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	<title>Annalisa Melandri&#187; ALBA</title>
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		<title>Alleanza del Pacifico contro Unasur?</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Mar 2013 02:24:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Annalisa Melandri — in esclusiva per L’Indro - 1 febbraio 2013 Il Paraguay, sospeso recentemente dal Mercato Comune del Sud (MERCOSUR)  per il ‘golpe express’  con il quale,  nel giro di poche ore  il 22 giugno scorso, venne processato e  sospeso per impeachment il presidente Fernando Lugo, ha chiesto nei giorni scorsi l’ammissione come membro osservatore all’Alleanza del Pacifico, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-8672" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/alleanza-del-pacifico.jpg" alt="" width="570" height="330" /></p>
<p>di <strong>Annalisa Melandri</strong> — in esclusiva per L’<a href="http://www.l'indro.it">Indro </a>- 1 febbraio 2013</p>
<p>Il Paraguay, sospeso recentemente dal Mercato Comune del Sud (MERCOSUR)  per il ‘golpe express’  con il quale,  nel giro di poche ore  il 22 giugno scorso, venne processato e  sospeso per <em>impeachment</em> il presidente Fernando Lugo, ha chiesto nei giorni scorsi l’ammissione come <strong>membro osservatore <a href="http://www.americaeconomia.com/economia-mercados/comercio/mandatarios-de-la-alianza-del-pacifico-buscan-construir-un-area-de-integr">all’Alleanza del Pacifico</a>, il nuovo blocco economico e commerciale nato in Cile nel giugno 2012  e formato da Colombia, Perú, Cile e Messico.</strong></p>
<p><strong>Il Paraguay  venne  espulso nel giugno scorso</strong>, senza nessuna sanzione di tipo economico,  dagli organismi regionali dei quali era membro,  cioè dal Mercosur e dall’ Unasur (Unione delle Nazioni Sudamericane) per la decisione  congiunta dei presidenti di  Argentina, Brasile  e Uruguay che considerarono l’<em>impeachment</em> di Lugo un<strong><em> “colpo di Stato parlamentare”</em></strong>. La riammissione del paese nel Mercosur   e nell’ Unasur venne vincolata a  nuove elezioni che dovranno avere  lo scopo di <em>“ristabilire l’ordine costituzionale”</em> e che si terranno  proprio nel corso di quest’anno, in agosto.  <span id="more-8671"></span></p>
<p>Fernando Lugo, ex vescovo appartenente alla <strong>Teologia della Liberazione</strong> (era conosciuto come ‘il vescovo dei poveri’) eletto nel 2008, avrebbe terminato il suo mandato quest’anno. Con il partito Alleanza Patriottica per il Cambiamento ha avuto il merito di aver interrotto il dominio politico (circa 70 anni) incontrastato ed assoluto sul paese del Partito Colorato, rappresentato delle forze più conservatrici e reazionarie,  vicine alla Chiesa Cattolica e vincolate a potenti settori politici ed economici degli Stati Uniti. <strong>Il suo governo, tuttavia, non godeva in  Parlamento della  forza politica necessaria per portare avanti le  riforme promesse </strong>in campagna elettorale, soprattutto in tema di riforma agraria, osteggiata duramente dai  potenti latifondisti agrari, del  settore dell’agroindustria.</p>
<p>La vicinanza di Lugo ai governi  progressisti della regione ed in particolar modo al Venezuela, e la manifestata intenzione di entrare a far parte dell’Alba, unita a un potere politico fragile e frammentato e con poca coesione sociale, fecero  il resto. Lugo dopo la sua destituzione fu sostituito alla guida del paese  dal vice presidente <strong>Federico Franco</strong>,  del Partito Liberale. <strong>L’uscita del Paraguay dal Mercosur permise  l’ingresso nell’organismo del Venezuela</strong>, che ne era rimasto sempre escluso   proprio per il parere sfavorevole del Congresso paraguaiano.</p>
<p>Federico Franco,  non accettò di buon grado  l’espulsione del suo paese dal Mercosur, espulsione  che considerò illegittima, così come non accettò l’ingresso del Venezuela nell’organismo. <strong>Di fatto il Paraguay  si trovò isolato nella regione (molti governi avevano ritirato i propri  ambasciatori dalla capitale Asunciòn).</strong></p>
<p>Il Mercosur formato oggi da Argentina, Uruguay, Bolivia, Brasile e Venezuela e l’Unasur (al quale appartengono  12 paesi latinoamericani) sono due organismi regionali, il primo di carattere commerciale  e il secondo più  specificatamente politico, che rappresentano un ambizioso progetto di integrazione regionale  che ha  l’obiettivo di <em>“<strong>eliminare la disuguaglianza socioeconomica, raggiungere l’inclusione sociale  e la partecipazione cittadina</strong>, rafforzare la democrazia e ridurre le asimmetrie nell’ambito  del consolidamento della sovranità e indipendenza degli Stati”</em> (Trattato costitutivo dell’Unasur).</p>
