Dittatura, esilio, impunità e giustizia internazionale: parlano le vittime di Alfonso Podlech Michaud

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Alfonso Podlech Michaud

Incontriamo gli ex prigionieri politici che i primi giorni di dicembre a Roma hanno testimoniato, dinanzi al pubblico ministero Giancarlo Capaldo, contro l’ex procuratore militare di Temuco Alfonso Podlech Michaud, accusato dalla magistratura italiana dell’omicidio e della scomparsa dell’ ex sacerdote italiano Omar Venturelli, nell’ottobre del 1973, sotto la dittatura di Pinochet.
Alfonso Podlech, contro il quale era stato emesso un mandato di cattura internazionale dalla Procura di Roma, fu arrestato il 27 luglio 2008 all’aeroporto Barajas di Madrid e successivamente estradato in Italia.
Carlos Lopez Fuentes, ex prigioniero politico condannato in Consiglio di Guerra dal procuratore militare Podlech a 9 anni di carcere, Jeremías Levinao, mapuche , militante del Movimento Contadino Rivoluzionario, che a Temuco ha sofferto carcere e torture e sua figlia Tania ci raccontano in questa intervista, che sembra più una chiacchierata tra vecchi amici, i giorni precedenti al golpe dell’ 11 settembre, ma anche quello che avvenne dopo, a Temuco, in quella regione meridionale del Cile chiamata Araucanía, ci spiegano il ruolo che ha avuto Alfonso Podlech Michaud nell’apparato repressivo cileno e ci raccontano del loro esilio in Francia, dove vivono attualmente.
Annalisa Melandri – Martedì scorso (il 2 dicembre ) vi siete incontrati con il Pubblico Ministero Giancarlo Capaldo. Che impressione avete avuto di questo incontro?
Carlos López Fuentes — Personalmente credo che l’incontro con Capaldo sia stato positivo in quanto sono stati aggiunti elementi e testimonianze nuove che non si trovavano negli atti e che possono accelerare la procedura per condurlo a giudizio.
Jeremías Levinao – Sicuramente è stato positivo perché nel mio caso ho apportato elementi nuovi su come veniva applicata la tortura durante la dittatura e ho dimostrato che era proprio Podlech che emetteva le condanne ai prigionieri.
A.M. – Nel tuo caso, Jeremías, puoi affermare che la repressione in quel periodo fu più crudele contro i prigionieri mapuche a differenza di come si manifestava contro tutti gli altri prigionieri politici?
J.L. – Io credo che la repressione sia stata la stessa contro tutti, ma che contro il popolo mapuche fu generalizzata, questo dovuto al fatto che i Mapuche parteciparono in modo diretto alla riforma agraria attuata dal governo di Salvador Allende. La riforma agraria colpì allora il latifondo della zona e una gran parte dei proprietari terrieri dopo il golpe si riappropriarono delle terre che erano state loro espropriate legalmente dal governo di Unità Popolare. Ed è per questo che si ebbe quasi una vendetta da parte dei latifondisti che parteciparono alla repressione.
A.M. — Si sono aggiunti quindi elementi nuovi che possono essere utili nel processo contro Podlech e quali sono?
C.L.F. — Penso di si, perché ho consegnato anche la testimonianza scritta ( notificata al consolato spagnolo a Parigi ) della denuncia che ho presentato contro Pinochet al giudice Garzón. La testimonianza presentata con quella denuncia, è la stessa che ho presentato al giudice Capaldo con l’aggiunta di nuovi elementi. Non posso fornire ulteriori dettagli, ma esattamente la stessa testimonianza che ho rilasciato contro Pinochet , con l’aggiunta di nuovi elementi, l’ho fornita contro Podlech.
J.L. – Io ho rilasciato una testimonianza contro Pinochet che è stata notificata in Spagna. Nel mio caso ho riportato i dettagli delle torture e il trattamento da me ricevuto durante la detenzione.
A.M. – Avete conosciuto Omar Venturelli in carcere o lo conoscevate già prima della sua detenzione?
C.L.F. — Io personalmente non lo conoscevo. Quando sono stato arrestato lui era già un desaparecido. E’ scomparso il 4 ottobre 1973 ed io sono stato arrestato alla fine di novembre dello stesso anno. Quando qualcuno arrivava in carcere gli si avvicinavano immediatamente molti compagni già detenuti e gli davano informazioni su quello che c’era da fare ma soprattutto sulle persone arrestate e che erano scomparse. Le informazioni venivano date per proteggerti e nello stesso tempo perché tu fossi cosciente del pericolo che correvi anche stando in prigione. Non era vero che perché eravamo in carcere potevamo avere la sicurezza di aver salva la vita. Eravamo nelle mani della Procura Militare diretta dal Sig. Podlech e gli ordini che venivano da lì erano: torturare, uccidere o far sparire. I prigionieri politici arrestati lì si erano resi conto infatti che i compagni che arrivavano in carcere, come accadde per esempio nel caso di Venturelli , a volte scomparivano in un secondo momento. Podlech firmava l’ordine di scarcerazione, le persone uscivano dal carcere ed erano attese fuori da un altro gruppo appartenente alle forze di repressione che se li portavano via. Tutto questo però era coordinato dalla Procura Militare che era operativa nel Reggimento Tucapel di Temuco e che lavorava insieme alle altre unità (Forza Aerea, Carabinieri e civili).
AM. – Che ricordi avete dell’11 settembre a Temuco? Carlos tu sei stato arrestato nel novembre del 1973, fino a quel momento eri libero?
C.L.J. — No, io ero in clandestinità. L’11 settembre avvenne il colpo di stato e iniziò la pubblicazione dei bandi. I bandi erano i comunicati delle nuove autorità militari della zona che con questi invitavano le persone a presentarsi alla procura o al Reggimento Tucapel. Le autorità dicevano che ciò era necessario soltanto per controllare il domicilio delle persone i cui nomi erano apparsi nei bandi. Molte persone sono scomparse dopo che si sono presentate volontariamente al Reggimento Tucapel, come è avvenuto per esempio al compagno Venturelli e a molti altri. Chi poteva immaginare che il fatto di essere stati chiamati attraverso i bandi militari avrebbe significato: pericolo di morte?
A.M. – Quindi già dall’ 11 settembre i militari erano in possesso dei nomi di tutti quelli che poi vennero uccisi, arrestati o che scomparvero…
C.L.F. — Si, chiaro. Se controlliamo le liste delle persone che si presentarono al Reggimento Tucapel, vediamo che in queste liste ci sono i nomi di dirigenti sindacali, di dirigenti contadini, di professori universitari di sinistra, di funzionari del Servizio Sanitario Nazionale, che erano di sinistra…
A.M. — Si dice che Podlech fin dall’ 11 settembre si trovasse nel carcere di Temuco firmando gli ordini di scarcerazione dei militanti appartenenti al gruppo di estrema destra Patria e Libertà che erano stati arrestati per delitti commessi contro il governo di Unità Popolare . Quale fu, prima e dopo del golpe, il ruolo di Patria e Libertà?
C.L.F. — Patria e Libertà fu un movimento di estrema destra che nacque in Cile immediatamente dopo che Salvador Allende fu eletto democraticamente presidente della Repubblica. Il dottor Salvador Allende fu eletto il 4 settembre 1970, cinque giorni dopo il movimento Patria e Libertà era già stato creato e il suo obiettivo immediato fu quello di boicottare e distruggere il governo di Allende per mezzo di un colpo di stato. Patria e Libertà si dissolse due o tre giorni dopo il golpe quando la sua missione era ormai conclusa. Tuttavia, va fatto notare che molti dei suoi membri poi si integrarono nell’apparato repressivo. La loro missione fu quella di boicottare il governo di Allende con tutti i mezzi possibili: attentati, distruzioni di ponti e ferrovie, omicidi dei dirigenti sindacali, mercato nero…
A.M. — E tu, Jeremías quando sei stato arrestato?
J.L. – Io sono stato arrestato nel giugno del 1974.
A.M. – E l’ 11 settembre ti trovavi anche tu in clandestinità?
J.L. – Si, anche io mi trovavo in clandestinità a Temuco.
A.M. – Che ricordi hai di allora?
J.L. – Nelle zone rurali i contadini si erano organizzati per lavorare la terra in cooperative agricole e insediamenti. Queste organizzazioni erano assistite da enti statali: la Corporazione per la Riforma Agraria (CORA) e l’Istituto per lo Sviluppo Agrario (INDAP). Siccome esistevano liste di contadini appartenenti alle cooperative, i militari se ne impossessarono e iniziarono a reprimere e a chiedere agli stessi che si presentassero ai reggimenti, alle procure e ai posti di polizia. I latifondisti misero a disposizione perfino i loro veicoli per arrestarli.
A.M. – Quanto tempo sei stato in carcere?
J.L. – Sono stato in carcere un anno e mezzo, venni arrestato nel giugno del 1974 e tenuto in un centro di detenzione segreta dove fui torturato fino al mese di ottobre del 1974 quando mi trasferirono alla procura. In quel momento fui riconosciuto pubblicamente come prigioniero politico. Poi fui condannato nel penultimo Consiglio di Guerra che si tenne a Temuco, diretto da Alfonso Podlech come Procuratore Militare, questo avvenne nel maggio del 1976. Era Podlech quello che accusava.
C.L.F. — Il Consiglio di Guerra era composto da tre membri: 3 dei Carabinieri, 3 dell’Esercito, e 3 dell’Aviazione. Loro emettevano le condanne sulla base delle accuse emesse dal Procuratore Militare. E il procuratore dell’accusa, sempre, di tutti i Consigli di Guerra di Temuco, fu Podlech, dall’inizio alla fine.
A.M. – Come giudicate il fatto che l’unica possibilità di ottenere giustizia viene dalla magistratura italiana?
C.L.F. – In Cile, l’impunità è grande. Quando Pinochet perse il plebiscito, i militari e i civili negoziarono per il governo di transizione. Il dittatore perse il referendum, egli sapeva che si sarebbe dovuto ritirare dal governo poiché si rese conto che a livello internazionale non godeva più di molto appoggio, grazie al lavoro della solidarietà internazionale che non smise mai di denunciare i crimini e le violazioni dei diritti umani. Allora con il gruppo di persone che stava dietro di lui, con i consiglieri e con i Chicago Boys, cominciò immediatamente a negoziare con l’opposizione. Nell’opposizione c’era un gruppo che si chiama tutt’ora Concertazione, costituito dai Democratici Cristiani, duri oppositori del governo di Allende e da una parte della sinistra, come alcuni settori socialisti o socialdemocratici, tranne che i comunisti che erano stati completamente eliminati dalla brutale repressione della dittatura. In questo patto che si creò tra i militari e i civili per poter passare dalla dittatura al processo di transizione democratica , i militari dissero: “noi accettiamo il fatto di aver perso il referendum però voi in futuro non giudicherete nessun militare”. Gli assassini già avevano una legge, una legge del 1978 di autoamnistia per tutti i repressori, per tutti i militari che avevano partecipato alla prima fase della repressione, la più sanguinosa del colpo di stato, dove sparirono la maggior parte delle persone e delle quali fino al giorno d’oggi non sono stati ritrovati i loro resti.
A.M. Jeremías, tu di cosa pensi che abbia bisogno il Cile per venir fuori dall’impunità? E come vedi la situazione della sinistra nel paese?
J.L. – Io penso che, come dicevo prima, in Cile oggi è impossibile che ci sia veramente giustizia e che l’impunità sia elevata. Noi come vittime crediamo che l’Italia possa fare giustizia, cosa che non avverrà in Cile. Io penso, e questo va detto chiaramente, che non ci sia speranza di giustizia in Cile fino a quando non ci sarà un cambiamento nella Costituzione del 1980, costituzione scritta dalla dittatura di Pinochet e che è attualmente in vigore.
A.M. – E allora, da dove può venire questo cambiamento?
J.L. – Non c’è una prospettiva e non c’è nemmeno una volontà di cambiamento. Tutto è negoziato dalla politica economica. Al governo questo conviene perchè così guadagnano denaro. Quello che interessa loro maggiormente sono le poltrone, governare e comandare.
C.L.F. – Io vorrei aggiungere qualcosa. Ci fu un cambiamento, una specie di terremoto quando cadde Pinochet (a ottobre 1998 in Inghilterra). Nessuno credeva che lui potesse essere arrestato all’estero e nessuno credeva che ci fossero tante vittime disposte a presentare denunce contro di lui e che si sarebbero mobilitate a livello europeo affinché fosse condannato. Pinochet fu arrestato a Londra nel 1998 e liberato un anno e mezzo dopo. Il suo arresto ruppe uno schema, non possiamo dire che si ruppe lo schema dell’impunità, ma quello che si ruppe fu la copertura che esisteva in Cile, per la quale non si poteva parlare dei diritti umani delle persone assassinate o scomparse. E’ in questi momenti che appare la memoria… Così si iniziò a parlare di ciò che fu la repressione, e lo raccontarono tutti i giornali e tutte le televisioni del mondo. Allora tutti i cileni si commossero, tutta la società cilena si commosse. Da quel momento si iniziò a dare importanza ai diritti umani ed è da quel momento, anche se i cileni non vogliono riconoscerlo che appaiono le vittime e fu quella una fase chiave che ebbe spazio anche su tutti i mezzi di comunicazione del mondo. I familiari delle persone scomparse si stanno domandando ancora: “dove sono”? Il Cile deve riconoscere che ci furono dei desaparecidos, deve riconoscere che ci fu una repressione e che per quasi 18 anni nel paese si è vissuto in dittatura.
A.M. — Fino a quel momento era come se il problema non esistesse…
C.L.F. — Certo, Io sono tornato in Cile (soltanto una volta) e fu tra il dicembre del 1991 e il gennaio 1992. Nel periodo di transizione del presidente Alwyn (un importante rappresentante della Democrazia Cristiana e oppositore del governo di Allende). In questo periodo si stava tentando di redigere il rapporto Retting, che serviva per vedere quante persone erano morte e quante erano scompare. Nel rapporto non si parlava di tortura, non si parlava di prigionieri politici, non si parlava di repressione massiccia. Mi detti conto che questo fatto era simbolico e non aveva niente a che vedere con la giustizia che reclamavano le vittime. Nel rapporto Retting non si chiedeva niente, era una semplice constatazione dei morti e degli scomparsi del periodo della dittatura. Quando cadde Pinochet , il rapporto Retting assunse valore perchè Garzón disse: “in Cile esiste una lista di persone scomparse” e tutto il mondo iniziò a parlare dei morti e dei desaparecidos; dopo si aggiunsero i prigionieri politici, i sopravvissuti della repressione e fu da quel momento che le cose cominciarono a cambiare.
Questo è quello che fece rompere un po’ l’impunità che regnava in Cile. La giustizia internazionale apre uno spiraglio per le vittime cilene che continuano a reclamare giustizia…
A.M. – Per finire una domanda per Tania. Quanti anni avevi quando sei arrivata in esilio in Francia con la tua famiglia?
Tania Levinao – Io avevo 4 anni.
A.M. – Immagino che non ricordi nulla di quel periodo, ma come hai vissuto l’esilio con la tua famiglia?
C.L.F. — Domada chiave…
T.L. – E’ una domanda alla quale ancora sto cercando di dare una risposta. Oggi sono adulta e sono consapevole che la mia non è stata una vita normale. Fin da piccola mi sono resa conto di essere figlia di esiliati, o meglio, di rifugiati politici. Sono stata sempre consapevole di questo, ho sempre saputo mio padre in che partito aveva militato, cosa era stato il governo di Unità Popolare, quello che aveva rappresentato per i miei genitori e anche in Francia in alcuni ambienti progressisti la politica cilena era molto seguita. Da grande ho capito che questa non era propriamente la vita di una bambina piccola, che non era la normalità e che la mia storia era un po’ diversa da quella degli altri. Oggi l’esilio fa parte della mia storia, della storia della mia famiglia, e devo convivere con questo e cercare di andare avanti. Da non molto mi dico che la mia vita non è quella dei miei genitori, perchè per molto tempo è stato come se si fosse trattato di una sola storia. In effetti è una domanda molto difficile.
C.L.F. — Questa è la “domanda”
T.L. – Questo esilio ha influito anche sulla mia vita professionale, io ho studiato diritto e non credo che sia stata una scelta casuale. Ma non tutti i figli di rifugiati politici abbiamo avuto lo stesso percorso. Conosco molti figli di esiliati che invece hanno detto: “no, io non voglio saperne nulla”. Ognuno poi ha vissuto questa cosa a modo suo.
A.M. – Tania, tu poi sei tornata in Cile, che sentimenti nutri rispetto al tuo paese?
T.L. – Un sentimento strano. La prima volta che sono tornata in Cile è stato nel 1995, . Da piccola mi sentivo sempre come una cilena in Francia, non ero mai sentita veramente francese. Quando tornammo in Cile la situazione fu molto difficile perchè arrestarono mia madre, la stavano aspettando all’aeroporto. La tennero una settimana in carcere, non la torturano fisicamente perchè lei aveva documenti francesi, quindi non fu maltrattata fisicamente ma psicologicamente sì. Ci fu una pressione enorme da parte della Francia per liberarla. Qualcuno durante la dittatura evidentemente sotto tortura, la aveva accusata di aver commesso qualcosa, in quel periodo era frequente che accadessero cose del genere… Quel periodo fu molto duro per noi, avevamo raggiunto il Cile per motivi familiari, mia nonna stava molto male e morì tre giorni dopo il nostro arrivo. Fu quindi un viaggio molto difficile e fu un trauma terribile, perchè anche se sapevamo che non c’era democrazia, non immaginavamo a tal punto. Camminavamo per strada, vedevamo la polizia passeggiare con i fucili in spalla e la gente nemmeno ci faceva caso. Io ero sorpresa perchè in Francia non si vedevano queste cose. Inoltre c’era molta intolleranza verso gli esuli, verso il popolo mapuche, perfino tra i miei stessi familiari. Io ero arrivata con un concetto idealizzato del paese perchè avevo ascoltato le testimonianze dei miei genitori, di mio zio, avevo l’idea di un Cile dove c’era solidarietà, condivisione… ma non era così.
A.M. — Quindi sei andata in Cile e non ti sei sentita più cilena?
T.L. – No. Sono ritornata in Francia con una così grande delusione che da quel momento mi sono detta: “io non sono né francese, né cilena, sono cittadina del mondo”, ma mi ci sono voluti anni e anni per riuscire ad accettarlo.
Il secondo viaggio fu nel 2000, allora fu diverso perchè la situazione di mia madre si era risolta ed eravamo molto più tranquilli, ma ormai qualcosa dentro di me si era spezzato e non vi ho fatto più ritorno da allora. I miei genitori sì , sono tornati in Cile, ma io ho avuto bisogno di altri otto anni per rendermi conto che ho il desiderio di tornare.
A.M. – Si parla e si discute tanto degli ex prigionieri politici, degli esiliati, ma l’esilio coinvolge duramente anche le loro famiglie, i figli che erano piccoli in quegli anni e che non si sono nemmeno resi conto o non ricordano nulla di quello che accadeva allora…
C.L. – Sì, ci sono diversi tipi di esilio…
T.L. E c’è un altro aspetto. Io capisco e condivido tutta la sofferenza della mia famiglia, però mi è costato molto rendermi conto che la mia storia non poteva essere la loro e per molti anni ho avuto questo senso di colpa perchè io non ero stata sottoposta a questa pressione, non avevo subito torture e da piccola non mi è mai mancato nulla, non ho sofferto mai la fame, non ho mai saltato la scuola, non mi hanno mai picchiata. Ora so però che effettivamente non è normale che io abbia vissuto in questo modo.

