Olga Salanueva e Adriana Pérez: chiediamo a tutto il mondo di intensificare la campagna per la liberazione dei 5 cubani.

0 commenti

Olga(izquierda) y Adriana (derecha) con sus esposos en una fotografía de hace 12 años

 

Si può vivere dodici anni per la libertà della persona amata detenuta ingiustamente? Si può vivere dodici anni lottando con la stessa forza fin dal  primo giorno? Adriana  Pérez e  Olga Salanueva, mogli rispettivamente di  Gerardo Hernández e di  René Gonzáles,  due dei cinque cubani detenuti negli Stati Uniti dal 1998, ci raccontano in questa intervista (realizzata durante un loro viaggio in Italia nella primavera scorsa) le loro vite, le difficoltà, i desideri, le lotte. Una chiacchierata tra donne più che un’intervista, esplorando delicati sentimenti di affetto e amore ma sempre accompagnati da una forza e una determinazione ammirevoli. Non ci sono dubbi che i cinque cubani , Gerardo Hernández, René González, Ramón Labañino, Fernando González y Antonio Guerrero, i quali, ricordiamo, furono arrestati a Miami (dove stavano svolgendo indagini sui gruppi anticastristi che progettavano attentati terroristi a Cuba) e i loro familiari, siano veri uomini e donne di pace, per star sacrificando le loro vite e la loro libertà per la sicurezza del popolo cubano.

Adriana e Olga non vedono i propri  mariti da dodici anni. Le autorità statunitensi hanno negato loro il visto e quindi la possibilità di visitarli,  circa una decina di  volte con argomenti diversi, come il fatto che si tratti di possibili immigranti o che  rappresentano una “minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Olga ha potuto visitare René in carcere soltanto  i primi due anni  di detenzione, poi è stata deportata dagli Stati Uniti come forma di ricatto perché lui non voleva ammettere l’infame accusa secondo la quale  stava spiando il governo statunitense.

Olga e Adriana sono due donne tenere e innamorate, ma soprattutto determinate, che da dodici anni percorrono il mondo denunciando la prigionia ingiusta dei loro mariti da parte di un governo arrogante e prepotente. Un governo che lascia passeggiare tranquillamente per le strade di Miami il terrorista cubano Luis Posada Carriles reo confesso di vari  attentati contro Cuba (tra i quali quello che costò la vita al nostro Fabio Di Celmo). Lo stesso Posada Carriles sul quale stavano indagando a Miami i 5 cubani e che per questo furono arrestati.


A.M.:  Olga e Adriana, che condanne stanno scontando Rene e Gerardo?

OLGA: René è stato condannato a 15 anni di carcere e Gerardo, che ha la condanna più  dura, deve scontare due ergastoli più 15 anni. Sono detenuti entrambi dal 12 settembre 1998.

 

AM. : Che tipo di contatti avete con loro?

OLGA : Abbiamo dei contatti tramite le telefonate che possono essere fatte esclusivamente dal carcere verso l’esterno. Hanno a disposizione una certa quantità di minuti che devono utilizzare per parlare con gli avvocati, con i funzionari del governo cubano che sono quelli che trasmettono tramite il consolato le notizie dei familiari e con le proprie famiglie. Alla fine rimane veramente  poco tempo per parlare con noi.

L’altro modo è tramite la posta ma questa forma di comunicazione è compromessa dalla  censura del carcere così come accade anche per le telefonate. Queste sono registrate  tutto il tempo e anche la posta è controllata. Tuttavia non è  importante, la cosa importante è il tempo che impiega una lettera ad uscire o a entrare in carcere, specialmente nel caso di Gerardo che sconta  la pena più dura  e al quale ostacolano anche maggiormente la corrispondenza: una lettera indirizzata a lui può impiegare anche più di due mesi per arrivare; nel suo caso inoltre è anche violata la legge sulla corrispondenza.  Questo molte volte ha interferito in alcuni momenti importanti del processo rispetto ai dibattimenti. Non ha potuto avere e controllare  tutta la documentazione che si doveva presentare alla Corte Suprema, nonostante fosse il più coinvolto nel caso. Quindi la comunicazione con loro è minima, cerchiamo di approfittare al massimo; il maggior tesoro che abbiamo sono quei due o tre minuti di telefonate,  a volte perfino 15, ma a volte quei pochi minuti devono essere condivisi.

Per noi sono molto più importanti le telefonate perché attraverso la posta,  sebbene puoi esprimere tutti i tuoi sentimenti, questa impiega troppo tempo per  arrivare. Inoltre ultimamente nelle carceri federali è stata  approvata la posta elettronica, ma in due casi, quello di Fernando e di Gerardo loro hanno la proibizione assoluta di usare la posta elettronica e anche per gli altri tre ai quali è stata autorizzata, può essere che una mail gli arrivi dopo due, tre giorni, o quattro giorni.

 

AM.: Avete figli?

ADRIANA: No, Gerardo ed io non ne abbiamo.

OLGA:  René  ed io abbiamo due bambine che non sono più tanto bambine, la maggiore compie 26 anni e la più piccola 12. Noi siamo sposati da 27 anni, siamo i più grandi del gruppo.

 

A.M.:  Avevate  nutrito in qualche momento  delle speranze con l’elezione  di Obama alla presidenza degli Stati Uniti?

ADRIANA:  Sappiamo che ogni amministrazione ha una posizione ben definita rispetto a Cuba, ma l’ingiustizia verso i 5 è evidente, loro hanno trascorso già troppi anni in prigione. Quello che è certo è che abbiamo fiducia nella pressione che da ogni parte del mondo si può esercitare verso l’amministrazione di Obama, tenendo presente  che si tratta di una amministrazione un po’ più ricettiva ai reclami internazionali delle precedenti. Ciò nonostante è passato già un anno e mezzo dalla sua elezione e non abbiamo avuto nemmeno  il gesto di buona volontà della concessione del visto.  Ovviamente abbiamo molta più  fiducia nelle  iniziative che la gente  può intraprendere per spingere Obama e la sua amministrazione a prendere una decisione. In questo modo si potrebbe dimostrare che la decisione che lui prende non è solo una sua decisione personale ma è frutto di una richiesta internazionale, che si sappia cioè che a livello internazionale c’è attenzione rispetto a questo governo e alla giustizia. E’ proprio per questo che facciamo una richiesta a tutto il mondo, e cioè che si intensifichi  la campagna di liberazione per i 5. E’ il momento di dimostrare agli Stati Uniti che il loro operato è osservato da tutto il mondo.  Sappiamo anche che Obama non agirà mai volontariamente e spontaneamente,  per questo bisogna fare pressioni e non con azioni isolate, ma cercando di fare in modo che ogni giorno gli arrivino i messaggi, che arrivino le informazioni, che arrivino le richieste, per ottenere che si metta fine a questa ingiustizia e che non si ottenga per vie legali  ma tramite  pressione internazionale.

 

A.M.: Avete provato ad  ottenere un incontro con Obama?

OLGA: Magari potessimo avere l’opportunità di incontrarci personalmente con lui! Abbiamo cercato di arrivare a lui in modi diversi, attraverso personalità, attraverso persone solidali in Parlamento… Non possiamo vedere Obama perché lui non va a Cuba e noi non possiamo andare negli Stati Uniti. I familiari, ai quali sono consentite le visite, ottengono  i visti con condizioni molto specifiche. Rispetto  al luogo di accesso, cioè per dove devono entrare, rispetto alla  città dove devono stare, che deve essere quella dove si trovano i detenuti, inoltre hanno proibizione assoluta di accesso a qualsiasi incontro, a qualsiasi intervista, non possono avvicinare nessuna personalità nel momento in cui hanno il visto in territorio statunitense. Questo gli viene concesso solo ed esclusivamente per recarsi in carcere ed effettuare la visita di quel mese e fare ritorno, quindi se non possono vedere  un giornalista, molto meno nessuno di noi potrà avere accesso alla Presidenza.

Come diceva Adriana la cosa più importante adesso è il lavoro delle  persone solidali che ci permettono in  forma indiretta di arrivare all’amministrazione Obama. Evidentemente le voci dei 5 non sono ascoltate, non sono ascoltate le voci dei familiari e nemmeno del popolo di Cuba e del governo cubano che si è espresso apertamente a favore della liberazione dei 5.

 

A.M. : Uno sguardo femminile e rivoluzionario alle vostre vite…

OLGA: Noi, le mogli e le madri, la parte  femminile della famiglia, viviamo la maggior parte del tempo in attesa. Rimangono solamente tre madri, le altre sono morte, quella di Gerardo recentemente. Quelle che sono ancora in vita vivono con gli altri figli, soffrendo giorno dopo giorno in attesa della liberazione di quelli in prigione. Rispetto alle mogli, due coppie non hanno figli, Adriana e Gerardo e Rosa Aurora e Fernando. Loro vivono sole nelle loro case aspettando i loro mariti.

Economicamente siamo tutte indipendenti, siamo professioniste, in diversi settori. L’aspetto economico non è quello più importate, godiamo come tutti i cubani della sicurezza sociale, della tranquillità cittadina, ma ci manca la cosa fondamentale. Io e Gerardo e Ramón e sua moglie abbiamo figli. Ramón ha una figlia maggiore da un altro matrimonio che vive con la madre e con Elizabeth ha due figlie, una bambina di 13 anni e  una ragazza di 17 ed io ho le due di cui ti ho parlato.

E’ molto difficile… non ti nego che è molto difficile, giorno dopo giorno, perché  non si tratta né di due mesi e nemmeno di due anni, sono 12 anni trascorsi con la tristezza di non avere nostro marito in casa. I nostri  matrimoni sono stati matrimoni d’amore  e ogni coppia quando si forma fa dei progetti per vivere insieme, per trascorrere la vita insieme, per avere figli, per fare piani futuri. Tutto questo un giorno si è paralizzato, ma dobbiamo andare avanti, dobbiamo passare sopra a tutto questo perché dobbiamo vivere  per avere la forza di continuare a lottare, affinché loro possano tornare a casa prima di quando il governo degli Stati Uniti abbia programmato, che nel caso di Gerardo è mai più.

Quindi è molto difficile stare sole, tornare a casa la sera e chiudersi la porta alle spalle.  Nel caso per esempio di quelle che non hanno figli lo è ancora di più,  senza nemmeno la confusione dei figli in casa, perché quella confusione ti aiuta a riprendere le forze non solo per te stessa,  ma anche per loro e il tempo passa più velocemente. Nel caso di quelle che sono sole è difficile restarlo un giorno in più e poi un altro e poi un altro ancora, le speranze a volte si affievoliscono,  come quando vediamo che da un punto di vista giuridico non ci sono sviluppi. Per  questo la famiglia  è così importante, le persone invecchiamo, perdi i tuoi affetti, questo aspetto è veramente difficile.

Noi pensiamo sempre prima a loro, se noi siamo sole, se tutto questo è molto difficile da un punto di vista affettivo, che cosa staranno passando loro chiusi in celle d’isolamento per tanti mesi? Cosa staranno passando con tanto tempo senza comunicare, mentre cercano di  impedirgli anche di ricevere una lettera, vedendo che non ci sono speranze di uscire presto. Questo ci dà la forza perché noi dobbiamo essere le loro voci, la loro possibilità di muoversi, di avere amici, di cercare voci… questo siamo noi, perché loro non possono.

Quindi la lotta per la loro libertà diventa il cardine dei nostri giorni, tutti i giorni lottiamo per questo, ma quando torniamo nelle nostre case dopo il lavoro, quando cuciniamo, puliamo la casa, andiamo dormire, in quel momento la nostra mente ritorna lì, non riposa, non riposiamo mai. Ricordiamo anche che loro si trovano in quel luogo per difendere la vita e che questo ha colpito il popolo cubano  da vicino: sono molte le famiglie che vanno a dormire la sera pensando alle persone care che hanno perso negli attentati terroristi. Allora ci diciamo che loro si trovano lì per avvertire il nostro popolo del pericolo e dobbiamo fare di tutto perché escano per continuare a difendere  la vita.

di Annalisa Melandri

www.annalisamelandri.it

 

 

 


Olga Salanueva y Adriana Pérez: ellos están allí por querer advertir a nuestro pueblo de la muerte

0 commenti





Olga (izquierda) y Adriana (derecha) con sus esposos en una fotografía de hace 12 años






Se puede vivir doce años luchando por la liberación de la persona amada detenida injustamente en una cárcel? Se puede vivir doce años luchando con la misma fuerza desde el primer día?  Adriana Pérez y Olga Salanueva, esposas  respectivamente de Gerardo Hernández y de René Gonzáles,  dos de los cinco cubanos presos en Estados Unidos desde el año 1998,  nos cuentan en esta entrevista  (realizada durante un viaje de ellas a Italia en la primavera pasada),  sus  vidas, sus dificultades, sus deseos, sus luchas. Una  charla entre mujeres  más que una entrevista, explorando delicados sentimientos de amor y cariño pero siempre acompañados por una fuerza y una terquedad admirables. No hay dudas  en que los 5 cubanos, Gerardo Hernández, René González, Ramón Labañino, Fernando González y Antonio Guerrero, que recordamos fueron arrestados en Miami donde estaban  haciendo investigaciones  sobre los grupos anticastristas que proyectaban   atentados terroristas en Cuba y ellas, además de las otras esposas y familiares  sean   verdaderos hombres y mujeres de  paz al estar sacrificando sus vidas y su libertad por la seguridad de su pueblo.

Adriana y Olga no ven a sus esposos desde doce años. Les  han negado la visa para visitarlos alrededor de  diez veces con argumentos diferentes, como que son  posibles inmigrantes o que representan una amenaza por la “seguridad nacional de Estados Unidos”. Olga pudo visitar los primeros dos años a René en la cárcel,  luego fue deportada  de Estados Unidos como forma de  chantaje  y de  venganza porque René no quiso admitir la infamante acusación según la cual  estaba espiando el gobierno americano.

Olga y Adriana  son  dos mujeres tiernas y enamoradas, pero sobre todo determinadas,  que desde doce años recurren el mundo denunciando la injusta detención de sus esposos de parte de  un gobierno arrogante y prepotente. Un  gobierno que ahora deja pasear  líberamente por las calles de Miami el terrorista cubano Luis Posada Carriles reo confieso de diferentes atentados en Cuba(entre ellos el que costó la vida al nuestro Fabio Di Celmo). El mismo Posada Carriles sobre quien los 5 cubanos estaban investigando en Miami y que por esto fueron detenidos.

por Annalisa Melandri — www.annalisamelandri.it


A.M. :¿Olga y Adriana, qué condenas  tienen René Y Gerardo?

