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	<title>Annalisa Melandri&#187; Bolivia</title>
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		<title>L’America latina condanna la prepotenza imperialista</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jul 2013 20:33:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Annalisa Melandri — in esclusiva per L’Indro 5 luglio 2013 La proibizione dei governi di Francia, Portogallo, Spagna e Italia, il 2 luglio scorso, di far volare sul proprio spazio l’aereo presidenziale boliviano dove viaggiava il presidente Evo Morales di ritorno dal vertice in Russia dei paesi esportatori di gas, sospettando che sullo stesso si fosse [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Annalisa Melandri — in esclusiva per <a href="http://www.lindro.it">L’Indro</a></p>
<p>5 luglio 2013</p>
<p>La proibizione dei governi di Francia, Portogallo, Spagna e Italia, il 2 luglio scorso, di far volare sul proprio spazio l’aereo presidenziale boliviano dove viaggiava il presidente <strong>Evo Morales</strong> di ritorno dal vertice in Russia dei paesi esportatori di gas, sospettando che sullo stesso si fosse imbarcato  <strong>Edward Snowden</strong>, ha provocato come prevedibile, <strong>in America latina un coro di proteste generalizzate contro quello che è stato definito dal governo boliviano «<em>un atto di prepotenza imperialista</em>».</strong></p>
<p>L’aereo di Morales, dopo circa 13 ore di peripezie, sorvolando il cielo di mezza Europa e vedendosi negare l’atterraggio prima da Francia, poi a ruota da Portogallo, Spagna e Italia, rischiando di rimanere senza carburante,  ha ottenuto l’autorizzazione infine dal governo austriaco ad atterrare all’aeroporto di Vienna per uno scalo tecnico. Una decisione, quella dei quattro Paesi europei, presa  in aperta violazione dei trattati internazionali rispetto all’immunità diplomatica dei capi di Stato e ovviamente eterodiretta dall’<em>intelligence</em> statunitense e che dimostra  <strong>da un lato il servilismo becero quanto illogico della vecchia Europa, dall’altro l’isteria degli Stati Uniti  rispetto al caso Snowden</strong>, ormai sfuggito definitivamente al loro controllo.<span id="more-9302"></span></p>
<p>Come era prevedibile,  non appena si è diffusa  la notizia del divieto della  Francia al sorvolo del suo spazio e all’atterraggio dell’aereo presidenziale boliviano, Evo Morales  ha immediatamente ricevuto la solidarietà di quasi tutti i presidenti latinoamericani e anche dal governo del Messico. «<em>Definitivamente sono tutti fuori di testa</em>» ha twittato <strong>Cristina Fernández</strong>,  presidente argentina, avvisata al telefono da <strong>Rafael Correa</strong>,  suo omologo ecuadoriano, iniziando così un giro di telefonate incessante, prima con Morales, raggiunto telefonicamente nella stanzetta dell’aeroporto austriaco dove è rimasto circa dieci ore  in attesa di poter continuare il suo viaggio («<em>sequestrato dall’imperialismo</em>» come ha dichiarato il vicepresidente boliviano <strong>Álvaro García Linera</strong>), poi con un esperto di diritto internazionale del ministero degli Esteri argentino per consultazioni sul tema, e infine  con <strong>‘Pepe’ Mujica</strong>, presidente dell’Uruguay, che si è detto «<em>indignato</em>».</p>
<p><strong>Ollanta Humala</strong>, presidente del Perú ha invece  convocato immediatamente una riunione dell’Unasur, l’Unione delle Nazioni Sudamericane,  per il pomeriggio di giovedì 4 luglio, a Cochabamba, in Bolivia, dal momento che il Perú detiene la  presidenza pro tempore dell’organismo. <strong>Tuttavia l’assenza di Colombia, Cile, e Guyana, che non hanno accettato di partecipare e che hanno inviato solo dei rappresentanti diplomatici senza poteri di firma, ha reso  impossibile da statuto, la realizzazione di un vertice a tutti gli effetti con poteri decisionali.</strong></p>
<p>Alla riunione parteciperanno comunque Cristina Fernández (Argentina), Nicolás Maduro (Venezuela),  Rafael Correa (Ecuador),  José ‘Pepe’ Mujica (Uruguay) e Dési Bouterse (Suriname). Ollanta Humala per precedenti impegni non sarà presente, ma ha inviato il ministro degli Affari Esteri Eda Rivas e il viceministro Fernando Rojas. In un comunicato stampa emesso mercoledì, l’Unasur all’unanimità ha espresso <em>«indignazione e profondo rammarico»</em> definendo quanto accaduto  al presidente Evo Morales <em>«un atto ostile e ingiustificabile che ha anche messo in serio pericolo la sicurezza del capo di Stato boliviano e dei suoi accompagnatori». </em>Anche <strong>José Miguel Insulza</strong>, segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) ha espresso «<em>profonda molestia</em>» per la decisione presa dalle autorità dei paesi europei coinvolti.</p>
