erano sfruttate da compagnie cilene controllate da imprese britanniche. <span id="more-8959"></span><strong>La revisione del contratto</strong> (con la richiesta di  10 centesimi per quintale di salnitro), firmato nel 1873 tra la <em>Compañia de Salitres y Ferrocarril de Antofagasta</em> e il governo boliviano che ne prevedeva lo sfruttamento per 15 anni senza il pagamento di imposte, <strong>scatenò il conflitto</strong> nel quale il Perú, in virtù di un accordo segreto che aveva con la Bolivia di mutua alleanza, intervenne in sua difesa. <strong>Le conseguenze furono nefaste per entrambi i paesi andini</strong>. Il trattato di pace, con il quale la Bolivia riconosceva la sovranità cilena sui territori persi nel corso della guerra, fu firmato nel 1904. Il Cile in cambio si impegnava alla costruzione di una ferrovia dalla città di Arica (in territorio cileno) fino a La Paz, capitale della Bolivia, oltre a varie altre agevolazioni commerciali per ricompensare il Paese della perdita del suo accesso al mare.</p>
<p>Si tratta tuttavia di una questione che non è mai stata completamente risolta da parte boliviana e che ha provocato <strong>continue frizioni con il  Cile</strong>. Nel 1962 le relazioni diplomatiche tra i due paesi si ruppero definitivamente quando il Cile decise unilateralmente di sviare il corso del fiume <strong>Lauca</strong>, considerato fino a quel momento, ed in virtù del trattato del 1904, internazionale. Successivamente nel 1975 il dittatore cileno <strong>Augusto Pinochet</strong> e quello boliviano <strong>Hugo Banzer Suárez</strong>, cercarono di ristabilire i rapporti tra i loro paesi. Il Cile <a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Acuerdo_de_Chara%C3%B1a">offrì</a> un corridoio con uscita al mare alla Bolivia ma  nel 1978,  gli accordi firmati in tal senso decaddero e la situazione tornò ad essere quella del 1962.</p>
<p><strong>I vari governi boliviani che si sono succeduti alla guida del paese hanno in diverse occasioni portato il tema in agenda dei più importanti incontri internazionali</strong>. Il 24 settembre del 2003, durante un <a href="http://www.resdal.org/ultimos-documentos/disc-boli.html">discorso</a> alle Nazioni Unite, il vicepresidente boliviano Carlos Mesa così si esprimeva: «<em>Oggi più che mai, voglio affermare in questo congresso che la Bolivia non rinuncerà alla sua giusta rivendicazione di un accesso sovrano all’Oceano Pacifico dato che siamo nati come Repubblica indipendente con litorale marittimo. Questa richiesta che risale a più di un secolo fa,  non è né prodotto di testardaggine né  di un capriccio ma dell’insufficienza delle nostre risorse economiche  e degli enormi ostacoli geografici che ci tolgono competitività»</em>. L’ambasciatore cileno alle Nazioni Unite,<strong> Heraldo Muñoz</strong> rispose allora che il Cile non sarebbe mai entrato in un «<em>dibattito sterile con la delegazione boliviana».</em></p>
<p>Il presidente boliviano era in quel momento <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gonzalo_S%C3%A1nchez_de_Lozada">Gonzalo Sánchez de Losada</a></strong>, che a seguito di una enorme crisi politica nel paese sfociata in violente proteste civili per la nazionalizzazione degli idrocarburi, duramente represse dall’esercito,  si dimise e fu costretto a fuggire appena un mese più tardi. L’attuale presidente <strong>Evo Morales</strong>, allora sindacalista <em>cocalero</em> e dirigente del <em>Movimiento al Socialismo</em>, era tra i leader dell’opposizione a Sànchez de Lozada. Morales, una volta alla guida del paese (fu eletto nel 2005) <strong>nel 2008, riformò la Costituzione boliviana inserendo in essa proprio la rivendicazione dell’accesso al mare, rivendicazione che  fino ad oggi ha sempre portato avanti  strenuamente. </strong></p>
<p>Dopo aver cercato, invano, di ottenere aperture politiche in Cile attraverso la via del dialogo, Morales ci prova adesso con la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Il Ministro degli Esteri boliviano ci tiene ad affermare che la denuncia non rappresenta  “<em>un atto di inimicizia</em>”,  mentre dal Cile il suo omologo Alfredo Moreno, attraverso un comunicato ha fatto sapere che il governo <em>«</em><em>lamenta profondamente che la Bolivia abbia iniziato questa azione carente di fondamento  di fatto e di diritto»</em>. <strong>Ci vorranno circa quattro anni per conoscere il verdetto della Corte Internazionale di Giustizia.</strong> <strong>La Bolivia intanto attende un altro verdetto della Corte, quello relativo ad una denuncia presentata dal Perú contro il Cile nel 2008, il cui esito si darà a conoscere probabilmente nel corso di quest’ anno, per <a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Controversia_de_delimitaci%C3%B3n_mar%C3%ADtima_entre_Chile_y_el_Per%C3%BA">reclamare</a> 67 mila chilometri di mare nella frontiera del Cile</strong>, situazione marittima anche questa, risalente alla Guerra del Pacifico e ai trattati stipulati successivamente. <strong>Dalla posizione assunta dalla Corte,  la Bolivia potrebbe farsi un’idea dell’atteggiamento della stessa verso le dispute territoriali, (in costante aumento all’Aia), anche se i due casi presentano molte differenze.</strong></p>
<p><strong>La perdita dell’accesso al mare ha sicuramente causato per il piccolo paese latinoamericanon gravi danni in termini economici, esclusione dai circuiti commerciali e povertà, così come la perdita degli importanti giacimenti minerari che si trovavano  sul suo territorio, che prima erano sfruttati, per non dire rapinati, dal Cile e dalla Gran Bretagna:</strong> basti pensare che i territori persi dalla Bolivia e dal Perú fruttano al Cile oggi, circa il 40 per cento delle sue entrate e che il Cile sta sfruttando una delle principali miniere di rame, scoperta nel 1990 a circa 170 km da Antofagasta, che apparteneva alla Bolivia prima della Guerra del Pacifico.</p>
<p>Una soluzione alla disputa che voglia tener conto della rinnovata armonia regionale di questi ultimi anni e dell’integrazione regionale raggiunta a partire dal principio del XXI secolo, non può essere presa pertanto senza tenere conto di queste valutazioni di tipo economico e delle nefaste conseguenze di un trattato di guerra, estorto oltre 100 anni fa.</p>
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		<title>Salari più alti in Cile</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 03:52:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[salario minimo]]></category>
		<category><![CDATA[Sebastián Piñera]]></category>

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		<description><![CDATA[Il presidente Piñera anticipa la riforma sull’innalzamento del salario minimo, in un paese che non è stato sconvolto dalla crisi mondiale di Annalisa Melandri — in esclusiva per L’Indro — 13 Marzo 2013 Il presidente del Cile, Sebastián Piñera, ha annunciato domenica scorsa la  proposta di  un disegno di legge al Congresso per l’aumento del salario [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-8749 alignleft" style="margin: 10px 5px;" title="images" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/images6.jpg" alt="" width="275" height="183" /></p>