Intervista a Simone Bruno: “gli indigeni fanno paura…”

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Foto di Simone Bruno

Simone Bruno è un fotoreporter italiano e da cinque anni vive a Bogotá. E’ corrispondente dalla Colombia per Peace Reporter, quotidiano online legato all’agenzia giornalistica MISNA  (Missionary Service News Agency) e all’ organizzazione umanitaria Emergency.
In queste settimane ha seguito la marcia della Minga, la grande mobilitazione indigena e contadina che è giunta fino a Bogotá chiedendo rispetto per i popoli originari e diritto alla terra e alla vita e prospettando un progetto di partecipazione politica allo sviluppo del paese.
Simone Bruno ha testimoniato nei suoi articoli di quei giorni, soprattutto i violenti scontri avvenuti nella localià La María – Piendamó (Cauca) dove si sono registrati due morti e più di 70 feriti e dove è stato dimostrato che lo Escuadrón Móvil Antidisturbios (ESMAD) ha utilizzato armi non convenzionali contro gli indigeni. Le fotografie di Simone sono state pubblicate in tutti i più importanti quotidiani italiani e nei maggiori spazi informativi di Internet.
Per questo egli  ha ricevuto alcuni giorni fa nella sua pagina Facebook minacce di morte con il seguente messaggio: “comunistello di merda ti stai impicciando con forze che ti schiacceranno molto coraggioso lanciando pietre ed aggredendo agenti dello stato a la maria se vuoi fare il martire sará un piacere realizzare il tuo desiderio prega stronzo”) da un utente sconosciuto di nome Sol Dussant. In questa intervista ci spiega ciò che rappresenta il movimento indigeno in Colombia e le sue potenzialità rispetto a un cambiamento del paese.
 
A.M. – Simone, tu vivi ormai da cinque anni in Colombia. Hai avuto prima di questo momento minacce a causa del tuo lavoro?
S.B. – No, mai, questa è la prima volta in assoluto.
 
A.M. – Hai denunciato le minacce alle autorità? Che appoggio hai ricevuto?
S.B. – Ho sporto denuncia tramite il Consolato italiano dove ho trovato persone molto gentili e che mi hanno aiutato molto. Ho ricevuto appoggio anche da parte dell’ambasciatore in Italia, Sabas Pretelt de la Vega che in un comunicato stampa  ha respinto le minacce che ho ricevuto.
 
A.M. – Nel testo della minaccia si fa riferimento alla località della María. Tu sei stato lì raccontando lo svolgimento della Minga. Ci sono stati morti e feriti. Come era la situazione?
S.B. – Molto pesante . la repressione dell’ESMAD (polizia antisommossa) è stata brutale con armi,  machete e granate artigianali piene di polvere da sparo, vetri, schegge  e  chiodi. Ho visto molti feriti ed ho constatato il tipo di arma che ha provocato quelle ferite. C’erano feriti da arma da fuoco ed altri con schegge nel corpo. C’è stato anche un morto, Ramos Valencia che veniva da Tacueyó, morto per un proiettile che gli ha trapassato la testa da parte a parte.
 
A.M. – Un video della CNN ha dimostrato inequivocabilmente  che membri della ESMAD hanno sparato contro i contadini della MINGA e lo stesso  Álvaro Uribe lo ha dovuto ammettere pubblicamente. I partecipanti alla Minga si sono difesi soltanto con i tradizionali “bastoni di comando” e con le pietre. Tu hai denunciato quanto avvenuto nei tuoi articoli. Credi che le minacce possano essere venute da persone vicine alla ESMAD?   

S.B. – Questo è difficile da dire. Sicuramente  le minacce sono venute per la mia presenza alla María, il messaggio lo dice molto chiaramente.  Chi si è infastidito per  il lavoro dei giornalisti è chi non voleva che si sapesse la verità dei fatti e delle violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia. E’ anche chi non sa rispettare un movimento come quello  indigeno Colombiano che propone una maniera diversa di pensare e di vivere e una resistenza pacifica.
 
A.M. — La Minga è arrivata a Bogotá e nei prossimi giorni ci saranno iniziative in alcune città europee in solidarietà ad essa. Cosa pensi di questa mobilitazione indigena e contadina? Può rappresentare realmente come sembra, un momento di rottura tra la società colombiana e il governo?

S.B. – Credo che sia la concomitanza di due processi. Da un lato mi sembra che la società inizi a svegliarsi da un lungo sonno. Lo testimoniano le mobilitazioni praticamente di tutti i settori sociali: tagliatori di canna, studenti, professori, trasportatori, giudici, tra gli altri.
Dall’altro lato la Minga  rappresenta l’espressione di un lungo processo interno al movimento Indigeno Colombiano, di cui gli indigeni Nasa del Cauca sono senza dubbio il settore più forte e organizzato. La coincidenza di questi due aspetti ha fatto sì che la Minga diventasse il catalizzatore e acceleratore di tutte queste proteste che in qualche  modo confluiscono tra loro. Questo non è causale. I Nasa vanno tessendo, come essi stessi affermano, relazioni con altri settori e movimenti sociali da diversi anni. Nella storia Nasa si osservano quattro fasi di resistenza, l’ultima si chiama di alternativa e inizia più o meno con la Costituzione del 1991, cioè con l’arrivo dell’onda neoliberale in Colombia. I Nasa si sono resi conto che il nemico non è più rappresentato dal  latifondista, ma dal potere multinazionale che non si vede.  Per combatterlo capiscono che si devono aprire agli altri settori sociali e continuare a lottare uniti. E’,  se vogliamo, la fine della fase puramente  indigenista del progetto Nasa.
 