<p>Soprattutto,  i due organismi sia  nel piano politico ma anche in quello economico,  e in sinergia con l’altra  organizzazione regionale, l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA) che promuove politiche sociali e culturali, <strong>cercano di restituire sovranità politica internazionale alla regione,  smarcandosi da decenni di dominio incontrastato degli Stati Uniti.</strong></p>
<p>In questo senso decisiva è  stata la nuova geopolitica che si è andata instaurando negli ultimi decenni, in cui <strong>la maggioranza dei governi ormai è di tendenza progressista</strong>: si va infatti dalla  sinistra più radicale a quella più  moderata, ognuna con le sue caratteristiche e peculiarità. <strong>Anche i paesi tradizionalmente  più conservatori e di tendenza di  centrodestra come  la Colombia e il Messico, oggi il Cile e per certi aspetti il Perú, si sono comunque dovuti adeguare di buon grado  al nuovo assetto politico</strong>, vedendo,  di fronte alla crisi economica che ha investito gli Stati Uniti e l’Europa, nell’integrazione regionale una  forma per consolidare le proprie economie,  di garantire uno sbocco ai mercati nazionali e un ottimo investimento per il futuro  rappresentato da una regione coesa politicamente ed economicamente che registra, a differenza dei due blocchi appena citati, tassi di crescita in costante aumento.</p>
<p>Sul piano economico, un altro blocco di recente costituzione sta conquistando il panorama internazionale, caratterizzato da una visione più neoliberista del commercio. <strong>E’ l’Alleanza del Pacifico (AP), costituitasi nel giugno di quest’anno tra Colombia, Cile, Perú e Messico (con oltre 11 paesi osservatori tra i quali il Canada, il Giappone, e la Spagna) con lo scopo di <em>“consolidare l’integrazione tra queste economie e definire azioni congiunte per rafforzare i legami commerciali  tra Asia e Pacifico”</em>.</strong></p>
<p>Il presidente colombiano Juan Manuel Santos, a Santiago del Cile, nel corso del vertice Celac-UE che si è tenuto nei giorni scorsi ha affermato che che si tratta  del “processo più importante della storia dell’America latina”.</p>
<p><strong>Oltre a condividere una visione politica comune, i paesi che formano l’Alleanza del Pacifico, tra i più sviluppati della regione, condividono politiche economiche,</strong> basate sulla liberalizzazione dei mercati e su Trattati di Libero Commercio  (TLC). Tra i programmi economici a breve scadenza c’è  infatti la firma di un <a href="http://www.excelsior.com.mx/2013/01/28/nacional/881383">trattato</a> che permetta l’eliminazione di ogni tipo di tariffa doganale per oltre il 90% dei prodotti commercializzati tra questi paesi  e il libero scambio di attività finanziarie,  nei trasporti e nei servizi.</p>
<p>L’Alleanza del Pacifico fu un progetto voluto dall’ex presidente peruviano Alan García che considerava un impedimento allo sviluppo la nascita di organismi di integrazione  regionale come l’Alba e l’Unasur in quanto a suo dire,  contribuirono all’arresto del progetto ALCA, l’Alleanza del Libero Commercio delle Americhe voluto da George Bush nel 2000.</p>
<p><strong>L’economista peruviano Carlos Bedoya nel 2011 <a href="http://www.larepublica.pe/28-04-2011/carlos-bedoya-acuerdo-del-pacifico-es-el-resurgimiento-del-alca">salutò</a> l’Accordo del Pacifico con il quale si formalizzava  l’Alleanza che porta oggi lo stesso nome, come un passo avanti per far “risorgere il modello economico  dell’ALCA”.</strong></p>
<p>Sicuramente come ha affermato Bedoya in un altra occasione,  <em>“il colpo di Stato in Honduras, la costituzione dell’Alleanza del Pacifico e la caduta di Lugo in Paraguay”</em> sono<strong> i tre fattori politici che hanno debilitato  l’integrazione regionale</strong> e che hanno inviato un chiaro messaggio al Brasile (che ambisce a svolgere il ruolo di leader regionale n.d.a) rispetto a   chi veramente comanda ancora nel <em>cortile di casa.</em></p>
<p>In questo senso il Paraguay e i suoi gruppi di potere, troverebbero, allo stato  attuale delle cose,  la sua giusta collocazione politica ed economica nell’Alleanza del Pacifico,  tuttavia importanti <a href="http://www.lindro.it/politica/2013-01-04/64174-elezioni-america-latina">elezioni politiche</a> si profilano all’orizzonte  nel corso di quest’anno nella regione, che potrebbero contribuire  a <strong>cambiare lo scenario politico,  che appare in questi mesi  più dinamico che mai.</strong></p>
<p> </p>
