Jordi Valle arrestato

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Avevo deciso di non scrivere più di lui e nemmeno di pubblicare ulteriori commenti che lo riguardassero in calce a questo articolo che aveva scritto per il manifesto  Maurizio Matteuzzi  che avevo ripreso sul blog e che grazie alla diffusione in rete,  aveva contribuito sicuramente a smascherare in parte le attività criminali (almeno in campo giornalistico) di quello che ora viene definito “la primula rossa” della truffa internazionale. Tuttavia,  finalmente Jordi Valle e’  stato arrestato qualche giorno fa dai carabinieri di Casteggio, con documenti falsi.

Un Jordi Valle messo alle stratte nell’agosto del 2008 da quell’articolo che aveva finalmente stroncato la sua carriera di finto giornalista (Repubblica gli pubblicava regolarmente interviste inventate di sana pianta a personaggi di rilievo internazionale come Adolfo Cano, leader delle FARC colombiane o Gabriel Garcia Marquez)  aveva anche minacciato proprio sul blog, di denunciarmi  per diffamazione (bella vero?).  (continua…)


Repubblica continua ad inventare interviste? Ora inventa anche i Tweet

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Delle interviste inventate ce ne eravamo accorti in passato. I dubbi  ritornano…

Black Bloc e disinformazione su Repubblica: in Grecia, fino a prova contraria, ci si va a mare

di Gennaro Carotenuto

Capture

È importante anche se fa sorridere per non piangere il pezzo su Repubblica di oggi firmato addirittura da Carlo Bonini che intervista un presunto Black Bloc addestrato in Grecia. L’intervistato è del tutto anonimo ma viene trattato come se fosse la bocca della verità, credibile a prescindere. Ciò senza uno straccio di fonte a sostenere la veridicità della testimonianza. Non che le fonti anonime non siano giornalisticamente utile, ma in un contesto nel quale ci siano dei riscontri. Nell’articolo di Bonini e Foschini non c’è nulla passando attraverso espressioni dimenticabili come “Sabato le sue mani hanno devastato Roma” e millantando l’esistenza di 800 falangisti pronti a tutto, un piccolo esercito. In pratica letteratura, non giornalismo. (segue sul sito).

 

Grave, gravissimo che inventino anche i Tweet!!!

Solidarietà’ con l’  amica Valentina! (Baruda)  

Repubblica e i tweet inventati 

MI DITE DOVE E QUANDO L’HO SCRITTO??????
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Questa la mia pagina twitter: @baruda (continua…)


Libia: nuove menzogne dei media mainstream

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TRIPOLI, ABU SLIM, 25 settembre: UN BUCO CON ALCUNE OSSA ANIMALI DIVENTA FOSSA COMUNE CON OLTRE 1.200 CORPI (o forse 1.700).  IL CNT ALLA FINE DEVE AMMETTERE “OSSA TROPPO GRANDI  PER ESSERE UMANE. FORSE E’ QUALCOS’ALTRO”. MA MOLTI MEDIA NON SE NE ACCORGONO

Avevano già funzionato benissimo a febbraio le false fosse comuni sul mare di Tripoli: un video e delle foto, il sito americano One day on Earth (http://www.onedayonearth.org/profiles/blogs/mass-burial-tripoli-libya-feb) aveva spacciato per tali il rifacimento di un cimitero avvenuto nell’agosto scorso. Il mondo credette, e anche se in pochi giorni il trucco fu svelato, chi se n’è accorto? Nell’immaginario rimanevano a pesare le “fosse scavate in fretta dai miliziani di Gheddafi” per nascondere parte dei “diecimila morti e 50mila feriti fra i manifestanti”, cifre sparate da un twitter della saudita Al Arabiya il 22 febbraio, fonte un sedicente membro libico del Tribunale penale internazionale, il quale ultimo lo sconfessava il giorno dopo, ma sempre invano.

Come ha insegnato la propaganda nazista, dire menzogne enormi e ripeterle come un disco rotto paga; le smentite non saranno udite. (continua…)


La OTAN apoya el CNT con armas indiscriminadas

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La OTAN admite que el  Cnt utiliza GRAD (“armas indiscriminadas)  contra civiles sitiados. La OTAN apoya el CNT con armas indiscriminadas y no desmiente las acusaciones  de Mussa Ibrahim sobre los asesinatos de civiles.   