A.M. – Che prospettiva  a lungo termine immagini possa avere la Minga in Colombia?
S.B. – E’ un processo lungo. In questo mese la Minga ha avuto  molta visibilità. Nei prossimi mesi forse non sarà più così,  ma il processo continuerà sicuramente a livello interno e si andrà rafforzando. Nella prossima manifestazione pubblica sarà ancora più forte e avrà ancora più sostegno da parte  degli altri attori sociali. Questo è stato così anche in passato se pensiamo a quella che fu chiamata Minga per la vita del 2004 e a tutte le mobilitazioni precedenti. Con queste espressioni gli indigeni prendono tempo e si relazionano con nuovi  attori. Si ritirano, elaborano e riappaiono nuovamente.  
A.M. – Come si sviluppano  attualmente in Colombia la protesta sociale e il conflitto sociale armato nell’ambito di questa criminalizzazione violenta della protesta e nell’ ambito dell’attuale situazione di repressione e persecuzione dell’opposizione?
S.B. – La criminalizzazione della protesta è un esercizio molto praticato in Colombia dove le FARC si trasformano nella scusa per annientare i movimenti sociali.
I movimenti democratici sono schiacciati tra l’attore statale e paramilitare da un lato e dalla guerriglia dall’altro. Tutti i movimenti più rispettabili in Colombia assumono una posizione di neutralità o si dichiarano comunità di pace, sono sopraffatti da ambedue le parti e da ambedue  gli attori. La colpa che  hanno non è tanto quella di non partecipare, ma di mettere  in discussione lo stesso conflitto che è quello che permette di sopravvivere sia alle FARC che al governo. Rimane veramente poco spazio per sviluppare la protesta sociale, tanto fisicamente quanto nell’immaginario dei Colombiani che preferiscono spesso  non sapere niente di quello che accade, non discutere e non essere coinvolti.
A.M. – Non credi che le minacce a un giornalista siano la dimostrazione che sta facendo bene il suo lavoro?
S.B. — O che gli indigeni fanno paura…
A.M. – Come giornalista minacciato come immagini che si possa continuare a lavorare per la libertà di espressione e per la denuncia delle violazioni dei diritti umani commesse dallo Stato in Colombia?
S.B. – Io ho la fortuna di essere Italiano e di vivere a Bogotá. L’appoggio della stampa italiana è stato molto importante, penso per esempio a Maso Notarianni di Peacereporter e a Alessandra Coppola del Corriere della Sera che per primi si sono preoccupati della mia situazione. La visibilità e l’appoggio pemettono di sentirsi più sicuri. Ma ci sono centinaia di giornalisti Colombiani che lavorano e vivono in zone rurali del paese. Per loro,  denunciare quello che succede vuol dire mettere a rischio seriamente le loro vite e quelle dei loro familiari. Questo ha una evidente ripercussione sulla qualità dell’informazione nel paese. Così come la concentrazione dei mezzi di informazione nelle mani di poteri economici molto  forti, la cui finalità è massimizzare il profitto e non l’informazione. Questi mezzi di informazione saranno sempre al servizio del governante di turno. Non è casuale che  gli attivisti abbiano  deciso di consegnare  il video alla CNN e non ai media colombiani, questo perchè se lo avessero consegnato ai media colombiani, probabilmente  adesso poche persone lo avrebbero visto.  Parlo  dei grandi canali televisivi, perchè un errore che si commette   è quello di generalizzare sulla stampa Colombiana. Qui esistono buoni mezzi di informazione ed eccellenti giornalisti . Penso a Semana, a El spectador, al programma Contravia di Hollmann Morris, al notiziario di Canal Uno di Daniel Coronell e ad alcuni giornalisti  di El Tiempo e di Cambio.
E’ grazie a loro se siamo venuti  a conoscenza dei grandi scandali come quello della parapolitica. Ed è per questo che la lista dei giornalisti  minacciati è molto lunga.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Carlos Montemayor: i movimenti armati, risposte possibili a pressioni sociali ingiuste

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Carlos Montemayor

 

E’ il Carlos Montemayor analista politico e sociale, più che  lo scrittore di romanzi e novelle che incontriamo in Messico. “In realtà i malati di mente che vogliono controllare il mondo fanno parte dei governi come quello di George Bush”,   spiega  in questa intervista esclusiva concessa ad Annalisa Melandri. Nella sua casa di Città del Messico, nel corso di una conversazione piacevole e interessante, circondati da montagne di libri in quasi tutte le lingue del mondo (Carlos Montemayor parla perfettamente cinque lingue oltre al Greco classico e moderno e al Latino)  affronta temi importanti e difficili come il terrorismo e la lotta armata, oltre alla grave situazione colombiana, spiegandoci perchè secondo lui “la Colombia è l’esempio di quello che non deve continuare ad essere l’America latina”.
 
Carlos Montemayor (Messico, 1947) non è solo l’autore di un’ opera narrativa, poetica e saggistica infinita e tradotta in quasi tutte le lingue, vincitore di premi nazionali e internazionali (premio internazionale Juan Rulfo con Operativo en el Trópico, 1994  e premio di narrativa Colima con Guerra en el Paraíso, 1991), membro dell’Accademia Messicana della Lingua e della Reale Accademia Spagnola. E’ anche e soprattutto,  un profondo studioso e conoscitore della realtà sociale e politica del suo paese, amante della storia e della tradizione orale indigena e acuto osservatore delle condizioni socio-economiche che scatenano i conflitti civili e armati.
 
Nominato dall’Ejercito Popular Revolucionario (EPR) mediatore insieme al vescovo Samuel Ruiz, all’avvocato e giornalista Miguel Ángel Granados Chapa, all’antropologo Gilberto López y Rivas e alla senatrice Rosario Ibarra de Piedra, nelle trattative per la riapparizione in vita di due militanti del gruppo armato, scomparsi da Oaxaca il 25 maggio del 2007,   Carlos Montemayor ci spiega  la sua visione sulle origini dei conflitti sociali nel suo paese e più generalmente sull’uso strumentale che si fa del concetto di terrorismo, soprattutto a partire dall’11 settembre.
Alcuni dei temi trattati nella seguente intervista si possono approfondire nei suoi ultimi libri:
La guerrilla recurrente (Debate, 2007)
Los pueblos indios de México, (Deboslillo, 2008)
 
 
AM – Lei è stato invitato  dall’Esercito Popolare Rivoluzionario (EPR) alla mediazione che  lo stesso gruppo armato ha proposto al Governo messicano il 24 aprile scorso chiedendo la riapparizione con vita dei due militanti dell’organizzazione, scomparsi da Oaxaca nel  mese di luglio del 2007. Come  mediatore, come valuta  l’atteggiamento  del governo rispetto a questa negoziazione?
 
CM — Lo abbiamo già spiegato dettagliatamente nei documenti presentati il 14 agosto scorso. Gran parte delle operazioni   intraprese dal Governo Federale per la ricerca dei due militanti dell’EPR scomparsi, non sono state incluse nelle informazioni fornite alla Commissione di Mediazione. Noi  mediatori siamo venuti a conoscenza di queste operazioni  direttamente dagli incontri che abbiamo avuto in molti settori della società messicana, sia a livello nazionale che regionale.
Quello che a noi è apparso molto chiaramente  dopo la consegna dei primi documenti di analisi procedurale e politica il 13 giugno, è che i rappresentanti del Governo Federale hanno rifiutato di considerare come ingiunzioni al Governo  le domande e analisi consegnate il 13 giugno. A partire da questa esplicita risposta negativa, la Commissione ha intensificato i suoi incontri, i suoi colloqui con gli ex militanti di organizzazioni come il PROCUP e l’EP, con i familiari degli scomparsi  e in modo particolare con la Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH) e adesso possiamo dire che esistono elementi  sufficienti per affermare  che in alcuni ambienti della polizia e in alcuni ambienti politici e militari del Governo messicano   esiste confusione sulle possibilità reali della Commissione di Mediazione. Questa confusione deriva dai tentativi che sono stati  fatti per   stabilire canali di comunicazione con l’ EPR fin dall’anno 2007.
Tanto l’esercito come il CISEN (Centro de Investigación y Seguridad Nacional) hanno cercato infatti di stabilire dei contatti  sia tramite i  familiari sia tramite pressioni agli ex militanti o ai familiari degli stessi militanti scomparsi. Questo,  ha fatto sì  che apparisse confusa l’immagine dello stesso Governo Federale nel processo di mediazione.  Pertanto, dal 14 agosto scorso, abbiamo sospeso provvisoriamente la mediazione, in attesa della risposta sia dell’ l’EPR che del Governo Federale sulla loro volontà  di continuare questo processo.
 
AM. — Il Governo, nel suo ultimo comunicato stampa del 14 agosto ha accettato definitivamente che si tratta di un caso di sparizione forzata, invece che di un caso di sequestro come è stato affrontato fin dall’inizio. Cosa significa e come agirà la Commissione di Mediazione davanti a quest’ ammissione di responsabilità?
 
CM. — Non ha nessuna rilevanza questo comunicato. Lo avevamo detto già innumerevoli volte, infatti, sia alla  CNDH che all’avvocato che difende i  poliziotti di Oaxaca che si trovavano in carcere preventivo, che la nota  informativa del direttore del CISEN ci aveva informato  che l’inchiesta o almeno uno dei capi d’accusa dell’inchiesta n. 047/2008,  era per sparizione forzata di persona ai danni dei due militanti dell’EPR. Questa è soltanto un’ipotesi procedurale,  non è una risoluzione giuridica e anche il comunicato del Governo chiarisce perfettamente che si tratta di un ipotesi procedurale  e assolutamente non di una  verità giuridica dal momento che  non rappresenta una sentenza di un giudice.
Così che non sorprende e nemmeno aggiunge nulla,  e certamente è una piccola cosa in confronto ai 39 punti della nostra relazione e dell’ annesso tecnico che fanno parte della documentazione presentata al Governo Federale e all’EPR il 14 agosto scorso. Non ha nessuna rilevanza e stiamo aspettando che rispondano, sia il Governo Federale che l’EPR.
 
AM — Le sparizioni forzate in Messico e più in generale in America Latina rappresentavano la “guerra sucia”.  Lo Stato messicano continua dunque a far sparire persone? E come reagisce la società civile di fronte  a questo?
 
CM.- Credo che le uniche conquiste ottenute nel paese contro la sparizione forzata di persone siano venute dalla società civile. Il Governo messicano ha firmato, ha sottoscritto accordi internazionali contro la sparizione forzata, tanto  nel seno della OEA come nel seno dell’ ONU. Ciò nonostante non c’è  stato nessun adattamento della legislazione nazionale per modificare o applicare  istituzionalmente nella Procura della  Repubblica  o nelle aule dei tribunali questi accordi internazionali. Così che non si è registrato nessun progresso da parte del  Governo messicano; non abbiamo avuto  nessun punito, nessun processato, e l’impunità persiste ancora oggi,  fin dalla guerra sucia. In Messico stiamo vivendo nel segno di un’impunità totale e gli unici cambiamenti  che si avvertono vengono dalle  organizzazioni civili. La società civile è quella che va avanti, lo Stato messicano è quello che resta indietro.
 
AM. — Nel suo libro pubblicato recentemente “La guerrilla recurrente” (Debate, 2007), (La guerriglia ricorrente) lei affronta il tema del conflitto politico, sociale e armato in Messico nei suoi differenti aspetti. Perchè “guerriglia ricorrente”?
 
CM. – Quello che spiego in questo libro, ed è provato, è che periodicamente si verifica un  rinascere  dei movimenti guerriglieri e che l’analisi ufficiale di questi movimenti  è un’analisi errata e incompleta. Si confonde la ribellione  popolare armata  con i suoi membri propriamente armati,  senza considerare nessun nesso con le condizioni sociali. Nella misura in cui in Messico  la strategia di Stato pensa soltanto a sterminare  fisicamente questi gruppi armati e non a modificare le condizioni sociali, allora in modo ricorrente queste  condizioni sociali ritornano a favorire le ribellioni  e in modo ricorrente  il Governo messicano risponde con lo sterminio o con la distruzione di zone rurali e così momentaneamente i movimenti armati si soffocano ma ricompaiono tempo dopo. Questa periodicità si riferisce  allora non soltanto ai sollevamenti della guerriglia ma anche alle strategie sbagliate  adottate dal Governo  messicano per controllarle.
 