<p>In tutta  l’America latina manifestazioni in solidarietà  con Evo Morales si sono tenute  nelle principali città,  mentre manifestazioni di protesta  si sono realizzate davanti alle ambasciate europee. A La Paz, capitale della Bolivia l’ambasciata francese è stata presa a sassate e la bandiera francese bruciata. <strong>La Francia proprio in queste ore ha chiesto scusa al governo boliviano ma  ormai l’indignazione è alle stelle</strong>, si parla infatti di una vera  e propria crisi diplomatica tra i vari Paesi coinvolti nella sciagurata quanto irresponsabile iniziativa, e i Paesi latinoamericani che  «<em>sono uniti più che mai</em>», come  ha sottolineato <strong>Nicolás Maduro</strong>, successore di Hugo Chávez alla guida del Venezuela.</p>
<p>Giovedì pomeriggio in attesa dell’inizio del vertice urgente dell’Unasur,  una moltitudine di persone si è riversata per le strade di Cochabamba, molti provenienti da altre zone della Bolivia,  per accogliere i capi di Stato latinoamericani ma soprattutto per esprimere solidarietà e affetto al loro presidente Evo Morales.  <strong>Movimenti sociali, diverse etnie indigene, rappresentanti dei lavoratori del settore petrolifero e minerario, donne e giovani, sia dell’opposizione che vicini al governo, hanno denunciato quello che si sta vivendo in queste ore in tutta l’America latina come un vero e proprio affronto</strong>. Nel suo discorso alla folla, prima dell’inizio del vertice, Evo Morales ha dichiarato che il delitto commesso dai boliviani «<em>è quello di essere indigeni ed antimperialisti</em>» ipotizzando una possibile chiusura dell’ambasciata  statunitense in Bolivia.</p>
<p>Il vertice Unasur, se fosse stato al completo avrebbe dovuto  decidere oggi  le iniziative da intraprendere contro Francia, Portogallo, Spagna e  Italia. Tuttavia, come riportato dall’agenzia cubana <strong>Prensa Latina</strong>  nell’articolo “<a href="http://www.prensa-latina.cu/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;idioma=1&amp;id=1580401&amp;Itemid=1">Correa condanna indegna e illegale posizione dei governanti europei</a>” il presidente ecuadoriano Rafael Correa  <em>«ha rivelato che ci sono governi che si sono opposti a questa riunione, dove  si discute  se dobbiamo continuare ad essere una colonia o se dobbiamo diventare degli  stati liberi e sovrani»</em>. Si riferisce evidentemente alla Colombia e al Cile, che  con la loro assenza hanno reso impossibile la realizzazione di un vertice a tutti gli effetti in grado di poter emettere una risoluzione. <strong>Ancora una volta Colombia e Cile si dimostrano punta di lancia degli interessi statunitensi nella regione e una spina nel fianco dell’integrazione latinoamericana.</strong></p>
<p>Per quanto riguarda l’Europa, quello che è certo è che Francia, Portogallo, Spagna e Italia hanno fatto un grande errore,   in un momento in cui tanti accordi commerciali con l’America latina sono in via di definizione e  in cui sicuramente altri partner  sono presenti sul continente — leggasi Cina — che dimostrano nei fatti maggior diplomazia e rispetto per le economie emergenti latinoamericane.</p>
<p> </p>
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		<title>La Bolivia reclama all’Aia l’accesso al mare</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 01:38:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Annalisa Melandri in esclusiva per L’Indro — 30 aprile 2013 Gli analisti politici considerano che sia di portata “storica”, anche se di esito incerto, la denuncia presentata dalla Bolivia, il 24 aprile scorso, contro il Cile, presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, con lo scopo di recuperare l’accesso al mare perduto con la Guerra del [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-8960 aligncenter" title="" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/bolivia-y-chile7.jpg" alt="" width="550" height="337" /></p>
<p>di <strong>Annalisa Melandri</strong> in esclusiva per <a href="http://www.lindro.it%20" target="_blank">L’Indro</a> — 30 aprile 2013</p>
<p>Gli analisti politici considerano che sia di portata “storica”, anche se di esito incerto, la denuncia presentata dalla Bolivia, il 24 aprile scorso, contro il Cile, presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, con lo scopo di <strong>recuperare l’accesso al mare perduto con la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_del_Pacifico_(1879-1884)">Guerra del Pacifico</a> (1879–1883).</strong></p>
<p>Sono anni  ormai che la Bolivia sta mettendo sul tavolo del dibattito nazionale, ma anche regionale e infine internazionale, lo spinoso argomento, che considera di vitale importanza per la sua economia. Come conseguenza della  Guerra del Pacifico, conosciuta anche come <strong>Guerra del Guano e del Salnitro</strong>, combattuta tra il Cile e il Perú e la Bolivia, questi ultimi persero importanti porzioni del loro territorio. <strong>Il Perú perse la regione di Tarapacá e la Bolivia perse i porti di Antofagasta e Cobija</strong> (circa 400 km. di costa sull’oceano Pacifico) oltre a un importante zona della regione di Antofagasta ricca di risorse naturali, e una porzione della regione di Atacama.</p>