Marinella Correggia desde Libia 

Los aliados libios de la Otan que están sitiando   Sirte y Bani Walid lanzan misiles Grad contra las ciudades y lo admiten descaradamente a la prensa  según Reuters y un medio indiano que notifica las declaraciones del “comandante” Abu Shaala sin agregar comentarios) . Hace algunos días, el vocero del gobierno legítimo libio,  Mussa Ibrahim había acusado a los  Grad de haber matado  150 civiles mientras se encontraban en  sus casas en  Sirte. La Otan todavía no contesta a  nuestras preguntas.

La Otan misma ha afirmado en pasado que  el utilizo de los Grad es un crimen de guerra porqué son  “armas indiscriminadas” por lo que  no pueden mirar  con precisión sobre  objetivos militares. Propio el presunto utilizo de estas armas de parte de los lealistas de Gadafi mientras asediaban Misurata  había  sido por muchas semanas la justificación utilizada por la Otan para los bombardeos sobre objetivos militares (u objetivos civiles si refugio de militares con matanzas de decenas de mujeres, niños y hombres).

La semana pasada el coronel de la Otan Roland Lavoie desde desde Napoles,  (el comando militar de las operaciones) justificaba los bombardeos sobre Sirte con el hecho que desde Sirte, dos semanas antes, los “lealistas” habían lanzado dos Grad hacia Misurata  (¡a 250 km!) y Brega (¡a 340 km!). Entonces para la Otan los “lealistas” representaban una amenaza para la población civil.

El mismo coronel Lavoie a una acusación de Mussa Ibrahim – 2.000 muertos no combatientes en un mes a Sirte, centenas  de civiles caídos en la noche del 16 de septiembre durante un bombardeo), ha contestado lacónico: “No podemos verificar. Muchas veces esas afirmaciones no son  exactas”. ¡Muchas veces…significa que alguna vez lo son!  (continua…)


Libia: menzogne e omissioni dei media. Verità al telefono

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LIBIA. ULTIME MENZOGNE E OMISSIONI DEI MEDIA E VERITA’ DI TESTIMONI RAGGIUNTI AL TELEFONO

Marinella Correggia 

Menzogne di una notte insonne (anche sotto il fortunato cielo italiano che nessuno bombarda dal 1945). Menzogne e arroganza fino all’ultimo in una guerra cominciata e continuata con notizie false, in cui i media hanno avuto il ruolo dell’aiuto carnefice. Solo la tivù russa Rt e quella venezuelana Telesur spiegano che è una vittoria dovuta alla carneficina compiuta dalla Nato anche con droni ed elicotteri Apache soprattutto negli ultimi giorni. Per la democrazia che il popolo libico merita, dice il premier britannico Cameron. Peccato che in tutti i mesi scorsi proprio la Nato e i “ribelli” avessero sempre lasciato cadere le proposte di libere elezioni con controllo internazionale avanzate dal governo libico.

Cosa dicono i soliti media

La Nato fa strage a Tripoli bombardando di tutto e uccidendo 1.300 persone in poche ore come denuncia Tierry Meyssan del Réseau Voltaire; ma Repubblica on line scrive che Gheddafi bombarda la folla. Giusto un titolo, senza spiegazione, giusto un modo per non perdere l’allenamento. La stessa Repubblica che non si è mai degnata di chiamare soldati i membri –decimati — dell’esercito di un paese sovrano (erano sempre definiti “mercenari e miliziani”), adesso chiama “soldati del Cnt” i ribelli, tacciando invece di “pretoriani di Gheddafi” i superstiti soldati libici (quelli non decimati dalla Nato). (A proposito: uno del Cnt, Jibril, ha fatto appello ai suoi armatissimi “ragazzi” affinché diano prova di moderazione e non attacchino gli stranieri e chi non li appoggia (il rischio è certo visti i precedenti).