AM. – Che  caratteristiche ha e da dove nasce il movimento armato messicano?
 
CM — Da molteplici cause. In uno dei miei libri che si chiama “Los pueblos indios de México”, (I popoli indigeni del Messico),  passo in rassegna i  movimenti armati indigeni dagli anni della conquista fino ai nostri giorni. L’invasione territoriale, l’espropriazione  di  terre e la violenza istituzionale   provocano malesseri sociali che gradualmente vanno aumentando, aumenta la violenza della reazione sociale e questi processi che si scatenano in modo ricorrente sono caratterizzati soprattutto dall’espropriazione di terre. Per esempio nello stato del Chiapas, nella seconda parte del XX secolo, ci fu un flusso migratorio molto importante verso Las Cañadas, nella zona selvatica della Lacandona. In quel momento il Messico aveva una legislazione che permetteva l’insediamento  e il riconoscimento dei diritti agrari o dei diritti sui territori non colonizzati a quelle comunità che per ragioni di espansione demografica o che per altri motivi come lo spostamento  dai loro territori originari,  potevano favorire la riorganizzazione di insediamenti umani. Durante molti anni, sia per ragioni demografiche, che per la costruzione delle grandi centrali idroelettriche nel Chiapas,  si ebbero spostamenti  significativi di comunità. Il presidente Díaz Ordaz, prima di concludere il suo mandato, emise un decreto presidenziale nell’anno 1969,  affinché si legalizzasse e si regolarizzasse la proprietà di terre   a più di 40 comunità indigene. Questa fu una buona misura, pragmatica, utile, logica, sensata. Alcune di queste comunità erano insediate in quei territori già da 10, 15 o 20 anni e da tempo ne chiedevano la  regolarizzazione,  anzi,  chiedevano anche maggiori concessioni  di terra. Nonostante questo, il decreto presidenziale però non modificò la  realtà locale perchè le stesse forze regionali impedirono che avesse effetto. Nel 1972 come se non bastasse,  un altro presidente emise  un nuovo decreto presidenziale che cancellò  il precedente e in questo caso quello che stabilì fu che tutta la selva Lacandona apparteneva a 66 capifamiglia della zona,  che dalla sera alla mattina pertanto si trasformano in proprietari e che  dalla sera alla mattina trasformarono  le comunità che erano insediate lì da 20 anni, in invasori. Stranamente  nacque  con questo decreto presidenziale, una compagnia forestale, la Compañia Forestal LacandonaS.A. che con prestiti ottenuti dallo stesso Stato messicano patteggiò  con i “veri”  66 proprietari lo sfruttamento dei legni pregiati della selva ed ottenne da parte dell’esercito, la cacciata degli  “invasori”,  cioè delle comunità che da 20 anni stavano aspettando che fossero regolarizzate le loro terre. Questo esproprio di  terre   produsse la resistenza che si manifestò a partire dal 1972 e che andrà crescendo in quegli stessi  luoghi dal 1994 ad oggi . L’ esproprio di terre possiamo dire che è anche  all’origine del movimento insorgente di Chihuauhua, Madera, ed è quello che sta succedendo ora con la miniera  canadese Minefinders, che sta sottraendo o che sta cercando di sottrarre terre ai contadini di  Chihuahua.
Principalmente l’esproprio delle  terre  è stato il detonante dei movimenti armati in Messico,  ma possiamo aggiungere che lo sono stati  anche i comportamenti e le  ingiustizie notevoli e ricorrenti contro le comunità. O è la sottrazione di terre, di campi coltivati e l’accaparramento di prodotti, o l’oppressione e l’aggressione dello Stato.
 
AM. – Così  nel 1994 esplode  il movimento zapatista. Ora sembra aver perso vigore. Ha ancora vigenza?
 
CM. — Sì, certamente. Non ha perso forza,  ha acquistato forza. Quello che ha perso è l’attenzione dei mezzi di comunicazione. Quando gli zapatisti parlavano non li volevamo ascoltare, ma   quando stanno zitti,  nemmeno li vogliamo ascoltare ma ci domandiamo però  perchè non parlano più. Non parlano più primo perchè non sono matti, che parlano quando nessuno li ascolta, secondo non parlano perchè adesso  stanno agendo. La loro azione è la materializzazione degli accordi di San Andrés . Le  Giunte di Buon Governo nei caracoles  sono  la risposta politica dello zapatismo alla mancata riforma della Costituzione messicana in materia di diritti delle popolazioni indigene.
Accordi che furono disattesi dal Governo messicano, ma  che gli zapatisti già hanno imposto a La Realidad. Questa  è una realtà di tutti i giorni,  quotidiana;  e questo  è il consolidamento della struttura politica degli zapatisti. Quando la Commisione di Mediazione alla quale partecipo  era in attesa della risposta del Governo Federale per dare inizio alla  mediazione e quando la Commissione non aveva ancora iniziato i suoi colloqui, l’attenzione mediatica era estrema,  quotidiana. Nel momento in cui la Commissione di Mediazione ricavò informazioni sufficienti da proporre al Governo Federale perchè potesse rispondere a quegli interrogativi specifici, in quel momento, non soltanto il Governo Federale si rifiutò di  rispondere ma sparì tutto l’interesse mediatico per la Commissione di Mediazione. C’è un che di familiare in tutto questo.
 
AM. – Ha ancora ragione di essere la lotta armata  nel secolo XXI° o secondo lei  è sorpassata?
 
CM. — Se lo domandiamo agli afgani, ai palestinesi, agli iracheni, o a qualsiasi abitante delle zone conflittuali  del Medio Oriente o dell’Estremo Oriente o dell’America diranno di sì. Io non credo che si tratti di considerare  i movimenti armati popolari come attuali o sorpassati,  ma di comprenderli per quello che sono, e cioè le risposte possibili e sociali a pressioni sociali ricorrenti e ingiuste.
 
AM. — Nel suo libro prospetta che “nei piani stutunitensi di sicurezza globale si sta cercando sempre più evidentemente di  trasformare gli eserciti latinoamericani in proprie risorse nazionali”.  Questo non  sembra in contraddizione con il fatto che in America latina si sta vivendo una nuova identità caratterizzata da alcuni governi di sinistra o di centro  sinistra?
 
CM. — Non tutti i governi lo sono. Ci sono governi accondiscendenti  come quello del  Messico in Centro America e anche in Sud America. Non  sono  la stessa cosa un Governo peruviano con l’attuale  Governo boliviano o con l’ attuale Governo venezuelano. Dobbiamo fare chiarezza.
 
AM. — Con riferimento a quello che dicevamo prima della militarizzazione della regione,  verso dove va il Messico?
 
CM. — Il Messico va verso la distruzione delle proprie  forze militari per l’eccessivo impegno dell’esercito in compiti di polizia e di  criminalità organizzata. Questo dà  inizio a un processo di indebolimento imponente. Nel momento in cui l’esercito messicano sarà   totalmente indebolito come sta avvenendo adesso con i corpi di polizia, allora il tema della sicurezza verrà deciso da istanze globali.  La strutturazione degli  eserciti latinoamericani  come forza di complemento e di appoggio nella regione alla politica di controllo globale si fa ogni volta più evidente.
 
AM. — Quando Hugo Chávez propose all’inizio di quest’ anno il riconoscimento delle FARC come forza belligerante, lei scrisse in un editoriale  che bisogna mettere sul tavolo nazionale e internazionale “ il parziale e opportunista  concetto di terrorismo”. Che  vuol dire con questo?
 
CM. — Che il terrorismo non è un termine oggettivo ma un termine soggettivo,  parziale. Terrorismo è un concetto che si applica soprattutto alle lotte di resistenza sociale giustificate contro le invasioni di paesi o di territori o di occupazioni militari di territori. In questo senso il terrorismo non risponde a un’analisi o a una descrizione della realtà sociale e della realtà politica. Se analizziamo il terrorismo come lo intendono gli Stati Uniti  attraverso le produzioni di Hollywood, questo   si trasforma nell’associazione di  persone malate di mente  che vogliono controllare il mondo. In  realtà i malati di mente  che vogliono controllare il mondo fanno parte dei governi come quello  di  George Bush o delle multinazionali come la Exxon Mobil o Carlyle o della  stessa Hollywood o Halliburton. Questo controllo del mondo provoca resistenze. Ai palestinesi  hanno tolto i loro territori, li stanno massacrando, li stanno reprimendo, il minimo che ci si può aspettare dai palestinesi è che si difendano con le armi, gli iracheni li stanno  ammazzando e li stanno occupando  territorialmente e militarmente, il minimo che ci si può aspettare è che si difendano. Tutte queste resistenze sociali e mondiali vengono chiamate  terrorismo. Perchè? Perchè  è una forma di svalorizzare i motivi sociali che portano questi gruppi a prendere le armi.
 
AM. – Infine, le FARC, la guerriglia più  antica in America latina. Come valuta il conflitto colombiano?
 
CM. — Il conflitto colombiano è uno dei processi più chiari  di come si può complicare la vita sociale di un paese quando si immettono in processi di crisi sociale, strategie  di correzione che poi vanno a produrre un caos maggiore e una polarizzazione sociale maggiore. E’ impressionante l’appoggio che hanno ricevuto tanto dal governo che dalle multinazionali le forze paramilitari. Ma è anche notevole l’appoggio e la penetrazione che è riuscito ad ottenere  il crimine organizzato, il narcotraffico nella vita politica economica e sociale del paese. Ed  è  anche notevole la perdita territoriale che lo Stato colombiano ha avuto durante  decenni sia per spostare  e concentrare la violenza di paramilitari e guerriglieri che quella tra  paramilitari e narcotrafficanti. Ma  è anche notissima  la subordinazione  del governo colombiano alle necessità e alle ordinanze militari degli Stati Uniti. Le  FARC sono una minima parte del complesso conflitto colombiano. La Colombia è un esempio di come non deve continuare ad essere l’America Latina.
 

Narciso Isa Conde: una visione “radicale” del conflitto colombiano

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Narciso Isa Conde

Narciso Isa Conde può essere considerato come uno dei rivoluzionari che hanno fatto la storia del suo paese, la Repubblica Dominicana e quella di tutta l’America Latina per il contributo  del suo pensiero e per il suo impegno attivo  per una terra libera da legami  con l’imperialismo dei “falchi” del Nord. Nato nel 1942, appena adolescente partecipa alla lotta contro il regime di Trujillo.
 
Diventa  poi Secretario Generale del Partito Comunista Dominicano.
Ha partecipato inoltre  alla rivoluzione di Aprile del 1965 e alla Guerra Patria contro l’invasione degli Stati Uniti.
Durante il regime di Joaquín Balaguer ha sofferto  il carcere, la persecuzione e l’esilio.
 
Attualmente  fa parte della presidenza collettiva della Coordinadora Continental Bolivariana (CCB), insieme al  sociologo statunitense Jaime Petras, all’arcivescovo Casaldáliga del Brasile e ad altri importanti politici e intellettuali latinoamericani.
 
Per questo impegno rivoluzionario caratterizzato dal fatto di non non  aver mai discriminato forme diverse di lotta, incluso la lotta armata delle FARC, con le quali mantiene  “vincoli pubblici di amicizia e solidarietà da lungo tempo”,  è oggetto  attualmente  di una campagna di diffamazione basata su falsità  e  montata dal governo colombiano.
Cercando notizie che lo riguardano, troviamo che viene definito:  “ideologo delle FARC”,  “alto dirigente delle FARC”, “portavoce dei vertici delle FARC”, “amico del separatismo basco”, “ammiratore di Marulanda” mentre  più recentemente Álvaro Uribe lo  ha chiamato “leader terrorista”.
 
Lo incontro nella sua casa di Santo Domingo, cordiale e gentile, e in verità non dà l’impressione di essere un terrorista. Nel suo paese è conosciuto e rispettato e parlando di lui con la gente comune si nota negli occhi di qualcuno accendersi una luce, ricordando il “rivoluzionario radicale” che ha lottato per la libertà del suo paese.
 
A.M. — Chi è Narciso Isa Conde in realtà?  
 
N.I.C. — Io sono un rivoluzionario radicale nel senso più profondo del termine, in quanto cerco sempre di andare alla radice dei problemi, non per il linguaggio forte che utilizzo e nemmeno per  le diverse forme di  lotta che posso aver  impiegato  in alcun determinato momento.
 
A.M. — Narciso, sei un riconosciuto  leader rivoluzionario nella Repubblica Dominicana, è vero che hai partecipato in prima persona alla lotta per la libertà del tuo paese?
 