<h4>Il presidente Piñera anticipa la riforma sull’innalzamento del salario minimo, in un paese che non è stato sconvolto dalla crisi mondiale</h4>
<p>di <strong>Annalisa Melandri</strong> — in esclusiva per <a href="http://www.lindro.it">L’Indro</a> — 13 Marzo 2013</p>
<p>Il presidente del Cile, <strong>Sebastián Piñera</strong>, ha annunciato domenica scorsa la  <strong>proposta di  un disegno di legge al Congresso per l’aumento del salario minimo</strong> (pari a circa un 3,63 per cento), che verrà portato a non meno di 200mila pesos, (circa 424 dollari) e per la <strong>concessione di un buono per le famiglie  più disagiate.</strong></p>
<p>L’intera operazione economica avrà un costo di 200 milioni di dollari.<span id="more-8739"></span></p>
<p>Ciò sarà possibile, ha detto il presidente in un discorso a reti unificate alla nazione, grazie al  <strong>momento di stabilità e di solidità</strong>che sta attraversando l’economia del paese e nonostante la crisi mondiale, che  non sembra aver innalzato notevolemente in Cile gli indici di disoccupazione.</p>
<p><strong>La proposta di legge del Governo in realtà rappresenta un anticipo sui tempi</strong>,  in quanto generalmente il salario minimo viene fissato in luglio. “<em>Siccome alla nostra economia sta andando molto bene e non è arrivata la disoccupazione che temevamo, dovuta alla crisi internazionale, <strong>abbiamo pensato di anticipare la riforma</strong>, così che la gente possa iniziare a riceverlo a partire da aprile, senza aspettare luglio</em>” ha dichiarato la ministra del Lavoro e Previsione Sociale <strong>Evelyn Matthei</strong>.</p>
<p>A marzo ha inizio in Cile l’anno scolastico e generalmente questi sono mesi nei quali le famiglie hanno un maggior carico economico da affrontare, ha specificato inoltre il presidente nel suo discorso.</p>
<p><strong>Con questo aumento il Cile avrà  il terzo salario minimo più  alto dell’America latina dopo Argentina e Venezuela</strong>.</p>
<p>L’ultimo incremento risale all’anno scorso, con l’approvazione da parte del  Congresso della proposta di legge dell’Esecutivo per l’aumento del salario minimo da  182mila pesos a 193mila pesos, circa 408 dollari.</p>
<p><strong>L’Argentina è il paese con il salario minimo più alto della regione</strong>: 2.875 pesos, quasi 619,6 dollari. Dal 2001, l’anno della grande crisi economica, dopo la quale  il paese ha deciso di abbandonare le misure neoliberali imposte dal Fondo Monetario  Internazionale, è aumentato di circa il 25%.</p>
<p><strong>In Venezuela invece, il cui salario minimo si trova al secondo posto</strong> dopo l’ultimo aumento disposto dal governo di <strong>Hugo Chávez</strong>, nell’aprile dello scorso anno, del 32%, questo sta a circa 476, 17 dollari (valore considerato prima della  recente svalutazione della moneta venezuelana rispetto alla moneta statunitense).</p>
<p>Tra i paesi  con il salario minimo più basso invece ci sono El Salvador, la Bolivia e il Nicaragua e paradossalmente rispetto alle  dimensioni della sua economia, il Messico (pur non appartenendo geograficamente  all’America del Sud).</p>
<p><strong>Il <a href="http://www.gob.cl/infografias/2013/03/11/anuncio-de-bono-marzo-y-ajuste-de-salario-minimo.htm">buono</a> per le famiglie</strong> disposto dal presidente Piñera invece<strong> verrà consegnato a oltre due milioni di famiglie cilene</strong>, circa il 40, 7 del totale, prevalentemente disagiate e della classe media in difficoltà o “vulnerabili” e sarà pari a circa 40mila pesos mensili più 7500 pesos per ogni figlio minore di 18 anni o anche maggiorenne se disabile.</p>
<p><strong>Nel 2013, il 17 novembre, in Cile si terranno le <a href="http://www.lindro.it/politica/2013-01-04/64174-elezioni-america-latina">elezioni</a> presidenziali</strong> alle quali tuttavia Sebastián Piñera non può candidarsi perché la Costituzione cilena vieta la rielezione. <strong>Piñera</strong>, imprenditore e politico di lunga data, del  partito conservatore  <em>Renovación Nacional</em>, <strong>ha vinto le elezioni in Cile nel 2010 con la <em>Coalición por el Cambio</em>, di centro destra</strong>,  con il 51,6% dei voti. Tale vittoria ha segnato il ritorno in Cile della destra al governo per  la prima volta dopo il referendum di transizione del 1988 con il quale vennero convocate nel paese libere elezioni dopo la dittatura pinochettista. Da allora infatti, per 20 anni in Cile aveva governato, fino alle elezioni scorse, la coalizione di centro sinistra <em>Concertación de Partidos por la Democracia.</em></p>
<p>La misura adottata da Piñera dell’aumento del salario minimo e soprattutto quella del buono alle famiglie hanno riscontrato la critica di settori dell’opposizione che la considerano populista e pensata con lo scopo di creare consenso proprio intorno alla Coalición por el Cambio in vista delle elezioni. Appena otto mesi fa infatti, in occasione dell’ultimo aumento del salario minimo, il Partito Comunista Cileno e altri partiti di sinistra non avevano appoggiato il disegno di legge perché sostenevano che l’aumento era irrisorio e chiedevano per lo meno che fosse raggiunto il tetto dei 200mila pesos al mese. Quello che viene proposto adesso. Era stato risposto loro in quell’occasione che quello che chiedevano non era possibile per mancanza di risorse. <strong>Difficile credere che in solo otto mesi la situazione economica sia così migliorata da poter pensare oggi di superare il tetto dei 200mila pesos</strong>.</p>
<p>A febbraio di quest’anno i sondaggi  indicavano che il  consenso al governo del presidente Piñera era situato al 38%, in salita di sei punti rispetto a settembre dello scorso anno.</p>
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		<title>L’acqua alla fine del mondo</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Feb 2013 02:18:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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		<category><![CDATA[Cile]]></category>
		<category><![CDATA[acqua. Elvira Corona]]></category>

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		<description><![CDATA[“L’acqua alla fine del mondo” e il nuovo progetto editoriale e giornalistico di Elvira Corona, free lance già autrice di Lavorare senza padroni” viaggio nelle imprese recuperadas d’Argentina — Emi edizioni. Lo promuove qui tramite il Crowdfounding e manca veramente poco alla sua realizzazione ! E’ importante sostenerlo, visita la pagina per vedere come!!! Qui di seguito la descrizione: [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-8618" title="" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/patagoniasinrepresas.jpg" alt="" width="526" height="378" /></p>