OLGA: René  está condenado a 15 años de cárcel y Gerardo, que tiene la condena más  pesada, a doble cadena perpetua más 15 años de prisión. Están presos  todos los 5 desde el  12 de septiembre de 1998.


A.M. : ¿Ustedes no tienen ningún tipo de contacto con ellos?

OLGA: Bueno,  nosotros tenemos contactos a través de llamadas telefónicas que se hacen únicamente de  las cárceles  hacia afuera. Ellos tienen una  determinada cantidad de minutos  a disposición que  tienen que emplear para hablar con sus abogados, hablar con funcionarios cubanos que son los que le transmiten a través de los accesos  consulares fundamentalmente las noticias de las familias y con los familiares. Efectivamente tienen  muy poco tiempo a disposición para para comunicarse.

La otra vía es la correspondencia,  pero  esa se ve afectada por la censura que lleva  la cárcel igual que como ocurre con las llamadas telefónicas. Estas son  grabadas todo el tiempo y la correspondencia también es revisada. Sin embargo   eso no es lo importante, lo  importante es la demora en la llegada y la salida de la correspondencia  hacia el exterior que se va  muy afectada , fundamentalmente en el caso de Gerardo  que es precisamente el que tiene los mayores cargos, la mayor sentencia, dos cadenas perpetuas  y además le ponen  más  obstáculos en la correspondencia. Escribirle  a Gerardo puede ser que le demore a llegarle una carta varios meses y en su caso también es violada la ley de la correspondencia legal   que debería  ser entregada cerrada o abierta delante de él,  le llega muy tardíamente y  abierta sin su  presencia.  Esto  ha interferido en muchas ocasiones importantes  de los procesos en las diferentes apelaciones; de hecho él no pudo tener en su mano toda la documentación que se iba a presentar ante la Corte Suprema, él no la pudo revisar no obstante  fuera  el más implicado en el caso. Entonces la comunicación con ellos  es mínima,  la tratamos de aprovechar al tiempo, el mayor tesoro que tenemos nosotras son  dos tres minutos de llamada,  cuatro,  hasta 15 minutos en una llamada, pero a veces se tienen que compartir los minutos .

Para nosotras son mucho más importantes las llamadas porque la carta si bien  puede  expresar  todo tu sentimiento, demora mucho.  Además últimamente en las cárceles federales se ha aprobado el correo electrónico,  pero en dos de los casos, el de Fernando y de Gerardo   tienen la prohibición absoluta de acceso al correo electrónico,  aunque en el caso de los  otros tres que  lo tienen aprobado,  tu escribes un correo y puede que demore  dos o  tres días, o cuatro.


A.M. ¿Ustedes tienen hijos?

ADRIANA:  No.  Gerardo y yo no tenemos.

OLGA: René tiene dos  niñas que ya no son tan niñas, la  mayor va a cumplir 26 años y la más chiquita tiene  12. Nosotros llevamos 27 de matrimonio y  somos los mayores del grupo.


A.M. : ¿Habían esperado que con la elección de Obama a  la presidencia de Estados Unidos hubiera podido cambiar algo en la situación de los 5?

ADRIANA: Nosotros sabemos que cualquier  administración  tiene una posición muy bien definida hacia Cuba, pero la injusticia hacia los 5 es muy evidente, ellos ya han pasado muchos años  en prisión. Lo  que es cierto es que tenemos confianza en la presión que se puede ejercer desde el mundo hacia la administración de Obama, teniendo en cuenta que esta es una administración un poco más receptiva a los reclamos internacionales. Sin embargo  ya  ha transcurrido prácticamente un año y medio donde no hemos logrado ni siquiera un gesto de buena voluntad de otorgarnos la visa. Por supuesto confiamos más en las acciones que las personas puedan hacer para obligar a que Obama tome una decisión, Obama junto con todo  su staff administrativo,  porque realmente podría demostrarse de esta manera que la decisión que él tome no sea  una decisión  solamente por una intención personal , sino dada  por una solicitud, por un reclamo internacional de que está observando cual es la política y la posición  de ese gobierno ante la justicia. Precisamente por eso nosotros hacemos un pedido y un reclamo a todo el mundo, o sea   de intensificar la  campaña. Es  el momento de demostrarle a Estados Unidos que su actuar se está  observando por el  resto de la humanidad. También sabemos que Obama de una forma voluntaria y espontanea no lo va a hacer,  por eso hay que tratar de presionar y no  con accionares aisladas,   sino tratando que  cada día  le lleguen los mensajes, que le lleguen las informaciones, que le lleguen las solicitudes,  para lograr que se ponga fin a esta injusticia,  que no va a hacer porque la ley nos permita  ese beneficio sino por la presión internacional.


A.M. ¿Han buscado la forma de  pedir un encuentro con Obama?

OLGA:  ¡Ojalá nosotros pudiéramos  tener la oportunidad de entrevistarnos personalmente con él!  Hemos tratado de llegar a Obama  por diferentes vías, por  personalidades, por  gente solidaria en el  Parlamento que le lleven la  información… No podemos ver  a Obama porque él   no va ir a Cuba y nosotros no vamos a Estados Unidos. Los familiares que han podido ir a visitarlos a ellos, que le dan visa, es una visa  muy  restringida. Restringida en el lugar de acceso, es decir por donde deben entrar , restringida en la ciudad por donde deben estar, que coincide con la ciudad donde están los presos, le tienen prohibición total de acceso a cualquier tipo de meeting, de dar cualquier tipo de entrevista, de llegar a alguna personalidad en el momento en que tienen la visa en  territorio norteamericano. Es  decir  que se la dan única y  exclusivamente para trasladarse hacia la cárcel y  cumplir con la visita de ese mes y regresar, entonces si no  nos dejan ver a un periodista, mucho menos  ninguno  de nosotros va  poder tener acceso a la Presidencia. Por lo tanto, como decía Adriana, lo más importante son ahora  las personas solidarias que nos permitan de forma indirecta llegar a la administración  Obama porque evidentemente no son escuchadas las voces de ellos, ante la Corte, no son escuchadas las voces de ellos en los  reclamos,  no son escuchadas las voces de los familiares, ni siquiera del pueblo de Cuba y el gobierno de Cuba que abiertamente se ha manifestado a favor de la liberación de los 5.


A.M. : Una mirada femenina y revolucionaria a la vida de ustedes…

OLGA:  Nosotras, las madres, la parte femenina de la familia, vivimos la mayoría del tiempo esperando. Solamente quedan tres madres , las otras fallecieron y  la de Gerardo recientemente. Las  que viven están  con otros hijos que tienen, sufriendo día a día en espera de sus hijos que sean liberados. Respecto a las esposas, dos parejas no tienen hijos, Adriana y Gerardo y Rosa Aurora y Fernando. Ellas  viven solas en sus hogares esperando por ellos.

Económicamente somos todas independientes, somos profesionales, de distintas profesiones. La  parte económica no es lo importante, gozamos como todos los cubanos de la seguridad social, de la  tranquilidad ciudadana,  pero nos falta lo fundamental. Las otras dos parejas tenemos hijas, Ramón  tiene una hija mayor de otro matrimonio que vive  con su mamá y con Elizabeth su esposa,  tiene dos, una jovencita  y otra más adolescente , 17 y 13 años,  y yo tengo las dos niñas que te dije.

Es muy difícil, no te voy a negar que es muy difícil, el día a día,  porque no son dos meses ni dos años, son 12 años con la tristeza de no tener  nuestro a esposo en la casa. Somos   matrimonios que los ha unido el amor y toda pareja cuando se une hace planes para vivir juntos , para vivir la vida juntos, para tener hijos, para hacer planes futuros. Todo esto  se quedó paralizado un día,  pero tenemos que seguir , tenemos que sobreponernos a todo esto porque  hay que seguir viviendo para tener fuerzas  para luchar,  para que ellos regresen  antes de lo que tiene pronosticado el gobierno de Estados Unidos, que en el caso de Gerardo es  que nunca regrese.

Entonces se hace  bien difícil estar solos, regresar a la casa y cerrar la puerta. Esto  en  el caso por ejemplo de las  que no tienen ni siquiera la tormenta  que son  los hijos en casa,  pero esa tormenta te ayuda a tomar fuerzas ya no por ti sino por ellos mismos y  el tiempo un poco se te llena más. En  el caso de las que no tienen hijos bueno es difícil  estar sola un día más, otro día, otro día, las esperanzas se van acortando  a veces cuando vemos unos regresos de un punto  de vista jurídico y por eso es tan importante  la familia…  las personas se van poniendo mayores, vas perdiendo tus afectos también,  esa parte es muy difícil.

Nosotros siempre  en primero pensamos en ellos , si nosotros estamos solos, si nosotros estamos pasando mucho trabajo  desde el punto de vista afectivo,  que no pasarán ellos que han estado in celdas en solitario tantos meses, por tantas veces sin comunicación, tratando de impedir que reciban ni siquiera cartas, viendo que el proceso se complica y se termina, y que no hay una esperanza pronta de salir… Eso  nos  da fuerza porque tenemos que nosotros ser las voces de ellos, la forma de moverse,  de buscar solidarios, de buscar voces, somos nosotros , porque ellos no pueden.

Es decir que la lucha por la liberación de ellos se  devuelve el eje de nuestros días, todos los días hacemos algo por eso, pero cuando vamos a la casa después que trabajamos, que cocinamos,  que limpiamos la casa, que nos vamos a acostar…  en este momento nuestra mente se vuelve a ocupar del mismo tema, es decir que no se descansa, no se descansa nunca. También  nos acordamos de que ellos están ahí por defender la vida y que al pueblo cubano le ha tocado muy de cerca, o sea  que son muchas las familias que también se acuestan pero en este caso pensando en los seres queridos que ellos perdieron por acciones terroristas. Entonces  decimos bueno, ellos están allí por querer advertir a nuestro pueblo de la muerte y  nosotros tenemos que hacer de que  salgan para seguir protegiendo la vida.




Intervista a Walter Wendelin, internazionalista basco espulso dal Venezuela.

0 commenti

Fermato per mano di Zapatero

Intervista di Annalisa Melandri a Walter Wendelin, internazionalista basco espulso dal Venezuela

Viene riproposta questa intervista pubblicata sul numero 3 della rivista ALBA informazione

Il 28 marzo  dello scorso anno,  l’internazionalista basco di origine tedesca Walter Wendelin, al suo arrivo a Caracas, fu  fermato dalle autorità venezuelane, espulso dal paese e mandato in Spagna senza che avesse nessun mandato di cattura, richiesta di estradizione o carico pendente con la giustizia spagnola. Walter,militante del movimento internazionalista Askapena, la Sinistra Abertzale (nazionalista), era diretto in Venezuela per illustrare ai politici e ad altri internazionalisti il processo democratico che la Sinistra Indipendentista  basca sta portando avanti da alcuni mesi chiamato Zutik Euskal Herria (Euskal Herria in piedi).

«È stata una questione prevalentemente politica e scorretta dietro la quale si nasconde la mano occulta dell’esecutivo spagnolo» ci spiega Walter in questa intervista, nella quale ci fornisce come strumento di analisi la sua visione rivoluzionaria e militante rispetto a quanto accaduto, invitando a non “sbagliarsi mai nell’individuare il vero nemico”, essendo note le difficoltà che deve affrontare il processo rivoluzionario in Venezuela e come questo sia oggetto di molteplici attacchi sia sul fronte interno che esterno.

A.M.: Walter, ci puoi raccontare come si sono svolti i fatti nell’aeroporto di Caracas?

W.W.: Semplicemente si sono presentati agenti del Servizio Bolivariano di Intelligence, la antica DISIP, chiedendomi di seguirli per rispondere ad alcune domande. Mi hanno anche detto che poi mi avrebbero accompagnato dove ero diretto. Ho avvisato quindi le persone che mi stavano aspettando all’uscita dell’aeroporto informandoli che mi trovavo all’Helicoidal, l’edificio del SEBIN. Lì ho parlato con gli agenti e con il personale del servizio di Immigrazione. Purtroppo alla fine mi hanno invitato ad abbandonare il paese senza spiegazioni ufficiali; sono stato portato in un hotel per passare la notte ed il giorno seguente accompagnato all’aeroporto.

Loro stessi hanno provveduto a cambiare il biglietto. Hanno cercato di farmi firmare una dichiarazione di espulsione, cosa che non ho fatto perché quanto riportato non corrispondeva al vero. Il fatto di non averla firmata d’altra parte non ha comportato nessun tipo di problema. Siccome viaggiavo con i miei documenti era chiaro però che non si trattava di una espulsione regolare come hanno constatato anche le autorità francesi all’arrivo all’aeroporto di Parigi dove sono stato interrogato per circa un’ora su quanto accaduto. Poi ho proseguito il mio viaggio verso Gasteiz.


A.M.: Hai qualche carico pendente o un mandato di arresto da parte della giustizia spagnola?

W.W.: Se avessi avuto qualcosa in sospeso con la giustizia venezuelana, spagnola o francese, o qualche mandato di cattura da parte dell’Europol o dell’Interpol non potrei rispondere a queste domande tranquillamente da casa come sto facendo adesso. Quindi si tratta di una questione meramente politica e scorretta dietro la quale si cela la mano occulta dell’esecutivo spagnolo. Per impedire che in Venezuela e nel resto del mondo si conoscano i fatti e le analisi di quanto accade in Euskal Herria, i Paesi Baschi, da un punto di vista non gradito al governo spagnolo, vengono utilizzate queste modalità poco serie e poco degne che dimostrano la sua debolezza ma che non per questo fanno meno danno e causano meno sofferenza. Alcuni media infatti hanno raccolto dichiarazioni dell’ambasciata e del ministero degli esteri spagnolo che affermavano che quello era esattamente il tipo di collaborazione che si aspettavano dal governo Chávez.


A.M.: Qual è la tua opinione sui reali motivi della tua espulsione dal Venezuela?

W.W.: Immagino che da parte del Venezuela o della sua intelligence si sia voluto compiere un gesto di buona volontà  e di collaborazione con il Regno di Spagna dopo aver firmato una serie di contratti con importanti multinazionali spagnole. Non bisogna dimenticare le pressioni della opposizione “escualida” che attacca il governo accusandolo di complicità con il “terrorismo internazionale” – FARC, ETA-Batasuna, Iran… – e con tutto l’asse del male e che si presenterà alle elezioni legislative in settembre o in ottobre. La situazione del governo Chávez è complicata sia rispetto a questa opposizione che all’ amministrazione USA ma anche internamente rispetto allo stesso chavismo e dalla sua vittoria dipende non soltanto il futuro dei venezuelani e delle venezuelane ma anche il successo di tutto il processo bolivariano in America.