N.I.C. — Ho iniziato la mia attività politica in clandestinità,  contro il regime di  Trujillo e successivamente ho fatto parte della rivoluzione dell’Aprile del 1965, dopo il golpe militare contro Juan Bosh. Ho partecipato poi alla  rivolta militare guidata dai colonnelli  Fernández Domínguez e Francisco Caamaño e i “militari costituzionalisti”, e alla sua  trasformazione  in una rivolta  popolare militare  quando si formó allora l’allenza tra i  militari patrioti  e il popolo armato.
Abbiamo subito successivamente  l’invasione nordamericana e il massacro che questa ha perpetrato. Anche allora gli Stati Uniti ci calunniavano, presentandoci  come quelli che fucilavano i civili nel Parco Indipendenza qui nella città di Santo Domingo. Allora il mio nome faceva parte  di una lista di 56 terribili comunisti ed ero  appena un giovane dirigente universitario. I  grandi  mezzi di comunicazione dell’impero, costituiti anche da  aerei con altoparlanti potentissimi, sorvolavano la città, ripetendo il mio nome e quello degli altri 55 compagni,  descrivendoci come esseri diabolici…
 
 
A.M. — Ciò nonostante in questo determinato momento esiste contro di te una violenta  campagna di diffamazione e sta circolando anche la  notizia che elementi dei servizi segreti colombiani e dell’esercito come il generale Mario Montoya sono stati nella Repubblica Dominicana per indagare  sui tuoi vincoli con le FARC. Esiste soltanto il rischio dell’avvio di un procedimento giudiziario  contro di te  o temi qualcosa  di più grave?
 
 
N.I.C. — Generalmente quando si creano  queste campagne di diffamazione originate da una  specie di terrorismo mediatico,  si sa perfettamente chi le costruisce  e si sa che arrivano direttamente  dai  falconi di Washington, dalla Cia, dalle agenzie nordamericane, e specialmente in questo caso anche dagli apparati di sicurezza e intelligence del regime narcoparaterrorista di Álvaro Uribe, che ho affrontato sempre con molta responsabilità,  e che chiaramente  costruisce  campagne di criminalizzazione con lo scopo di  facilitare processi pseudogiuridici e fomentare omicidi.
 
In questo caso si è creata questa campagna per  il fatto che io ho sempre considerato le FARC come un movimento politico militare  con una giusta ragione di essere.
Io non posso andare  in Colombia perchè esiste un piano per attentare contro la mia vita organizzato da sicari della CIA e dagli stessi  servizi di sicurezza colombiani. Esistono indizi sicuri di questo,  oltre  al fatto che lo stesso Uribe ha informato di questo piano  l’ex presidente dominicano Hipòlito Mejía.
 
In passato già hanno cercato di assassinarmi, fu un piano criminale organizzato contro di me nel 1987 dalla mafia cubano-americana di Miami con la complicità del regime di Balaguer  per la mia lotta contro l’impunità dei crimini di Stato. Cercai infatti di ripresentare le accuse contro gli autori materiali e intellettuali dell’omicidio del mio gran amico, compagno e formidabile  giornalista, membro del Partito Comunista Dominicano, Orlando Martinez Howley, che fu ucciso per aver  denunciato negli anni ‘70 i vincoli che allora esistevano tra  crimine e potere.  Trascorsero  25 anni senza che che si potesse istruire un processo per questo omicidio. Noi  siamo riusciti a mantenere il caso vigente, non solo  dal punto di vista giuridico ma anche da quello politico. Siamo riusciti ad ottenere così all’inizio di quest’anno la condanna a 30 anni di carcere degli autori materiali dell’omicidio, mancano  ancora gli autori intellettuali.
 
A.M. — Credi che abbia ancora senso la lotta armata delle FARC?
 
N.I.C. — Bisogna considerare il fatto che  in Colombia la lotta armata esiste ormai da 60 anni, e che le FARC  esistono da 43 anni. Io penso che se  un movimento politico militare è riuscito a mettere insieme  migliaia e migliaia di combattenti, di guerriglieri,  di simpatizzanti,  nel corso di una lotta così difficile e così  lunga, questo  deve aver avuto cause scatenanti molto profonde.
Storicamente, In Colombia tutto ciò ha origine dalla “guerra sucia”, negli anni ‘50 e particolarmente con l’assassinio di Gaitán e con  il massacro di 300 mila colombiani. Immagina  300mila persone a quel tempo e ci si può rendere conto del livello di violenza e del potere terrorista di questo Stato.
 
Sfortunatamente la  “guerra sucia” non è finita,  anzi in molti casi si è intensificata.  E non si sono risolte nemmeno le cause profonde di disuguaglianza, di esclusione e di discriminazione dei movimenti sociali.
Si parla inoltre del tema dei sequestri, ma quale conflitto armato non ha avuto ostaggi o prigionieri? In alcuni casi si può dire perfino più giustificati che in altri, ma le guerre non sono una passeggiata,  le guerre sono dure, e sono crudeli.
 
 
A.M. — Tu sei uno dei presidenti della Coordinadora Continental Bolivariana che spesso viene presentata  in alcuni media  latinoamericani come la facciata politica delle FARC. Alcuni quotidiani, soprattutto quelli del Perú e della Colombia la accusano di avere vincoli con il terrorismo.  In Perú soprattutto è accusata di essere lo spazio di ricomposizione del  MRTA (Movimiento Revolucionario Tupac Amaru). Si tratta di verità o di menzogne?
 
N.I.C. — Come è noto la  Coordinadora Continental Bolivariana nasce  5 anni fa in seguito ad un movimento coraggioso al quale hanno partecipato soprattutto  giovani rivoluzionari del Venezuela, della  Colombia e dell’ Ecuador, celebrando così quasi una  replica della Campaña Admirable (Campagna Ammirevole) del libertador Simón Bolívar, quella  marcia trionfale che egli guidò da Cartagena delle Indie fino a Caracas.
 
Cosi si lanciò l’idea di costruire la CCB motivata dalla necessità di creare uno spazio di confluenza del movimento rivoluzionario in tutta la sua diversità, partiti di sinistra, movimenti sociali, organizzazioni comunitarie, cittadini, intellettuali, artisti, movimenti dei popoli originari, tutti ci trovammo d’accordo con la necessità di unire le forze, non solo a livello nazionale in ogni paese, ma a livello mondiale, per affrontare una strategia che essa stessa ha carattere continentale. Una strategia politica, militare, economica, mediatica… degli Stati Uniti e delle sue forze  alleate  nella regione.
 
Questo è un periodo che consideriamo di  cambiamento,  di lotte sociali e politiche, caratterizzato da  un movimento progressista, da processi che avanzano, con la rivoluzione bolivariana del Venezuela che va avanti, con Cuba che è riuscita a resistere eroicamente, con il processo avanzatissimo in Ecuador, con il trionfo di Evo Morales e il suo emblematico potere indigeno,  con il ritorno del governo sandinista  in Nicaragua, con il trionfo del vescovo Lugo in Paraguay, con i piqueteros e con  coloro  che bloccano le strade , con le grandi lotte sociali urbane e rurali, con le imbattibili guerriglie messicana e colombiana…
 
Tutta questa diversità di forme di lotta ha bisogno anche di un’unità di attori. La Coordinadora nasce  con l’idea includente di non discriminare nessuno per forma di lotta e questo è quello che determina che le FARC o che i movimenti con un passato o con un presente ribelle ne  facciano parte. Della presidenza collettiva fin dal primo momento hanno fatto parte  figure come il vescovo Pedro Casaldáliga del Brasile, come Manuel Marulanda delle FARC e Víctor Polay leader del MRTA del Perú, come la cantautrice Lilia Vera con tutto quello che è stato il suo ruolo per la  lotta del Venezuela degli anni ‘60 e ‘70… poeti, segretari generali del partiti comunisti, partiti che stanno sviluppando la loro lotta nella legalità, che stanno partecipando a processi elettorali… come ci sono per esempio  i Fogoneros dell’Uruguay, come il PCML (Partito Comunista Marxista Leninista) del  Brasile, altri partiti  marxisti e  tutta una serie di movimenti sociali.
 
Tra i temi affrontati dalla CCB c’è anche quello della solidarietà con i prigionieri politici, perchè come sono stati solidali i compagni cubani in difesa dei loro cinque patrioti,  così anche noi, dobbiamo  tenere presente la terribile situazione di una quantità enorme di prigionieri politici dei movimenti rivoluzionari, dei movimenti sociali e politici del continente e del mondo.
 
Un altro tema importante è la pericolosa presenza militare degli Stati Uniti, tema che  viene affrontato in modo marginale nell’agenda di una parte importante della sinistra latinoamericana e che per questo abbiamo lanciato la campagna “nemmeno un solo soldato yankee nella Nostra America”.
Viviamo in un continente  colonizzato e ricolonizzato economicamente nel modo più brutale e per di più che sta  subendo  gli effetti di una strategia militare degli Stati Uniti,  con una forte presenza di basi militari, di operazioni belliche,  e di manovre veramente impressionante.
 
La sfida  della Coordinadora è quella di non essere più passivi di fronte a queste drammatiche realtà, di essere veramente di sinistra, intendendo la sinistra come una diversità ma anche come una necessità profondamente rivoluzionaria, contestataria, trasformatrice.
 
A.M. — Dal computer di Raúl Reyes è venuto fuori che tu eri implicato in una mediazione tra Correa e le FARC per la liberazione di Ingrid Betancourt. Cosa è successo in realtà?
 
Questa è una menzogna. Il mio ruolo rispetto all’Ecuador è in relazione al  II congresso della CCB. I compagni allora riposero  in me e nel compagno Amilcar  Figueroa la fiducia necessaria per poter  intraprendere in quel  paese i contatti che poi resero  possibile la realizzazione di quel congresso, cercando di sensibilizzare gli attori del processo ecuadoriano, incluso anche   un gran numero di contatti con forze politiche e sociali del paese.
 
Per la posizione delicata di quel processo rispetto all’oligarchia e all’imperialismo considerammo doveroso comunicare al governo ecuadoriano il nostro proposito e con questo fine chiedemmo un’incontro con Gustavo Larrea, ministro della Sicurezza.  Egli ci ricevette e quindi gli spiegammo con assoluta chiarezza che la Coordinadora era un’organizzazione che non aveva vincoli di Stato e che quindi non gli stavamo chiedendo un impegno governativo, ma volevamo sapere se potevamo contare con la sua approvazione dal momento che non volevamo organizzare il congresso sfidando l’autorità ecuadoriana o nascondendogli  qualcosa che era di sua competenza. Egli ci rispose che capiva benissimo e che non aveva nessuna obiezione al fatto che fosse realizzato  un evento del genere nel paese.
 
Accadde poi che mentre si realizzava il congresso contemporaneamente si stava svolgendo tra le FARC, e tra i governi dell’Ecuador, del Venezuela e della Francia un nuovo processo volto alla liberazione di  Ingrid Betancourt e di altri ostaggi. Questo spiega perchè l’accampamento di Raúl Reyes si trovasse in quel momento vicino alla frontiera e in territorio ecuadoriano. Immagino che Raúl abbia pensato che Uribe non avrebbe sabotato il processo in un altro Stato. Già esistevano infatti  informazioni che le trattative per quella  liberazione erano ad uno  stato avanzato.
 
Successivamente, già terminato il congresso della CCB,  fu quando ricevemmo la terribile notizia del  bombardamento dell’accampamento. In questo processo io non partecipai, e nemmeno  ne fui informato prima che avvenisse.
 
A.M. Allora quali sono i tuoi veri vincoli con le FARC?
 