<p>“<strong>L’acqua alla fine del mondo</strong>” e il nuovo progetto editoriale e giornalistico di Elvira Corona, free lance già autrice di <a href="http://www.annalisamelandri.it/2013/01/elvira-corona-lavorare-senza-padroni/" target="_blank">Lavorare senza padroni</a>” viaggio nelle imprese recuperadas d’Argentina — Emi edizioni.</p>
<p>Lo promuove <a href="http://www.produzionidalbasso.com/pdb_1959.html" target="_blank">qui</a> tramite il Crowdfounding e manca veramente poco alla sua realizzazione ! <span style="text-decoration: underline;">E’ importante sostenerlo, visita la pagina per vedere come!!!</span></p>
<p>Qui di seguito la descrizione:</p>
<p>Reportage in Cile, dall’Aysen all’Atacama a raccogliere le storie delle persone che dovrebbero rinunciare alle loro case, terre, fiumi ea quel paradiso naturale che è la Patagonia, per fare spazio alle dighe che la società HidroAysen (con la partecipazione di Enel) vuole costruire. Scopo dichiarato per la costruzione delle dighe è quello di fornire più energia elettrica al paese, ma sono in molti a dire che l’energia in realtà non è necessaria all’uso civile ma verrà destinata principalmente alle miniere del nord del Cile di proprietà delle multinazionali, dove lavorano anche minatori sfruttati, che ogni giorno mettono a rischio la loro vita per guadagnarsi da vivere. La zona che beneficerebbe maggiormente dell’energia elettrica prodotta è proprio quella del nord, attraversata dal deserto di Atacama. In questa zone si trova la miniera dove rimasero intrappolati i 33 minatori nell’agosto del 2010. Da quando questo megaprogetto è stato reso pubblico, la società civile si è mobilitata per cercare di bloccarlo e a tutt’oggi, in mezzo a una selva di provvedimenti, concessioni, e dubbi coinvolgimenti delle istituzioni i lavori non sono ancora partiti.</p>
<p>Maggiori info qui:</p>
<p><a href="http://www.renovablesverdes.com/aprueban-en-chile-la-construccion-de-mega-proyecto-hidroelectrico/" target="_blank">http://www.renovablesverdes.com/aprueban-en-chile-la-construccion-de-mega-proyecto-hidroelectrico/</a></p>
<p>e qui:</p>
<p><a href="http://www.patagoniasinrepresas.cl/final/" target="_blank">http://www.patagoniasinrepresas.cl/final/</a></p>
<p> </p>
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		<title>Cile: il vertice del popolo mapuche</title>
		<link>http://www.annalisamelandri.it/2013/02/cile-il-vertice-del-popolo-mapuche/</link>
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		<pubDate>Fri, 08 Feb 2013 02:42:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Cile]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Miei articoli/Mis artículos]]></category>
		<category><![CDATA[Mapuche]]></category>

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		<description><![CDATA[I mapuche  da anni chiedono la restituzione di terre che considerano  di loro proprietà ancestrale. di Annalisa Melandri in esclusiva per L’Indro — 16 gennaio 2013 Inizia proprio oggi, mercoledì 16 gennaio, il vertice mapuche sul cerro (collina) Ñielol, nei pressi di Temuco nel sud del Cile, organizzato dall’associazione Consejo de Todas las Tierras, Consiglio di Tutte le [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8588" style="width: 561px" class="wp-caption aligncenter"><img class=" wp-image-8588 " title="bandera-mapuche1" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/bandera-mapuche1.jpg" alt="" width="551" height="311" /><p class="wp-caption-text">Bandera mapuche</p></div>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #008000;"><strong>I mapuche  da anni chiedono la restituzione di terre che considerano  di loro proprietà ancestrale.</strong></span></p>
<p>di Annalisa Melandri in esclusiva per <a href="http://www.lindro.it/societa/societa-news/societa-news-esteri/2013-01-16/65818-cile-il-vertice-del-popolo-mapuche" target="_blank">L’Indro</a> — 16 gennaio 2013</p>
<p>Inizia proprio oggi, mercoledì 16 gennaio, il vertice mapuche sul <em>cerro</em> (collina) Ñielol, nei pressi di Temuco nel sud del Cile, organizzato dall’associazione <strong><em>Consejo de Todas las Tierras</em></strong>, Consiglio di Tutte le Terre, che raggruppa le  maggiori organizzazioni rappresentanti del popolo <a href="http://http//ecomapuche.com/">mapuche</a>, gli abitanti nativi originari del Cono Sud del continente americano (che vivono attualmente tra Argentina e Cile) e che ha convocato il vertice in seguito alla <strong>recrudescenza delle tensioni tra la popolazione indigena  e il governo cileno, nel corso delle quali, a causa di un incendio appiccato in una  proprietà terriera, è morta una coppia di anziani latifondisti.</strong></p>
<p>Nella regione dell’Araucanìa, a circa 700 chilometri a sud della capitale Santiago, nel corso dell’anno appena concluso e dopo un biennio di relativa tranquillità,  si è registrato infatti un <strong>considerevole aumento del conflitto sociale</strong> che vede scontrarsi,  spesso lasciando dietro di sé morti e feriti,  i  mapuche — soprattutto i settori più radicali riuniti nel Coordinamento Arauco Malleco (CAM) — e i Carabinieri e l’Esercito cileni.<span id="more-8587"></span></p>
<p><strong>Sono diversi gli attacchi incendiari che si sono registrati dall’inizio di quest’anno  nella regione</strong> e le autorità, senza tuttavia fornire nessuna prova, hanno accusato, come avvenuto già varie volte in passato,  i mapuche di ricevere finanziamento e addestramento dalla guerriglia colombiana delle FARC. Quest’accusa, abbastanza improbabile,  sembra volta tuttavia a giustificare<strong>l’applicazione della durissima legislazione antiterrorismo </strong>con la quale vengono sanzionati atti contro la proprietà  privata e che risale all’epoca della dittatura di Augusto Pinochet quando era<strong> utilizzata per condannare delitti che si consideravano  di matrice politica.</strong></p>
<p>Un mapuche, <strong>Celestino Córdoba</strong> è stato infatti  arrestato nell’ambito delle indagini sulla morte dei due anziani coniugi  e accusato  di <strong><em>“incendio terrorista”</em></strong> e rischia oltre <strong>dieci anni di carcere</strong> secondo tale legislazione (Legge Antiterrorista), la cui applicazione, attualmente,  è  sotto accusa da parte delle istituzioni internazionali per la difesa dei Diritti Umani. I mapuche denunciano inoltre che<strong>tale legislazione viene applicata esclusivamente contro loro esponenti</strong> in un ulteriore tentativo di criminalizzazione della loro lotta.</p>
<p>Per avviare  una discussione sulla situazione recente ma anche per “<em>prendere la decisione più appropriata ed accettabile per entrambe le parti</em>” è stato  convocato il vertice odierno, al quale era stato  invitato anche il presidente <strong>Sebastián Piñera</strong> che tuttavia ha declinato l’invito. Sono stati invitati inoltre  rappresentanti delle  istituzioni locali, esponenti della Chiesa Cattolica, i  candidati alle elezioni presidenziali di quest’anno  e vari esponenti della società civile. <strong>Il vertice mapuche  ha anche l’obiettivo di “<em>rivedere e far valere i trattati di autodeterminazione mapuche, la smilitarizzazione del territorio e l’avanzamento  verso un nuovo Patto Sociale tra i mapuche e lo Stato</em>”</strong>.</p>