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		<title>El informe “Doing Business 2013″ penaliza la integración latinoamericana</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Nov 2012 19:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Por Annalisa Melandri – L’Indro (www.lindro.it) Según el reciente informe  Doing Business 2013, dado a conocer hace algunas semanas por el Banco Mundial (BM) y por una de sus  agencias, la  Corporación Financiera Internacional (IFC, por sus siglas en inglés), no son pocos los países latinoamericanos y del  área del Caribe que se posicionan entre las economías [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/doing-business.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-8291" title="doing business" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/doing-business.jpg" alt="" width="600" height="338" /></a></p>
<p><strong>Por Annalisa Melandri – L’Indro</strong> (www.lindro.it)</p>
<p>Según el reciente informe  <strong><a href="http://www.doingbusiness.org/reports/global-reports/doing-business-2013">Doing Business 2013</a></strong>, dado a conocer hace algunas semanas por el <strong>Banco Mundial</strong> (BM) y por una de sus  agencias, la  <strong>Corporación Financiera Internacional</strong> (IFC, por sus siglas en inglés), no son pocos los países latinoamericanos y del  área del Caribe que se posicionan entre las economías mundiales donde es mas difícil y arriesgado realizar negocios.</p>
<p>El informe analiza <strong>una lista de 185 países </strong>en donde  Honduras se posiciona  al lugar 125, seguido por Brasil (130) Ecuador (139), Bolivia (155) Suriname (164) Haití (174) y Venezuela casi ultimo al puesto 180.</p>
<p>Honduras es  precedido por Argentina (124), Nicaragua (119),  Republica Dominicana (116),  El Salvador (113), Costa Rica (110) y Guatemala (93).</p>
<p><strong>Entre los países de América latina y central que son considerados positivamente por los inversionistas extranjeros y donde es más fácil “crear  empresa”, según el informe,  se encuentran sin duda Colombia  al  puesto 45 y  Perú al puesto 43,  uno por encima  de España</strong>.</p>
<p><strong>El rol de líder en la región desde hace algunos años  le pertenece seguramente a Chile que encontramos a la posición  37 de 185.</strong></p>
<p>¿Pero sobre cuáles parámetros se funda el informe?  “<em>Doing Business”</em> quiere dar un cuadro total de la calidad del <em>business <span id="more-8290"></span>environment</em> a nivel global y se fundamenta en el estudio de la aplicación de las diferentes regulaciones aplicadas por las economías nacionales y requeridas al momento de crear una empresa y el efecto que estas tienen en la  mayor o menor  incentivación a  las inversiones, con una mirada privilegiada hacia las  formas de protección de la  propiedad privada. En pocas palabras,  la clasifica del “<em>Doing Business”</em> nos informa donde es más conveniente hacer negocios y donde  es conveniente  renunciar.</p>
<p>En el informe se analizan las regulaciones aplicadas a 10 fases  de la vida  empresarial de una compañía, desde su <em>start up</em> hasta su liquidación: apertura de una empresa, permisos de construcción, obtención de energía eléctrica, registro de propiedades, acceso al crédito, protección de inversores, carga tributaria, operaciones de aduana, cumplimiento de contratos, resolución de la  insolvencia.</p>
<p><strong>Una visión muy neoliberal del “hacer negocios” que premia los países donde las regulaciones estatales son muy reducidas o casi inexistentes, es decir donde los Estados dejan libres los mercados de regularse por sí mismos según  el paradigma de la ideología liberista.</strong><strong> </strong></p>
<p><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/db2.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-8292" title="db2" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/db2.jpg" alt="" width="224" height="225" /></a>La  vía de las nacionalizaciones, de las reformas progresistas del trabajo, de las políticas de  reglamentaciones de  precios y de  aranceles aduaneros  para favorecer las producciones nacionales, de la autonomía de los Estados nacionales contra la dependencia económica de los grandes organismos internacionales (maniobrados por Wall Street) seguramente no les  apetecen al  Banco Mundial, a la Corporación Financiera Internacional y menos aún al Fondo Monetario Internacional.</p>
<p>El “<em>Doing Business</em>”, indicando año por año las reformas que representan un incentivo a las inversiones y solicitando revisiones a las que las necesitan, empuja los países  a la aplicación de normas dirigidas a  la liberalización de los mercados, paralelamente a los ajustes estructurales periódicos que en ellos  propone/impone el Fondo Monetario Internacional. El informe puede considerarse a todos los efectos un instrumento del  “<strong><em>Washington Consensus</em></strong>”, es decir,  el paquete de directivas económicas que según un estudio de 1989 del economista británico John Williamson, tenía el objetivo de fijar el modelo liberista de desarrollo y que fue aplicado rígidamente en América latina y central en los años siguientes.</p>