L’Unità scrive che Tripoli “è insorta”, quando in realtà è occupata dai cosiddetti ribelli con la copertura aerea della Nato e i civili cioè i disarmati se ne stanno rintanati nelle case (vedi le testimonianze ottenute al telefono).  (continua…)


La “bambina dei mattoni” e l’ipocrisia dei media

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E’  vero la foto è bellissima e commovente, tuttavia è notizia di ieri che l’ Unicef ha dichiarato che nella sola Somalia sono 780mila i bambini che rischiano di morire di fame se non verranno portati loro aiuti urgenti, in quella che l’ONU  ha decretato essere la peggior crisi umanitaria  degli ultimi anni .  Non mi sembra che nessuno si stia attivando per risalire all’ identità di ognuno di quei 780mila bambini. La bambina pakistana della foto ha acqua e non sembra denutrita. E’ però  diventata il simbolo della carenza d’acqua in Pakistan  e della crisi alimentare in quel paese. (continua…)


Comunicato dell’ ABC contro la censura all’ informazione alternativa in Venezuela

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Comunicato dell’  ABC contro la censura all’ informazione alternativa in Venezuela

Asociación Bolivariana de Comunicadores, ABC

Tutti i fatti relativi all’arresto e alla deportazione del giornalista bolivariano Joaquín Pérez Becerra sono stati caratterizzati da una censura alla libertà di informazione:

Prima, la stessa detenzione di Pérez,  la voce dissidente del governo colombiano più riconosciuta e letta non solo in quel paese; la pagina di ANNCOL riusciva, come  nessun altro mezzo alternativo in Colombia, a raggiungere le 800mila visite in alcuni momenti di particolare congiuntura politica, cosa che in Colombia avviene costantemente.

Successivamente, un’ora dopo la detenzione di Joaquín, veniva diffuso  un comunicato ufficiale,  che con il linguaggio caratteristico della destra,  indicava  le ragioni dell’arresto, dettate non  dall’ INTERPOL ma dall’ex consigliere di  Álvaro Uribe Vélez, José Obdulio Gaviria, un oscuro personaggio noto per i suoi vincoli con il narcotraffico e il  paramilitarismo in Colombia.

Poi, il 25 aprile, la convocazione da parte del MINCI ai  mezzi di informazione per  una conferenza stampa all’aeroporto di Maiquetía rispetto a una probabile  consegna del compagno, infine  la successiva e quasi immediata cancellazione dell’invito con la motivazione di una momentanea sospensione di tutto il processo in corso.

Per finire,  una trasmissione a reti unificate del governo, passata  nello stesso momento in cui stavano trasferendo Becerra in Colombia.

Inoltre, il Ministero dell’  Informazione e della Comunicazione del Venezuela (MINCI), nella persona del ministro Andrés Izarra, dà disposizione  a tutti i mezzi di comunicazione  che dirige,  di non coprire  nessun avvenimento  relativo alla  solidarietà a  Joaquín Pérez Becerra e alle   proteste di un ampio settore del popolo rivoluzionario del Venezuela per la deportazione, per le nuove  condizioni della relazione Colombia – Venezuela e per gli  accordi di ambedue i governi in materia di “sicurezza” e cooperazione militare.

E’ deplorevole il ruolo che hanno giocato i mezzi di informazione che, come la VTV e Telesur, si sono distinti per la loro assenza nei luoghi cruciali dove si è manifestata la risposta della sinistra rispetto al caso di Joaquín Pérez. I loro racconti si  sono limitati ai comunicati di  governo e alle  accuse della Colombia  sui presunti crimini commessi dal direttore di ANNCOL.

Sono venuti meno alla verità e soprattutto all’impegno di trasformare il Venezuela nello spazio di costruzione di una stampa impegnata con gli interessi  delle masse popolari, con la  rottura del pensiero unico e con l’ egemonia mediatica capitalista che ha contribuito a consolidare questo feroce sistema.  Telesur  e altri mezzi di informazione sono venuti meno al principio socialista di costruire una comunicazione per la liberazione.

Attraverso questo comunicato rispondiamo anche a Iván Maiza che nell’unico articolo di opinione pubblicato da TeleSUR, in cui, più o meno assicura che il comunicatore bolivariano si è andato a cercare il suo arresto (come le donne che usano la minigonna sono colpevoli delle violenze che subiscono – nostro commento).