<p>La guerra era iniziata  per ragioni economiche: <strong>la regione di Antofagasta era ricchissima di salnitro, conosciuto come ‘oro bianco’ importantissimo per la fabbricazione di polvere da sparo, di guano, fertilizzante naturale prodotto dagli escrementi degli uccelli e di miniere di rame. </strong>Le miniere di salnitro di Antofagasta erano sfruttate da compagnie cilene controllate da imprese britanniche. <span id="more-8959"></span><strong>La revisione del contratto</strong> (con la richiesta di  10 centesimi per quintale di salnitro), firmato nel 1873 tra la <em>Compañia de Salitres y Ferrocarril de Antofagasta</em> e il governo boliviano che ne prevedeva lo sfruttamento per 15 anni senza il pagamento di imposte, <strong>scatenò il conflitto</strong> nel quale il Perú, in virtù di un accordo segreto che aveva con la Bolivia di mutua alleanza, intervenne in sua difesa. <strong>Le conseguenze furono nefaste per entrambi i paesi andini</strong>. Il trattato di pace, con il quale la Bolivia riconosceva la sovranità cilena sui territori persi nel corso della guerra, fu firmato nel 1904. Il Cile in cambio si impegnava alla costruzione di una ferrovia dalla città di Arica (in territorio cileno) fino a La Paz, capitale della Bolivia, oltre a varie altre agevolazioni commerciali per ricompensare il Paese della perdita del suo accesso al mare.</p>
<p>Si tratta tuttavia di una questione che non è mai stata completamente risolta da parte boliviana e che ha provocato <strong>continue frizioni con il  Cile</strong>. Nel 1962 le relazioni diplomatiche tra i due paesi si ruppero definitivamente quando il Cile decise unilateralmente di sviare il corso del fiume <strong>Lauca</strong>, considerato fino a quel momento, ed in virtù del trattato del 1904, internazionale. Successivamente nel 1975 il dittatore cileno <strong>Augusto Pinochet</strong> e quello boliviano <strong>Hugo Banzer Suárez</strong>, cercarono di ristabilire i rapporti tra i loro paesi. Il Cile <a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Acuerdo_de_Chara%C3%B1a">offrì</a> un corridoio con uscita al mare alla Bolivia ma  nel 1978,  gli accordi firmati in tal senso decaddero e la situazione tornò ad essere quella del 1962.</p>
<p><strong>I vari governi boliviani che si sono succeduti alla guida del paese hanno in diverse occasioni portato il tema in agenda dei più importanti incontri internazionali</strong>. Il 24 settembre del 2003, durante un <a href="http://www.resdal.org/ultimos-documentos/disc-boli.html">discorso</a> alle Nazioni Unite, il vicepresidente boliviano Carlos Mesa così si esprimeva: «<em>Oggi più che mai, voglio affermare in questo congresso che la Bolivia non rinuncerà alla sua giusta rivendicazione di un accesso sovrano all’Oceano Pacifico dato che siamo nati come Repubblica indipendente con litorale marittimo. Questa richiesta che risale a più di un secolo fa,  non è né prodotto di testardaggine né  di un capriccio ma dell’insufficienza delle nostre risorse economiche  e degli enormi ostacoli geografici che ci tolgono competitività»</em>. L’ambasciatore cileno alle Nazioni Unite,<strong> Heraldo Muñoz</strong> rispose allora che il Cile non sarebbe mai entrato in un «<em>dibattito sterile con la delegazione boliviana».</em></p>
<p>Il presidente boliviano era in quel momento <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gonzalo_S%C3%A1nchez_de_Lozada">Gonzalo Sánchez de Losada</a></strong>, che a seguito di una enorme crisi politica nel paese sfociata in violente proteste civili per la nazionalizzazione degli idrocarburi, duramente represse dall’esercito,  si dimise e fu costretto a fuggire appena un mese più tardi. L’attuale presidente <strong>Evo Morales</strong>, allora sindacalista <em>cocalero</em> e dirigente del <em>Movimiento al Socialismo</em>, era tra i leader dell’opposizione a Sànchez de Lozada. Morales, una volta alla guida del paese (fu eletto nel 2005) <strong>nel 2008, riformò la Costituzione boliviana inserendo in essa proprio la rivendicazione dell’accesso al mare, rivendicazione che  fino ad oggi ha sempre portato avanti  strenuamente. </strong></p>
<p>Dopo aver cercato, invano, di ottenere aperture politiche in Cile attraverso la via del dialogo, Morales ci prova adesso con la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Il Ministro degli Esteri boliviano ci tiene ad affermare che la denuncia non rappresenta  “<em>un atto di inimicizia</em>”,  mentre dal Cile il suo omologo Alfredo Moreno, attraverso un comunicato ha fatto sapere che il governo <em>«</em><em>lamenta profondamente che la Bolivia abbia iniziato questa azione carente di fondamento  di fatto e di diritto»</em>. <strong>Ci vorranno circa quattro anni per conoscere il verdetto della Corte Internazionale di Giustizia.</strong> <strong>La Bolivia intanto attende un altro verdetto della Corte, quello relativo ad una denuncia presentata dal Perú contro il Cile nel 2008, il cui esito si darà a conoscere probabilmente nel corso di quest’ anno, per <a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Controversia_de_delimitaci%C3%B3n_mar%C3%ADtima_entre_Chile_y_el_Per%C3%BA">reclamare</a> 67 mila chilometri di mare nella frontiera del Cile</strong>, situazione marittima anche questa, risalente alla Guerra del Pacifico e ai trattati stipulati successivamente. <strong>Dalla posizione assunta dalla Corte,  la Bolivia potrebbe farsi un’idea dell’atteggiamento della stessa verso le dispute territoriali, (in costante aumento all’Aia), anche se i due casi presentano molte differenze.</strong></p>