<p>El fracaso de ese paradigma es evidente ahora más que nunca: <strong>el “desarrollo” así estructurado ha llevado a la concentración de capitales y recursos  en las manos de pocos y poderoso grupos económicos</strong>, frecuentemente extranjeros, con un aumento exponencial en toda la región en el curso de la década de los  ’90 y por lo menos hasta el principio del nuevo siglo, de los índices de pobreza y pobreza extrema, aumento que ha ido de paso con el aumento de la deuda externa contraída por los países de la región con las economías del Norte y con el FMI.</p>
<p><strong>La crisis en la región estalló  en toda su dramaticidad en Argentina entre finales del ’90  y el principio del 2000 y provocó el colapso  de la  economía del país, declarado finalmente en <em>default</em> en noviembre de 2001.</strong><strong> </strong></p>
<p>Argentina con un gran esfuerzo, sobretodo colectivo, logró  recuperarse bajo la presidencia de Néstor Kirchner, (2003–2007), quien renegoció a condiciones seguramente más favorables para el país el contrato y los pagos con el FMI. La “guerra”  entre el FMI y Argentina sin embargo  aún sigue  hoy en día, justo algunos días atrás el organismo internacional ha amenazado la expulsión del país.</p>
<p>La mandataria argentina es ahora Cristina Fernández de Kirchner, quien en  política económica por algunos aspectos, se puede considerar  hasta  más radical de su esposo Néstor, fallecido en 2010.</p>
<p><strong>La nacionalización de sectores claves de la  economía, como el petrolero, un siempre mayor control por parte del gobierno sobre los bancos, el salario mínimo garantizado,  son evidentemente todas medidas poco gratas a los centros financieros</strong> y económicos internacionales. Recordamos  hace  apenas algunos meses  la crisis entre Argentina y España por la nacionalización de la YPF a detrimento de la española REPSOL.</p>
<p>Lo que tiene en fibrilación la finanza mundial y los organismos que la maniobran,  son las políticas  llevadas a cabo por los gobiernos progresistas de la región reunidos en el Mercado Común del Sur, (<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Mercosur">MERCOSUR</a></span>), en la Alianza Bolivariana por los Pueblos de Nuestra América (<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Alianza_Bolivariana_para_los_Pueblos_de_Nuestra_Am%C3%A9rica_-_Tratado_de_Comercio_de_los_Pueblos">ALBA</a></span>) y en la  reciente Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Comunidad_de_Estados_Latinoamericanos_y_Caribe%C3%B1os">CELAC</a></span>), <strong>políticas dirigidas a una siempre mayor integración sea en lo económico pero también en lo político y cultural.</strong></p>
<p>Observando por ejemplo los países que pertenecen al ALBA (el organismo que lleva en sí una huella ideológica antiimperialista más definida)  o sea Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Dominica, Saint Vicente y las Granadinas, Antigua y Barbuda, vemos que casi todos, menos Antigua y Barbuda (al lugar 63) y  Saint Vicente y las Granadinas (lugar 75),  que sin embargo son miembros también de la  Mancomunidad de Naciones,  se encuentran al fondo de la lista redactada  por el “<em>Doing Business</em>”.</p>
<p>También en el caso de Brasil, el coloso latinoamericano miembro del G20 y sexta economía mundial, la llave de lectura se su mísero lugar 130 en la clasifica puede ser la misma del caso argentino. <strong>El gigante amarillo ha siempre apuntado más sobre la integración regional que sobre los tratados “<em>made en USA</em>”.</strong></p>
<p>Parece evidente entonces porque Venezuela, con sus posturas más radicales y verdadera espina clavada en el flanco de  Washington,  que bajo el liderazgo de Hugo Chávez dese 2001 se ha encaminado en la vía del socialismo, se encuentra al fondo de la clasifica de los países  donde es más conveniente hacer negocios.</p>
<p>Chile y Colombia según esa misma clasifica, son verdaderos paraísos para los inversionistas extranjeros en América latina. Fácil  entender las razones.</p>
<p><strong>Chile represent</strong><strong>ó</strong><strong> el laboratorio liberista en la región desde los años ’70</strong>,  cuando el golpe de estado fondomonetarista y la dictadura  de Pinochet dejaron campo libre a los “<strong>Chicago Boys</strong>” (economistas chilenos que se formaron a la universidad de Chicago bajo la guía del ultraliberista Milton Friedman) quienes fueron contratados por el régimen militar para implementar medidas económicas basadas en las privatizaciones y el libre mercado,  cancelando completamente las reformas de molde  socialista que estaba llevando adelante el gobierno de Salvador Allende.<strong> </strong></p>