Anche da parte del Regno spagnolo ci sono due ragioni che sono abbastanza evidenti. La prima è che la Spagna ha dovuto dimostrare al suo padrone, l’impero statunitense e principalmente alla sua amministrazione e alle sue multinazionali finanziarie,  che nonostante abbia firmato con il Venezuela contratti vantaggiosi per il capitale spagnolo ma anche per la rivoluzione bolivariana, non vuole contribuire a favorire il processo rivoluzionario bolivariano nemico degli Stati Uniti.

La seconda è che esiste una campagna iniziata alcuni mesi fa da parte del Ministero dell’Interno spagnolo per criminalizzare, danneggiare e impedire il processo democratico – ZUTIK EUSKAL HERRIA – che sta portando avanti la Sinistra Indipendentista Basca. Si tratta di una iniziativa unilaterale senza ricorso alla violenza e secondo principi democratici (come sempre ha fatto la Sinistra Abertzale) che riporta il confronto in un terreno prevalentemente politico  dove lo Stato spagnolo è ogni giorno più debole; proprio per questo lo Stato spagnolo preme per collocare il conflitto politico facendolo rientrare nello schema della lotta “antiterrorista” anche sul piano internazionale.


A.M.: Walter, tu sei sempre stato molto solidale con la rivoluzione bolivariana. Nell’intervista rilasciata a Miguel Suarez di Radio Café Stereo fai un appello a non cadere nella “trappola mediatica” che può offrire quanto è accaduto a Caracas. Cosa significa?

W.W.: Ho voluto dire principalmente che non dobbiamo mai sbagliarci nell’individuare il vero nemico  a maggior ragione per un incidente di questo tipo. Quindi non voglio dare importanza all’accaduto poiché, come ho detto prima, è la dimostrazione delle reali difficoltà pratiche che soffre il processo rivoluzionario in Venezuela a causa del criminale e immorale attacco dell’imperialismo yankee,del sub-imperialismo spagnolo e con la complicità della borghesia “escualida” venezuelana con il suo progetto capitalista neoliberale.

Detto in altre parole: si deve cogliere la differenza tra gli errori e le debolezze delle compagne e dei compagni di lotta e gli attacchi del nemico, bisogna inoltre saper individuare molto bene le quinte colonne nei processi rivoluzionari. Facendo tali distinzioni è molto importante non aggrapparsi ai propri principi individuali considerandoli come valori assoluti, i principi rivoluzionari devono sempre essere collettivi. Dall’altra parte troviamo la manipolazione mediatica. Ne è esempio il titolo di un giornale venezuelano che parlava di “detenzione illegale di un etarra”. Senza entrare nel merito della valutazione dei principi deontologici dei giornalisti, né della loro etica professionale,che lascia molto a desiderare, dobbiamo stare molto attenti all’influenza che hanno le loro menzogne e le loro mezze verità, che vengono ripetute mille volte, come disse Goebbels, per trasformarle in verità, e per suggestionare le nostre valutazioni, analisi ed opinioni. Coloro che strumentalizzano i mezzi di comunicazione per i loro propri interessi personali in quanto élite capitalista,  perseguono una strategia tesa a colpire la lettura critica della realtà di coloro che pensano di avere una visione progressista.


A.M.: Walter, tu quasi giustifichi quanto accaduto a causa della situazione molto difficile che si vive in Venezuela dove il governo è stretto tra il Regno spagnolo da un lato e le pressioni molto forti dell’ opposizione interna dall’altro. Ovviamente, a molti di noi, militanti, attivisti e solidali con le lotte di liberazione dei popoli, la tua espulsione ci ha spaventato da una parte e ci ha fatto riflettere dall’altra… la Spagna, inoltre, continua ad essere un partner economico molto importante per tutti i paesi dell’America latina. Come pensi si possano  coniugare la stabilità di un paese nell’ambito delle relazioni internazionali e gli scambi commerciali con la solidarietà rivoluzionaria?

W.W.: Soprattutto va tenuto presente che non può esserci alcuna stabilità in un mondo nel quale il Capitale ed il suo sistema sono egemoni poiché questi attori o fanno la guerra contro qualsiasi alternativa oppure se la fanno tra loro per l’egemonia. Il capitalismo è proprio questo per definizione. Non esiste nessuna formula o strumento etico che lo possa evitare.

Tuttavia a volte la tensione diminuisce oppure durante brevi periodi si crea una apparente stabilità. Il blocco socialista e l’Unione Sovietica hanno obbligato il capitalismo a sviluppare questi aspetti di stabilità (attraverso l’equilibrio nucleare, il modello keynesiano, la carta dei diritti umani e fondamentali dell’ONU, tra gli altri) ma da quando il modello socialista è stato fatto implodere, la strada è stata spianata verso la competitività totale. Ciò significa un aumento di instabilità globale, che si manifesta in focolai di guerre che sono aumentati considerevolmente ed aumenteranno ancora di più nei tempi a venire. Altra espressione è la cosiddetta lotta “antiterrorista” contro “l’asse del male” internazionale.

Pertanto si deve considerare la stabilità come un obiettivo tattico imprescindibile in alcuni momenti di un processo di resistenza di un paese di fronte all’imperialismo, ma mai come un fattore positivo o strategico in un mondo capitalista. Questo crea valutazioni contraddittorie rispetto a quando sia necessario o imprescindibile e benefico al processo rivoluzionario e quando invece favorisca il grande capitale. Tenendo presente questo possiamo confrontarci purché avvenga sulla base del rispetto nei confronti dell’autorità che ognuno ha sul suo proprio processo rivoluzionario. Vale a dire rispettare il principio di non ingerenza nelle questioni della sovranità nazionale. Questa è la base, il fondamento principale della solidarietà internazionalista.

Per questo dobbiamo rivalutare i principi di internazionalismo e solidarietà che attualmente sono concetti confusi dallo stesso sistema che fino a pochi anni fa li criminalizzava. Quando si sono resi conto che non potevano distruggere la solidarietà internazionalista come principio della sinistra, l’hanno assimilata per stravolgerne il contenuto e trasformarla in un valore che include nel suo discorso e nella sua ideologia persino l’estrema destra neoliberale. La concezione sbagliata del concetto di “solidarietà” è stata promossa dal sistema attraverso le ONG, che l’hanno introdotta nella sinistra, disarmandola. Oggi la solidarietà si è trasformata in un arma. Ciò è molto pericoloso per la sinistra. Quando cerchiamo di recuperare la solidarietà internazionalista come principio rivoluzionario, persino molta parte della sinistra critica combatte questo concetto con l’ erronea giustificazione che non si deve porre in pericolo la “stabilità” e non bisogna dare occasioni al sistema per reprimere l’avanzata della “nuova sinistra”. Il sistema non ha bisogno di scuse. Le usa se le ha e se non le ha, le inventa, sempre. In sintesi: non si deve, né si può mai coniugare la stabilità di un paese con la solidarietà rivoluzionaria. Quello che dobbiamo fare – soprattutto come sinistra europea – è imparare a rispettare i processi rivoluzionari di ogni popolo, soprattutto se non comprendiamo o ignoriamo le loro ragioni.


A.M.: Secondo quanto si legge in «Rebelión», “l’Ambasciata di Spagna in Venezuela ha riconosciuto di aver avuto qualche tipo di influenza nella detenzione e nell’espulsione. Hanno rivelato di aver collaborato con le autorità politiche venezuelane ed hanno affermato che la detenzione è una dimostrazione del tipo di cooperazione che Madrid si aspetta dal Venezuela”. Se non avevi alcun carico pendente in Spagna, non ti sembra che questo sia un ambiguo ricatto che il governo venezuelano non avrebbe dovuto accettare per non creare pericolosi precedenti e soprattutto per non mettersi allo stesso livello degli Stati Uniti che, come sappiamo, hanno  approntato “liste nere” di persone che per le loro idee e per le loro posizioni coerenti non possono mettere piede nel loro territorio?

W.W.: È un ricatto ma per nulla ambiguo, il quale dimostra che non ha nulla a che vedere con  questioni di giustizia o di legalità ma con interessi politici. Se il governo venezuelano avesse dovuto o non avesse dovuto accettare di sottomettersi a questo ricatto è qualcosa di cui si può discutere ma in ultima istanza sono i venezuelani e le venezuelane quelli che devono decidere e gli altri devono rispettare tale decisione. È pericoloso non tanto come precedente – giacché di cose di questo genere ne sono accadute numerose e più importanti, soprattutto tra i rivoluzionari colombiani, ma anche con i rifugiati baschi ed altri – ma il pericolo principale è la demotivazione, i conflitti, le frustrazioni nella stessa popolazione rivoluzionaria venezuelana. Il pericolo risiede nel fatto che molti rivoluzionari si rassegnino e si ritirino dalla lotta o che confondano il nemico, i principi e gli obiettivi prioritari della rivoluzione bolivariana.

Come internazionalista devo evitare che si utilizzi questo incidente per promuovere precisamente questo. Altra questione è che attraverso questo incidente e molti altri sui quali dobbiamo riflettere, possiamo creare un fronte internazionalista contro la legalizzazione delle liste nere, la lotta antiterrorista, la soppressione del diritto di asilo e tutte le altre espressioni controrivoluzionarie che si introducono come principi di uno stato di diritto quando con esso non hanno nulla a che vedere ma sono solo formule per imporre interessi del grande Capitale contro qualsiasi processo progressista, umano, socialista e rivoluzionario.


A.M.: Qual era il motivo del tuo viaggio a Caracas?

W.W.:Il motivo del viaggio era poter incontrare diversi politici e attori sociali che avevano mostrato interesse verso le opinioni e le analisi diverse da quelle trasmesse dai mezzi di comunicazione ufficiali e dagli agenti spagnoli sulla realtà del popolo basco. C’era anche l’intenzione di organizzare brigate internazionaliste con giovani disposti a formarsi come internazionalisti. Uno dei motivi del viaggio era inoltre la diffusione del processo democratico (Zutik Euskal Herria) iniziato alcuni mesi or sono dalla Sinistra Indipendentista Basca, caratterizzato dalla sua forma di dare soluzione ai problemi organizzativi, antirepressivi, politici ed economici e fare un bilancio di questa iniziativa di azioni unilaterali verso la risoluzione del conflitto. Conflitto che il governo spagnolo non vuole che si conosca, non vuole negoziare e rispetto al quale non propone alternative ma considera solo una soluzione finale in cui il popolo basco accetti di subire la sconfitta per mezzo della repressione militare, politica, giudiziaria, amministrativa e poliziesca.

Diverse entità spagnole dicono che stiamo ingannando la gente raccontando menzogne sulla esistenza del conflitto e del popolo basco. Questo è di fatto una mancanza di rispetto paragonabile solo con il reale “porqué no te callas?” diretto ai venezuelani e alle venezuelane: in questo caso poiché presuppone che i deputati, i parlamentari, i ministri, i politici, i dirigenti sociali e la gente in generale non siano in grado di rendersi conto quando qualcuno gli racconta falsità, che non siano capaci di riconoscere una verità da una menzogna e che non abbiano le loro fonti per replicare … in conclusione presuppone che siano idioti. Qualsiasi politico o politica venezuelana ha un livello professionale perfettamente paragonabile a quello di qualsiasi imprenditore, politico o diplomatico spagnolo. Qualsiasi cittadino o cittadina formatosi nel processo bolivariano ha più competenze dei cittadini spagnoli formatisi dalla Televisione Spagnola pubblica o privata, o da giornali come «El País», «El Mundo», «Hola» o «Interviu». In ogni caso questi imprenditori, politici o diplomatici spagnoli sono superiori solo nella loro boria reale, dimostrata dalla nobiltà della quale sono sudditi volontari. So che la mia opinione sul governo spagnolo e la società in generale non è molto lusinghiera per loro e che li può oltremodo infastidire, ma non posso cambiare tale opinione per un imperativo legale o per esigenze inquisitorie. Inoltre, se non fosse perché tentano di imporre la loro volontà e le loro decisioni attraverso la minaccia ed il ricatto, la violenza e la repressione (anche se legalizzata e istituzionalizzata) dove non gli compete – nel Paese Basco e sul popolo basco – non avrei motivo di parlare molto di queste cose.


A.M.: “Zutik Euskal Herria” (Euskal Herria in piedi) è una proposta della Izquierda Abertzale (Sinistra Nazionalista Basca) che propone un ambito democratico verso il superamento del conflitto. Cosa ci puoi dire sull’argomento?

W.W.: In verità parlare di Zutik Euskal Herria richiederebbe un’altra intervista e sarebbe molto importante e interessante poter approfondire e chiarire cosa è e cosa non è. Riassumendo, si tratta di una decisione di cambiamento strategico unilaterale della Izquierda Abertzale per riprendere l’iniziativa politica nel paese. È basata sull’analisi e sulla presa di decisione collettiva di tutti coloro che appartengono al così detto “ambiente terrorista”, che supera i settemila militanti e che si è realizzata durante molti mesi. Il processo è iniziato con la presa di coscienza del fatto che il governo spagnolo, che aveva lasciato il tavolo dei negoziati sulla risoluzione del conflitto alla fine del maggio 2007, non solo non era disposto a riprendere i dialoghi ma che era deciso ad applicare una “soluzione finale” repressiva e vendicativa. Aveva chiuso tutte le strade per l’ennesima volta. La situazione era bloccata. Non si poteva lavorare per una soluzione sensata, giusta e duratura.

D’altra parte alcune persone avevano analizzato il fatto che il governo spagnolo si era debilitato enormemente nello spazio politico, non aveva capacità per confrontarsi politicamente e democraticamente con la risoluzione del conflitto ed era questo che lo manteneva nella strategia criminale negando qualsiasi offerta che non significasse la sconfitta a causa della repressione politico-giudiziaria ed amministrativa dell’esecutivo. Quando abbiamo cominciato a discutere ed analizzare questo ci siamo resi conto che anche molte altre condizioni oggettive e soggettive erano cambiate o erano riuscite a cambiare notevolmente di forma. Era chiaro che per procedere verso un Ambito Democratico necessario a risolvere il conflitto politico era fondamentale agire politicamente in maniera unilaterale per il bene del popolo (vale a dire di noi tutti e di noi tutte) e nella certezza che ci fossero le condizioni per poter cominciare a raccogliere le forze dello spettro indipendentista e per la sovranità del nostro paese in assenza di violenza procedendo alla costruzione di un nuovo soggetto politico per i futuri negoziati e per la costruzione nazionale e sociale. Si è dibattuto fra tutti e tutte e si è arrivati alla decisione di procedere in questa direzione senza aspettare accordi o azioni del governo spagnolo né di altri.