Dice Maiza che il movimento di sinistra è probabilmente infiltrato da “alcuni compagni” o da qualche “partito rivoluzionario” che hanno fatto dei piani per sabotare le strategie pianificate dal Comandante. Anche costruendo  trappole ai danni dei compagni di lotta? Compagni che non accettando la decisione di avvicinarsi a Santos sono disposti a fare qualsiasi cosa che possa “minare la fiducia” tra Chávez e il suo popolo, tra Chávez e i “popoli del continente”.

No, signor Maiza e signori di TeleSUR, noi  direttori dei mezzi di informazione alternativi che abbiamo invitato in qualche occasione  Joaquín Pérez Becerra per consolidare un progetto di comunicazione bolivariana, né  lavoriamo né tanto meno facciamo accordi  diplomatici con il DAS.

Noi abbiamo invitato in Venezuela in diverse occasioni Joaquín perché  eravamo assolutamente sicuri che il nostro governo non avrebbe mai deportato  al governo fascista colombiano un militante impegnato con la verità, con gli ideali bolivariani, un militante che ha sempre difeso in  Europa  questo processo che rappresenta la speranza dell’America latina.

Chi avrebbe mai  immaginato che una deportazione così vile e lontana dal diritto (perfino quello borghese),  sarebbe stata possibile nel paese con il maggior numero di emittenti comunitarie dell’America latina, il paese nel quel si sono svolti tanti incontri, congressi e dibattiti sul ruolo dei mezzi di informazione nella costruzione della Nostra America; l’unico paese dell’America latina dove c’è un processo rivoluzionario che dice di essere socialista; il paese del premio  Rodolfo Walsh alla comunicazione popolare.

Proprio nel corso dell’incontro della fondazione della Asociación Bolivariana de Comunicadores (ABC) che realizzammo nel dicembre del 2008 e nella  quale partecipò  anche Joaquín Pérez, decidemmo in sede plenaria che la sede della ABC sarebbe stata a Caracas per essere stata questa città la culla del nostro libertador Simón Bolívar e il luogo più sicuro  contro la censura, le persecuzioni e la diffamazione della destra.

Scegliemmo Caracas perchè consideravamo che il Venezuela avesse bisogno di una Associazione che smontasse le calunnie della stampa borghese e del suo Colegio Nacional de Periodistas. Considerammo che Caracas doveva essere la capitale dell’unità latinoamericana nel settore della comunicazione alternativa.

Dicemmo quindi allora, come già in altre occasioni  al nostro caro amico: “compagno Joaco, vieni che questa è una terra liberata”.

Come ci sbagliavamo!

Traduzione a cura di Annalisa Melandri

 

 


La censura di Stato di TeleSUR sul caso Joaquín Pérez Becerra

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E’  stato allegramente pubblicato un articolo veramente  infamante da parte della redazione di TeleSUR sul caso  del direttore dell’ agenzia ANNCOL, arrestato  in Venezuela ed estradato in Colombia: o a TeleSUR  hanno la memoria corta,  oppure le direttive di governo sono più  forti della necessaria solidarietà  a un giornalista da sempre coerente con gli stessi  ideali bolivariani di questa catena televisiva nata sei anni fa come mezzo di informazione rivoluzionario e come “progetto latinoamericano alternativo al neoliberalismo”.

Sembra che qualcosa sia andato perduto di quei  valori originari nei pochi anni che sono trascorsi da quel 24 luglio 2005, quando nel 222° anniversario della nascita di Simón Bolívar, l’antenna televisiva iniziava a trasmettere il suo primo blocco informativo.

L’articolo al quale mi riferisco porta il titolo “Su Joaquín Pérez Becerra” ed è scritto da  tal Iván Maíza (che né so chi è e nemmeno voglio saperlo) ed è il primo (e l’unico di opinione) che  si trova su Google cercando TeleSUR+Joaquín Becerra. Le altre notizie pubblicate da TeleSUR sull’arresto all’aeroporto di Caracas e la successiva deportazione in Colombia del giornalista svedese sono di cronaca nuda e cruda.