<p>Colombia, no obstante sea un país  martirizado por medio siglo de conflicto armado y no obstante sobre los varios gobiernos (sobretodo el del ex presidente Álvaro Uribe) pesan  las denuncias de violaciones de derechos humanos, ha invertido muchísimo en reformas para atraer los inversionistas extranjeros y la promoción de sus recursos naturales y del turismo. <strong>Colombia se configura  además como punta de lanza del imperialismo militar estadounidense en la región.</strong> En el <a href="http://espanol.doingbusiness.org/reports/global-reports/~/media/GIAWB/Doing%20Business/Documents/Press-Releases/DB13/DB13LACPressReleaseSpanish.pdf">comunicado</a> de prensa  difundido para presentar el “<em>Doing Business 2013</em>”  se lee que  “<em>Colombia sobresale en la región como la economía que más ha hecho para mejorar el entorno regulatorio durante este periodo</em>”.</p>
<p>Desde más de 7 años al vértice de la clasifica como mejor país donde invertir dinero y donde es más fácil crear una empresa se encuentra Singapur seguido por Hong Kong, Nueva Zelanda y Estados Unidos.</p>
<p> </p>
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		<title>Haiti entra a far parte dell’Alba? Ci credo poco…</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 02:44:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ALBA news]]></category>
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		<description><![CDATA[Haiti è  paese “osservatore” dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America) dal 2007. Il presidente  Michel Martelly ha dichiarato proprio oggi a TeleSUR di star valutando la possibilità di diventarne membro effettivo. Io non ci credo. E secondo me ci crede poco anche lui. Staremo a vedere. Intorno ad Haiti girano interessi enormi, e non [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_6695" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/tahiti3.jpg"><img class="size-medium wp-image-6695" title="PREMIOS &quot;UNICEF-FOTO DEL AÑO&quot;" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/tahiti3-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Haití antes del terremoto. Fotografía: Alice Smeets.</p></div>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;">Haiti <span style="font-family: 'Segoe UI';">è</span>  paese “osservatore” dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America) dal 2007. Il presidente  Michel Martelly ha dichiarato proprio oggi a TeleSUR di star valutando la possibilità di diventarne membro effettivo. Io non ci credo. E secondo me ci crede poco anche lui. Staremo a vedere. Intorno ad Haiti girano interessi enormi, e non solo degli Stati Uniti. Tutta la destra latinoamericana con l’aggiunta di elementi asiatici, ha già fatto la propria puntata. Martelly  se pensa di poter entrare a far parte dell’ ALBA rischia di fare la fine di Mel Zelaya, se gli va bene… Egli pero non <span style="font-family: 'Segoe UI';">è</span>  nuovo a sparate del genere. <span id="more-6694"></span>E’ di qualche mese fa la proposta di rimettere in piedi l’esercito haitiano, disciolto ormai 17 anni fa da Jean Bertrand Aristide per essere il settore più  vincolato a colpi di Stato. Non si vede la necessità di un esercito in un paese in cui manca praticamente TUTTO. A meno che non sia funzionale ad altri interessi. Ah… infatti, si vocifera che verrà addestrato guarda guarda … dal MOSSAD.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;">Tornando all’ ALBA, Haiti non <span style="font-family: 'Segoe UI';">è</span> un paese sovrano, non lo e’ mai stato  e quindi Martelly non può decidere in tal senso. La  percezione che io ho <span style="font-family: 'Segoe UI';">è</span> che con il terremoto la sovranità o la possibilità di conquistarla, Haiti  la abbia definitivamente perduta. E il silenzio, il far finta di non vedere cosa si sta costruendo (o non costruendo a seconda dei punti di vista) intorno alle macerie di Haiti da parte della sinistra latinoamericana, a mio avviso <span style="font-family: 'Segoe UI';">è</span> terribile. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: small;"><a href="http://eldescodificador.wordpress.com/2010/01/15/haiti-es-noticia/" target="_blank">Link</a> foto</span></p>
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		<title>L’ isteria  statunitense per la visita di Ahmadinejad in America latina è di matrice sionista?</title>