Il governo spagnolo ha agito invece poi rapidamente con la detenzione dei coordinatori e dei  portavoce del dibattito, dei giovani, dei dirigenti, degli avvocati e dei familiari dei prigionieri e delle prigioniere politiche… sono aumentate le denunce di pene accessorie ai familiari, le percosse nelle carceri, le torture, la guerra sporca, il terrorismo di Stato. Tutto questo per paralizzare il dibattito, dividere, rompere e ristabilire lo scenario violento precedente. Ma ancora una volta non sono riusciti a fermare l’avanzata della Sinistra Abertzale. Ed è di questa avanzata, che continua da più di 50 anni verso l’autodeterminazione e la democrazia, che lo Stato ha vero terrore. Per questo manipolano, mentono, dicono che la iniziativa è una “trappola”, che si tratta sempre della stessa cosa, che è “per debolezza”, o “per tentare di evitare la sconfitta”, “per recuperare l’ opportunità di accedere ad un posto di consigliere o sindaco nelle prossime elezioni”… tutto questo è una menzogna e lo sanno.

L’obiettivo della Sinistra Abertzale è un altro: la risoluzione democratica del conflitto e la definizione di regole di confronto democratiche e con garanzie con le quali tutti i progetti politici possono difendersi e realizzarsi con l’unica condizione che prevede la libera volontà delle persone che vivono in Euskal Herria. Ciò non può non includere anche il progetto politico della Sinistra Indipendentista Basca che è Indipendenza e Socialismo.





Intervista all’Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia Luis José Berroterrán Acosta

1 commento


di Annalisa Melandri

Questa intervista é stata pubblicata nel numero di Settembre della Rivista ALBA.


A.M. —  Potrebbe spiegare in cosa consiste l’Alleanza Bolivariana per le Americhe, quali sono i Paesi che ne fanno parte e gli obiettivi comuni?

J.L.B.A. — L’ Alternativa Bolivariana per le Americhe nasce come progetto alternativo volto a contrastare le politiche asimmetriche dell’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), creata dagli Stati Uniti d’America e dai Trattati di Libero Commercio, negoziati bilateralmente da questi ultimi con i Governi del continente.  Tali accordi rappresentarono un’evoluzione del concetto di globalizzazione nato a seguito della caduta del muro di Berlino, dove lo sviluppo informatico della produzione avrebbe permesso di inondare il mercato mondiale attraverso un gruppo limitato di produttori, condannando l’America Latina a divenirne il fornitore di materie prime permanente.

A partire dalla data della sua fondazione, il 14 dicembre 2004, su iniziativa del Governo del Venezuela e di quello di Cuba, e una volta che tale progetto di integrazione si consolidò, il nome venne modificato in Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America, in modo da arricchirlo ulteriormente attraverso l’introduzione del Trattato di Commercio con i Popoli, ALBA-TCP.

L’ ALBA promuove la trasformazione delle società latinoamericane, al fine di renderle più giuste, più colte, più partecipative e solidali, e dunque è concepita come un processo integrato destinato a garantire l’eliminazione delle disuguaglianze sociali, a migliorare la qualità della vita ed incoraggiare una partecipazione effettiva dei popoli nella costruzione del loro stesso destino.

Attualmente è composta da otto Paesi Membri: Cuba, Bolivia, Mancomunidad de Dominica, Ecuador, Nicaragua, Antigua e Barbuda, Venezuela, Saint Vincent e Grenadine, nazioni che compongono uno spazio di cooperazione che possiede 73 milioni di abitanti e 2,6 milioni di Km².

Altre nazioni latinoamericane attualmente fanno parte dell’ALBA in qualità di osservatori all’interno di differenti progetti, come per esempio PETROCARIBE, e stanno valutando la possibilità di entrarne a far parte completamente: Republica Dominicana, Guatemala, Paraguay, Haiti, El Salvador.

Le aree comuni promosse dai Paesi ALBA-TCP sono le seguenti:

Agricoltura, terra e alimentazione

Ambiente e cambiamenti climatici

Scienza e tecnologia

Cultura ed educazione

Democrazia, politica e partecipazione

Economia, produzione e  finanza

Enrgia e petrolio(Petrocaribe)

Sovranità, geopolitica, forze armate, sicurezza, difesa

Integrazione regionale

Telecomunicazioni e mezzi di comunicazione

Memoria storica

Forze politiche e movimenti sociali

Diritti umani, giustizia sociale e pari opportunità

Multipolarità endogena

Potere locale ed organizzazione comunitaria

Popoli originari

Salute pubblica e servizi ospedalieri

Solidarietà

Integrazione Sud-Sud

Trasporti e Infrastrutture

Turismo sociale, sport e ricreazione


A.M. — Quali sono le principali mete raggiunte dall’Alleanza Bolivariana delle Americhe a partire dal momento della sua creazione?

J.L.B.A. — Guardando ai Paesi non come semplici cifre di mercato ma come popoli, sorse tra i governi avanguardisti della regione l’idea di trasformare le loro società per renderle più giuste, più colte, più partecipative e solidali tra loro.

Per raggiungere tali obiettivi, l’ALBA si fonda su una serie di principi e basi essenziali:

1.- Il commercio e gli investimenti non devono essere fini a se stessi, ma devono rappresentare strumenti utili al raggiungimento di uno sviluppo equo e sostenibile, dal momento che una vera integrazione latinoamericana e caraibica non può essere figlia cieca del mercato, e nemmeno può rappresentare una semplice strategia per ampliare i mercati esteri o stimolare il commercio. Affinchè questo principio possa sussistere, è necessaria un’effettiva funzione dello Stato come regolatore e coordinatore dell’attività economica.

2.- Deve esistere un trattamento speciale e differenziato, che tenga in considerazione il livello di sviluppo dei diversi Paesi e la dimensione delle loro economie e che garantisca l’accesso degli stessi ai benefici derivanti dal processo d’integrazione.

3.- Tra i Paesi membri e produttori deve esistere complementarità economica e cooperazione, non competizione, in modo che venga promossa una specializzazione produttiva, efficiente e competitiva che risulti compatibile con lo sviluppo economico equilibrato di ogni Paese, attraverso strategie di lotta alla povertà e con la conservazione dell’identità culturale dei popoli.

4.- La cooperazione e la solidarietà devono esprimersi attraverso piani speciali rivolti ai Paesi meno sviluppati della regione: essi includono il Piano Continentale contro l’Analfabetismo, che usa tecnologie moderne già utilizzate in Venezuela, un piano latinoamericano di trattamento gratuito della salute, rivolto ai cittadini che non hanno accesso a tali servizi, ed un piano di borse di studio a livello regionale nelle aree di maggiore interesse per lo sviluppo economico e sociale.

5.- Creazione del Fondo di Emergenza Sociale, proposto dal Presidente Hugo Chávez durante il Summit dei Paesi sudamericani, svoltosi recentemente ad Ayacucho.

6.- Sviluppo integrato delle comunicazioni e dei trasporti tra i Paesi del latinoamerica e del caribe, che includa piani di costruzione di strade, ferrovie, linee marittime e aeree, telecomunicazioni, etc.

7.-  Promozione di azioni che favoriscano la sostenibilità dello sviluppo attraverso norme che proteggano l’ambiente, stimolino un uso razionale delle risorse ed impediscano la proliferazione di proprietari scialacquatori di consumo, lontani dalla realtà che vivono i nostri popoli.

8.- Promozione di un’ integrazione energetica tra i Paesi della regione, che assicuri una fornitura stabile di prodotti energetici a beneficio delle società latinoamericane e caraibiche, così come avviene nella Repubblica Bolivariana del Venezuela attraverso Petroamérica.

9.- Incoraggiamento agli investimenti di capitali latinoamericani in America Latina e nel Caribe, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dei Paesi della regione dagli investitori stranieri. A tal fine si creerebbero alcuni appositi strumenti, come un Fondo Latinoamericano per gli Investimenti, una Banca per lo Sviluppo del Sud e la Società di Garanzie Reciproche Latinoamericane.

10.- Difesa della cultura latinoamericana e caraibica e dell’identità dei popoli della regione, con particolare riguardo ed incoraggiamento nei confronti delle culture autoctone ed indigene.  Creazione della Televisione del Sud (TELESUR) come strumento alternativo al servizio della diffusione delle nostre realtà.

11.- Promozione di misure che facciano sì che le norme sulla proprietà intellettuale, proteggendo il patrimonio dei Paesi latinoamericani e caraibici dalla voracità delle imprese transnazionali, non diventino un freno alla necessaria cooperazione tra tutte le terre dei nostri Paesi.

12.- Concertazione di posizioni nella sfera multilaterale e nei processi di negoziazione di ogni genere, con Paesi e blocchi di altre regioni, includendo la lotta per la democratizzazione e la trasparenza negli organismi internazionali, con particolare riferimento alle Nazioni Unite ed agli organi ad esse connessi.


A.M. —   Tra gli obiettivi principali, come ci ha spiegato, vi è la riduzione delle differenze esistenti tra il livello di sviluppo dei vari Paesi che compongono il Latinoamerica. Questo rappresenta un passo fondamentale per raggiungere l’integrazione latinoamericana. Fino a che punto è stato realizzato tale obiettivo? Quali strumenti sono stati creati per permettere ai Paesi economicamente più deboli di avvicinarsi al livello di sviluppo di quelli più sviluppati?

J.L.B.A. - Con la nascita dell’ALBA l’integrazione regionale ha smesso di essere un meccanismo commerciale di depredazione dei popoli e del loro ambiente per trasformarsi in un processo di alleanza solidale, inclusivo e pieno di speranze.

Nell’ALBA-TCP il commercio e gli investimenti non vengono visti come fini a se stessi ma come strumenti per permettere uno sviluppo equo e sostenibile. Viene offerto un trattamento speciale ai Paesi più piccoli al fine di ottenere uno sviluppo complementare e promuovere la cooperazione tra tutti i Paesi. L’ALBA possiede un forte orientamento alla giustizia sociale, e si propone di affrontare e risolvere le asimmetrie esistenti in maniera diretta, attraverso convegni, progetti e piani d’aiuto, come le Missioni Sociali o le transazioni compensatorie esplicite. In tal senso, l’ ALBA-TCP rappresenta una totale rottura con la visione classica ed economicistica dell’integrazione e della cooperazione allo sviluppo. Al contrario, cerca di sviluppare un’alleanza politica strategica, storica, che possa unire le capacità ed i punti di forza dei suoi Membri per poter, in tal modo, liberare i suoi popoli e costruire la Patria Grande sognata da Miranda, Bolívar, Martí e Sandino. In tal senso, integrazione e cooperazione allo sviluppo nell’ALBA-TCP sono sinonimi. La visione sistemica dell’insieme dei Paesi Membri, integrati in modo solidale, e’ quella che permette di inquadrare e promuovere azioni nazionali e di renderle effettive.


A.M. — L’attuale crisi economica sta avendo effetti disastrosi sull’economia Europea e ciò si ripercuote tragicamente nel mondo del lavoro, con l’aumento del tasso di disoccupazione e di povertà. In che misura la crisi sta avendo ripercussioni sull’America Latina e quali risposte sta offrendo o sta cercando di offrire l’ALBA?

J.L.B.A. — I Paesi dell’ALBA-TCP hanno deciso che l’uscita dalla crisi non può trovarsi all’interno di risposte oligarchiche ed erronee che non considerino i popoli, né nella pretesa di rifondare un sistema finanziario internazionale che ha bisogno di essere sostituito con un altro in cui prevalga la solidarietà.

In tal senso i Presidenti di Ecuador e Venezuela rappresentano i più acerrimi difensori del recupero delle banche centrali, al fine di mettere queste ultime sotto il controllo pubblico. Per esempio, nel nostro Paese si cerca di esercitare un controllo pubblico sugli investimenti stranieri ed il cambio, in modo da poter evitare la fuga tempestiva di capitali e disarmare le strategie di destabilizzazione dell’oligarchia venezuelana.

A livello regionale l’America Latina ha proposto la creazione della Banca del Sud, associata              all’ UNASUR. Il suo obiettivo e’ quello di utilizzare le risorse fiscali dei suoi Paesi Membri come meccanismi di credito regionale volti al finanziamento di opere di integrazione e sviluppo regionale. In questo modo e’ nata l’idea di creare il Fondo del Sud, che utilizza una parte delle riserve monetarie per offrire un’assistenza rapida ed incondizionata in determinati casi, come per esempio nelle crisi monetarie per contagio, e diventa un meccanismo di autodifesa delle monete nazionali. Questo Fondo permetterà di compiere passi avanti nell’integrazione monetaria e nella creazione di una moneta comune, con l’obiettivo di sostituire il dollaro come moneta di scambio regionale.

L’ ALBA-TCP, a sua volta, ha creato un Sistema Unico di Compensazione Regionale (SUCRE), avviato per realizzare transazioni elettroniche che faciliteranno i flussi commerciali interregionali ed un progressivo abbandono del dollaro nelle relazioni commerciali interregionali e finanziarie tra i Paesi Membri, come presupposto per un Sistema Monetario e Finanziario Regionale. È stato creato un Consiglio di Compensazione Economica, attraverso l’integrazione delle aree dell’economia, della finanza, dell’industria, del commercio, della pianificazione e dello sviluppo: esso pianificherà gli investimenti necessari al soddisfacimento dei bisogni dei popoli di ogni nazione. Sono stati poi costituiti un Consiglio Monetario, una Camera di Compensazione, una Unita’ di Conto Comune ed un Fondo di Riserva e Convergenza Commerciale.


A.M. —  Tra le cause del Colpo di Stato in Honduras, vi era la decisione del Presidente Manuel Zelaya di unirsi all’ALBA, formalizzata nell’agosto del 2008. Considerando che l’ALBA costituisce un accordo di tipo economico-commerciale, gli Stati Membri come possono, uniti, far fronte a situazioni di questo tipo? Come possono reagire, a loro volta, rispetto al crescente interesse degli Stati Uniti d’America verso la regione, dimostrato recentemente  dall’istallazione di 7 basi militari nel territorio colombiano e dalla riattivazione della IV flotta?

Due fatti molto recenti confermano l’offensiva egemonica messa in atto dal Governo degli USA attraverso il Pentagono: essi costituiscono atti di aggressione contro tutta l’America Latina ed il Caribe. Risulta evidente, da parte degli USA, l’intenzione di concretizzare una dottrina politico-militare volta all’occupazione ed alla dominazione, a qualunque costo, di un territorio che da sempre e’ stato considerato come il loro cortile di casa, come è stato dimostrato dalla storia del “monroismo nordamericano”.