<p><strong>La perdita dell’accesso al mare ha sicuramente causato per il piccolo paese latinoamericanon gravi danni in termini economici, esclusione dai circuiti commerciali e povertà, così come la perdita degli importanti giacimenti minerari che si trovavano  sul suo territorio, che prima erano sfruttati, per non dire rapinati, dal Cile e dalla Gran Bretagna:</strong> basti pensare che i territori persi dalla Bolivia e dal Perú fruttano al Cile oggi, circa il 40 per cento delle sue entrate e che il Cile sta sfruttando una delle principali miniere di rame, scoperta nel 1990 a circa 170 km da Antofagasta, che apparteneva alla Bolivia prima della Guerra del Pacifico.</p>
<p>Una soluzione alla disputa che voglia tener conto della rinnovata armonia regionale di questi ultimi anni e dell’integrazione regionale raggiunta a partire dal principio del XXI secolo, non può essere presa pertanto senza tenere conto di queste valutazioni di tipo economico e delle nefaste conseguenze di un trattato di guerra, estorto oltre 100 anni fa.</p>
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		<title>La Bolivia depenalizza lo sciopero</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jan 2013 01:52:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Annalisa Melandri per L’Indro* 19 dicembre 2012 La Bolivia riconosce ufficialmente il diritto di sciopero. Il presidente  Evo Morales ha infatti promulgato la settimana scorsa una legge, la n. 316,  di “Depenalizzazione del Diritto di Sciopero e di protezione dell’Attività Sindacale”. L’atto ufficiale è stato realizzato nel Palazzo del Governo alla presenza di Juan Carlos Trujillo, segretario generale della  Central [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-8523" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/foto_vale-410.jpg" alt="" width="589" height="538" /></p>
<p>di <strong>Annalisa Melandri</strong> per L’Indro* 19 dicembre 2012</p>
<p>La Bolivia riconosce ufficialmente il diritto di sciopero. Il presidente  <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Evo_Morales" target="_blank">Evo Morales</a> ha infatti promulgato la settimana scorsa una legge, la n. 316,  di “<strong>Depenalizzazione del Diritto di Sciopero</strong> e di protezione dell’Attività Sindacale”.</p>
<p>L’atto <a href="http://www.vicepresidencia.gob.bo/Morales-promulga-Ley-que-deroga">ufficiale</a> è stato realizzato nel Palazzo del Governo alla presenza di Juan Carlos Trujillo, segretario generale della  <a href="http://www.centralobreraboliviana.org/">Central Obrera Boliviana</a> (COB) e di altri funzionari di quella che è considerata  la maggiore associazione sindacale del paese alla quale appartengono  operai del settore minerario ma anche dell’industria, nonché  contadini organizzati.</p>
<p>Juan Carlos Trujillo ha dichiarato che<strong> la nuova legge ha una portata storica</strong>,  ricordando  come nel passato i governi dittatoriali e neoliberali “<em>hanno applicato a noi lavoratori decreti e leggi per <strong>penalizzare la difesa dei nostri diritti economici,</strong> <strong>sociali e culturali</strong></em>” e di come sia importante oggi questa data, per essere stata finalmente accolta  una richiesta del settore operaio e sindacale.</p>
<p>Con la nuova legge viene modificato  l’articolo 232 del Codice Penale che tipifica il ‘sabotaggio’ e <strong>condanna con la reclusione da uno a otto anni quei  lavoratori o dirigenti sindacali che hanno occupato fabbriche o miniere</strong> e hanno provocato  danni nello svolgimento dello sciopero o dell’occupazione; ha revocato  inoltre l’articolo 234 del C.P. che prevedeva  la condanna da  uno a cinque anni di carcere e la multa da uno a 500 giorni di salario per chi <strong>promuoveva   il lock-out (serrata patronale), ma anche scioperi che fossero stati dichiarati illegali dalle autorità del lavoro</strong>.<span id="more-8522"></span></p>
<p><strong>La legge ha effetto retroattivo</strong> e quindi gli attuali processi in corso inoltre saranno portati avanti secondo il nuovo codice.  Ha ricordato <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Evo_Morales">Evo Morales</a><strong> nel suo discorso al Palazzo di Governo tenuto per l’occasione, di come il Codice Penale sia frutto di un decreto emesso durante il governo dittatoriale di Hugo Banzer Suárez</strong> e di come in passato fossero state promulgate  <strong>norme per punire i lavoratori che hanno fatto tante vittime e tanti arresti soprattutto negli anni ’70 e ’80</strong> quando “<em>eravamo accusati di essere dei sovversivi, dei rossi, dei comunisti, solo per difendere i diritti dei lavoratori</em>”. E’ stato un momento importante quello di martedì scorso che ha dato un attimo di respiro  alle altalenanti  relazioni che intercorrono tra il governo e il forte  movimento sindacale del paese.</p>