<p>I<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mapuche"> mapuche</a>, che rappresentano la popolazione indigena più numerosa del Cile (sono circa un milione) da anni sono in conflitto aperto con il governo per il <strong>recupero delle terre che considerano di loro proprietà ancestrale e collettiva</strong> e contro le politiche portate avanti dallo Stato per svendere le risorse del paese ai capitali stranieri quali lo sfruttamento delle foreste ad opera delle multinazionali del legno, la costruzione di dighe e centrali idroelettriche, lo sfruttamento minerario delle enormi ricchezze del sottosuolo. Queste sono solo alcune delle  opere che mettono in serio rischio di estinzione queste popolazioni e che vengono attuate senza le <strong>obbligatorie consultazioni con le medesime</strong> così  come disposto dalla convenzione n. 169 della Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite.</p>
<p>Il popolo mapuche, uno dei più fieri tra le popolazioni indigene dell’America latina, che  <strong>riuscì a resistere oltre trecento anni alla dominazione spagnola,</strong> ha dalla sua parte  un orgoglio secolare che caratterizza la strenua e caparbia  rivendicazione della  proprietà dei suoi territori. Affermano  da secoli prepotentemente e con orgoglio il diritto di vivere sulle proprie terre con le quali possiedono un legame indissolubile, ma riconfermano  anche con fierezza usi e tradizioni antiche che non vogliono  perdere.</p>
<p>La maggior parte delle terre delle quali reclamano la proprietà erano state consegnate loro dalla <strong>riforma agraria realizzata da Salvador Allende</strong> e dal suo governo di stampo socialista (1970–1973) che colpì i latifondisti locali, i quali una volta instaurata  la dittatura del generale Pinochet (1973–1990) se ne riappropriarono, cacciando i mapuche.</p>
<p>Non sono pochi tuttavia <strong>i settori della società cilena che richiamano  l’attenzione del governo sulla necessità di rivedere la politica di mano dura attuata fino a  questo momento</strong> rispetto alla  questione mapuche,  politica che generalmente è stata condivisa  da tutti i governi succeduti alla dittatura  e che  non ha fatto altro invece che incancrenire ed esasperare un conflitto che ha radici sociali ed economiche profonde ed antichissime.</p>
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		<title>Colonia Dignidad, nazismo e impunità in Cile</title>
		<link>http://www.annalisamelandri.it/2013/01/colonia-dignidad-nazismo-e-impunita-in-cile/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Jan 2013 13:45:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Cile]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[La memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Miei articoli/Mis artículos]]></category>
		<category><![CDATA[Colonia Dignidad]]></category>
		<category><![CDATA[golpe]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Schäfer]]></category>
		<category><![CDATA[Pinochet]]></category>

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		<description><![CDATA[Quattro gerarchi ancora alla guida dell’ ex Colonia Dignidad.La setta religiosa di Paul Schäfer responsabile di abusi sui bambini e collaboratrice con la dittatura di Pinochet Di Annalisa Melandri — in esclusiva per L’Indro *- 21 Dicembre 2012 Due deputati cileni, Lautaro Carmona (Partito Comunista) e Sergio Aguiló (Sinistra Cristiana),  hanno chiesto lo scorso mese di novembre alle autorità [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-8542" title="FILER OF PEOPLE HANGING UP POSTERS AT FENCE OF DIGNITY COLONY" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/0333_01.jpg" alt="" width="554" height="277" /></p>
<h4 style="text-align: center;"><em>Quattro gerarchi ancora alla guida dell’ ex Colonia Dignidad.La setta religiosa di Paul Schäfer responsabile di abusi sui bambini e collaboratrice con la dittatura di Pinochet</em></h4>
<p>Di Annalisa Melandri — in esclusiva per L’Indro *- 21 Dicembre 2012</p>
<p>Due deputati cileni, <strong>Lautaro Carmona</strong> (Partito Comunista) e <strong>Sergio Aguiló</strong> (Sinistra Cristiana),  hanno chiesto lo scorso mese di novembre alle autorità del loro paese di porre <strong>fine ai benefici dei quali godrebbero quattro cittadini tedeschi, ex dirigenti della tristemente nota Colonia Dignidad,</strong> i quali  nonostante siano stati condannati  per sequestro, privazione illegale della libertà, complicità in violenze sessuali contro minori, associazione a delinquere e altri reati finanziari, continuano ad agire pubblicamente come leader della comunità e a promuovere iniziative pubbliche in nome di essa.</p>
<p>La <a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Villa_Baviera">Colonia Dignidad</a>, ribattezzata recentemente come  “<a href="http://villabaviera.cl/">complesso turistico</a>” Nuova Villa  Baviera,  è una comunità che si trova nei pressi di Parral, nella regione del Maule, in Cile. <strong>Fu fondata  negli anni ’60 da un tedesco, Paul Schäfer Schneider, ex membro della Gioventù Hitleriana e medico della <a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Wehrmacht">Wehrmacht</a></strong>, <strong>il quale in Germania dopo la guerra, aveva creato presunte società caritatevoli che si occupavano di bambini</strong>. Nel 1961 si rifugiò in Cile (probabilmente aiutato dalla potente organizzazione <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/ODESSA">Odessa</a>) in seguito alle a<strong>ccuse di abusi sessuali su minori</strong>. In Cile, insieme ad un nutrito gruppo (circa 300 persone) di tedeschi che erano emigrati con lui,  fondò la Colonia Dignidad, che con il tempo divenne  <strong>una vera e propria setta di matrice religiosa, alla guida della quale si assunse come leader e capo indiscusso</strong>.  Alcuni dei residenti alla Colonia divennero suoi più stretti collaboratori e complici in tutta la serie infinita di orrori che si commisero all’interno della comunità, altri, la maggior parte, ne divennero  loro malgrado vittime, come i bambini,  dei quali abusò sistematicamente fin dal principio.<span id="more-8540"></span></p>
<p>Uno stretto regime di isolamento dall’esterno e dalle famiglie di origine, <strong>una costante attività di plagio e annientamento della personalità,  insieme ad abusi, violenze, uso indiscriminato di farmaci,  resero  tutti i membri della comunità incapaci di opporre resistenza</strong> alle attività criminali di Schäfer e dei suoi collaboratori, attività che, almeno in parte, la maggioranza  dei residenti della comunità ignorava.  Vincoli di amicizia e ideologici portarono l’ex nazista  a stringere<strong> alleanze </strong>basate su aiuto e supporto reciproco,<strong> con l’associazione cilena paramilitare di estrema destra Patria e Libertad,</strong>  che fin dal principio degli anni’70 si opponeva, anche con azioni terroristiche,  al governo socialista di Salvador Allende e che si dissolse dopo l’11 settembre del 1973. <strong>In cambio di appoggio politico,  Patria e Libertad effettuava  e riceveva addestramento militare nelle  proprietà della Colonia. Di lì all’appoggio al regime di Pinochet da parte di Schäfer, il passo fu breve.</strong></p>