Il primo fatto riguarda il Colpo di Stato perpetrato in Honduras dalle classi borghesi protette dalla Missione Diplomatica nordamericana, avente alla radice l’intenzione di collocare un’urna addizionale non vincolante relativa al Referendum Costituzionale e di includere l’Honduras nell’ ALBA-TCP. Tale situazione, probabilmente, era stata condannata dal Presidente Obama, dalla sua Segreteria di Stato e da altre nazioni ed organizzazioni internazionali, ma senza dubbio è stata appoggiata dal Pentagono, che mantiene nella zona una base militare da dove, storicamente, vengono soffocati gli intenti liberatori nella regione e dove vengono addestrati i militari honduregni. Inoltre, e’ stata appoggiata dalla  United States Agency for International Development (USAID) e da altre ONG internazionali che inviano milioni di dollari per mantenere lo stato di fatto. Fortunatamente, il nuovo governo di El Salvador è stato già avvisato, e tutta l’America Latina conosce la situazione. I tempi dei Colpi di Stato sono tornati e le nazioni latinoamericane non accetteranno l’imposizione di governi non eletti sovranamente dai propri popoli.

Questo Colpo di Stato ha cercato poi di legittimarsi attraverso delle elezioni totalmente illegittime, dal momento che sono state realizzate sotto un regime dittatoriale, senza nessun tipo di garanzia per i cittadini né di diritti umani per i difensori del Presidente legittimo degli Honduregni.

Il secondo fatto riguarda la riattivazione della IV Flotta del Comando Sud degli USA (disattivato nel 1948, più di sessant’anni fa) e l’accordo tra USA e Colombia a seguito del mancato rinnovo della concessione della base militare di Manta in Ecuador. Dietro questo scenario è sorta una nuova strategia di controllo: l’occupazione e l’istallazione di sette basi militari in territorio colombiano utilizzando la scusa che si tratti di un piano per combattere il narcotraffico ed il terrorismo, quando invece l’investimento multimilionario durante l’implementazione del Plan Colombia ha portato risultati molto tristi.

Inoltre, gli Stati Uniti si arrogano la prerogativa di definire chi è terrorista e chi non lo è nel mondo. Allo stesso modo, si muovono sulla base del principio di guerra preventiva, dove un sospetto basta a giustificare un’azione bellica. L’America Latina e’ messa alla prova ed ogni Paese ed ogni gruppo di integrazione continuerà a difendersi come ha fatto il “Bravo Pueblo” dell’Honduras per difendere la sua democrazia.

Non a caso le artiglierie che puntano ai Paesi dell’ ALBA, al Venezuela, alla Rivoluzione Bolivariana e ai progetti di integrazione sono circondate da nientemeno che tredici basi statunitensi, situate in Colombia, Panama, Aruba e Curaçao, cosi come dalle portaerei e le navi da guerra della IV Flotta e dal Piano Merida.

Tutto ciò indica che gli sforzi volti a destabilizzare i Paesi impegnati nella lotta all’emancipazione ed il blocco contro Cuba sarannno mantenuti,  e che vi saranno altre aggressioni. L’esperienza golpista in Honduras dimostra che si è passati solamente ad un “neo-golpismo”, che possiede una maschera democratica non sprovvista dell’appoggio del Pentagono, anche se l’amministrazione di Obama tende a negarlo.

Questo dispiegamento di forze paramilitari non ha ricevuto sanzioni né a livello internazionale, né in seno alle Nazioni Unite e nemmeno da parte dell’Unione Europea, ed il fatto più triste è che Paesi fratelli hanno perso la propria sovranità nazionale permettendo alle truppe americane di rimanere nel loro territorio.

Sono certo che i popoli della nostra America Latina che sostengono i cambiamenti progressisti non permetteranno che si commetta un nuovo crimine contro la democrazia.


A.M. —  In Italia ed in Europa l’informazione che arriva dall’America Larina e, in particolare, dai Paesi con Governi progressisti di sinistra o centro-sinistra viene manipolata e filtrata dai mezzi di comunicazione, offrendo una visione distorta e molte volte falsa. Che supporto può offrire, secondo lei, una rivista come “ALBA” all’informazione, in relazione ai temi latinoamericani?

J.L.B.A. — La Rivista «ALBA» costituisce uno strumento di cui la comunità italiana aveva bisogno e serve a contrastare la manipolazione mediatica e l’opinione venduta sul Venezuela.

La linea editoriale dei mezzi privati risponde agli interessi delle grandi imprese transnazionali, quindi una rivista che presenti un’informazione chiara sulla politica bolivariana e, inoltre, sotto l’egida dell’integrazione latinoamericana, credo costituisca, senza alcun dubbio, un elemento positivo.

L’obiettivo fondamentale è quello di far conoscere ciò che si sta facendo, attraverso la veridicità dei fatti e delle fonti, in modo da poter rafforzare la politica di comunicazione e d’informazione. Citando una poesia di Mario Benedetti, vedo che ciò che sta succedendo nel nostro Paese e nel nostro Continente è necessario e «cosa accadrebbe se un giorno ci svegliassimo e ci rendessimo conto di essere la maggioranza? Cosa succederebbe se anziché continuare ad essere divisi ci moltiplicassimo, ci sommassimo e fermassimo il nemico che interrompe il nostro passo?».

La consegna di un’informazione di prima mano, realizzata da giornalisti progressisti, latinoamericani ma anche italiani che hanno conosciuto la realtà dei nostri Paesi, è un qualcosa di nuovo per questa società. Infatti, se non venisse compreso sin dalle sue basi il processo di trasformazione che sta vivendo l’America Latina, non potremmo comprendere l’importanza della costruzione di questo processo stesso; quindi, senza questa Rivista sarebbe molto facile cadere nella disinformazione che viene venduta tutti i giorni attraverso la radio, la stampa e la televisione contro il Venezuela, l’ALBA-TCP ed i Paesi seguaci di un processo di cambiamenti sociali di sinistra, il cui obiettivo centrale è il raggiungimento di una democrazia partecipativa che coinvolga il cittadino nell’assunzione delle decisioni.

In Venezuela, ultimamente, è stato inaugurato un movimento chiamato “le guerriglie comunicazionali”, che propone il coinvolgimento dei cittadini nelle questioni comunicative, al fine di moltiplicare le loro forme di espressione: esso nasce dalla pratica di un popolo che si erge a soggetto degli eventi. Così, nonostante il bombardamento mediatico non colpisca le menti dei venezuelani, la Rivista cerca di creare protagonisti che esprimano veramente i fatti che vive il nostro Continente.

Spero che questo mezzo di comunicazione abbia risonanza anche in altre città italiane, al fine di motivare i sostenitori dell’integrazione solidale latinoamericana a creare altri mezzi informativi e comunicazionali convenzionali e non convenzionali.


Entrevista de Annalisa Melandri a Narciso Isa Conde a propósito del golpe brutal que le propinó la Policía dominicana

0 commenti

Desde tiempo los movimientos sociales y amplios sectores de la sociedad civil de la República Dominicana están movilizándose pidiendo la renuncia del jefe de la Policía, general Rafael Guillermo Guzmán Fermín. Asociaciones de defensa de los Derechos Humanos del país revelan que en los casi tres años de su jefatura, miembros de la Policía Nacional han asesinado a mil 750 personas en supuestos “intercambio de disparos”. En Santo Domingo, el pasado 23 de julio, una marcha realizada por el Comité Contra el Abuso Policial, conformado por la mayoría de estudiantes, ha sido prohibida y duramente reprimida a macanazos y empujones por la Policía . Unos jóvenes han resultado heridos y el político y dirigente del Movimiento Caamañista Narciso Isa Conde, de 67 años de edad, que solidarizaba con ellos, ha recibido una patada en la espalda por un teniente que le ha fracturado 4 costillas. Hablamos con él sobre lo ocurrido.


A.M. — Narciso, tú has recibido una patada en la espalda que te ha fracturado cuatro costillas además de provocarte una neuritis intercostal mientras participabas junto a unos jóvenes a una manifestación pacífica organizada el 23 de julio en Santo Domingo contra los abusos cometidos por la Policía Nacional en la República Dominicana. ¿Puedes contarnos como te sientes, cuales consecuencias has padecido y como se desarrollaron los hechos?

N.I.C.–Bueno, son tres, no cuatro. Pero casi igual, el hecho y el daño.

Un hecho realmente bestial por el método y alevoso por lo selectivo del golpe.

La consecuencia es un dolor agudo, a veces insoportable y prolongado, insuperable por lo menos en 40 días.

Los hechos consistieron en el cerco policial a los manifestantes para impedir una caminata de unos 200 metros (desde la Plaza de la Cultura hasta el Palacio de la Policía Nacional, en el centro de nuestra Capital).

Luego la decisión de impedir una especie de plantón frente al Teatro Nacional, ubicado dentro de la Plaza de la Cultura, a macanazos sucios; incluida la patada del agente karateca que me fracturó las costillas cuando nos sentamos en la escalinata para no dejarnos desalojar.

La orden partió del coronel jefe de tropa, muy conocido por sus constantes fechorías, Eusebio Castillo.

El balance: 7 personas golpeadas fuertemente y algunas decenas con golpes y estrujones débiles.


A.M. — ¿Piensas que la agresión esté relacionada a tu constante actividad de denuncia que presentas cotidianamente en tu programa Tiro al Blanco respecto a la corrupción generalizada del país y a las conexiones entre los altos mandos de las autoridades dominicanas con el narcotráfico y el crimen organizado?

N.I.C. - Claro que sí y muy especial a mis ataques directos al asesino y corrupto que dirige la Policía Nacional, general Guillermo Guzmán Fermín, a las estructuras de mando de ese cuerpo, convertido en la principal organización criminal del país y al propio presidente Leonel Fernández, articulador, protector y beneficiario del proceso de degradación de las instituciones y de la conversión del Estado dominicano en un Estado narco-delincuente.


A.M. — ¿Hay responsabilidades directas del Presidente de la República en esa situación?

N.I.C. - Sin dudas. Él es el protector de este personaje convertido en uno de “sus” generales, presto a apoyar su reelección y presto también a desplegar la represión y el estado policial frente a la crisis integral que afecta nuestra sociedad.

Concluidas las elecciones congresuales y municipales, el Presidente Fernández lanzó (por vía indirecta) su campaña reeleccionista pese al obstáculo constitucional. Ese propósito no se impone sin recurrir a muchas trampas, sobornos y grados más altos de autoritarismo y represión, por momentos sangrienta.


A.M. — La protesta organizada por el Comité contra los Abusos Policiales se desarrolló pacíficamente. Parece absurdo que al mismo tiempo que pide más respeto por los derechos humanos por parte de las autoridades, la sociedad civil sea agredida por la misma Policía a macanazos y patadas. ¿Qué está pasando en el país con esta institución?

N.I.C. — Algo ya te dije de esa institución, que en esta ocasión hizo un acto de reafirmación de su despotismo, de sus esencias represivas, de su “colombianización” en el contexto del despliegue de la doctrina de “seguridad democrática” asesorada por oficiales colombianos, del FBI y del tenebroso MOSSAD.

Este señor es hijo de unos de los generales más represivos del terrorismo de Estado de la época de Balaguer y hace gala de la lealtad a la trayectoria de su padre. Fue entrenado en la escuela de los Carabineros de Pinochet, es uno de los subcontratistas de obras del Estado, encabezó el grupo de los llamados “cirujanos” encargados de asesinar y lisiar jóvenes participantes en las luchas barriales en el Nordeste del País. Recientemente se han evidenciado además sus fuertes conexiones con el capo español Arturo del Tiempo Márquez, traficante de grandes cargamento de cocaína y “lavador” en tierra dominicana de enormes sumas de euros; personero de la narco-corrupción recientemente capturado en Barcelona.


A.M. — ¿Presentarás demanda por lo ocurrido ante las autoridades?

NIC.- La estamos preparando contra la institución, su jefe y los subalternos involucrados en ese acto abusivo y violento.


A.M. — ¿El comité contra los abusos policiales ha anunciado otras actividades para el futuro respecto a este tema?

N.I.C. - Están programando nuevas iniciativas, que serán precisadas próximamente.


A.M. — Finalmente hablamos de la denuncia que hizo el embajador colombiano ante la OEA en la que te acusa de ser “parte de una red de coordinación de guerrillas”. Te acusaron de haber visitado campamentos de las FARC en Venezuela en febrero de este año y presentaron como pruebas de eso una fotografía en la que apareces junto a los comandantes Iván Márquez y Jesús Santrich.

NIC.- Esa foto es del 2006 y fue originalmente publicada por mi y ampliamente difundida a lo largo de los últimos años. Nunca oculté el hecho. Yo explique entonces los móviles políticos de esa visita y las entrevistas radiales que le concedí al sistema de comunicación de las FARC sobre temas continentales, las cuales fueron publicadas en revistas y libros en el 2006 y 2007.

Uribe y su gente hicieron un montaje electrónico con esa foto que persigue “justificar” una agresión militar a Venezuela”, actuando el régimen colombiano como instrumento de EEUU y de las mafias políticas. De paso procuran actualizar su plan de criminalización contra mí y reactivar el plan de asesinato ya denunciado en el 2009. Entonces también utilizaron esa y otras fotos parecidas.

EEUU está en plan de “ultimátum” y provocación dirigida a desestabilizar la revolución bolivariana y a invadir esa zona. Están pensando en recuperar el petróleo Venezolano y a sentarse militarmente sobre las riquezas amazónicas.

Ese es el sentido de sus 7 bases en Colombia, de la creciente infiltración paramilitar en Venezuela, de la reactivación de la IV Flota, de las bases de Curacao y Aruba y de los recientes y masivos despliegues militares en Haití y Costa Rica.

Las patrañas necesitan leyendas proyectables a nivel mediático. Precisan de trucos. En este caso recurren a inventarse lo de los campamentos en Venezuela (absolutamente innecesarios para las FARC y el ELN, que tienen campamentos hasta ahora inexpugnables en todo el territorio colombiano) y en ese contexto me ubicaron propagandísticamente en Venezuela en febrero pasado mediante una foto que fue tomada en Colombia en el 2006 y publicada inmediatamente después.

Son además de asesinos, mentirosos consumados, como sus padrinos yanquis.

A mi me preocupa en grande la determinación imperialista de atacar militarmente a Venezuela a través de Colombia con fuerzas propias y ajenas, y respaldo, en consecuencia, la decisión del Comandante de romper relaciones con Uribe, emplazar al “nuevo” gobierno de Santos (aunque sin la menor esperanza de mi parte de que en perspectiva pueda ser diferente) y movilizar fuerzas en la frontera. Creo además que las FARC, el ELN y todas las fuerzas combativas de Colombia están llamadas a jugar un rol estelar en la resistencia irregular a la invasión gringa como parte de la guerra de todo el pueblo o “guerra asimétrica”.