N.I.C. – I miei vincoli con le FARC sono pubblici ed io ogni volta che ho avuto un incontro con i suoi dirigenti lo ho reso noto. Sono stato nel Caguán come testimone dell’apertura del processo di pace, che successivamente fallì per la pressione del governo nordamericano sul regime di Pastrana.
Evidentemente il governo degli Stati Uniti già stava contemplando la prospettiva di vittoria di Uribe, che rappresentava una miglior garanzia per  una poltica molto più dura.
Io sì partecipai poco tempo dopo in una gestione per la liberazione di Ingrid Betancourt da qui, da Santo Domingo, e questo ebbe a che vedere con il mio precedente viaggio al Caguán.
Credo che certe relazioni debbano essere sempre rese note alla ra società. Per questo io preparai  un reportage  per il giornale Hoy, molto importante qui nella Repubblica Dominicana, che pubblicò una pagina completa dove io apparvi in una foto con Marulanda e dove raccontavo del mio viaggio nel Caguán e del  mio soggiorno nel campo delle FARC.
Questo accadde nel 2001, dopo di questa pubblicazione, vennero  a casa mia un giornalista e un diplomatico francese. Il diplomatico era l’ex marito di Ingrid Betancourt. La Francia era molto interessata alla liberazione di Ingrid ed egli  mi chiese di far arrivare  un messaggio alle FARC e di prestarmi ad una mediazione  affinché pervenisse  una prova di  vita di Ingrid,  che era ciò di cui loro avevano bisogno per qualsiasi accordo futuro.
L’ex marito di Ingrid mi spiegò i livelli di ostilità di Uribe, come   si  comportava questo signore con la famiglia e la sfiducia che essi avevano in lui. Il governo francese era a disposizione per  trattare bilateralmente con le FARC e perfino per riconoscerle  come forza belligerante,  trattando qualsiasi argomento relativo a questa problematica.
Io avviai  la gestione, giunse il messaggio, i comandanti della FARC fornirono le prove di vita e di salute di Ingrid,  accettarono il processo e si intraprese un cammino per la sua liberazione di Ingrid, ma quando Uribe e l’esercito colombiano  se ne resero conto, bloccarono  bloccarono questa possibilità.
 
A.M. – Narciso, tu sei stato sempre solidale con la rivoluzione bolivariana del Venezuela e con il presidente Chávez. Cosa pensi delle sue recenti dichiarazioni e di quelle di Fidel Castro sulla guerriglia e sulla lotta armata?
 
N.I.C. – Quello di Chávez è stato un cambiamento forte, sorprendente e sconcertante. La cosa peggiore per me è  l’aver detto che la lotta armata non ha più alcun senso. Come spiegarlo,  dal momento che egli stesso  si è ribellato con le armi.
Perchè Chávez non si è ribellato con un mazzo di fiori , egli è insorto  con i fucili e fu questo quello che  allora applaudimmo. Lo appoggiammo e lo difendemmo anche quando  quel gesto trascendente venne  stigmatizzato, quando  i suoi protagonisti venivano disonestamente chiamati “golpisti”.
Crediamo che ci sia  bisogno di reciprocità in questo e che nessuna ragione di Stato debba essere posta davanti al riconoscimento della verità. Se in Colombia esiste la lotta armata a tal livello e da tanti anni è perchè essa ha ragione di esistere e pertinenza.
In Venezuela evidentemente ha predominato la decisione di ripristinare le relazioni tra Uribe e Chávez, tra i due governi e tra i due Stati; e per facilitare questo processo si è incorso in due grandi errori: esaltare l’amicizia con il regime narcoparalitare terrorista di Álvaro Uribe, ricompensandolo di tutte le verità che lo stesso Chávez  aveva detto e chiedendo  la  smobilitazione delle FARC come qualcosa di auspicabile per la pace e la democrazia e importante necessario per una relazione di buon vicinato con il paese fratello. E, ancor peggio che criticare la lotta armata, cercare di delegittimare la lotta di tutto un popolo e lo spiegamento di ogni forza, mentre  il governo colombiano assume posizioni  di guerra e gli Stati Uniti minacciano con la loro Quarta Flotta.
Questo equivale a mettere un coltello alla gola della rivoluzione bolivariana e contribuisce a dare fiducia a uno Stato che sta pretendendo di svolgere  nella regione lo stesso ruolo che svolge Israele in Medio Oriente. La verità è che se si comincia a cedere un poco su questo terreno poi verranno chiesti prima il braccio e infine la testa.
Le dichiarazioni di Fidel Castro e la posizione di Cuba rispetto alla Colombia vanno evidentemente nella stessa direzione, anche se sicuramente Fidel Castro ha trattato con più attenzione il tema della lotta armata quando ha affermato: “io non sto chiedendo a nessuno di deporre le armi”.
Ma questo nuovo posizionamento  di leadership così influenti nel continente, più che far danno alla guerriglia colombiana abituata a situazioni difficili, colpisce soprattutto la possibilità immediata di un cambiamento democratico in quel paese, cambiamento che stava  maturando in conseguenza della frattura  del regime di Uribe e dei progressi compiuti  verso una piattaforma comune di tutte le forze progressiste che gli si oppongono.
 
A.M. – Credi che ci sia una via d’uscita dalla situazione colombiana?
 
N.I.C. – Io credo che il regime di Uribe renda impossibile un processo di dialogo e di accordo. Mi sembra che ci siano prove molto significative di questo, cioè che non si tratti soltanto di Uribe, ma di tutto ciò che lui rappresenta.
Quello che si deve creare in Colombia è una confluenza tra le forze politiche civili e militari alternative, le forze politiche, l’insorgenza armata, i movimenti sociali politicizzati… con una proposta di governo sovrano, democratico e partecipativo che renda possibile aprire un tavolo di negoziati sul tema della violenza per trovare cammini di pace e di  benessere.
In Colombia stavano crescendo e possono continuare a crescere le forze che prospettano  la rinuncia di Uribe, come è accaduto per gli altri  movimenti che sono esistiti  in America del Sud, come è accaduto per l’Ecuador, l’ Argentina, la Bolivia… si cerca di cacciarlo  dalla presidenza come illegittimo, come usurpatore e come criminale e corrotto, ci cerca di raggiungere  un’altra composizione governativa.
Tanto l’ ELN come  le FARC hanno dimostrato che  sono disposte a far parte di un progetto con queste caratteristiche e a far parte di  una soluzione politica al conflitto armato. Ma un processo di questo tipo ha bisogno di garanzie e di condizioni impossibili da raggiungere sia nel contesto di un governo come quello di Uribe, sia  attraverso la smobilitazione della guerriglia. Questo equivarrebbe ad un  suicidio collettivo.
Io  do ragione a Marulanda, ricordo che mi spiegò questo  in una conversazione  personale quando ero nel Caguán. Lui mi disse: “io non smantellerò tutto  in cambio di niente o di poco, non smobiliterò una costruzione storica di più di 40 anni di vita, un esercito popolare,  su  un tavolo di trattative”.
Questa forza armata irregolare deve essere parte di una soluzione politica come cercò di essere il FMLN in Salvador prima di consegnare le armi, quando propose che fosse  riconosciuto militarmente e invece  venne considerato  limitatamente al  caso della polizia civile con le conseguenze negative che noi conosciamo.
Bisogna imparare da tutte le esperienze precedenti  di pace negoziata. Le FARC hanno il vantaggio di essere sopravvissute nel tempo e di essere cresciute per poterle  ponderare meglio, oltre al fatto di avere forza considerevole e logistica  per resistere.
Bisogna dare spazio a tutta l’immaginazione possibile per questo,  ma io credo che le armi in mano alle FARC in caso di qualsiasi caso siano una garanzia per esse stesse e per buona parte della società civile.
Sicuramente bisogna contribuire a una politica di umanizzazione  del  conflitto e l’umanizzazione del conflitto prevede un capitolo che si chiama scambio umanitario di prigionieri e ogni scambio umanitario implica uno scambio di prigionieri da entrambe le parti. Non si deve parlare della crudeltà della prigionia degli ostaggi  nelle montagne e tacere l’enorme crudeltà di un regime che squarta la gente, che la tortura, che semina il paese di cadaveri. Tra i prigionieri delle  FARC ci sono paramilitari e professionisti delle motoseghe, torturatori, narcotrafficanti, e veri criminali. Le FARC hanno cercato molte volte lo scambio umanitario e hanno dato molti segnali positivi in tal senso. Io stesso fui invitato a quello scambio, quando liberarono più di trecento militari, ma allora mi fu negato il visto.
 
A.M. e Ingrid Betancourt?
 
N.I.C. – E’ chiaro che  Ingrid Betancourt è una candidata della Francia e non della Colombia e che fa parte di un  progetto francese per l’America Latina. Lei fece un elogio a Uribe e al generale genocida Montoya che mai sarebbe dovuto uscire dalle sue labbra, anche se poi ha rivisto le sue posizioni. E la differenza  tra lei e la sua famiglia, , è che mentre lei agisce con in mente il suo progetto politico e con Sarkozy alla presidenza francese per opera e grazia della CIA, la sua famiglia invece agisce con i sentimenti e con il dolore che gli ha provocato il cinismo di Uribe.
 

Rayen Kvyeh: i crimini del Cile contro i Mapuche che l’Europa vuole ignorare

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Rayen Kvyeh, unica poeta  del Cile, ha viaggiato da Temuco  a Reggio Calabria, nel  dicembre del 2007,  per ricevere la Menzione Speciale come seconda classificata del prestigioso Premio di Poesia Internazionale Nosside.
Nosside è un “Progetto che guarda a un mondo senza barriere, dove la poesia vince sugli odi politici e religiosi, sui rancori tra i popoli e sui pregiudizi culturali e razziali”.
La poesia di Rayen Kvyen, pertanto trova il suo spazio naturale in questo contesto, e ancor di più in questo momento  in cui il suo popolo, il popolo mapuche,   è oggetto di una dura repressione da parte del governo “socialista” di Michelle Bachelet.
La incontro a Roma, tappa finale di questo lungo viaggio che l’ha portata anche in Germania (dove ha vissuto un lungo esilio) e in Austria, pochi giorni prima di far rientro nel suo paese, dove mi dice, sente di poter essere più necessaria al suo popolo, nonostante in questo viaggio abbia contribuito in modo imprescindibile alla diffusione della causa mapuche.
Per questo “parola errante” è  il nome con il quale mi piace chiamare il  recital e la  conferenza stampa che terrà il 25 gennaio presso lo Spazio Odradek a Roma. La parola errante che viaggia e testimonia la voce di un popolo, ma la voce di Rayen,  il suo “embrione ribelle”  si è annidato nel suo ventre, come lei scrive in una poesia, nei lunghi giorni trascorsi in carcere, all’epoca della dittatura militare di Augusto Pinochet, a causa delle sue opere teatrali critiche del regime.
In quel ventre di donna fiera,   torturata e privata della libertà, ha trovato però riparo e protezione in un “bosco di tenerezza”, in quel mondo di albe e di tramonti, di occhi di bambini, di una natura magica e ancestrale che rappresenta il filo conduttore del suo messaggio.
La poesia di Rayen Kvyeh viene dalla terra, perchè Mapuche vuol dire “uomini della terra” e viene dall’amore, che si percepisce in ogni suo verso: amore per il suo popolo, per la natura, per la libertà e per la vita.
E’ poesia lenta e sacra come la storia del popolo mapuche “scritta nel legno, nelle pagine del tempo…”
E’ la voce di Lautaro, figlio della Terra  che “parla ai suoi fratelli” attraverso la saggezza degli antichi.
La poesia di Rayen Kvyeh è “terrena” nel senso di essere un vibrante  canto di dignità, un potente strumento di lotta, una denuncia toccante   e nello stesso momento è “lunare” (Kvyeh vuol dire luna) nel senso di contemplazione rapita e stregata delle montagne, degli “indimenticabili tramonti”, dell’ “aurora con il suo arcobaleno di colori” che apparirà  per insegnare chi sono i figli di quella Terra.
L’embrione ribelle   denuncia così in versi accompagnati dalla musica rituale del   kultrun, la condizione   del popolo mapuche che rivendica il diritto a ciò che gli è stato negato da secoli di colonizzazione prima e di sfruttamento selvaggio poi.
La parola errante di  Rayen Kvyeh, in questo viaggio in Europa, denuncia il governo cileno e solidarizza con la Chepa Patricia Troncoso a quasi 100 giorni di sciopero della fame, portato avanti nel silenzio della comunità internazionale.
 
A.M. —  Rayen, la tua poesia è vibrante e malinconica allo stesso tempo, racconta di albe e tramonti, ma anche della “voce di un popolo indomito protetta da migliaia di stelle”, del desiderio di non essere “servi e schiavi”, e di recuperare “la pace e la libertà”. Tu stessa da giovane hai subito il carcere e le crudeltà della dittatura sotto il regime di Pinochet. Vuoi raccontarci qualcosa su quei terribili anni?
 
R.K. – Ho subito da giovane la prigione politica e la tortura a causa delle opere teatrali che scrivevo e che erano critiche verso la dittatura di Pinochet. Sono stata in carcere una volta nel 1973, poi nel 1976 e poi ancora nel 1979 sono stata una “desaparecida” per 40 giorni e torturata in un carcere clandestino e successivamente nel carcere di rigore di Talcahuano e dopo in quello femminile di Concepción.
 
A.M. – E’ cambiato qualcosa da allora in Cile?
 