<p><strong>Dopo il golpe</strong>, secondo Amnesty International  e il Rapporto Retting, la Colonia Dignidad funzionò come<strong> centro  di detenzione e tortura della potente <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/DINA">DINA</a>,</strong> la polizia segreta del regime. Si dice che<strong> Manuel Contreras</strong>, il suo direttore, frequentasse abitualmente la Colonia e che almeno in una occasione vi si fosse recato in compagnia di Pinochet. <strong>I tedeschi davano<a href="http://www.elmostrador.cl/noticias/pais/2012/02/03/los-secretos-que-desnudo-ultimo-fallo-contra-contreras-y-colonia-dignidad/">addestramento</a> militare e sull’uso delle armi ai cileni e li coadiuvavano negli ‘interrogatori’ dei prigionieri  politici.</strong> In cambio ricevettero appoggio politico e protezione (anche nel caso di eventuali richieste di estradizione dalla Germania per i crimini di natura sessuale di Schäfer) e benefici economici consistenti  anche  in cessioni di terreni, per cui la proprietà  della Colonia Dignidad raggiunse un’estensione  di 17mila ettari.</p>
<p>Varie testimonianze rese da ex membri della Colonia fuggiti e ricerche effettuate dalla Commissione della Verità e della Riconciliazione (riassunte nel già citato Rapporto Retting del 1991) che aveva il compito di far luce sulle violazioni dei diritti umani sotto la dittatura, parlano di oltre un centinaio di persone uccise e fatte sparire nella Colonia Dignidad. Molti cadaveri furono dissotterrati nel 1979 quando Pinochet con l’operazione ‘Ritiro dei Televisori’ dette ordine di far sparire i corpi dei prigionieri politici che erano stati uccisi, riesumando i cadaveri e gettandoli in mare. <strong>Nella Colonia Dignidad vennero bruciati nei forni o con l’utilizzo del fosforo.</strong></p>
<p>Il tedesco <strong>Gerard Munke</strong>, uno dei gerarchi e stretto collaboratore di Schäfer,  dichiarò al giudice Jorge Zepeda nel 2006  che  dopo il colpo di Stato, almeno  20 prigionieri furono giustiziati e seppelliti nella Colonia  (si sa ormai che furono molti di più) e successivamente,  nel 1979 quando Pinochet diede l’ordine di far sparire anche i cadaveri, Schäfer  in persona gli ordinò di “<em>dissotterrarli, metterli in un sacco  che conteneva una sostanza che era fosforo e che bruciava moltissimo e i resti furono gettati nel fiume Perquilauquén</em>”. Il giornalista tedesco <strong>Fredrich Paul Heller</strong>, autore di due libri sulla Colonia Dignidad è sicuro che <strong>dietro questa vicenda si nascondano segreti ancora più importanti e dal risvolto inquietante, contenuti negli oltre 40 archivi venuti alla luce nel 2005 insieme a un enorme quantitativo di armi, tra cui lanciamissili, esplosivi e sostanze chimiche, un vero e proprio arsenale da guerra.</strong> Archivi che il governo cileno, dichiarò ‘segreto di Stato’ dopo aver in un primo momento iniziato a darne diffusione.</p>
<p>Heller è sicuro, grazie a testimonianze raccolte,  che si tratta di qualcosa che coinvolge anche i servizi segreti tedeschi e che ha a che fare con le armi, che secondo lui facevano  parte del  <strong>progetto segreto di difesa chiamato <a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Proyecto_Andrea">ANDREA</a></strong> che prevedeva anche la produzione di grandi quantità di gas Sarin e probabilmente di ordigni nucleari, il tutto nella possibilità di una guerra contro l’Argentina  in un momento difficile delle relazioni tra i due paesi. <strong>La Colonia in questo senso doveva quindi funzionare come base clandestina per la preparazione di armi non convenzionali  che sarebbero state usate in caso di conflitto</strong>, dal momento che <strong>Augusto Pinochet</strong> era consapevole della debolezza militare del suo esercito. Tutte le indagini fino a questo momento portate avanti, denuncia il giornalista <strong>Paul Heller</strong>,  tergiversano su questi aspetti della vicenda e anche i benefici concessi agli altri gerarchi  della Colonia, sopravvissuti a Schäfer, che è <a href="http://internacional.elpais.com/internacional/2010/04/24/actualidad/1272060008_850215.html">morto</a> in carcere nel 2010 a 88 anni  dove, (dopo essere stato estradato dall’Argentina dove si era rifugiato), stava scontando una condanna a 20 anni per violenze sessuali, violazione delle leggi cilene sulle armi e delitti fiscali , si inseriscono  in quest’ottica di <strong>complicità segreta tra i servizi segreti dei due paesi, Cile e Germania.</strong></p>
<p>Oggi infatti,  alcuni tedeschi (oltre a <strong>Gerhard Mücke</strong>, <strong>Gisela Seewald</strong>, <strong>Gerd Seewald</strong> e<strong> Kurt Schnellenkamp</strong>) condannati insieme  ad alti vertici della DINA per crimini contro l’umanità, complicità in crimini sessuali, associazione a delinquere e delitti  fiscali, si trovano in libertà condizionale ed hanno ampia libertà di movimento all’interno del ‘complesso turistico’ Villa Baviera. Sono gli stessi che hanno provocato l’<a href="http://www.biobiochile.cl/2012/11/19/parlamentarios-denuncian-posible-rearticulacion-de-colonia-dignidad.shtml">indignazione</a>  dei parlamentari qualche settimana fa per aver presenziato all’ Oktoberfest , la famigerata festa della birra, dove Gerhard Mücke  era presente come portavoce della comunità ed organizzatore dell’evento.</p>
<p>L’anno scorso alla stessa iniziativa aveva preso parte un altro tedesco,  il dottor Hartmut Hopp, fuggito dal Cile qualche mese dopo ed attualmente in Germania, che ad ottobre di quest’anno ha comunicato la sua decisione di non concederne l’estradizione.</p>
<p>Se <strong>sembra azzardato parlare di “<em>riarticolazione della Colonia Dignidad</em>”</strong> come hanno denunciato i parlamentari cileni,  sembra  anche quanto mai inquietante che ben quattro gerarchi della vecchia struttura, tutti condannati per gravissimi crimini, continuino a gestire la nuova realtà comunitaria da uomini liberi; il dottoriHopp era stato condannato appena  a cinque anni di carcere per associazione a delinquere e complicità nell’abuso di minori.<strong> Nel 2006 gli abitanti della comunità scrissero e pubblicarono  sui maggior mezzi di comunicazione del Cile, una lettera diretta  ai loro concittadini cileni e tedeschi  facendo un <a href="http://villabaviera.cl/wp-content/uploads/2012/08/declaracion_espanol.pdf">mea culpa</a> per le loro responsabilità</strong>  e piegano con dovizia di dettagli lo stile di vita che erano costretti a vivere nella Colonia Dignidad.</p>