Evidentemente la redazione di TeleSUR non ricorda più la solidarietà che molti militanti e “giornalisti terroristi” come ora chi chiamano,   manifestammo  quando nel mese di novembre del 2006,  in Colombia il DAS arrestò il suo   corrispondente  Fredy Muñoz, accusandolo di essere membro delle FARC.

L’allora direttore dell’antenna televisiva, Andrés Izarra,  attuale ministro della Comunicazione e Informazione, in quella circostanza dichiarò molto preoccupato: “la vita di Muñoz è in pericolo”. Aveva ragione. La Colombia non è un paese sicuro per i giornalisti che denunciano l’imperante terrorismo di Stato promosso dal suo governo e apparati di sicurezza.

La Colombia però, e questo la redazione di TeleSUR dovrebbe saperlo molto bene, non è un paese sicuro nemmeno per Joaquín Pérez Becera, a maggior ragione non lo è per lui,  nato là, ex consigliere comunale del partito Unión Patriotíca, che a seguito delle  minacce ricevute,    circa 20 anni fa dovette abbandonare il  paese per non diventare  un numero in più degli oltre 4000 militanti di quel movimento politico  assassinati in pochi anni dai paramilitari e dall’ esercito  colombiano. In quel genocidio politico conosciuto con il macabro nome di Baile Rojo (Danza Rossa) sequestrarono e uccisero anche la sua prima moglie.

Joaquín quindi cercò  rifugio in Svezia e in questo paese europeo ottenne asilo politico e cittadinanza.

Nonostante questa storia, le autorità del Venezuela lo hanno arrestato, deportato e consegnato nelle mani del presidente colombiano Manuel Santos (ex ministro della difesa del governo Uribe) senza battere ciglio, dopo la telefonata ricevuta da Chávez con la quale il suo omologo colombiano gli chiedeva il favore.

TeleSUR quindi oltre a non preoccuparsi della sicurezza di Joaquín Pérez Becera,  pubblica anche articoli offensivi e denigranti  su di lui.

Conoscendo il percorso umano e politico del giornalista svedese, che abbiamo appena raccontato, leggere le infamanti domande (non dimentichiamolo! pubblicate come opinione sulla pagina di TeleSUR e non su qualsiasi piccolo blog) che pone  il tal Maíza,  autore dell’articolo, non possiamo non riflettere sul nuovo corso intrapreso dalla Rivoluzione Bolivariana: “Chi ha fatto salire in questo momento Joaquín sull’aereo­? Chi lo ha venduto per mettere la Rivoluzione Bolivariana a rischio di perdere il suo ordine strategico?… ci sono settori nella sinistra rivoluzionaria che ricevono ordini dal DAS?”

Questo si può leggere nella pagina di una catena televisiva che pretende di essere alternativa oltre che rivoluzionaria, che vuole dare la voce ai senza voce… Che pretende di rappresentare  un governo rivoluzionario, bolivariano…

Ma non basta. La cosa peggiore è che l’ex presidente di TeleSUR,  Andrés Izarra,  dal suo terzo incarico come ministro della Comunicazione e dell’Informazione, fa del sabotaggio perfino sulla copertura informativa rispetto alle giuste proteste che il governo sta ricevendo in questi giorni per la deportazione di Joaquín Becerra.

Ieri a Caracas, di fronte al ministero degli Esteri, dove centinaia di rappresentanti dei movimenti sociali e organizzazioni politiche si erano riuniti per chiedere al governo spiegazioni su quanto accaduto, oltre al fatto che i giornalisti di TeleSUR non erano presenti (ricevono precise disposizioni dal ministero della Comunicazione, MINCI) non lo erano nemmeno quelli dei maggiori mezzi di informazione del paese. I pochi alternativi che hanno coperto le proteste come l’Agencia Bolivariana de Prensa (sarà una casualità ma la pagina ABP oggi non funziona), Radio  del Sur, Avila TV,  Catia TV, Tribuna Popular, ALBATV,  lo hanno fatto  “contravvenendo l’orientamento generale dato dal  ministero della Comunicazione”.

Fonti  venezuelane presenti hanno commentato che lo stesso Izarra stava realizzando varie chiamate telefoniche  minacciando e insultando i giornalisti per la copertura che stavano dando alla mobilitazione.