.

Annalisa Melandri

Santo Domingo, 2 de agosto 2010




Intervista di Annalisa Melandri a Narciso Isa Conde rispetto alla brutale aggressione subita dalla Polizia dominicana.

0 commenti

Da tempo i movimenti sociali ed ampi settori della società civile della Repubblica Dominicana si stanno mobilitando chiedendo le dimissioni del capo della Polizia, generale  Rafael Guillermo Guzmán Fermín. Associazioni per la difesa dei Diritti Umani del paese rendono noto che nei  tre anni trascorsi dall′ inizio del suo incarico, membri della Polizia Nazionale hanno ucciso  già 1750 persone in presunti “scontri a fuoco”. A Santo Domingo, lo scorso 23 luglio, è stato impedito lo svolgersi di una manifestazione pacifica  organizzata dal Comitato contro gli Abusi della Polizia, formato per la maggior parte da studenti,  e la mobilitazione è stata repressa duramente a manganellate e pestaggi  da parte della Polizia. Alcuni giovani sono stati feriti  e il politico e dirigente del Movimento Caamañista Narciso Isa Conde, di 67 anni, che stava solidarizzando con loro, ha ricevuto da un tenente  un calcio alle spalle che gli ha fratturato 4 costole. Ci racconta quanto accaduto.

A.M.Narciso, tu hai ricevuto da un poliziotto un calcio  che ti ha provocato la frattura di 4 costole oltre a una neurite intercostale mentre partecipavi insieme ad alcuni giovani a una manifestazione pacifica organizzata il 23 luglio a Santo Domingo, proprio contro gli abusi commessi dalla Polizia Nazionale nel tuo paese.  Puoi raccontarci come ti senti e come si sono  svolti i fatti?
N.I.C. – Le costole rotte sono tre e non quattro, ma il danno è quasi uguale e anche l’accaduto.
Un fatto  veramente brutale  sia per il metodo che per la vigliaccheria con cui è stato dato il  colpo che mi sta provocando un  dolore acuto e a volte insopportabile e prolungato  guaribile in almeno 40 giorni.
I  manifestanti erano assediati nella piazza  per impedirgli una passeggiata di 200 metri (dalla piazza della Cultura al palazzo della Polizia Nazionale) nel centro della nostra capitale.
Poi la decisione di impedire una specie di presidio di fronte al Teatro Nazionale situato nella piazza della Cultura con manganellate disoneste; e il calcio ricevuto dall′ agente karateca che mi ha fratturato le costole mentre eravamo seduti pacificamente sulla scalinata del teatro per non farci sgomberare.
L´ordine di colpire è venuto dal colonnello capo della squadra, già conosciuto per le sue costanti infamità, Eusebio Castillo.
Il bilancio: 7 persone picchiate brutalmente e una decina ferite in modo leggero.

A.M. – Credi che l´aggressione sia da mettere in relazione con la constante e quotidiana attività di denuncia che porti avanti nel tuo programma Tiro al Blanco rispetto alla corruzione generalizzata del paese e alle connessioni tra gli alti vertici  delle autorità dominicane con il narcotraffico e il crimine organizzato?
N.I.C. – Ovviamente,  e specialmente è da mettere in relazione  con i  miei attacchi diretti contro l’assassino corrotto che dirige la Polizia Nazionale, generale Guillermo Guzmán, Fermín, contro i vertici di questo corpo, convertito nella principale organizzazione criminale del paese e contro lo stesso presidente Leonel Fernández, coordinatore, protettore e  beneficiario del processo di degradazione delle istituzioni  e della conversione dello Stato dominicano in uno Stato narco-criminale.
A.M. – Ci sono responsabilità dirette del Presidente della Repubblica in questa situazione?
N.I.C. – Senza dubbio. Egli è il protettore di questo personaggio diventato uno dei “suoi” generali, il quale si presta ad appoggiare la sua rielezione e anche a dispiegare la repressione e lo stato di polizia davanti alla  crisi totale che sta affettando la nostra società.
Alla fine delle elezioni del Congresso e di quelle municipali, il  presidente Fernández ha lanciato (indirettamente) la sua campagna rielezionista nonostante l’ostacolo della Costituzione. Questo proposito non si può ottenere senza ricorrere a imbrogli, a corruzioni e a  livelli più alti di autoritarismo e repressione, a volte anche con spargimento di sangue.
A.M. — La protesta organizzata dal Comitato contro gli Abusi della Polizia si è svolta in modo pacifico. Sembra assurdo che nello stesso momento in cui chiede più rispetto per i diritti umani da parte delle autorità, la società civile venga aggredita dalla stessa Polizia a manganellate e calci. Cosa sta succedendo nel paese con questa istituzione?
N.I.C. – Qualcosa già  ti avevo già raccontato rispetto a questa istituzione che in  quest’ occasione  ha riconfermato il suo dispotismo , la sua essenza repressiva e  la sua “colombianizzazione” nel contesto dello spiegamento della dottrina di “sicurezza democratica” consigliata  da ufficiali colombiani, dall’ FBI e dal tenebroso MOSSAD.
Questo signore (il capo della Polizia, ndr) è figlio di uno dei generali più criminali del terrorismo  di stato dell’epoca di Balaguer e segue fedelmente le orme di  suo padre. E’ stato addestrato alla  scuola dei Carabinieri di Pinochet, è un  sub appaltatore di opere statali, è stato alla testa del gruppo dei così detti “Chirurghi” incaricati di assassinare e azzoppare  giovani implicati nelle lotte di quartiere nel Nord Est del paese. Recentemente sono stati  resi noti  i suoi forti legami  con il capo di un grande traffico di cocaina, lo spagnolo  Arturo del Tiempo Màrquez,  “lavatore” in terra domenicana di enormi quantità di euro; personaggio della narco corruzione recentemente arrestato  a Barcellona.
A.M. – Presenterai denuncia alle autorità competenti?
NIC.- La stiamo preparando contro la Polizia Nazionale,  contro il suo capo e i subalterni implicati in quest’abuso e atto di violenza.
A.M. – Il Comitato Contro gli Abusi della Polizia ha annunciato altre attività rispetto a questo tema?
N.I.C. – Stanno programmando nuove iniziative che saranno definite prossimamente.
A.M. – E per finire parliamo della denuncia che ha fatto l’ambasciatore colombiano presso la OEA nella quale ti accusa di essere “parte di una rete di coordinamento di guerriglie”.  Ti hanno accusato di aver visitato accampamenti delle  FARC in Venezuela nel febbraio di quest’anno e hanno presentato come prova  una fotografia nella quale appari insieme ai comandanti  Iván Márquez y Jesús Santrich.
NIC.- Questafoto è del 2006 e in origine venne  pubblicata da me e poi  ampiamente diffusa negli ultimi anni. Non ho mai nascosto il fatto. Spiegai allora i motivi politici di questa visita e parlai delle  interviste radiofoniche che avevo concesso ai mezzi di comunicazione delle FARC su temi di politica latinoamericana e che furono poi pubblicate in riviste e libri nel 2006 e nel 2007.
Uribe e i suoi hanno creato una montatura mediatica con questa foto cercando di  “giustificare” un’aggressione militare al Venezuela perché il regime colombiano sta attuando come strumento degli Stati Uniti e delle mafie politiche. D’altro canto cercano di attualizzare il loro piano di criminalizzazione contro di me e di riattivare quello di uccidermi già denunciato nel 2009. Anche allora utilizzarono fotografie simili.
Gli Stati Uniti sono in una fase di  “ultimatum” e di provocazione diretta a destabilizzare la rivoluzione bolivariana e a invadere questa regione. Stanno pensando di prendersi  il petrolio venezuelano e di sedersi militarmente sopra le ricchezze amazzoniche. Questo è il senso delle 7 basi in Colombia, della crescente infiltrazione paramilitare in Venezuela, della riattivazione della IV Flotta, delle basi di Curacao e di  Aruba e dei recenti e imponenti spiegamenti militari ad Haiti e in Costa Rica. Le menzogne hanno bisogno di leggende proiettabili a livello mediatico. Richiedono degli artifici. In questo caso vanno ad inventarsi degli accampamenti in Venezuela (completamente inutili per le  FARC e per l’ELN che hanno accampamenti ancora inespugnabili in tutto il territorio colombiano) e in questo contesto per propaganda mi hanno situato in Venezuela nel febbraio scorso per mezzo di una foto scattata in Colombia nel 2006 e pubblicata immediatamente dopo.
Inoltre sono assassini, bugiardi consumati come i loro padrini yanquis.
Mi preoccupa la grande determinazione imperialista di attaccare militarmente il Venezuela per mezzo della Colombia con forze proprie e straniere e appoggio quindi la decisione del Comandante di rompere le relazioni con Uribe, ubicare il “nuovo” governo di Santos (anche senza la minima speranza da parte mia che in prospettiva possa essere differente) e mobilitare forze alla frontiera. Credo inoltre che le FARC e l’ELN e tutte le forze combattenti della Colombia siano chiamate a giocare un ruolo cruciale nella resistenza irregolare all’invasione “gringa” come parte di una guerra di tutto il popolo o guerra “asimmetrica”.
.
Annalisa Melandri
Santo Domingo, 2 de agosto 2010


Victor Polay Campos: una vita spesa nella guerra all’ingiustizia

2 commenti

di Marinella Correggia, Annalisa Melandri
Fonte: Il Manifesto del 10 settembre 2009
 
«Ora soluzione politica»
Intervista dal carcere del Callao, dove è sepolto vivo da quasi 20 anni, a Víctor Polay, leader dell’Mrta, il Movimento rivoluzionario Túpac Amaru. «La nostra lotta era giusta e non è stata vana. Ma il tempo delle armi è finito: in Perú e in una America latina che va vista con speranza e ottimismo»
Sepolti vivi da molti anni per aver lottato contro una dittatura militare riconosciuta di recente colpevole di aver commesso crimini di stato e di lesa umanità: sono gli ex-guerriglieri peruviani del Mrta (Movimiento Revolucionario Túpac Amaru), gruppo non inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dall’Unione europea che lo qualifica come «insorgente». Abbiamo intervistato, attraverso i suoi avvocati, il fondatore e leader del Mrta Víctor Polay. Che chiede una campagna internazionale per una soluzione politica.
Era in corso una festa diplomatica quel 17 dicembre 1996 alla residenza di Lima dell’ambasciatore giapponese nel Perú dell’autocrate Alberto Fujimori (ancora enfant gâté degli Usa e dell’occidente), quando 14 guerriglieri del Mrta guidati da Néstor Cerpa Cartolini fecero irruzione prendendo in ostaggio i partecipanti, contro i quali non fu usato alcun tipo di violenza. Gli «emmeretisti» chiedevano la liberazione di 400 prigionieri politici del Movimento, da anni rinchiusi nelle carceri del paese. Al gelo dei 4.000 metri come a Yanamayo o in «celle tomba» come nella base navale del Callao, una specie di « Guantanamo peruviana». Là erano già rinchiusi, fra i molti altri, il leader supremo di Sendero luminoso, il «presidente Gonzalo» (Abimael Guzman) e l’ideologo e capo politico-militare del Mrta Víctor Polay Campos.
Dopo quattro mesi, nel contesto di un’ America latina allora immersa nei governi della destra neo-liberista, tutti i guerriglieri furono uccisi a sangue freddo in un blitz delle forze speciali peruviane. Era il 22 aprile 1997. Dodici anni fa. Un secolo fa. Molto è cambiato in America latina. In Perú non è così.
Nel 2003 la Commissione per la verità e la riconciliazione  ha evidenziato che la guerriglia dei Túpac Amaru si differenziava da quella di Sendero luminoso «per metodi ed obiettivi», perché «rivendicava sempre le sue azioni, si asteneva dall’attaccare le popolazioni inermi, e in alcune occasioni aveva dato segnali di essere aperta a negoziati di pace». Il Mrta, ritenuto dalla stessa Commissione responsabile dell”1.8% delle morti e sparizioni di persona avvenute durante l’intero conflitto armato tra gli anni 1980 e 2000 (contro il 54% causato da Sendero luminoso e il 37% dalle forze armate), ha combattuto contro due dei governi più controversi della storia del paese.
Victor PolayVíctor Polay, ora cinquantottenne, ha ormai trascorso in carcere quasi venti anni della sua vita. Si trova nella prigione militare del Callao dal 1993. Dapprima condannato all’ergastolo da un tribunale di giudici «senza volto» (incappucciati per evitare le ritorsioni e poter comminare condanne a mano libera), la sentenza fu poi annullata per la pressione delle organizzazioni internazionali per i diritti umani. Ma un nuovo processo «regolare» nel 2006 lo ha condannato a 32 anni, poi aumentati a 35 anni dalla Corte suprema nel 2008. Anche al resto dei vertici del Mrta sono state aumentate le pene. Per quasi un decennio ha vissuto in condizioni che la Croce rossa internazionale definì «inumane»; secondo la denuncia fatta da sua moglie alla Commissione interamericana dei diritti umani, fu tenuto prima in gelide celle andine dove la temperatura scendeva a zero gradi senza abbigliamento adeguato, poi in celle sotterranee con luce artificiale per 23 ore e mezza al giorno, fra torture e minacce.
Victor Polay ha affidato ai suoi due avvocati le risposte alle nostre domande. Un modo per rompere il silenzio che circonda la sua vicenda e quella dei suoi compagni. E per lanciare quanto meno una campagna, in Perû e in  America latina, per il trasferimento di Polay e degli altri in un carcere civile.
 
Di recente l’Unione europea ha rifiutato la richiesta da parte del governo peruviano di inserire il Mrta nella lista delle organizzazioni terroristiche. E il 7 aprile scorso la Corte suprema di giustizia del Perú ha condannato Alberto Fujimori a 25 anni di carcere per aver commesso crimini di stato per violazioni dei diritti umani. Come legge queste due decisioni?
Esistevano prove schiaccianti e inconfutabili della partecipazione di Fujimori a diversi crimini in cui furono uccisi civili inermi. Certo, è stato solo condannato per omicidio e non per terrorismo di stato come avrebbe dovuto essere. Comunque la Corte ha riconosciuto l’esistenza di una politica generale di guerra sucia, guerra sporca, che violava i diritti umani, organizzata e diretta dal governo ai suoi massimi livelli. Quanto all’Unione europea rispetto al Mrta, oggi mi sembra irrilevante come gli enti internazionali possano considerarlo perché esso non esiste più come organizzazione politico-militare. La destra del Perú grida allo scandalo perché l’Europa non ci ha inseriti fra le organizzazioni terroristiche. Si vuole denigrare per sempre chi ha osato prendere le armi contro un sistema ingiusto: temono che possa fare scuola.
 