<p>Tuttavia al di là delle dichiarazioni di coloro i quali in certa misura si sono resi complici di tanti crimini, resta latitante, in Cile, ancora una volta la giustizia per quanto riguarda i crimini legati alla dittatura militare. Come non dimenticare che lo stesso Pinochet è morto non avendo scontato nemmeno un giorno di carcere? La verità storica e la memoria, soprattutto nel caso di gravi violazioni dei diritti umani e di crimini contro l’umanità,  restano mutilate quando non sono accompagnate dal giusto castigo per i colpevoli.</p>
<p>* Articolo scritto in esclusiva per l’indro — www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione</p>
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		<title>Cile, indulto per i detenuti stranieri</title>
		<link>http://www.annalisamelandri.it/2012/11/cile-indulto-per-i-detenuti-stranieri/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Nov 2012 01:08:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[Cile]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
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		<category><![CDATA[Miei articoli/Mis artículos]]></category>
		<category><![CDATA[Società/Sociedad]]></category>
		<category><![CDATA[indulto]]></category>

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		<description><![CDATA[122 cittadini peruviani sono stati i primi a fare ritorno in patria. A loro seguiranno altri mille detenuti tra cui anche italiani, spagnoli, israeliani e filippini. di Annalisa Melandri per L’Indro* 24 ottobre 2012 I primi a uscire dal carcere e a varcare i confini del paese nel quale erano detenuti, il Cile, per ritornare in patria [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/carcere6.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-8209" title="carcere" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/carcere6.jpg" alt="" width="572" height="318" /></a></div>
<h3></h3>
<div><em>122 cittadini peruviani sono stati i primi a fare ritorno in patria. A loro seguiranno altri mille detenuti tra cui anche italiani, spagnoli, israeliani e filippini.</em></div>
<div></div>
<div>di Annalisa Melandri per L’Indro*</div>
<div>24 ottobre 2012</div>
<div></div>
<div></div>
<div>
<p><strong>I primi a uscire dal carcere e a varcare i confini del paese nel quale erano detenuti, il Cile, per ritornare in patria in regime di libertà vigilata, sono stati 122 cittadini peruviani.</strong> Lo scorso mese di agosto, alla presenza delle autorità cilene rappresentate dal ministro dell’Interno, <strong>Rodrigo Hinzpeter</strong>, dal ministro della Giustizia, <strong>Teodoro Ribera</strong> e dal Direttore Nazionale della Gendarmeria, <strong>Luis Masferrer</strong>, hanno attraversato la frontiera con il Perú, beneficiando della <a href="http://www.diarioficial.cl/actualidad/20ulle/20588.html" rel="external">Legge di Indulto Generale n. 20.588</a>, che era stata approvata all’unanimità dal Congresso, qualche mese prima.</p>
<p><strong>Questa legge rientra nell’ambito della nuova politica penitenziaria, voluta dal governo dell’attuale presidente cileno Sebastián Piñera,</strong> di destra, che ha lo scopo di migliorare le condizioni di detenzione nelle carceri del paese e di <strong>ridurre l’alto tasso di sovraffollamento</strong>degli stessi, una problematica ormai comune anche a molti paesi europei, l’Italia in <a href="http://www.ristretti.it/commenti/2012/maggio/pdf1/articolo_ceraudo.pdf" rel="external">testa</a>.<span id="more-8204"></span></p>
<p>E’ stata pensata in seguito alla <strong>morte di 81 detenuti, carbonizzati nel corso di un incendio</strong>, avvenuto in un carcere di Santiago del Cile l’8 dicembre del 2010.<strong> Il carcere poteva ospitare soltanto 632 detenuti, ve ne erano 1875</strong>. Il governo non poteva più tergiversare ormai su di una situazione carceraria definita <strong>’</strong>esplosiva’.</p>
<p><strong>La Legge d’Indulto beneficerà circa 7mila detenuti, dei quali quasi 1.000 stranieri irregolari, su un totale complessivo di 1.700. </strong>Contempla benefici per coloro i quali non abbiano commesso reati gravi, che stiano scontando misure riduttive della pena, come per esempio il pernottamento notturno in carcere, e prevede <strong>agevolazioni particolari per le donne con figli piccoli</strong> e che abbiano scontato almeno i due terzi della pena.</p>
<p>I detenuti che potranno beneficiare dell’indulto dovranno firmare un <strong>impegno scritto a non commettere in futuro più reati</strong> e nel caso che vengano arrestati di nuovo, sconteranno anche la pena sospesa.</p>
<p>Da agosto ad oggi pian piano, via via che vengono formalizzati gli accordi con i paesi di origine, <strong>stanno tornando in patria tutti i detenuti stranieri irregolari</strong>, la maggior parte accusati di reati legati al traffico di droga. Viaggiano in autobus o in aereo (se il paese di origine non confina direttamente con il Cile), non ammanettati, con i loro vestiti e con una razione di cibo fornita dalle autorità penitenziarie. All’arrivo nel loro paese riceveranno un nuovo documento d’identità, quelli che erano ricercati dalle autorità per crimini precedenti verranno giudicati e gli altri per un certo periodo di tempo avranno l’obbligo della firma.<strong>Tutti avranno il divieto di tornare in Cile per almeno dieci anni.</strong></p>
<p>La maggior parte di loro proviene dalla Bolivia (circa 500) e dal Perú (circa 400), in misura minore dall’Argentina, dalla Colombia, dal Brasile, dal Venezuela, <strong>ma ci sono anche italiani, spagnoli, israeliani e filippini</strong>.</p>
<p>Il ministro della Giustizia Teodoro Ribera si dice convinto che la misura “<em>permetterà una migliore gestione all’interno delle carceri come parte della <strong>nuova politica penitenziaria che sta implementando il governo</strong>. Non vogliamo che le carceri del paese siano note come scuole del crimine”</em>.</p>
<p>Ad agosto, nel ’momento storico’ (come fu definito) del <a href="http://www.minjusticia.gob.cl/es/noticias-ministro/916-00ministro-ribera-destaca-exitoso-operativo-de-traslado-de-indultados-a-frontera-con-peru.html" rel="external">rimpatrio</a> dei 122 detenuti peruviani, dei quali 81 donne e 41 uomini, il ministro ha sottolineato il fatto che “<em>le persone che stanno scontando le pene all’estero <strong>non possono godere di reti sociali e familiari</strong> per poi realmente integrarsi alla società e poter fare del bene” </em>e di quanto sia importante potersi riavvicinare alle loro famiglie e alle loro comunità di origine. <strong>La popolazione carceraria cilena ammonta a 54.112 detenuti, mentre la capacità totale delle 103 strutture carcerarie del paese è di 33.822. </strong></p>
<p>Tutti gli organismi internazionali per la difesa dei Diritti Umani concordano sulla <strong>terribile condizione di detenzione nelle carceri latinoamericane</strong>, denunciando l’irresponsabilità dei governi nazionali nel non riuscire a trovare una soluzione definitive al problema.</p>