Tornano allora alla mente le dichiarazioni che faceva in una intervista due anni fa Aram Aharonian, importante giornalista uruguayano, uno dei fondatori ed ex direttore di TeleSUR, allontanatosi dalla televisione per “differenze politiche ed anche etiche” : “TeleSUR è occupata da inetti, controrivoluzionari nel più ampio senso della parola: gente che recita  slogan per sembrare rivoluzionaria  ma che non ha la minima idea di cosa voglia dire”. Le sue accuse, che allora apparivano  gravi e pesanti, erano rivolte a Izarra. Ora sono invece confermate sicuramente dai fatti.

Annalisa Melandri — www.annalisamelandri.it

 

Certo bisogna farne di strada/da una ginnastica d’obbedienza

fino ad un gesto molto più umano/che ti dia il senso della violenza

però bisogna farne altrettanta /per diventare così coglioni

da non riuscire più a capire/che non ci sono poteri buoni.

(Fabrizio De Andrè)

 

 


Pronunciamiento de la ABC contra la censura a la comunicación alternativa en Venezuela

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Pronunciamiento de la ABC contra la censura a la comunicación alternativa en Venezuela
Por: Asociación Bolivariana de Comunicadores, ABC

Todos los hechos que han rodeado el proceso de captura y entrega del comunicador bolivariano Joaquín Pérez Becerra se encuentran enmarcados en la censura a la libertad de prensa: 

Primero, la misma detención de Pérez que representa la voz disidente del gobierno colombiano más reconocida y leída no sólo en ese país; ANNCOL como ningún otro medio alternativo en Colombia tenía 800 mil visitantes en momentos de coyuntura política, que en Colombia es permanente. 

Posteriormente, a una hora de la detención de Joaquín la expedición de un comunicado oficial que con un lenguaje propio de la derecha señalaba las razones de la captura, dictadas no propiamente por la INTERPOL sino por el ex asesor de Álvaro Uribe Vélez, José Obdulio Gaviria, un personaje oscuro reconocido por sus vínculos con el narcotráfico y el paramilitarismo en Colombia.

Luego, el día lunes 25 de abril, la convocatoria del MINCI a diversos medios a una rueda de prensa en el aeropuerto de Maiquetía con motivo de la posible entrega del compañero y la casi inmediata cancelación de la invitación bajo el argumento de que el proceso en cuestión se encontraba congelado. 

Al instante, una cadena nacional del Ejecutivo, a la misma hora en que estaban trasladando al director de ANNCOL a Colombia.

Ahora, el Ministerio de Información y Comunicación de Venezuela (MINCI), en la  persona del ministro Andrés Izarra, orienta a todos los Medios de Comunicación que dirige, a no cubrir ningún evento relacionado con las  expresiones de solidaridad con Joaquín Pérez Becerra y más aún, con el reclamo de un amplio sector del pueblo revolucionario de Venezuela  por la entrega y las condiciones de la relación Colombia-Venezuela y los nuevos acuerdos de ambos gobiernos en materia de “inteligencia” y  cooperación militar.

Es lamentable el papel que han jugado los medios informativos que como, VTV y Telesur, han brillado por su ausencia en los lugares cruciales donde se ha desarrollado la noticia sobre la respuesta de la izquierda frente al caso de Joaquín Pérez. Sus reportes se  han limitado a los comunicados del gobierno y las acusaciones del gobierno colombiano sobre los presuntos crímenes cometidos por el director de ANNCOL.

Han faltado a la verdad y sobre todo al compromiso de convertir a Venezuela en el espacio de construcción de una prensa comprometida con    los intereses de las mayorías populares, con  la ruptura del pensamiento único y con la hegemonía comunicacional capitalista que ha consolidado ese  feroz sistema. Telesur y otros medios han faltado al principio socialista de construir una comunicación para la liberación.