E infatti la Corte suprema del Perú ha aumentato le condanne ai vertici del Mrta…
Esiste nel paese quello che chiamerei un «populismo penale»: far credere che la protesta o i conflitti sociali possano risolversi aumentando le pene. Non è certo un caso: fa parte dell’arsenale ideologico del neo-liberismo che utilizza a questo scopo la quasi totalità dei mezzi di informazione. Prima e durante il nostro processo sono apparse sui giornali valanghe di dichiarazioni, relazioni, articoli molto negativi contro di noi. I giudici devono aver temuto la condanna mediatica. Infliggere la pena massima di 35 anni risponde alla logica del vae victis!
 
Dopo la caduta di Fujimori, lei e gli altri detenuti politici avete visto un miglioramento delle condizioni carcerarie?
Si è gradualmente ridotto l’isolamento interno dei prigionieri. Oggi le porte delle celle si aprono alle 9 del mattino e si richiudono alle 20. Ma è mantenuto l’isolamento esterno: ad esempio le possibilità di visite sono limitatissime, sono permesse solo quelle dei familiari diretti. Io ricevo la visita di mia sorella; mia madre è in cattiva salute e mia moglie e i miei figli vivono in Francia come rifugiati. Inoltre trovandomi in un carcere militare ci sono restrizioni aggiuntive. Infine, mentre generalmente con il trascorrere degli anni vengono concessi benefici, il mio status carcerario è sempre lo stesso. Il mio mondo si riduce a mia sorella e ad altri tre prigionieri.
 
Alla luce della condanna di Fujimori, crede che il paese sia pronto per un’amnistia per i prigionieri politici come lei e i suoi compagni?
Nei quasi 200 anni di storia repubblicana le amnistie sono state un modo per arrivare alla riconciliazione dopo un conflitto armato interno. Accadde con i rivoluzionari apristi nel 1932 e nel 1948 e poi con i guerriglieri negli anni ’60. Oggi il problema è principalmente politico. C’è bisogno di una campagna molto forte affinché l’opinione pubblica nazionale e internazionale possa esercitare la pressione necessaria per una soluzione politica del conflitto. E’ giunto il momento di prospettare questo al paese perché sono sicuro che noi che fummo capaci di affidare le nostre vite a un ideale di giustizia, nelle condizioni attuali del Perú possiamo contribuire alla costruzione di una società più solidale e meno ingiusta, senza l’uso delle armi. Al paese non basta una democrazia formale, ha bisogno di una vera democrazia, economica, sociale e partecipativa. Centinaia di prigionieri dell’ex Mrta che hanno ottenuto la libertà si stanno rifacendo una vita, stanno risolvendo i loro problemi di sopravvivenza, studio, familiari ecc. Non è facile, dopo 10–15 anni di prigione. I reazionari li vorrebbero in ginocchio, e dimentichi del loro anelito di giustizia sociale. Ma questo è impossibile per chi ha affidato la propria vita a un ideale. E poi, nonostante tutte le campagne di demonizzazione contro di noi, il popolo conserva rispetto e affetto per chi ha combattuto con coerenza e non si è sottomesso alla dittatura.
 
E quanto alla reintegrazione degli ex Mrta nella vita politica del paese? Lei ha affermato davanti alla Comissione per la verità e riconciliazione che la lotta armata non è più la soluzione per risolvere i problemi del popolo.
Purtroppo molte delle cause che avevano provocato la nostra lotta armata sono tuttora presenti nel mio paese. La crescita economica non ha portato sviluppo sociale. Il modello neo-liberista basato sulla manodopera a basso prezzo, sullo sfruttamento delle materie prime e sull’export continua a rendere i ricchi più ricchi e perpetua l’esclusione delle maggioranze. Il compito odierno è formare una forza sociale e politica capace di sviluppare un programma di trasformazione. Oggi molti membri dell’ex Mrta, insieme a nuove generazioni di militanti, stanno organizzando il Movimiento Patria Libre, che intende partecipare alla lotta politica e alle prossime elezioni nel 2011. Chiedo solo che non siano perseguitati come sta succedendo: le libertà democratiche non possono essere a geometria variabile. La democrazia è per tutte e tutti.
 
Dal Callao, che speranze ripone nel processo in corso in America latina, dove paesi come Bolivia, Ecuador, Venezuela, Cuba propongono un altro modello di organizzazione sociale, di giustizia ecologica interna e internazionale, un modello dove gli ideali e le conoscenze indigene sono essenziali?
Governi come quelli citati stanno dimostrando che un altro mondo è possibile insieme ai lavoratori delle campagne e delle città, alle donne, ai popoli indigeni, alle minoranze, agli ambientalisti, ai dimenticati. Sono un punto di riferimento di un movimento che avanza impetuosamente alla conquista dei diritti storici.
 
Con l’occupazione dell’ambasciata giapponese oltre dieci anni fa il Mrta cercò di parlare al mondo. Nessuno ascoltò. Ora sarebbe diverso? E quale sarebbe il messaggio?
La condanna penale di Fujimori ha dimostrato che la guerriglia del Mrta era giusta. Oggi darei un messaggio di ottimismo e speranza perché gli anni peggiori della repressione sono passati. Retrospettivamente, gli anni della lotta dei nostri popoli, degli uomini e delle donne per la liberazione non sembrano passati invano. I loro sogni vivono in nuove braccia che si stanno alzando in America latina e anche in Perú.
 
SCHEDA Víctor Polay, nato nel 1951, è figlio di Víctor Polay Risco, uno dei padri fondatori negli anni ’20 dell’ Alleanza popolare rivoluzionaria americana (Apra), uno dei movimenti progressisti di sinistra più interessanti di quegli anni in America latina (poi con il tempo passato a destra), e di Otilia Campos, di origine incaica e militante aprista. La famiglia conosce fin dal principio carcere e persecuzione che segnano Víctor fin da piccolo, formando così precocemente la sua coscienza politica. Dopo aver studiato sociologia ed economia poltica in Europa, fonda il Movimento Rivoluzionario Túpac Amaru (Mrta) nel 1980. Conosciuto come «comandante Rolando», viene arrestato una prima volta nel 1989. Nel 1990 insieme ad altri 47 compagni evade dal carcere di Canto Grande. Arrestato nuovamente nel 1992, dal 1993 è rinchiuso nel carcere militare di massima sicurezza della base navale del Callao.
L’Mrta nel nome si ispira a Túpac Amaru II, leader in Perú della grande rivolta indigena contro la colonizzazione spagnola del 1780. Il Mrta ha lottato e combattuto contro due dei governi più controversi della storia del paese. Il primo del presidente Alan García (nuovamente in carica dal 2006), tra il 1985 e il 1990, accusato di gravi violazioni dei diritti umani per i massacri avvenuti nelle carceri di San Juan di Lurigancho e di El Frontón. Il secondo quello di Alberto Fujimori, condannato recentemente a 25 anni di carcere come mandante dei massacri di Barrios Altos e di La Cantuta, considerati «crimini contro l’umanità secondo il diritto penale internazionale» come riportato nella sentenza.

Intervista a Francisco Soberón direttore dell’Asociación Pro Derechos Humanos (APRODEH)

0 commenti
Francisco SoberónE’ trascorso ormai più di un mese dalla violenta repressione nell’Amazzonia peruviana con la quale il governo di Alan García ha posto fine alla protesta organizzata del movimento indigeno e di ampi settori della società che chiedevano la revoca di alcuni decreti legislativi che minavano profondamente la sovranità indigena su quel territorio ma soprattutto la protezione di uno degli ecosistemi più importanti del pianeta. Al termine di una settimana di scontri violenti che hanno lasciato un saldo di circa 50 morti tra civili e membri di polizia, un numero considerevole di feriti e alcuni casi di persone scomparse, il Congresso ha ritirato due dei decreti legislativi oggetto di contestazione. Si è parlato di vittoria del movimento indigeno, tuttavia resta da far chiarezza sulla sospensione dello Stato di diritto che si è verificata in quei giorni e che ha portato a gravi violazioni dei diritti umani da parte del Governo. Solo da questo si può partire per un dialogo costruttivo tra le parti che al momento è sospeso. Come ci racconta Francisco Soberón, direttore dell’Asociación Pro Derechos Humanos (APRODEH) del Perú, nominato insieme ad altri 50 difensori dei Diritti Umani “che stanno cambiando il mondo” da Terry Kennedy Cuomo nel suo libro dal titolo “Dire la verità al potere” edito da Random House nel 2000.
Annalisa Melandri — Durante le giornate della dura repressione a Bagua, in Amazzonia, ci sono state testimonianze di indigeni gettati dagli elicotteri nei fiumi Marañon e Utcubamba. Avete potuto verificare queste notizie?
Francisco Soberón — Sì. Persone che si trovavano in quella zona nel giorno in cui sono avvenuti i fatti hanno testimoniato di aver visto come i cadaveri venivano caricati sugli elicotteri e gettati nei fiumi. Altre persone hanno riferito che alcuni indigeni sono stati uccisi sulle sponde del fiume e poi gettati in acqua.
A.M. — Ci sono casi di persone scomparse a Bagua? Quante denunce avete ricevuto?
F.S. – Si sono verificate molte situazioni irregolari, per esempio rispetto al fatto che nella zona della “Curva del Diablo” e’ stato impedito per 5 giorni l’accesso a persone, giornalisti, familiari, organizzazioni di difesa dei diritti umani. Questo stato di cose ha creato nella popolazione il sospetto che ci possano essere stati casi di sparizioni di persone. Quando la prima volta ci siamo potuti avvicinare come organismo di difesa dei diritti umani, il 6 giugno, abbiamo ricevuto numerose denunce di casi di persone delle quali non si conosceva la loro ubicazione. Abbiamo quindi redatto una lista di 68 persone scomparse. Durante la missione della Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH), è stata segnalata la necessità di continuare le ricerche e della lista sono rimaste 11 persone da rintracciare. Ad oggi, sono 9 le persone delle quali stiamo cercando di avere notizie. Durante la visita della FIDH nella comunità Wawas, i dirigenti delle comunità indigene hanno riferito che c’erano casi di persone scomparse nella zona dei fiumi Santiago e Cenepa. Tuttavia non ci sono ad oggi casi di denunce specifiche con nomi e cognomi.
A.M. – Quante persone sono state arrestate e quali sono le loro condizioni di detenzione?
F.S. — Attualmente ci sono 18 persone in carcere. Si trovano nel carcere di Chachapoyas, un penale per detenuti già processati e con condanne definitive, nonostante non sia ancora questa la loro condizione.
A.M. — Qual’e’ la situazione legale del leader indigeno Alberto Pizango?
F.S. — Ha un processo in corso e sono stati emessi mandati di cattura da differenti giudici sia di Utcubamba a Bagua Grande sia di Lima.
A.M. — Sappiamo che la Polizia Nazionale sta conducendo le indagini per la morte di alcuni civili. Come è possibile, se proprio membri della Polizia sono accusati di aver ucciso dei civili a Bagua?
F.S. - Giustamente questo è il problema principale riscontrato nell’ indagine preliminare che abbiamo riproposto rispetto alla denuncia di 7 persone con le accuse di omicidio e lesioni gravi. Abbiamo inoltre comunicato al Pubblico Ministero su queste irregolarità nelle indagini sulla morte e lesioni dei civili e abbiamo chiesto che le indagini siano realizzate da un ufficio giudiziario.
A.M. — Qual’è stato l’atteggiamento del governo rispetto alle indagini delle missioni internazionali delle associazioni di difesa dei diritti umani a Bagua?
F.S. — Non possiamo dire che il governo abbia posto ostacoli direttamente al lavoro delle missioni internazionali. Come APRODEH abbiamo promosso la visita di una missione della Federazione Internazionale dei Diritti Umani, che si è realizzata dal 16 al 19 giugno con l’obiettivo di indagare sui fatti avvenuti tra il 5 e il 6 di giugno nell’ambito della protesta in Amazzonia e di identificare le violazioni dei diritti umani che ci sono state e le responsabilità delle persone coinvolte. La missione FIDH, integrata dal messicano Rodolfo Stavenhaguen, ex relatore delle Nazioni Unite sui Popoli Indigeni e la religiosa ecuadoriana Elsie Monge, direttrice esecutiva della Commissione Ecumenica dei Diritti Umani (CEDHU) è arrivata la mattina del mercoledì 17 giugno a Bagua per riunirsi con i dirigenti indigeni, con i membri del Consiglio Comunale di Bagua e con i rappresentanti della Chiesa. Durante la sua permanenza a Lima, la Missione ha effettuato numerose riunioni con diverse autorità, tra le quali il Presidente del Consiglio dei Ministri, Yehude Simon, i ministri di Giustizia, Rosario Fernández, il ministro della Difesa, Antero Flores Aráoz, i rappresentanti del Ministero dell’Ambiente, della Corte Suprema, della Defensoría del Pueblo e del Congresso della Repubblica. Ciò nonostante, si sono verificati episodi gravi, come il trasferimento irregolare dei 18 detenuti dal carcere di Bagua Grande a quello di Bagua Chico un giorno prima dell’arrivo della missione della FIDH. E’ un fatto che richiama l’attenzione perchè, nello stesso momento esisteva il coprifuoco dalle 9 di sera alle 6 di mattina e inoltre in quei giorni la strada verso Chachapoyas era chiusa per lavori dalle 6 di mattina alle 6 del pomeriggio. Questo ha fatto sì che i membri della commissione non abbiano potuto incontrare i detenuti per verificare che fossero stati rispettati i loro diritti o che non fossero stati torturati. Si sarebbe scoperto che 4 persone che sono state trasferite dal Commissariato di Bagua Chicha al carcere di Bagua Grande erano state picchiate da membri della Polizia.
A.M. – Qual’è attualmente la situazione in Amazzonia? E’ stato revocato lo stato di emergenza?
F.S. — E’ stato revocato il coprifuoco ma non lo stato d’emergenza.
A.M. — Come prosegue il dialogo tra i rappresentanti delle comunità indigene e il Governo?
F.S. — Due dei decreti impugnati sono stati revocati dal Congresso della Repubblica il 19 giugno. Tuttavia, nonostante il fatto che questa decisione abbia ridimensionato la tensione tra le parti, il dialogo è interrotto perchè un numero considerevole di dirigenti indigeni regionali e di Lima sono indagati e su altrettanti pendono mandati di cattura. Le organizzazioni indigene avevano richiesto tra le altre cose la fine della persecuzione giudiziaria dei suoi dirigenti ma questi continuano ad essere denunciati, processati e con mandati di cattura sul loro capo. Crediamo che le possibilità per un dialogo nazionale rispetto al grande tema dello sviluppo dell’Amazzonia peruviana soltanto si possono raggiungere facendo chierezza su quanto è accaduto tra il 5 e il 6 giugno e con la piena partecipazione dei popoli indigeni.
A.M. — Per finire, può descriverci brevemente qual’è la situazione del rispetto dei diritti umani attualmente in Perú?
F.S. – Dopo quanto accaduto a Bagua e fatti legati ai processi per atti di corruzione di personaggi legati al partito di governo, possiamo segnalare che il rispetto della vita umana e dei diritti dei detenuti, così come le garanzie di un giusto processo, hanno perso importanza o sono venuti meno. Non esiste la reale intenzione del governo di indagare sui casi di violazioni dei diritti umani, tranne per il processo mediatico a Fujimori, ma casi nei quali sono coinvolte persone vicine al regime attuale, come quello di El Frontón o Rodrigo Franco continuano lentamente a rischio di impunità, con risoluzioni di prescrizione come nel caso di El Frontón o allungando i tempi per avere scarcerazioni per eccesso di detenzione preventiva. Oggi inoltre, ci sono violazioni dei diritti della libertà d’espressione, riunione, associazione e violazioni del dovuto processo di molti cittadini che fanno parte di organizzazioni, la maggior parte dirigenti, nell’esercizio del loro diritto della protesta sociale. Si verificano inoltre situazioni di impunità rispetto a casi di persone decedute nel corso delle proteste sociali, uccise per mano di membri della Polizia Nazionale. Il numero di queste vittime è aumentato considerevolmente nel corso dell’attuale governo così come il numero dei conflitti sociali.
Annalisa Melandri
10 luglio 2009
.
In fase di redazione di questa intervista Francisco Soberón ci avvisa di aver ricevuto la denuncia da parte di un giovane nativo di 17 anni che sta cercando suo padre, fu fotografato dal quotidiano locale “Ahora” mentre la Polizia lo faceva scendere da un furgoncino per portarlo al commissariato di Bagua Grande. Il suo nome tuttavia non risulta fra le persone arrestate né sotto processo e non ha ancora fatto ritorno alla sua comunità. Il giovane ha denunciato che altri membri della comunità non sono ancora rientrati nelle loro case.
.
L’intervista in versione ridotta è stata pubblicata sul Manifesto il 23 luglio 2009.