		<link>http://www.annalisamelandri.it/2012/01/l%e2%80%99-isteria%c2%a0-statunitense-per-la-visita-di-ahmadinejad-in-america-latina-e-di-matrice-sionista/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 02:08:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fareed Zakaria, prestigioso  giornalista,  redattore di Newsweek International , nel 2008 scriveva  che gli Stati Uniti  sono una “nazione consumata dall’ansia, dalla paura dei terroristi, degli Stati canaglia, dei musulmani, dei messicani, dalle  imprese straniere, del libero scambio, degli immigranti, delle organizzazioni internazionali”. Le molte preoccupazioni (e altrettanti isterismi)  che sta scatenando la  visita  del [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #454545; font-size: small;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/relazioni-iran-sud-america-240x300.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6687" style="margin: 10px;" title="relazioni-iran-sud-america-240x300" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/relazioni-iran-sud-america-240x300.jpg" alt="" width="240" height="300" /></a>Fareed Zakaria, prestigioso  giornalista,  redattore di <em>Newsweek International</em> , nel 2008 scriveva  che gli Stati Uniti  sono una “nazione consumata dall’ansia, dalla paura dei terroristi, degli Stati canaglia, dei musulmani, dei messicani, dalle  imprese straniere, del libero scambio, degli immigranti, delle organizzazioni internazionali”. </span></span></p>
<p><span style="color: #454545; font-size: small;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Le molte preoccupazioni (e altrettanti isterismi)  che sta scatenando la  visita  del presidente iraniano Ahmadinejad di questi giorni in America latina (Venezuela, Cuba, Ecuador e Nicaragua) per la stipula di nuovi  accordi economici e commerciali e per il  consolidamento di nuove relazioni bilaterali,  fanno  pensare che sia tremendamente vero quello che scrive il giornalista indiano.</span></span></p>
<p><span style="color: #454545; font-size: small;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Tuttavia, analizzando le reazioni, le mosse e le contromosse che gli Stati Uniti  stanno mettendo in atto come  reazione alla visita del presidente iraniano in zona ALBA,  quello che invece  risalta maggiormente <span style="font-family: 'Segoe UI';">è</span>   che  la matrice di tale isteria  si origina nei settori dell’estrema destra venezuelana e cubana che  agiscono in sinergia o su mandato di elementi della potente lobby sionista statunitense.<span id="more-6686"></span></span></span></p>
<p><span style="color: #454545; font-size: small;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Tutto ciò  appare evidente per esempio nella vicenda che si <span style="font-family: 'Segoe UI';">è</span> conclusa  con l’espulsione dal paese nei giorni scorsi, come persona non grata,  da parte del dipartimento di Stato degli Stati Uniti,  del  console venezuelano a Miami, Livia Acosta.</span></span></p>
<p><span style="color: #454545; font-size: small;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Il principale artefice della campagna mediatica che ha portato all’espulsione del  console <span style="font-family: 'Segoe UI';">è</span> stato Roger Noriega,  di origini cubane e legato ai settori  più radicali dell’opposizione anticastrista in Florida, che fu sottosegretario di Stato degli Stati Uniti nel governo di George W. Bush tra il 2003 e il 2005 nonché  ex ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) tra il 2001 e il 2003.</span></span></p>
<p><span style="color: #454545; font-size: small;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Noriega ha  definito pubblicamente  in varie occasioni  Livia Acosta  una “terrorista” e   nei mesi scorsi aveva accusato dalle pagine del <em>Washington Post</em> il presidente venezuelano Hugo Chávez di dirigere una “rete del terrore” in America latina.</span></span></p>
<p><span style="color: #454545; font-size: small;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Secondo il giornalista canadese  Jean Guy Allard  “la decisione  di espellere la console venezuelana a Miami avviene  alcuni giorni dopo la presentazione di un documentario di propaganda antivenezuelana  prodotto proprio  per “dimostrare” che Acosta dirigeva  un <a href="http://lubrio.blogspot.com/2012/01/quienes-nos-espian-nos-acusan-de.html" target="_blank">cyber complotto</a> tra Cuba, Iran e Venezuela per sabotare il sistema informativo  niente di meno della  Casa Bianca, della CIA, dell’FBI, del Pentagono, della NSA e delle centrali nucleari”. </span></span></p>