En esta vía le respondemos a Iván Maiza en el único artículo de opinión publicado por Telesur que en palabras más, palabras menos asegura  que el comunicador bolivariano se buscó la captura (como las mujeres que usan minifalda son culpables de su violación-observación nuestra-). Dice Maiza que el movimiento de izquierda posiblemente infiltrado por “algunos “camaradas” o algunos “partidos revolucionarios” han aventurado  planes para sabotear las estrategias planteadas por el Comandante, ¿Incluso montando trampas a compañeros de lucha?, camaradas que no  aceptan que el Comandante haya tomado la decisión de acercarse a Santos y están dispuestos a hacer cualquier cosa que “quiebre la  confianza” entre Chávez y su pueblo, entre Chávez y los pueblos del continente”.

No señor Maiza y señores de Telesur, los directivos de medios alternativos que hemos invitado en algunas ocasiones a Joaquín Pérez Becerra  para consolidar un proyecto de comunicación bolivariana, ni trabajamos ni hacemos acuerdos diplomáticos con el DAS. Nosotros hemos  invitado a Venezuela en  diferentes ocasiones a Joaquín porque estábamos absolutamente seguros que nuestro gobierno jamás entregaría al gobierno fascista de Colombia, a un militante comprometido con la verdad, el ideario  bolivariano, un militante que siempre ha defendido en diferentes escenarios de Europa este proceso que es esperanza de Latinoamérica.

Quién iba pensar que una entrega tan vil y alejada de todo derecho (hasta burgués) iba a ser posible en el país con el mayor número de  emisoras comunitarias de Latinoamérica, el país que ha hecho tantos encuentros, congresos y coloquios sobre el papel de los medios de comunicación en la construcción de Nuestra América; el único país de Sur América en donde hay un proceso revolucionario que dice ser  socialista; el país del premio Rodolfo Walsh a la comunicación popular.

Justamente en el encuentro de fundación de la Asociación Bolivariana de Comunicadores que realizamos en diciembre de 2008 y en la que  participó  Joaquín Pérez decidimos en plenaria que la sede de la ABC sería en Caracas por ser la cuna de nuestro libertador Simón Bolívar y el lugar más seguro contra la censura, las persecuciones y la difamación de la derecha. La escogimos porque consideramos que Venezuela necesitaba una Asociación que hiciera mella a  las calumnias de la prensa burguesa y su Colegio Nacional de periodistas. Además se consideró que Caracas debía ser la capital de la unidad latinoamericana del sector comunicacional alternativo.

Así pues que le dijímos ahora, como en más de una ocasión, a nuestro querido compañero, “camarada Joaco, venga que ésta es tierra liberada”. 

!Nos equivocamos!


La censura de Estado de TeleSUR sobre el caso de Joaquín Pérez Becerra

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Los términos medios son la antesala a traición. (Ernesto Guevara)

Se  ha publicado alegremente un artículo infame por la redacción de TeleSUR:  o tienen memoria muy corta o las directivas de gobierno son más fuertes que la necesaria solidaridad a un periodista comprometido con los mismos valores e ideales bolivarianos  de esta cadena televisiva  que nació hace seis años  para ser un medio revolucionario y un “proyecto latinoamericano alternativo al neoliberalismo”.

Parece que algo se haya  perdido de los valores originarios en el transcurso de estos pocos años,   desde aquel 24 de julio de 2005 cuando en el 222 aniversario del nacimiento de Simón Bolívar,  la antena TeleSUR empezaba  a transmitir su  primer bloque de informaciones.

El artículo al que me refiero se titula “Acerca de Joaquín Pérez Becerra” y está escrito  por tal Ivan Maíza (que ni se quien es y ni voy a averiguarlo) y es el primero (y el único de opinión) que se encuentra en Google buscando TeleSUR+Joaquín Becerra. Las otras noticias publicadas por  TeleSUR respecto a la detención en el aeropuerto de Caracas y a la siguiente deportación a Colombia del periodista sueco director de la agencia ANNCOL, son de pura  crónica pelada, monda y lironda.

Evidentemente en la redacción de TeleSUR ya no recuerdan la solidaridad que muchos militantes y “periodistas terroristas” como ahora está de costumbre llamarnos,  les brindamos  cuando en el mes de noviembre de 2006 en Colombia el DAS detuvo el corresponsal de ellos, Fredy Muñoz, acusándolo de ser miembro de las FARC.