R.K. – Durante la dittatura la gente spariva o era uccisa con le armi. Oggi ci sono forme più moderne di repressione, per esempio la costruzione delle  dighe nel fiume Bío Bío, uno dei più grandi disastri ecologici del paese e lo sfollamento della comunità mapuche-pewenche verso un altro territorio. Per esempio le imprese forestali delle monocolture di pino e di eucalipto, che vogliono dire la desertificazione della Madre Terra, la mancanza d’acqua e la contaminazione con prodotti chimici che si diffondono per via aerea, la costruzione delle grandi strade che distruggono i luoghi sacri e dividono le comunità, la contaminazione a causa delle discariche (il 75% delle discariche sono state installate nelle comunità mapuche e queste contaminano acqua, Madre Terra e ambiente e hanno prodotto malattie nelle persone), la contaminazione dei fiumi e dei mari con gli scarichi delle grandi cartiere  e l’industrializzazione delle salmoniere.
Il popolo mapuche è assediato da nord, da sud, da est e da ovest . Non si può pensare forse  a una pianificazione del genocidio del popolo mapuche, da parte dello Stato con l’installazione di questi grandi megaprogetti?
Oggi abbiamo minorenni martiri uccisi, e questo si giustifica con l’applicazione della Legge Antiterrorismo  al popolo mapuche. I morti sono Mapuche,  come si può parlare di terrorismo di  un popolo che difende la vita e mentre  difende la vita, la Madre Terra e recupera il suo territorio? Perchè invece non parliamo di terrorismo di Stato?
 
A.M. – Rayen come credi che la poesia possa essere d’aiuto al popolo mapuche?
 
R.K. - La poesia è il sogno di speranza. Speranza in un futuro migliore. La poesia rompe barriere, attraversa frontiere e difende la vita.
 
A.M. – Sei arrivata da Temuco alla fine del 2007, unico poeta del Cile, per ricevere il prestigioso Premio Intenazionale di Poesia Nosside dove hai ottenuto  una Menzione Speciale (seconda classificata). Hai avuto appoggio dal tuo paese per affrontare questo viaggio?
 
R.K. – Non ho avuto nessun appoggio dallo Stato cileno. Ho avuto difficoltà a viaggiare per motivi economici, ho presentato richieste di aiuto al governo cileno e al ministro della Cultura e degli Affari esteri, al consiglio della cultura regionale di Temuco, al sindaco di Temuco,  ma senza avere nessuna risposta positiva e allora fortunatamente sono riuscita a partire con l’aiuto delle mie amiche.
 
A.M. – In passato hai fondato a Temuco un’associazione culturale molto importante . Di cosa si trattava?
 
R.K. – Ho diretto dal 1989 e per quasi 12 anni la Casa di Arte Mapuche a Temuco Mapu Ñuke Kimce Wejin. Fu un progetto di autogestione degli artisiti mapuche. Dall’anno 1990 fino al 1993 le attività culturali della Casa di Arte arte realizzate pubblicamente furono proibite. Successivamente la Casa chiuse per ragioni economiche.
 
A.M. – Tu vivi a Temuco dove ha vissuto anche Pablo Neruda. Come fu il rapporto tra lui e il popolo mapuche?
 
R.K. – Pablo Neruda ammirava la storia del popolo mapuche per essere stato un popolo che ha resistito per più di 300 anni alla dominazione spagnola.
 
A.M. – Che rapporti ci sono  tra la fondazione Neruda e i Mapuche?
 
R.K. – Nessun buon rapporto,  anzi tutto il contrario. Juan Augustín Figueroa, il presidente della Fondazione Neruda è stato colui che ha criminalizzato le rivendicazioni sociali, culturali e territoriali del popolo mapuche. Mi spiego: non bisogna dimenticare che Juan Augustín Figueroa fu il ministro dell’Agricoltura del governo di Patricio Alwin ed attualmente forma parte della Commissione Costituzionale del Congresso ed quindi ha un enorme potere e influenza  politica sul governo cileno. Per le sue azioni contro il popolo  mapuche sono stati criminalizzati due lonko tradizionali come Pascual Pinchun e Aniceto Norin i quali hanno scontato cinque anni di carcere.
Inoltre le  comunità dove vivono le famiglie dei lonko Temucuicui sono state sgombrate tantissime volte  e i carabinieri hanno portato avanti una vera campagna di terrore contro di loro. Questa comunità confina con le terre  di Juan Augustín Figueroa.
 
A.M. – Perchè il popolo mapuche fa tanta paura al governo cileno?
 
R.K. – Il popolo mapuche non è pericoloso, non ha un esercito armato, nel territorio mapuche non c’è petrolio, non c’è oro, non ci sono risorse materiali che possano rappresentare qualcosa per lo stato del Cile. Il governo cileno è ignorante e  non riconosce il popolo mapuche. Lo spaventano le sue legittime rivendicazioni per i diritti ancestrali, la sua cultura, il suo territorio, il suo diritto alla vita e  la sua visione del mondo. Il pensiero libertario e la consapevolezza  storica di essere una regione autonoma con potere di autodeterminazione è quello che dà  più fastidio allo stato cileno, che non ha una vera democrazia ma uno stato con leggi e costituzione politica eredità della dittatura militare. Per questo dico che lo stato cileno è molto retrogrado e molto arretrato nella sua legislazione.
 
A.M. – Il 13 gennaio  è morta Patricia Verdugo, lei con la sua ricerca storica e giornalistica ha contribuito a fare luce su molti dei crimini commessi durante la dittatura di Pinochet. So che stai lavorando a un libro che è una grande opera di ricerca  sulla repressione del popolo mapuche ai giorni nostri. Puoi anticiparci qualcosa?
 
R.K. – Il Cile ha perso una grande lottatrice per la difesa dei diritti umani, per la verità e la giustizia. Rivolgo a lei il mio abbraccio fraterno in quest’ultimo saluto.
Sono cinque anni che assisto ai processi politici dei prigionieri politici mapuche nei diversi tribunali della regione dell’Araucanía. Ho visitato i fratelli e le sorelle in carcere e anche le loro famiglie. Partecipando ad atti, proteste, riunioni e attività per la liberazione dei prigionieri politici mapuche, raccogliendo informazioni giuridiche, storiche, e testimonianze, aiutando a fare chiarezza storica sulle rivendicazioni attuali  del popolo mapuche per i diritti culturali, sociali, politici , territoriali.
 
A.M. – Si parla molto del  nuovo corso dell’America Latina, ci sono governi di sinistra come quello di Hugo Chávez e quello di Evo Morales che sono attenti alle realtà dei popoli originari, pensi che questo possa rappresentare  una speranza per tutti i popoli originari dell’America Latina?
 
R.K. – Evo Morales è un fratello, originario dei popoli che sono stati emarginati e discriminati ed è la speranza dei popoli originari del continente americano. Dei popoli con il diritto alla vita, in accordo con la loro  visione del mondo, con la loro   cultura, con i territori liberi dallo sfruttamento indiscriminato delle multinazionali, con il diritto alla terra e alle sue risorse naturali. Il diritto a vivere, come popolo libero di decidere il futuro e di non essere sommessi alle leggi discriminatorie e razziste per una maggioranza o minoranza occidentale che ha prolungato nei paesi americani i meccanismi di colonizzazione.
Il presidente Chávez merita il mio rispetto, per affrontare con  dignità l’imperialismo degli Stati Uniti che ha sottomesso il Cile e il resto dei paesi americani al potere militare ed economico, ha finanziato i colpi di stato intervenendo con questi contro la volontà dei popoli, sottomettendola alla povertà e al vivere sotto leggi senza leggi.
Lo rispetto, per non avere paura di dire la verità e per voler rendere realtà il sogno bolivariano, senza discriminazioni culturali in quest’america morena, dove i popoli devono decidere il suo destino, decidere di essere liberi.
 
A.M. – Siamo molto in ansia per le notizie che giungono dal Cile di Patricia Troncoso, lei rappresenta il coraggio di tutto il popolo mapuche. Che pensi che il governo della Bachelet parli con il padre di Patricia Troncoso  ma nello stesso tempo non avvia una trattativa seria di dialogo per salvarle la vita?
 
Le rivendicazioni di Patricia Troncoso e dei prigionieri politici mapuche sono la libertà immediata a tutti i prigionieri politici, la revisione dei processi, la dissoluzione della legge antiterrorista, legge fatta da una dittatura che è arrivata al potere con un colpo militar e  imponendo il terrore.
E’ incredibile che lo stato, che i governanti, che i politici, che il presidente Bachelet difendano le leggi, che costarono ai popoli dello stato cileno la vita, la tortura e il carcere a  migliaia  di uomini e donne.
Il governo tace o fa dichiarazioni per far rispettare la legge, una legge che è costata delle vite, che sta costando vite. La vita, vale meno di un dollaro nel mercato internazionale delle multinazionali nel sistema neoliberale. La vita vale meno di un dollaro perchè la legge cilena decide chi ha diritto alla vita.
Sanguina il cuore del padre di Patricia Troncoso, sanguinano le sue lacrime di impotenza, nel vedere come la vita scappa via dal cuore coraggioso di sua figlia, dalla coscienza trasparente delle acque del Bío Bío annidate negli umidi occhi di una donna, che vede come la vita fugge nella desertificazione di una Madre Terra sfruttata dalle imprese forestali nel grido silenzioso delle montagne e delle valli.
Sanguina il cuore del padre di Patricia e la sua imponente disperazione cerca di trattenere l’ultimo alito di vita di sua figlia. Patricia cammina e cammina in terra mapuche con la sua bandiera in alto, gridando libertà.
 
 
 
 
 

Senatrice Rosario Ibarra de Piedra, intervista.

4 commenti

 
Di Annalisa Melandri e Monique Camus
28 Agosto 2007
 
Lei Senatrice, crede che il Frente riuscirà a rappresentare qualcosa di veramente importante per la difesa dei diritti umani nel paese?
 
Sì, perché lo è stato già in passato. Anni fa, nel 1979 formammo un Frente che si chiamò Frente Nacional Contra la Represión, il primo Frente, che morì per inedia anni dopo.
 
Ottenne dei risultati questo primo Frente?
 
Certo che sì, ottenemmo un’amnistia per 1500 prigionieri e non si portarono a compimento 2000 mandati d’arresto, ritornarono 57 esiliati e riuscimmo ad ottenere la riapparizione in vita di 148 desaparecidos che erano tenuti prigionieri nel Campo Militar n. 1.
Per tutti questi motivi credo che oggi ci sarà una repressione brutale contro questo nuovo Frente che sta nascendo oggi.
 
Lei è Senatrice e Presidente della Commissione Nazionale dei Diritti Umani in Senato, incontra ostacoli all’interno dello stesso Senato nello svolgimento del suo lavoro come attivista per i diritti umani?
 
Certamente  c’è opposizione e molta, ma il fatto di essere stata nominata Presidente della CNDH costituisce un vantaggio e mi concede dei poteri personali come Presidente che faccio  valere sempre e in ogni luogo.
 
Come considera il governo di Felipe Calderón relativamente al tema dei diritti umani?
 
Come ho detto questa mattina allo Zócalo, commemorando il 29° anniversario dello sciopero della fame delle madri messicane per i loro figli desaparecidos, Calderón ha zero in tutto, il governo attuale sta seguendo la stessa politica repressiva dei governi precedenti e sta anche facendo di peggio.
 
Nel PAN attualmente c’è molto fermento perché dalle sue fila si starebbe originando un nuovo partito di estrema destra, questo secondo lei, sarebbe un pericolo in più per la battaglia in difesa dei diritti umani o una spinta per la sinistra a impegnarsi maggiormente?
 
C’ è un detto che dice “dividi e vincerai”, probabilmente divisi avranno meno forza perché sono impegnati al momento nel dibattito in corso, ma come diciamo in Messico “tan malo es el pinto como el colorado” (non vanno bene né il dipinto né il colorato), saranno terribili entrambi e quindi si dovrà lottare contro due nemici e due fronti diversi.
La Senatrice ed io 
Che appoggio riceve EUREKA come organizzazione per la difesa dei diritti umani e contro la repressione dalla stampa messicana?
 
Non lo so, non siamo “santitos de su devoción” (non siamo santi della loro devozione) come si dice da queste parti, ma le cose che hanno forza trascendono, per questo chiedo alla gente di incorporarsi al Frente. Il popolo per esempio che ha ottenuto? Che venisse respinta la revoca dell’immunità di AMLO. E’ stata la gente. E’ questo quello a cui devono prestare attenzione al popolo..
Io credo che questo Fronte otterrà quello che ha ottenuto in passato.
 
Senatrice, lei come vede il futuro del movimento di resistenza civile di AMLO?
 