<p>L’ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha recentemente espresso la sua preoccupazione per gli <strong>alti indici di violenza registrati nelle carceri dell’America latina e centrale</strong>. Il rappresentante regionale dell’organismo per l’America latina, <strong>Amerigo Incalcaterra</strong> ha parlato di una “<strong><em>situazione allarmante</em>”, conseguenza diretta delle precarie condizioni di detenzione.</strong></p>
<p>Il presidente dell’Istituto Latinoamericano delle Nazioni Unite per la prevenzione del Crimine e il Trattamento degli Autori del reato (ILANUD), <strong>Elías Carranza</strong>, ha affermato nel corso di un recente congresso sul tema realizzato a Buenos Aires, in Argentina, che la situazione “<em>è grave</em>” e che <strong>i detenuti all’interno delle carceri sono possibili vittime di veri e propri “<em>massacri</em>”</strong>. “<em>I governi militari sono finiti ma continuano ad accadere veri massacri che ironicamente avvengono nel cuore del sistema di giustizia penale che è il carcere</em>” e mette in relazione l’affollamento carcerario con gli alti indici di violenza nella regione. Sono 17 i paesi al mondo con il numero di morti superiore a 30 ogni 100mila abitanti. Di questi, 10 sono paesi dell’America latina e centrale.</p>
<p>L’esempio più recente di quello di cui parla Carranza è quanto <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/15/honduras-incendio-carcere-trecento-morti-fiamme/191457/" rel="external">avvenuto</a> lo scorso 15 febbraio a <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Comayagua_prison_fire" rel="external">Comayagua,</a> in<strong> Honduras, dove un incendio in un carcere ha provocato la morte atroce di circa 400 reclusi che sono rimasti intrappolati nelle loro celle senza nessuna possibilità di uscire. </strong></p>
<p> </p>
<p>*Pubblicato in esclusiva su L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione</p>
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		<title>Alfonso Podlech: certificato di impunità made in Italy</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jul 2011 17:51:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
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		<category><![CDATA[211 settembre]]></category>
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		<description><![CDATA[“Su mio padre un processo politico” Angelo M. D’Addesio — 26 luglio 2011 A due settimane dalla sentenza di assoluzione di Alfonso Podlech, il “piccolo Pinochet”, accusato della sparizione di Omar Venturelli nell’ottobre del ‘73 e centinaia di altri prigionieri, la figlia Maria Paz parla della sentenza e della sua lotta personale contro l’impunità per [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/httpwww.fotolog.comkim_kupal_loncon23062455.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-6053" title="" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/httpwww.fotolog.comkim_kupal_loncon23062455.jpg" alt="" width="300" height="400" /></a></h1>
<h1>“Su mio padre un processo politico”</h1>
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<div><strong><a href="http://www.linkiesta.it/blogs/nuovo-mondo/su-mio-padre-un-processo-politico" target="_blank">Angelo M. D’Addesio</a></strong> — 26 luglio 2011</div>
<div>
<p><em>A due settimane dalla sentenza di assoluzione di Alfonso Podlech, il “piccolo Pinochet”, accusato della sparizione di Omar Venturelli nell’ottobre del ‘73 e centinaia di altri prigionieri, la figlia Maria Paz parla della sentenza e della sua lotta personale contro l’impunità per i torturatori.</em></p>
<p><strong>D. Quale sensazione ha provato lo scorso 11 luglio quando la 1^ Corte d’Assise di Roma ha pronunciato la sentenza di assoluzione per Alfonso Podlech per tutti i reati attinenti alla sparizione di suo padre Omar Venturelli?</strong></p>
<p>P.V. Sono rimasta autenticamente scioccata perché quando ho ascoltato la sentenza, avendo assistito a tutte le udienze, mi sembrava che quella decisione appartenesse ad un altro procedimento. Sono rimasta immobile e subito dopo mi sono girata verso il pubblico ministero chiedendo “Cosa succede adesso? Viene liberato?” e lui guardandomi negli occhi mi ha detto “Si, è libero per sempre”. Lì ho capito l’ineluttabilità della cosa, al di là di qualsiasi appello, di qualsiasi atto da parte nostra, Podlech sarebbe partito all’indomani per il Cile, libero ed innocente. Tale è stato lo shock, da non potermi muovere concretamente dall’aula. A mente fredda nei giorni successivi, ho provato molta rabbia, ripensando al danno reale e non solo morale ed ideologico che è stato provocato, perché quest’uomo ritornato in Cile può già intimorire i testimoni che sono venuti al processo oltre ad aver ottenuto, da assassino torturatore, un certificato di impunità made in Italy, quindi il “massimo della credibilità”, visto che la decisione è stata emessa addirittura in Europa.<span id="more-6052"></span></p>
<p><strong>D. Come vi muoverete adesso sia sul piano giudiziario che su quello politico?</strong></p>
<p>P.V. Provo rabbia e compassione per chi ha emesso questa sentenza, applicando la giustizia in modo pilatesco, lavandosi le mani con motivazioni quali la prescrizione, l’insufficienza di prove, la non procedibilità per i vari capi d’accusa, pur nell’intrinseca convinzione della colpevolezza. Non so quanto i giudici avessero le mani legate, ma sarebbe bastato solo essere sufficientemente coraggiosi per supportare una tesi ed una decisione che appariva ovvia a tutti i presenti in aula. Adesso noi dobbiamo tenere gli occhi molto aperti a ciò che accade a Temuco per non lasciare soli i familiari delle vittime, ma anche le vittime stesse ed i testimoni, visto che Podlech è tornato in Cile più potente di prima, ancora perfettamente incorporato nell’esercito come generale. Articoli e dichiarazioni in Cile parlano dell’ultimo assalto dell’internazionalismo comunista che è fallito, secondo i sostenitori del pinochettismo, che sono molti, per cui siamo ancora in piena propaganda anni ’70, dove questo processo è apparso tutt’altro che come un atto a tutela dei diritti umani ed a salvaguardia delle vittime. E poi faremo appello, affinché la giustizia affermi sé stessa e ribadisca la verità inoppugnabile su tale vicenda. Prima o poi le istituzioni attesteranno questa verità di cui noi siamo già sicuri. Ho aspettato 35 anni per iniziare un processo in Italia ed è già stato un grosso risultato svolgerlo, vedere in carcere per tre anni Podlech, attuare una ricostruzione storica attraverso le testimonianze, ed ora bisognerà fare in modo che questa verità diventi istituzionale. Forse era ancora presto per ottenere questo risultato ma sono convinta che prima o poi ce la faremo.</p>
<p><strong>D. Alfonso Podlech, appena sceso dall’aereo, a Santiago, ha dichiarato che tutti i tribunali cileni dovrebbero comportarsi come quelli italiani e chiudere definitivamente questa pagina di conflitto. Come pensa sia stata interpretata l’intera vicenda in Cile?</strong></p>