El entonces director de la antena televisiva,  Andrés Izarra (actual ministro de la Comunicación y la Información),  declaró en aquellas circunstancias  muy preocupado: “la vida de Muñoz corre peligro”. Tenía  razón. Colombia no es un país seguro para los periodistas que denuncian el  imperante terrorismo de Estado promovido por sus gobiernos y sus órganos de seguridad.

Pero Colombia, y  eso la redacción de TeleSUR debería saberlo muy bien,   no es un país seguro  tampoco para Joaquín Pérez Becerra, con mayor razón para este hombre, nacido allá,  ex concejal del partido Unión Patriótica,  que  hace 20 años tuvo que huir de su país para no ser un numero más de los casi 4000 militantes de esta fuerza política asesinados  en pocos años por los   paramilitares y las fuerzas de seguridad colombianas.

Joaquín tuvo  que buscar refugio en Suecia después del secuestro y homicidio de su primera esposa, una víctima más de aquel genocidio político que llevó el nombre macabro de Baile Rojo.  Allá   obtuvo estatus de refugiado político y la ciudadanía sueca.

No obstante esta historia,  las autoridades de Venezuela  lo ha detenido, deportado y entregado en las manos del presidente colombiano  Manuel  Santos (ex ministro de defensa en el  gobierno de Uribe) sin pestañear, después de haber recibido Hugo Chávez  una llamada telefónica de parte de su homologo colombiano pidiéndole el favor.

TeleSUR entonces no se preocupa por la seguridad de Joaquín Becerra pero  además de eso publica artículos ofensivos y denigrantes.

Conociendo la trayectoria humana y  política del periodista sueco, que acabamos de contar, leer las infamantes preguntas, (¡no olvidémoslo! publicadas como opinión en la página de TeleSUR y no en cualquier bloguesito) que hace el tal Ivan Maíza, autor del artículo,  no se puede no reflexionar seriamente sobre el nuevo rumbo tomado por la Revolución Bolivariana: ¿Quién montó en este momento a Joaquín en ese avión? ¿Quién lo vendió para poner a la Revolución Bolivariana en riesgo de perder su ordenamiento estratégico?… ¿hay sectores en la izquierda revolucionaria que reciben órdenes del DAS?”

Eso se lee en la página de una cadena televisiva que pretende ser alternativa y además revolucionaria, que pretende dar la voz a los sin voz… Que pretende ser cadena televisiva de un gobierno revolucionario, bolivariano…

No es suficiente. Lo peor  es que el ex presidente de TeleSUR Andrés Izarra   desde su actual y tercer cargo de   ministro de  la Comunicación y la  Información (MINCI),   sabotea también la cobertura informativa respecto a las justas protestas que el gobierno está recibiendo  en estos días por la deportación de Joaquín Becerra.

Ayer en Caracas,   frente a la cancillería,   donde  centenares de representantes de los movimientos sociales y organizaciones políticas se habían  reunido para exigir al gobierno una explicación sobre lo sucedido, además de no estar presentes los periodistas de  TeleSUR  (que reciben precisas disposiciones del MINCI) ni de los mayores medios de comunicación, los pocos medios alternativos que cubrieron las protestas  como la Agencia Bolivariana de Prensa (será una casualidad pero la página ABP hoy no funciona),Radio del Sur, Avila TV,  Catia TV, Tribuna Popular, ALBATV,  lo hicieron “contraviniendo la orientación general del Ministerio de Comunicación”. Fuentes venezolanas comentaron que el mismo Izarra,  realizó varias llamadas telefónicas a unos de ellos,  amenazándolos e insultándolos por dar  cobertura del  plantón.

Vuelven entonces a la memoria las declaraciones que hacía en una entrevista hace dos  años  Aram Aharonian,  destacado periodista uruguayo,  uno de los fundadores  y ex director de  TeleSUR   que se alejó  de la misma por “diferencias políticas, e incluso éticas”: “Telesur está tomada por ineptos, contrarrevolucionarios en el amplio sentido de la palabra: gente que recita consignas para parecer revolucionarios pero que no tienen la menor idea de qué se trata”.  Sus acusaciones, que entonces parecieron pesadas y graves, estaban  referidas al mismo Izarra. Ahora se ven  definitivamente confirmadas por los hechos.

Annalisa Melandri

 

 

 

 

 


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