Ismael León Arías: la repressione degli indigeni nel sangue. Alan García ha dei precedenti

0 commenti

Ismael León Arías è un giornalista peruviano. Direttore del quotidiano La Crónica nel 1985. Commentatore politico ed editorialista del quotidiano La República per 14 anni. Ha lavorato in radio e in televisione, occupandosi sempre di programmi di informazione e di politica. E’ stato docente di giornalismo all’Università Nazionale di San Marco di Lima, una delle più antiche e prestigiose università latinoamericane e capo stampa di questo istituto di studi superiori. Gestisce il blog La columna de León. Gli chiediamo di raccontarci come sta evolvendo la situazione nel suo paese rispetto alla rivolta degli indigeni dell’Amazzonia che ormai va avanti da qualche mese:

Annalisa Melandri — Quali sono le cause della rivolta indigena? E la lotta da quanto tempo va avanti e in che forme?
Ismael León Arías — La causa della rivolta è da ricercare nel tentativo del presidente Alan García di ingannare le comunità indigene negando di aver l’intenzione di autorizzare la vendita o la concessione delle loro terre. In realtà ha nascosto alcuni di questi provvedimenti, che erano destinati a spianare la strada al Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti all’interno di un pacchetto di cento decreti legge di minore importanza. Per di più nella sua campagna elettorale, il candidato García aveva promesso che il suo partito avrebbe rivisto tutti gli aspetti negativi di questo trattato, ma una volta eletto lo confermò senza nessun cambiamento, accelerando la sua applicazione. Prima grande sorpresa. Immediatamente nell’Amazzonia cominciarono ad apparire numerose medie e grandi imprese petrolifere, impegnate in attività esplorative, senza lo Studio di Impatto Ambientale che è obbligatorio e senza aver consultato le comunità indigene, come impongono vecchie convenzioni internazionali. Seconda grande sorpresa. Cominciarono le mobilitazioni e quindi la promessa di un dialogo. Parliamo del febbraio di quest’anno. Il governo propose un tavolo di negoziazione, poi lo dimenticò e spostò la questione al Congresso, i cui membri hanno sempre una formula pronta per evitare il dibattito. Intervenne la Defensoría del Pueblo (il Difensore Civico) e la sua commissione principale stabilì che i decreti in oggetto erano incostituzionali. Un altro pretesto per consentire al governo di evitare la discussione.Aggiunse che contro questa decisione bisognava ricorrere in appello, ma poi accettò di riaprire il dialogo. Già eravamo in aprile. I dirigenti indigeni trovarono 100mila firme chiedendo che il Tribunale delle Garanzie Costituzionali si pronunciasse per lo meno sull’illegalità di un solo decreto. Il processo avanzò e il governo boicottò il suo stesso tavolo di negoziazione, non presentandosi. Così passò tutto maggio. Intanto i leader indigeni stavano vivendo a Lima tra molte difficoltà, in un luogo ostile e molto costoso per loro. Siamo così arrivati a giugno, quando García dichiarò che gli indigeni non sono proprietari delle terre che occupano, che invece sono “di tutti i peruviani”. La situazione si surriscalda. Gli indigeni occupano una strada a Bagua e il governo invia un forte contingente di polizia composto da alcune migliaia di uomini, per sgomberarli con la forza. Il 5 giugno muoiono i primi indigeni, il giorno seguente un gruppo di loro fa prigionieri alcuni poliziotti e li restituisce cadaveri. Il governo mostra le loro foto all’opinione pubblica con lo scopo di contrapporla ai ribelli. Si produce però l’effetto contrario. L’opinione pubblica crede che sia stato irresponsabile da parte del governo inviare la polizia in una zona abitata dagli Awaruna, una popolazione di stirpe guerriera.

A.M. — Qual’è stato il numero dei morti e dei feriti? Ci sono persone scomparse?
I.L.A. — Il primo giorno , il 5 giugno ci sono stati 26 poliziotti morti e un numero fino ad oggi sconosciuto e incerto di civili scomparsi. I cadaveri dei civili recuperati sono appena una dozzina.

A.M. — Come stanno trattando la situazione la stampa nazionale e quella straniera ?
I.L.A. — La stampa straniera bene, con ampia copertura. Quella nazionale soltanto tramite comunicati ufficiali e interviste ai ministri o ai membri del Congresso. Hanno poca sintonia, ma il loro lavoro contribuisce a surriscaldare gli animi della popolazione. Ci sono due quotidiani di centro sinistra su dieci di destra che appoggiano il governo e trattano molto male gli indigeni. La televisione e le radio danno molta informazione, ma senza storia né contesto di quanto accade.

A.M. — Perchè secondo lei tanta violenza da parte del governo?
I.L.A. — Alan García ha dei precedenti in questo senso. Nel suo primo governo ordinò il massacro in due penitenziari di prigionieri accusati di terrorismo, che stavano protestando ma che erano indifesi. Nel 1983 furono circa 300 le persone assassinate nelle carceri di El Frontón e Lurigancho. L’anno scorso, nel mese di giugno, Alan García destituì un generale della Polizia che aveva evitato uno spargimento di sangue grazie al dialogo aperto con le popolazioni di Moquegua, che avevano occupato un ponte chiamato Montalvo. In pubblico dichiarò che il generale aveva avuto un comportamento “da codardo”.

A.M. — Quella degli indigeni è una lotta autonoma o è appoggiata da qualche forza politica?
I.L.A. — Le comunità hanno sempre lottato senza appoggio dei partiti. Nemmeno la sinistra nei suoi tempi migliori si è alleata a loro in modo organico. Hanno soltanto emesso comunicati di solidarietà e niente più.

A.M. — Come potrebbe evolvere la situazione del leader Alberto Pizango rifugiatosi in questi giorni presso l’ambasciata del Nicaragua in Perú?
I.L.A. — Su di lui già esisteva un ordine di cattura emesso dalla Polizia, che non aveva l’appoggio di nessun giudice. Soltanto di un Pubblico Ministro. La sua situazione evolverà seconda l’avanzamento o la sospensione dei negoziati. I nuovi dirigenti hanno preteso quattro condizioni per la ripresa del dialogo:
a) che termini lo stato d’emergenza e venga tolto il copri fuoco che vige dalle tre del pomeriggio
b) che venga revocato l’ordine di cattura contro Pizango e gli altri dirigenti
c) che il governo chieda perdono ai familiari dei civili e dei poliziotti uccisi e accetti per lo meno la responsabilità condivisa di quanto accaduto
d) che in una prossima trattativa vengano inclusi rappresentanti della Chiesa Cattolica.

A.M. — Il primo ministro Yehude Simon, un uomo di sinistra, fondatore del movimento Patria Libre, ha appoggiato le richieste degli indigeni?
I.L.A. — All’inizio del conflitto sembrò conciliante e affidabile,. Poi si è adattato alle posizioni dure del presidente Alan García. Il suo è adesso un movimento inesistente.

A.M. — Che effetto potrebbe produrre questa rivolta indigena indigena nei paesi vicini?
I.L.A. — Non ci sarà niente più che dichiarazioni di solidarietà da parte delle organizzazioni indigene simili. Con chi c’è più identità tra le popolazioni è con quelle dell’Ecuador.

A.M. – In Perú si sta chiedendo la caduta di A
lan García. In questa eventualità che opzioni ci sono per il paese?
I.L.A. — Imprevedibili, dipende da come evolverà il conflitto. La destra appoggia il governo, l’opposizione è importante ma minoritaria nel Congresso, l’unico organismo legale che può destituire García per “incapacità morale”, come lo fece nel 2001 con Alberto Fujimori, quando questo però già se ne era già andato dal paese e aveva presentato la sua rinuncia al mandato tramite un fax inviato da Tokio.


Giornalismo Partecipativo: Intervista a Gennaro Carotenuto

0 commenti

Gennaro Carotenuto insegna Storia del Giornalismo presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Macerata, dove promuove il Master in Giornalismo Partecipativo, la prima e unica iniziativa in Italia di formazione alternativa al giornalismo commerciale.

Oltre ad aver lavorato o collaborato con grandi media come El País di Madrid, Radio3RaiLa Stampa,Latinoamerica, dal 1995 gestisce uno dei blog più frequentati in Italia ed è in uscita il saggio “Giornalismo partecipativo — La storia dell’informazione come bene comune”.

Proprio di Giornalismo Partecipativo parliamo con lui in questa intervista in esclusiva ad   Annalisa Melandri

A.M. — Professor Carotenuto, lei gestisce da anni con notevole successo di pubblico un sito chiamato Giornalismo Partecipativo. Perchè questo nome?
G.C. — Più che il nome del mio sito, l’importante è il Giornalismo Partecipativo in sé, quella nebulosa di migliaia di siti che contribuiscono a spostare quote dell’opinione pubblica dal pensiero unico imposto dai media tradizionali che lavorano in sinergia con il potere, politico ed economico. Il mio sito è un pulviscolo di questa nebulosa informativa che sta cambiando il giornalismo del XXI secolo
A.M. — Secondo lei, questo modo diverso rispetto al tradizionale di fare giornalismo, può influenzare e come lo fa praticamente, i media mainstream e quindi l’opinione dei lettori?
G.C. — Intanto ci sono i numeri. La mia esperienza personale è quella di singoli articoli che sono stati letti da più di 30.000 persone, il che corrisponde al numero di lettori di editoriali di quotidiani medi. Questo impone ai media mainstream di fare i conti con la nebulosa, anche se non lo ammettono, anche se diffondono posizioni di chiusura netta ai limiti del diffamatorio. Di recente Gianni Riotta, il direttore del TG1, tutto un simbolo del giornalismo mainstream è arrivato ad affermare che chi sceglie di informarsi con i blog sottomette ad un pericolo mortale i mass media e la democrazia stessa. Per Riotta l’opinione pubblica è tale ed esiste solo se filtrata dai mass media, non esistono altre forme possibili di sviluppo di un’opinione pubblica meno concentrata su poche voci. Gli autori dei blog, se riusciranno (ma è questo il punto?) a cancellare i mass media, secondo lui cancelleranno l’opinione pubblica critica e di conseguenza la democrazia. Io credo che questa sia la posizione di chi per secoli ha imposto all’opinione pubblica cosa doveva e cosa non doveva sapere, anche in democrazia, e adesso sente questo immenso potere scemare.
A.M. — E’ un giornalismo che gode di una qualche forma di autorevolezza? A volte si ha come l’impressione che venga visto con una certa aria di sufficienza da parte degli operatori del settore…


G.C — Dipende. C’è chi lavora seguendo tutti i principi del miglior giornalismo, per accuratezza e verifica delle fonte e chi no. Anche nel grande giornalismo c’è chi lavora in maniera infedele. La differenza è che il Giornalismo Partecipativo non ha padroni come invece hanno i giornalisti mainstream spesso lottizzati.

A.M. Questa forma di fare giornalismo, intesa come processo di democratizzazione dell’informazione, sembra che trovi al momento come unico luogo di espressione soltanto la rete, è possibile che in un futuro il Giornalismo Partecipativo possa offrire il suo contributo anche agli altri media tradizionali?
 
G.C — Succede già, stanno crescendo televisioni che vanno via satellite, perfino su Sky, oppure sulle radio, pensiamo al circuito delle radio universitarie. Non stiamo inventando nulla, solo abbiamo oggi uno straordinario strumento in più.
A.M. — Una volta immaginavamo il grande giornalista nelle vesti di inviato di guerra o comunque direttamente presente sul campo, cioè “nella notizia”. Oggi questo lavoro può svolgersi comodamente seduti da casa davanti a uno schermo di un computer. Perchè dovrebbero essere disposti ad investire in viaggi e reportage gli editori se comunque c’è sempre qualcuno disposto a mettere a disposizione di tutti il suo contributo direttamente dal luogo dove ha luogo la notizia anche non essendo un giornalista nel senso classico del termine?
G.C. — Questo è un problema drammatico. Il modello economico del giornalismo mainstream non regge più. Finora stanno tagliando i costi e la qualità. Cosa succederà poi?
A.M. — Lei è docente di Storia del Giornalismo presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Macerata, che consiglio si sente di dare ad un giovane che voglia intraprendere oggi la carriera di giornalista?
 
G.C — Di consolidare la propria autorevolezza con lo studio indipendentemente dal media per il quale lavora o aspira a lavorare. Solo così potrà mantenere quote d’indipendenza.

 

 


Pagina 4 di 512345