<p>Il cocalero Evo Morales, al suo secondo mandato presidenziale, governa la Bolivia dal gennaio del 2006. Massimo dirigente di un sindacato di  contadini produttori di coca, formato per la maggior parte da indigeni Quechua e Aymara (lo stesso presidente è di discendenza Aymara)  <strong>Morales e la sua federazione  si  opposero  con coraggio e tenacia al secondo governo (1997–2001) di  Hugo Banzer Suázer,</strong>  il quale aveva promesso agli Stati Uniti il piano ‘coca zero’ cioè lo<strong> sradicamento totale delle coltivazioni della coca</strong>. I cocaleros, con Morales alla guida proponevano invece in alternativa il piano ‘cocaina zero’  e chiedevano al governo aumenti salariali per il settore  e la fine del piano di privatizzazioni delle imprese statali.</p>
<p>Una volta eletto presidente della  Bolivia,  Evo Morales con il partito da lui fondato <strong>Movimento al Socialismo</strong>,  ha generato molte aspettative tra gli indigeni — che rappresentano per lo meno la metà della popolazione -, tra i sindacati dei contadini e soprattutto dei<em>cocaleros</em>. Non è riuscito nella sua battaglia contro la produzione della cocaina, ma ha promosso un’Assemblea Costituente e<strong>politiche economiche contrarie  al neoliberismo</strong> fino a quel momento imperante nel paese,  volte alla nazionalizzazione (il 1 maggio del 2006) delle risorse naturali soprattutto del settore  del gas e del petrolio. <strong>Ha innalzato inoltre il salario minimo e realizzato importanti e innovative riforme sociali</strong>. La Costituzione boliviana è una delle più avanzate al mondo soprattutto in tema ambientale, riconoscendo per la prima volta i diritti della Madre Terra.</p>
<p>Il governo si è tuttavia trovato nel 2008 a fare i conti con <strong>forti proteste di matrice indipendentista  e razzista</strong> (contro la rappresentanza indigena per la prima volta al governo del paese)   organizzate dall’opposizione fedele  all’ex presidente (e dittatore)  Banzer e vicina agli Stati Uniti, soprattutto nella zona più ricca della Bolivia, quella della cosiddetta Mezza Luna, rappresentata dall’Oriente Boliviano e cioè  dalle regioni di <strong>Santa Cruz, Beni, Pando e Tarija</strong>  che sono quelle più sviluppate economicamente e dove risiede il  motore economico di tutto il paese.</p>
<p>Non solo la destra conservatrice, ma anche  vari settori di sinistra organizzati, spesso soltanto per difendere interessi corporativi,<strong> sono riusciti  a tenere in scacco il governo Morales, in America latina sicuramente uno dei più progressisti della regione.</strong></p>
<p>La  <strong>Central Obrera Boliviana</strong> (COB) e il potente ed agguerrito <strong>sindacato dei minatori</strong> (quelli che protestano con i candelotti di dinamite in mano, per intendersi) hanno esercitato anche recentemente forti pressioni sul governo, accusandolo talvolta di <strong>‘tradimento’ e di  governare secondo le volontà delle multinazionali straniere</strong> e degli imprenditori nazionali, portando avanti uno strenuo  braccio di ferro su temi quali aumenti salariali e critiche sui programmi di nazionalizzazione e riforme sociali considerate troppo timide.</p>
<p>Anche ampi settori indigeni che hanno costituito la vera forza che ha portato al governo Evo Morales, negli ultimi mesi hanno dato vita a <strong>forti proteste causate dalla decisione del governo di costruire una strada che attraversa il Tipnis</strong> (un parco naturale e territorio indigeno). Il governo in tutti questi mesi ha dovuto continuamente sedersi a trattare con la rappresentanza indigena e rimandare la realizzazione del progetto, che riveste senza dubbio una  importanza strategica per lo sviluppo del paese.</p>
<p><strong>Troppi interessi convergono infatti  intorno al governo di Evo Morales</strong>: indigeni, <em>cocaleros</em> (che molti  accusano di essere usati  e manovrati dal narcotraffico), movimento operaio e i minatori, sia  statali che organizzati in cooperative private, ognuno con le sue richieste e rivendicazioni di categoria, spesso contrastanti tra loro. <strong>Un braccio di ferro costante con un governo considerato ‘amico’</strong> che tuttavia, rischia di metterlo in difficoltà più di quanto non abbiano fatto i separatisti e i razzisti di destra della Mezza Luna appena qualche anno fa.</p>
<p>*articolo scritto in esclusiva per L’Indro www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione</p>
<p> </p>