<p>P.V. In Cile esiste già una legge di amnistia che copre tutti i reati compiuti dai militari e da tutti i civili che hanno coadiuvato le forze militari. Se teniamo presente che la repressione più forte è avvenuta negli anni 1973–74 e che l’amnistia copre tutti gli episodi fino al 1979, è molto difficile che si riesca a fare chiarezza su questi casi. Questa legge di amnistia, inoltre, viene interpretata in modo molto restrittivo perché non si cerca di costruire la verità, trovando i responsabili per poi amnistiarli, ma al contrario l’amnistia avviene a priori, non appena l’indagine riguarda membri dell’esercito, si procede all’amnistia e tutto viene archiviato senza indagini. Questa famosa pacificazione si basa sull’irrilevanza di tutto ciò che è accaduto in quegli anni: più di 3500 morti, migliaia di persone sequestrate, torturate, un governo rovesciato…Un paradosso per un paese democratico.</p>
<p><strong>D. Pensa che questa sentenza sia stata una decisione politica, condizionata da fattori esterni provenienti dal Cile e dalle recenti visite del presidente Piñera nel nostro paese?</strong></p>
<p>P.V. Credo che questo sia stato un processo interamente politico. Da questo si evince ancora di più la gravità della sentenza che avrà sicuramente delle ripercussioni ed infatti Podlech l’ha usata come spunto per dichiarare che si dovrebbe decidere in Cile così come è stato deciso in Italia per questi reati. La Corte non si è assunta la responsabilità di una sentenza che fosse unicamente di carattere giudiziario, sancendo l’impunità per crimini contro l’impunità e quindi attribuendole un chiaro valore politico. E’ una decisione poi che fa comodo ad entrambi i governi, quello italiano e quello cileno che sono in ottimissimi rapporti politici ed economici. Non a caso il presidente Piñera è stato in Italia tre volte, ci sono molte commesse di lavoro fra i due paesi e quindi una conclusione di questo tipo aiuta, perché l’Italia non effettua così ingerenze nelle vicende cilene ed il Cile gestisce la sua storia per proprio conto e non ha bisogno di contestare alcuna intrusione. In queste condizioni e con tale conclusione, la decisione può passare completamente inosservata, mentre ben maggiore sarebbe stato il rumore nel caso in cui fosse stata emessa una condanna.</p>
<p><strong>D. L’intero processo si è svolto in Italia per ben due anni, ha coinvolto una famiglia italiana e molti testimoni ed un uomo accusato di crimini terribili eppure non ha fatto notizia. Come mai questo silenzio di stampa, politica su questa vicenda, in Italia ed in Cile?</strong></p>
<p>P.V. In Italia il silenzio è dovuto alla nostra “malattia” per la politica interna ed al nostro scarsissimo interesse per gli avvenimenti esteri. Questa storia comunque rinvanga una questione che tutti ormai ritengono distante, sia nel tempo che nello spazio, perché avvenuta in Cile e senza dirette ricadute sulla politica italiana, sebbene riguardasse un cittadino italiano. L’altra motivazione rilevante è che si è trattato di un processo squisitamente politico e non di un processo di cronaca che riempie normalmente pagine e pagine di giornali e diventa un tormentone. In Cile poi, per questioni di immagine, non si potevano fare pubblicamente pressioni sull’Italia perché assolvesse un torturatore, né d’altro canto si poteva prendere una posizione contraria a quella che è l’opinione di una parte potente della società cilena, che si riconosce in Piñera, un premier appoggiato da partiti di destra e che ha vinto grazie ai militari, quindi è stato evitata qualsiasi posizione che creasse imbarazzi al governo. In Cile è da tempo in atto un lavoro di maquillage in cui si sottolineano gli sviluppi economici e democratici del paese, dimenticando le tristi vicende del passato sui diritti umani violati e sulle persone scomparse.</p>
<p><strong>D. Lei ha parlato di sentenza politica, ma ha anche ammesso di sperare nella giustizia e nell’approdo alla verità? Come si conciliano le due cose?</strong></p>
<p>P.V. Non posso agire diversamente. Nonostante la sentenza ricalchi il modello del potere più becero e che si autoconserva, i cittadini non possono smettere di pretendere che la giustizia come istituzione serva a qualcosa e quindi sperare che l’istituzione risponda a verità e giustizia. E’ il destino che accomuna tutti i familiari e non è vero che sono passati 35 anni, la storia di mio padre è un esempio di attualità: è adesso che mio padre non c’è, è adesso che non so dov’è il corpo ed è adesso che Podlech, dopo tre anni di detenzione ed un processo, non mi ha rivelato nulla. Non ho alternative, devo proseguire questa battaglia pur consapevole che mi scontrerò, come ho fatto in tutta la mia vita, con la politica e le istituzioni. Da quando abbiamo iniziato questa battaglia, molto tempo fa, in cui non esisteva neppure il concetto di desaparecidos, abbiamo raggiunto molti risultati e molti riconoscimenti. Lè anche la stessa convenzione internazionale sulla tortura, che pur ratificata dall’Italia, ma non è mai diventata legge. E’ un testo “dormiente” dal 2008 in Parlamento, considerato non urgente, mentre se fosse stata approvata questa legge, oggi avremmo potuto accusare Podlech per tortura ed ottenere una condanna. Le cose cambiano con il tempo e grazie a tutto il lavoro che svolgono i familiari delle vittime e cambieranno ancora. E’ una spinta continua della società civile verso le istituzioni e verso lo Stato.</p>
<p><strong>D. Perché è importante conoscere la vicenda storica ed anche giudiziaria di Omar Venturelli?</strong></p>
<p>P.V. Perché è una storia che parla della nostra vita. Il caso di Omar Venturelli è il mio caso, ma è anche il caso che si ripete per tutte le altre vittime e che può, per assurdo, coinvolgere qualsiasi cittadino. Questo è quello che bisogna evitare: l’importanza del lavoro sulla giustizia consiste nel permettere alla giustizia di affermarsi, di essere credibile, altrimenti l’impunità favorirà il ripetersi di vicende uguali o simili a questa e la nostra storia, anche in Italia, ci dice che queste cose possono accadere. Il caso Venturelli è un caso singolo ma è la rappresentazione del funzionamento della giustizia e dell’impossibilità di contrastare l’impunità ed ottenere giustizia per una violazione dei diritti umani.</p>
<p>I link della sentenza e del processo<br />
<a href="http://download.repubblica.it/pdf/2011/Podlech.pdf">Sentenza 1^ Corte d’Assise di Roma </a><br />
<a href="http://www.24marzo.it/index.php?module=pagemaster&amp;PAGE_user_op=view_page&amp;PAGE_id=453&amp;MMN_position=143:143" rel="nofollow">Processo Podlech </a></p>
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<p>Leggi il resto: <a href="http://www.linkiesta.it/blogs/nuovo-mondo/su-mio-padre-un-processo-politico#ixzz1TA7TbvlF">http://www.linkiesta.it/blogs/nuovo-mondo/su-mio-padre-un-processo-politico#ixzz1TA7TbvlF</a></p>
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