Lo vedo bene, di più, chiaro lui è il mio Presidente ed io lo rispetto, lo rispetto molto, ma un giorno gli dissi, ed egli rise perché gli dissi così, “fammi un fischio”, come dice la canzone. E lui mi rispose “perchè?”. Perché dai un fischio a tutti quelli che ti seguono e finiranno gli altri partiti. Lui ha moltissima gente che lo segue, più di due milioni di sostenitori.
 
Lei crede che sia possibile nuovamente la candidatura di AMLO nel 2012?
 
Io vorrei che egli si candidasse nuovamente, egli ha l’età per farlo, ha l’età, l’animo e il carisma, ma io ho 80 anni e magari riuscissi a vivere per vederlo, penso che sì riuscirà perché non ha mai sbagliato, invece l’ingegniere Cuauhtémoc Cárdenas (PRD) si accordò con Salinas de Gortari, questo fu un errore, invece di difendere il suo trionfo, perché lui aveva vinto le elezioni nel 1988. AMLO fa ora quello che fece Benito Juarez, quando percorse tutto il paese portando fra le mani la Repubblica del Messico. Questo è quello che sta facendo Andrés Manuel. Sono felice che lo faccia.
 
L’allontanamento dell’ Ing. Cárdenas ha danneggiato il movimento di resistenza di AMLO?
 
Credo di no perché molte persone che erano con Cárdenas le vidi nello Zócalo veramente tristi quando ALMLO disse che bisognava andarsene e quando finì tutto. Credo di no. Probabilmente ad AMLO dispiace che non ci sia tutta la forza che era dietro Cárdenas però c’è moltissima gente che ha deciso di seguire Andrés Manuel.
 
La sua opinione sul personaggio politico controverso Porfirio Muñoz Ledo che attualmente è molto vicino a Andrés Manuel?
 
Lui è stato vicino a molta gente. Io lo conobbi con Luis Echeverría (fu segretario del governo durante il massacro di Tlatelolco nel 1968), Muñoz Ledo era vicinissimo a lui.
Ma dice il proverbio che “dei pentiti si giova Dio”. Se lui si è pentito può apportare il suo talento, lui è molto intelligente, è molto colto e può apportare molte cose.
 
 
 
 
 
 
 
 

Dichiarazioni e intervista a Elvira Arellano

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Elvira Arellano

 
 
Seguono le dichiarazioni e l’intervista rilasciate il 28 agosto al Club de Periodistas, al termine della riunione per la costituzione del Frente contra la Represión,  alla stampa e alla televisione  messicana da Elvira Arellano di ritorno dall’incontro con il presidente Felipe Calderón e il ministro degli Affari Esteri Patricia Espinosa.
Elvira Arellano fu deportata già altre due volte dagli Stati Uniti, una volta nel 1997, un’altra nel 2002 e l’ultima il 19 agosto 2007.
L’ultima volta è stata quella che ha destato maggiormente l’attenzione dei media e della comunità internazionale.
Forse per questo il presidente Calderón ha deciso di riceverla. Fino a quel momento infatti era una indocumentada (senza documenti) come milioni di altri messicani.
Questa vicenda ha dimostrato però  che non tutti i migranti clandestini messicani sono Elvira Arellano, contrariamente a quanto dice lo slogan  “todos somos Elvira Arellano” (tutti siamo Elvira Arellano) dell’omonima campagna che sostiene la donna nella sua battaglia favore degli immigrati messicani.
Attualmente secondo il Pew Hispanic Center ci sono circa tre milioni di bambini nati negli Stati Uniti da genitori nelle stesse condizioni di Elvira Arellano, nessuno dei quali è mai stato ricevuto dal Presidente.
E l’interessamento di quest’ultimo lascia perplessi,  a un paio di giorni dalla presentazione dell’informe presidenziale, se si tiene conto che nei 40 minuti scarsi di incontro in cui prometteva aiuto alla donna per risolvere la sua situazione, circa 48 messicani venivano espulsi dal territorio americano e che soltanto nel  primo semestre del 2007  si sono registrate 1,2 deportazioni di al minuto nella frontiera con gli Stati Uniti (circa 317 mila persone).
 
  
“Alle due di oggi pomeriggio ho avuto un’incontro con il presidente Calderón e con il ministro degli Affari Esteri Patricia Espinosa.
Io ho raccontato di quello che sta vivendo la nostra gente e loro mi hanno offerto aiuto. Mi hanno detto di spiegargli in che modo possono aiutarmi e che erano ben disposti a farlo soprattutto per quello che riguarda il mio caso personale.
Io ho detto loro che non ero lì soltanto per me ma che ci sono più di 5 milioni di cittadini messicani che si trovano negli Stati Uniti senza documenti e che hanno bisogno dell’appoggio del nostro governo.
Non sto chiedendo niente per me personalmente, ho tenuto a precisare perché questa è una battaglia per tutti coloro che si trovano nelle mie condizioni.
Una richiesta sì ho avanzato, e cioè la proposta di un incarico diplomatico che mi possa concedere il governo messicano affinché io possa viaggiare negli Stati Uniti come essere umano libero.
Ho il diritto di raccontare la mia storia e quello che ho vissuto.
Potrei essere nominata ambasciatrice di pace, di giustizia e di speranza negli Stati Uniti per molta nostra gente, non soltanto negli Stati Uniti ma in ogni altro paese del mondo”.
 
Cosa hanno risposto a questa richiesta?
Hanno risposto che avrebbero fatto tutto il possibile per aiutarmi in questo.
 
Come è possibile se inizialmente le autorità avevano detto che non avrebbero potuto fare nulla?
Io credo che è stata importante la pressione portata avanti negli Stati Uniti perché dopo la mia deportazione il popolo si è sollevato ed ha continuato a lottare. Il sabato infatti a Los Angeles, ci fu una grande manifestazione con più di 10 mila persone con la quale  hanno appoggiato a me e mio figlio per dirci che non eravamo soli.
Stiamo lottando per una causa e cioè per cercare mantenere le nostre famiglie unite legalmente.
Io credo che negli Stati Uniti hanno appoggiato la mia situazione perché è la stessa situazione di milioni di famiglie. E’ importante portare alla luce tutto ciò che sta accadendo negli Stati Uniti con la nostra gente ed anche ciò che sta accadendo in Messico con la gente che viene da alti paesi.
 
Quindi lei scarta l’ipotesi di essere stata usata per fini politici?
Come ho già detto questa situazione non è relazionata ad un solo partito. Io ho parlato con i rappresentanti politici di tutti i partiti , io stessa faccio parte di un partito. Ci sono alcune persone che mi hanno proposto di candidarmi come deputata ma io non sto cercando questo, ci sono milioni di famiglie che vorrebbero stare di fronte ad una telecamera per dire “per favore aiutatemi, mi stanno separando dalla mia famiglia, mi stanno deportando” ed io credo che se  ho avuto questa possibilità  devo portare questo messaggio a i nostri dirigenti, al nostro governo messicano, devo raccontare quello che sta succedendo affinché trovino il modo di appoggiare la nostra gente, affinché trovino soluzioni per poter essere rispettati come esseri umani. Questa  è la cosa importante che ho detto al Presidente, che trovi il modo di far capire agli Staiti Uniti che io non sono una terrorista, non sono una criminale, sono una donna di pace che cerca solo di far rispettare i miei connazionali  come persone, come esseri umani che sono andati a cercare lavoro in un atro paese che non è il nostro.  Che delitto è stato il desiderare un futuro migliore per le nostre famiglie?
Io credo che sia importante dialogare con il nostro Governo come è importante che il nostro Governo dialoghi con i dirigenti di altri paesi.
 
Che tipo di appoggio economico hanno detto che ti avrebbero dato?
Hanno detto di un aito economico ma come ho già detto prima, ho ribadito che non posso accettare niente per me. Io sono qui per una battaglia, io come madre so che ce la farò con mio figlio. Sono qui cercando di ottenere che il nostro Governo assuma una posizione più forte per poter negoziare con gli Stati Uniti una riforma migratoria. Io quello che sto chiedendo è qualcosa come un visto diplomatico per poter essere ambasciatrice di pace e giustizia, perché non sono una terrorista e perché gli Stati Uniti non devono continuare a vederci come terroristi.
 
Lei crede che il governo di Calderón abbia fatto il possibile per difendere i migranti o potrebbe fare di più?
Io ero molto conosciuta negli Stati Uniti e avevo molta visibilità  per questo il Governo si è impegnato con delle  dichiarazioni, credo.
A Tijuana dove mi hanno deportata e a San Isidro, ogni giorno vengono deportate donne, ogni giorno vengono deportati dei bambini e nessuno dice niente perché questa è precisamente la situazione che io ho descritto al Presidente, la situazione che stanno vivendo milioni di famiglie e il nostro Governo deve avere una posizione ferma per far difendere e far rispettare la gente che entra in quel paese.
 
Lei pensa che questo sia sufficiente?
Io credo che non sia stato fatto il necessario in ambito del sistema migratorio. Come infatti si è negoziato sul Trattato di Libero Commercio tra i due paesi, come si è negoziato per combattere il narcotraffico, perché non negoziare anche una riforma migratoria?
 
Qual è stato l’impegno e la disponibilità del Presidente per aiutarla? Avete stabilito dei termini per il visto diplomatico?
Fino al 12 settembre quando  il Ministro degli Esteri ritornerà da un viaggio non potrò sapere nulla. Il 12 settembre sarò a Tijuana per appoggiare la mobilitazione che ci sarà in tutti gli stati Uniti a favore della riforma migratoria e contro le retate, deportazioni e separazioni di nuclei familiari. Sarò lì con il mio gruppo e mio figlio sarà lì con me.
 
Quando arriverà suo figlio?
Se Dio vuole arriverà venerdì
 
Elvira Arellano diventerà allora paladina dei diritti dei migranti?
Io credo che è quello che sto cercando di fare dal 2002.
Credo che non sia stato giusto aver viaggiato illegalmente senza documenti negli Stati Uniti, se li avessi avuti lo avrei fatto in altro modo, come 12 milioni di persone che ne sono sprovvisti.
E’ importante portare alla  luce quello che sta accadendo con milioni di famiglie perché questa è un’emergenza che si sta vivendo negli Stati Uniti tutti i giorni.
 
Esiste un appoggio per le famiglie che vengono rimpatriate?
Fino a questo momento no, io credo si stia facendo qualcosa nelle frontiere da parte di alcuni gruppi come il gruppo BETA. Loro erano lì per soccorrere in alcun modo le persone che vengono deportate.
Mi sono resa conto che esisteva questo gruppo quando sono stata a Tijuana.
 
Crede che ci sia volontà da parte del governo federale o si tratta solo di parole e di promesse?
Io credo che la parola di un Presidente sia importante, egli si è impegnato e mi ha detto che avrebbe trovato il modo di aiutarmi. Spero in Dio.
 
Cosa hai provato a non essere alla manifestazione a Los Angeles, vederla per televisione e per la prima volta non essere lì?
Non ho potuto vederla nemmeno per televisione, solo per telefono ho parlato con la gente dicendole che per me era importante che il popolo si ribellasse, che era importante sentire l’unità che c’era in questa manifestazione perché tutti i leader delle comunità e religiosi, tutti i gruppi che sono a favore di una riforma migratoria, erano andati a manifestare.
 
E’ importante la parola di un presidente illegittimo?
Quello che è importante è quello che possono fare per difendere la nostra gente, questo non ha a che vedere con i partiti ed io non voglio che questo venga associato ad uno o ad un altro partito.
Credo che l’unità è ciò che sia più importante per difendere il mio popolo.
 
La segreteria del Ministero degli Affari Esteri ti ha obbligato ad incontrare il Presidente?
Non c’ è stato nessun obbligo, io sono qui solo per continuare a lottare per la nostra gente.
 
Ma tu non volevi andare..
Chi ha detto che io non volevo andare? Chi ha detto questo? Non ho mai detto questo, in nessun momento, mi hanno fatto un invito ed io ho deciso di accettare.
 
In merito alla borsa di studio per tuo figlio di cui parla il Ministro degli Esteri, allora non la accetterai?
Sempre la stessa domanda, la stessa e la stessa. Il motivo per cui io ho detto che non accetterò un aiuto personale è che io sono qui per una lotta per tutti i messicani che stanno vivendo negli Stati Uniti e che la posizione che il nostro governo assume è importante. Sia benedetto Dio, ho due braccia, sono forte, sana e posso tirare avanti mio figlio da sola e adesso per favore scusatemi, devo andare.
 
 
 
 
 
 
 
 

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