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		<title>In Bolivia primo censimento “sovrano”</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Dec 2012 17:29:31 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Evo Morales]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo undici anni il primo censimento del governo del presidente indigeno Evo Morales: “Per sapere quanti siamo, come stiamo e quello che c’è da fare” di Annalisa Melandri — L’Indro* 23 novembre 2012 Si avvia verso la conclusione il censimento generale della popolazione che ha paralizzato nella giornata di mercoledì la Bolivia. Un avvenimento collettivo di estrema importanza [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/bolivia-censo-644x362.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-8410" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/bolivia-censo-644x362.jpg" alt="" width="515" height="290" /></a></h3>
<div style="text-align: center;"><strong><span style="color: #333300;"><em>Dopo undici anni il primo censimento del governo del presidente indigeno Evo Morales: “Per sapere quanti siamo, come stiamo e quello che c’è da fare”</em></span></strong></div>
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<div><strong>di Annalisa Melandri — L’Indro*</strong> 23 novembre 2012</div>
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<p>Si avvia verso la conclusione <strong>il censimento generale della popolazione che ha paralizzato nella giornata di mercoledì la Bolivia</strong>. Un avvenimento collettivo di estrema importanza per il piccolo ’<strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bolivia" rel="external">Stato Plurinazionale</a></strong>’, come è stato definito nella nuova Costituzione, approvata per via referendaria nel 2009 con il 61,34 per cento dei voti.</p>
<p>Il presidente boliviano, <strong>l’indigeno (di etnia Aymara) Evo Morales</strong>, ha dichiarato che questo <strong>Censimento Nazionale di Popolazione e Alloggi 2012</strong> si è svolto con grande successo in tutto il paese e che, soprattutto nelle aree urbane, gli obiettivi fissati sono stati raggiunti. Soltanto in alcune aree rurali, più difficilmente raggiungibili — ricordiamo che il 28% del territorio nazionale del paese rientra nella regione andina latinoamericana — il censimento si concluderà entro questo fine settimana.<span id="more-8409"></span></p>
<p>Il popolo boliviano ha risposto in maniera ordinata e massiccia all’appello diffuso dalle autorità di <strong>rimanere in casa e non uscire fino all’arrivo dei delegati.</strong> Si è trattato infatti di un censimento effettuato ’casa per casa’ di estrema importanza per il futuro del paese. SecondoMorales, i risultati, che saranno resi pubblici tra circa sei mesi, rappresenteranno infatti una fonte importantissima di dati “<em>per<strong> identificare le necessità della popolazione e disegnare nuove politiche pubbliche</strong> volte a migliorare la qualità di vita dei boliviani a breve, medio e lungo termine e che -</em> ha aggiunto<em> – <strong>stabilirà le politiche di alloggio, impiego, salute e sicurezza</strong> che mancano per mettere in moto il paese</em>”. Evo Morales, il primo cittadino ad essere censito, ha anche dichiarato che si tratta del <strong>primo censimento ’sovrano<em>’</em></strong> mai realizzato nel paese e che differentemente dal passato non se ne renderà conto “<em>agli organismi internazionali perché poi si facciano carico della nostra povertà</em>”.</p>
<p>L’ultimo censimento risale al 2001 e questo è il primo realizzato durante il governo di EvoMorales, alla guida del paese dal 2006, al suo secondo mandato presidenziale. La rilevazione di allora segnalò che <strong>il 62 per cento degli oltre otto milioni di abitanti censiti apparteneva a una qualche etnia indigena. </strong>La popolazione oggi si avvicina invece agli undici milioni di abitanti, e l’ultima <a href="http://www.asud.net/file/COSTITUZIONE_BOLIVIA_2008.pdf" rel="external">Costituzione</a>, quella del 2009, riconosce formalmente diritti ed autonomie delle diverse etnie e dichiara come lingue ufficiali, oltre allo spagnolo, ben 36 lingue originarie indigene. Il governo di Evo Morales si è distinto infatti per uno <strong>sguardo privilegiato alla maggioritaria componente indigena della popolazione boliviana</strong>, per il rispetto e l’attenzione verso la Madre Terra, indicandola espressamente nel preambolo della nuova carta costituzionale che reca una innovativa matrice ambientalista, <strong>per la nazionalizzazione delle risorse del paese e per aver indicato come diritti umani della popolazione, l’accesso all’acqua e al sistema fognario.</strong></p>
<p>Le disposizioni delle autorità durante tutto il censimento sono state rigidissime, pena multe, arresti o sequestro di veicoli: <strong>negozi, banche ed uffici chiusi, voli nazionali cancellati, divieto di uscire di casa fino all’arrivo dei funzionari. </strong>Questi, oltre 217mila volontari, hanno percorso il paese con una lista di circa cinquanta domande da rivolgere alle famiglie, tra le quali per la prima volta sono state escluse quelle sulla religione (in Bolivia vige costituzionalmente libertà di culto e l’indipendenza dello Stato dalla Chiesa), sul carattere ’meticcio<strong>’</strong> (questa misura ha creato numerose polemiche, ma il governo nega questa identità che considera invece come una categoria razziale) e sulle preferenze sessuali, che secondo il ministro di Pianificazione e Sviluppo, Viviana Caro, non rappresentano priorità del governo al momento di decidere le politiche di sviluppo del paese.</p>