<p><span style="color: #454545; font-size: small;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Il documentario,  dal titolo “La Minaccia  iraniana”  è stato prodotto e diffuso da  Univision, colosso delle telecomunicazioni in lingua spagnola  di  proprietà dell’ imprenditore multimiliardario israeliano nazionalizzato statunitense Haim Sabam.</span></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><span style="color: #454545;"><span style="font-family: Georgia, serif;">A tutto ciò  si aggiunge la campagna volgare e rozza portata avanti da alcuni congressisti statunitensi tra cui solo per citarne una, </span></span><span style="color: #404140;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Ileana Ros-Lehtinen, cubana-statunitense, presidente della commissione Esteri della Camera, congressista repubblicana  della Florida, secondo la quale “ampie alleanze economiche e in materia di difesa dell’Iran con i regimi di Castro, Chávez, Ortega, e Correa presumono un pericolo per la democrazia e la stabilit</span></span><span style="color: #404140;"><span style="font-family: 'Segoe UI';">à</span></span><span style="color: #404140;"><span style="font-family: Georgia, serif;"> nella regione”.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #404140; font-size: small;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Alcuni terroristi, quelli veri, fanno da sottofondo a questo scenario. Roger Noriega, che da mesi in pubblico e in privato rilascia illazioni sulla ormai (secondo lui) prossima morte di  Chávez a causa del suo cancro,  fu tra gli artefici principali della libertà di Luis Posada Carriles (terrorista reo confesso di  numerosi  attentati a Cuba). In qualità di sottosegretario di Stato degli Stati Uniti invece organizzò un incontro presso il Dipartimento di Stato con George W. Bush con rappresentanti dell’estrema destra cubano-americana al quale partecipò anche Ernesto Díaz Rodríguez, segretario generale dell’ organizzazione paramilitare anticastrista Alpha 66 con sede in Florida.</span></span></p>
<p><span style="color: #404140; font-size: small;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Una considerazione generale e forse banale implicita in una domanda: gli Stati Uniti e il mondo sono pronti per  per nuovi assetti geopolitici? Paesi isolati politicamente (ed  anche in varia misura economicamente) dall’occidente hanno necessit<span style="font-family: 'Segoe UI';">à</span> di implementare, anche per  far fronte alla crisi economica globale in atto, nuove relazioni commerciali, hanno bisogno di trovare nuovi mercati per le loro merci o come nel caso di Cuba, colpita da un criminale embargo ormai cinquantennale, di approvvigionarsi di materie prime ma soprattutto prodotti finiti di varia natura.; hanno bisogno di implementare politiche energetiche comuni, piani di sviluppo e di investimenti reciproci e non solo accordi militari come la stampa mainstream globale vuole farci credere. </span></span></p>
<p><span style="color: #404140; font-size: small;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Usciti da un mondo bipolare sembrerebbe non esserci altro spazio che per la polarità a stelle e strisce condivisa dall’occidente, Unione Europea in testa.  </span></span></p>
<p><span style="color: #404140; font-size: small;"><span style="font-family: Georgia, serif;">Tuttavia vale la pena domandarsi, come <a href="http://www.granma.cubaweb.cu/2012/01/10/interna/artic01.html" target="_blank">suggerisce</a> Jean-Guy Allard: “chi comanda a Washington”?</span></span></p>
<p><span style="color: #404140; font-size: small;"> </span></p>
<p> </p>
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		<title>L’ALBA fa sentire la sua voce anche nel santuario del commercio internazionale  </title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 23:12:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si e’ tenuta recentemente l’VIII Conferenza Ministeriale dell’ OMC (WTO per la sua sigla in inglese), l’ Organizzazione Mondiale del Commercio. I paesi dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America), il 15 dicembre, appena 48 ore prima della chiusura dei lavori della conferenza hanno diffuso un documento che rappresenta un “approccio senza precedenti” [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><a href="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/6a00d83452507269e201538ec4a0df970b-320wi.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-6639" title="6a00d83452507269e201538ec4a0df970b-320wi" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/6a00d83452507269e201538ec4a0df970b-320wi.jpg" alt="" width="320" height="320" /></a>Si e’ tenuta recentemente l’VIII Conferenza Ministeriale dell’ OMC (WTO per la sua sigla in inglese), l’ Organizzazione Mondiale del Commercio. I paesi dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America), il 15 dicembre, appena 48 ore prima della chiusura dei lavori della conferenza hanno diffuso un documento che rappresenta un “approccio senza precedenti” in sede OMC e che farà senza dubbio discutere, dal titolo: “Comunicazione dello Stato Plurinazionale della Bolivia, della Repubblica di Cuba, della Repubblica dell’ Ecuador, della Repubblica del Nicaragua e della Repubblica Bolivariana del Venezuela”.