<p>Nonostante il presidente e le autorità avessero ribadito piu volte che non era necessario — per coloro i quali lavorano lontano — fare ritorno nei luoghi d’origine, sono stati denunciati casi in cui autorità locali, soprattutto delle zone più rurali del paese, hanno esercitato pressioni in senso contrario, adducendo formule ricattatorie come <em>“il sequestro dei beni o dei terreni”</em>. Questo perchè <strong>il censimento ha anche lo scopo di ridefinire la redistribuzionedegli utili del bilancio statale ai diversi dipartimenti, province e municipi in base alla popolazione residente</strong> e l’assegnazione dei seggi all’Assemblea Legislativa.</p>
<p>Un grande sforzo che sta compiendo la collettività quindi, per sapere, come ha affermato il presidente Evo Morales “<em>quanti siamo, come stiamo e quello che c’è da fare</em>”.</p>
<p>* in esclusiva per l’Indro — www.lindro.it</p>
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		<title>Armi in veicolo diplomatico statunitense in Bolivia. Destabilizzazione del paese?</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 03:45:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[Miei articoli/Mis artículos]]></category>
		<category><![CDATA[ambasciata EEUU]]></category>

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		<description><![CDATA[  Il ministro del governo boliviano Carlos Romero ha informato che all’alba di ieri é stato fermato un veicolo appartenente all’ambasciata statunitense nel paese che stava trasportando armi e munizioni verso la regione di Santa Cruz. Due persone sono state arrestate e sono stati sequestrati tre fucili Remington calibro 12, una pistola Smith calibro 38, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p>Il ministro del governo boliviano Carlos Romero ha informato che all’alba di ieri é stato fermato un veicolo appartenente all’ambasciata statunitense nel paese che stava trasportando armi e munizioni verso la regione di Santa Cruz.</p>
<p>Due persone sono state arrestate e sono stati sequestrati tre fucili Remington calibro 12, una pistola Smith calibro 38, circa 2000 munizioni, apparecchiature trasmittenti e un computer.<span id="more-7113"></span></p>
<p>Proprio alcuni giorni fa il vicepresidente della Bolivia Alvaro Garcia Linera aveva dichiarato di essere in possesso di  informazioni secondo le quali gli Stati Uniti stanno finanziando ONG antigovernative che operano nel paese.</p>
<p>L’ambasciata degli Stati Uniti ha affermato di essere stata autorizzata dal governo boliviano al trasporto di armi da una città all’altra. Le armi secondo questa versione sarebbero state destinate alla polizia boliviana in servizio di difesa degli uffici e del personale diplomatico a Santa Cruz. Tuttavia questa versione è stata prontamente smentita dallo stesso governo che accusa gli Stati Uniti di violare la Convenzione di Vienna sulla sicurezza dello Stato.</p>
<p>Non e’ la prima volta che si verificano “incidenti diplomatici” tra i due paesi.  Già nel 2008 l’ambasciatore statunitense a La Paz, Philip Golberg fu espulso dalla Bolivia per il sostegno al colpo di Stato che alcuni settori separatisti stavano approntando e che poi non ebbe luogo.</p>
<p> </p>
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		<title>L’ALBA fa sentire la sua voce anche nel santuario del commercio internazionale  </title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 23:12:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ALBA news]]></category>
		<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Miei articoli/Mis artículos]]></category>
		<category><![CDATA[ALBA]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[OMC]]></category>
		<category><![CDATA[Organizzazione Mondiale del Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[WTO]]></category>

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		<description><![CDATA[Si e’ tenuta recentemente l’VIII Conferenza Ministeriale dell’ OMC (WTO per la sua sigla in inglese), l’ Organizzazione Mondiale del Commercio. I paesi dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America), il 15 dicembre, appena 48 ore prima della chiusura dei lavori della conferenza hanno diffuso un documento che rappresenta un “approccio senza precedenti” [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/6a00d83452507269e201538ec4a0df970b-320wi.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-6639" title="6a00d83452507269e201538ec4a0df970b-320wi" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/6a00d83452507269e201538ec4a0df970b-320wi.jpg" alt="" width="320" height="320" /></a>Si e’ tenuta recentemente l’VIII Conferenza Ministeriale dell’ OMC (WTO per la sua sigla in inglese), l’ Organizzazione Mondiale del Commercio. I paesi dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America), il 15 dicembre, appena 48 ore prima della chiusura dei lavori della conferenza hanno diffuso un documento che rappresenta un “approccio senza precedenti” in sede OMC e che farà senza dubbio discutere, dal titolo: “Comunicazione dello Stato Plurinazionale della Bolivia, della Repubblica di Cuba, della Repubblica dell’ Ecuador, della Repubblica del Nicaragua e della Repubblica Bolivariana del Venezuela”.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Umberto Mazzei, direttore dell’Istituto di Scienze Economiche di Ginevra, riporta per <a href="http://www.rebelion.org/noticia.php?id=142089" target="_blank">Rebelión</a> parte del testo della comunicazione:<span id="more-6638"></span> </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;">“<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Constatiamo che ogni volta si utilizzano metodi sempre più sofisticati per impedire la partecipazione di tutti i Membri e dare invece vita a una parvenza di un processo di inclusione e consenso. Appena un giorno prima della riunione formale del Consiglio Generale del 30 novembre del 2011 si sono presentati i risultati intoccabili di consultazioni effettuate nell’ambito di un ristretto gruppo; intoccabili in quanto secondo i responsabili riflettono </span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><em>equilibri ottenuti delicatamente</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"> e per tanto suscettibili soltanto di essere messi a conoscenza degli altri Membri”.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Continua il documento: “Il commercio è uno strumento e non un fine. Non concepirlo in questo modo porterebbe immancabilmente a uno scenario di liberalizzazione commerciale estrema tra economie con grandi differenziali di produttività e competitività e, quindi, alla distruzione della base produttiva dei paesi in via di sviluppo”. Secondo i paesi ALBA “in pratica l’OMC si è trasformata in una organizzazione che non è retta da tutti i suoi Membri, nella quale le decisioni non sono prese con consenso e dove le riunioni delle negoziazioni non sono aperte alla partecipazione di tutti i Membri”.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Fa notare Mazzei che l’ALBA ha presentato alcune proposte degne di note tuttavia “l’intervento decisivo” e’ stato proprio questo documento che ha messo fine alle intenzioni di far passare in modo illegale un testo come se si trattasse di una Dichiarazione Ministeriale concordata con tutti i paesi Membri.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;">“<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Questo per fare in modo che alcuni progetti cari alle imprese multinazionali dei paesi sviluppati o di quelli in via di sviluppo che si sottomettono a politiche neoliberiste ispirino proposte negli organismi internazionali che cercano sempre di erodere il diritto sovrano di portare avanti politiche nazionali e creare, in cambio, ambienti in cui le imprese apolidi possano agire con disinvoltura”.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;">“<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Non c’è mai stata nella OMC una protesta tanto chiara, ferma, coraggiosa ed opportuna” conclude Umberto Mazzei.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">I paesi che hanno tenuto riunioni “privilegiate” con la segreteria dell’OMC diretta da M. Pascual Lamy sono stati i soliti noti: Unione Europea, Stati Uniti, Australia e Giappone, “gli amici del sistema” come vengono definiti.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Ancora una volta invece sono i paesi dell’ALBA che denunciano le manovre poco chiare e antidemocratiche dei grandi della Terra in seno agli organismi internazionali.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Accadde la stessa cosa all’ONU durante le negoziazioni in tema di ambiente. A Copenaghen nel 2010, la Bolivia <a href="http://www.annalisamelandri.it/2010/04/a-cochabamba-in-bolivia-ha-inizio-la-conferenza-mondiale-dei-popoli-sul-cambiamento-climatico-e-i-diritti-della-madre-terra-il-%E2%80%9Cpiano-b%E2%80%9D-per-la-salvezza-del-pianeta/" target="_blank">denunciò</a> accordi sottobanco tra Cina, Stati Uniti, Brasile, Sudafrica e India imposti all’assemblea degli altri con modalità non consone alle procedure.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Finalmente il monopolio imposto con la prepotenza dei signori della Terra, quelli che pretendono di dare lezioni di democrazia al mondo, viene messo in discussione da un gruppo di paesi che non sono disposti ad abbassare più  la testa.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">L’America latina si dimostra ancora come il luogo da dove partire per poter immaginare un mondo diverso. </span></span></p>
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