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Umberto Mazzei, direttore dell’Istituto di Scienze Economiche di Ginevra, riporta per <a href="http://www.rebelion.org/noticia.php?id=142089" target="_blank">Rebelión</a> parte del testo della comunicazione:<span id="more-6638"></span> </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;">“<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Constatiamo che ogni volta si utilizzano metodi sempre più sofisticati per impedire la partecipazione di tutti i Membri e dare invece vita a una parvenza di un processo di inclusione e consenso. Appena un giorno prima della riunione formale del Consiglio Generale del 30 novembre del 2011 si sono presentati i risultati intoccabili di consultazioni effettuate nell’ambito di un ristretto gruppo; intoccabili in quanto secondo i responsabili riflettono </span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><em>equilibri ottenuti delicatamente</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"> e per tanto suscettibili soltanto di essere messi a conoscenza degli altri Membri”.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Continua il documento: “Il commercio è uno strumento e non un fine. Non concepirlo in questo modo porterebbe immancabilmente a uno scenario di liberalizzazione commerciale estrema tra economie con grandi differenziali di produttività e competitività e, quindi, alla distruzione della base produttiva dei paesi in via di sviluppo”. Secondo i paesi ALBA “in pratica l’OMC si è trasformata in una organizzazione che non è retta da tutti i suoi Membri, nella quale le decisioni non sono prese con consenso e dove le riunioni delle negoziazioni non sono aperte alla partecipazione di tutti i Membri”.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Fa notare Mazzei che l’ALBA ha presentato alcune proposte degne di note tuttavia “l’intervento decisivo” e’ stato proprio questo documento che ha messo fine alle intenzioni di far passare in modo illegale un testo come se si trattasse di una Dichiarazione Ministeriale concordata con tutti i paesi Membri.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;">“<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Questo per fare in modo che alcuni progetti cari alle imprese multinazionali dei paesi sviluppati o di quelli in via di sviluppo che si sottomettono a politiche neoliberiste ispirino proposte negli organismi internazionali che cercano sempre di erodere il diritto sovrano di portare avanti politiche nazionali e creare, in cambio, ambienti in cui le imprese apolidi possano agire con disinvoltura”.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;">“<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Non c’è mai stata nella OMC una protesta tanto chiara, ferma, coraggiosa ed opportuna” conclude Umberto Mazzei.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">I paesi che hanno tenuto riunioni “privilegiate” con la segreteria dell’OMC diretta da M. Pascual Lamy sono stati i soliti noti: Unione Europea, Stati Uniti, Australia e Giappone, “gli amici del sistema” come vengono definiti.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Ancora una volta invece sono i paesi dell’ALBA che denunciano le manovre poco chiare e antidemocratiche dei grandi della Terra in seno agli organismi internazionali.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Accadde la stessa cosa all’ONU durante le negoziazioni in tema di ambiente. A Copenaghen nel 2010, la Bolivia <a href="http://www.annalisamelandri.it/2010/04/a-cochabamba-in-bolivia-ha-inizio-la-conferenza-mondiale-dei-popoli-sul-cambiamento-climatico-e-i-diritti-della-madre-terra-il-%E2%80%9Cpiano-b%E2%80%9D-per-la-salvezza-del-pianeta/" target="_blank">denunciò</a> accordi sottobanco tra Cina, Stati Uniti, Brasile, Sudafrica e India imposti all’assemblea degli altri con modalità non consone alle procedure.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Finalmente il monopolio imposto con la prepotenza dei signori della Terra, quelli che pretendono di dare lezioni di democrazia al mondo, viene messo in discussione da un gruppo di paesi che non sono disposti ad abbassare più  la testa.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">L’America latina si dimostra ancora come il luogo da dove partire per poter immaginare un mondo diverso. </span></span></p>
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