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	<title>Annalisa Melandri&#187; Uruguay</title>
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	<description>America Latina, e non solo</description>
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		<title>Ritorno dell’impunità in Uruguay?</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 03:12:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[La memoria]]></category>
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		<description><![CDATA[Immediata cancellazione di tutti i processi che erano stati aperti contro ex militari per i crimini da loro commessi tra gli anni 1973 e 1985 di Annalisa Melandri — in esclusiva per L’Indro — 1 Marzo 2013 Torna l’impunità in Uruguay, almeno per quanto riguarda i crimini commessi durante l’ultima dittatura (1973–1985). Se la legge emanata [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-8727" title="uruguay 1" src="http://www.annalisamelandri.it/wordpress/wp-content/uploads/uruguay-1.jpg" alt="" width="519" height="309" /></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: small;"><strong><span style="color: #800000;"><em>Immediata cancellazione di tutti i processi che erano stati aperti contro ex militari per i crimini da loro commessi tra gli anni 1973 e 1985</em></span></strong></span></p>
<p>di <strong>Annalisa Melandri</strong> — in esclusiva per L’<a href="http://www.lindro.it" target="_blank">Indro</a> — 1 Marzo 2013</p>
<p><strong>Torna l’impunità in Uruguay</strong>, almeno per quanto riguarda i crimini commessi durante l’ultima dittatura (1973–1985). Se la legge emanata il 27 di ottobre del  2011, la <a href="http://www0.parlamento.gub.uy/leyes/AccesoTextoLey.asp?Ley=18831&amp;Anchor=">18.831</a>, con la quale si dichiaravano imprescrittibili i reati commessi dai militari durante tale periodo e si ristabiliva il pieno esercizio della “<em>pretesa punitiva dello Stato per i delitti commessi in applicazione del terrorismo di Stato</em>”, aveva sancito un enorme passo in avanti verso l’apertura di molti processi ancora in sospeso in Uruguay,  <strong>la sentenza  della Corte Suprema di Giustizia approvata per maggioranza la settimana scorsa da quattro dei cinque giudici che la compongono,  segna veramente il ritorno al passato più oscuro</strong>, dal quale il paese, a fatica e a colpi di leggi, decreti e referendum, sta cercando in questi anni di venire fuori. <span id="more-8725"></span></p>
<p><strong>Il massimo organo della giustizia uruguaiano ha dichiarato, infatti, incostituzionali gli articoli due e tre  della legge 18.831</strong>e lo ha fatto soprattutto sulla base dell’argomentazione secondo la quale la legge non può applicarsi in maniera retroattiva. <strong>Tale sentenza viene a negare pertanto, uno dei principi fondamentali sulla quale si fonda la giurisprudenza internazionale</strong> <strong>in materia di difesa dei diritti umani e cioè l’imprescrittibilità dei crimini contro l’umanità sancita dalla </strong><strong><a href="http://www.conflittidimenticati.it/cd/docs/1221.pdf">Convenzione</a> </strong><strong>adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 26 novembre 1968</strong>, entrata in vigore l’11 novembre 1970 e <a href="http://archivo.presidencia.gub.uy/noticias/archivo/2001/junio/2001061323.htm">ratificata</a>  dall’Uruguay nel 2001.<br />
<strong>La sentenza</strong>, che ha provocato proteste in Uruguay e ha suscitato  critiche a livello internazionale da parte delle maggiori associazioni per la difesa dei diritti umani, <strong>provocherebbe l’immediata cancellazione di tutti i processi che erano stati aperti contro ex militari per i crimini da loro commessi tra gli anni 1973 e 1985.</strong></p>
<p>Anche se il portavoce della Corte Suprema di Giustizia, <strong>Raúl Oxandabarat</strong>, ha detto alla stampa locale  che “<em>la dichiarazione di incostituzionalità dei due articoli della legge che impediva la prescrizione dei delitti della dittatura non significa l’archiviazione automatica di tutte le cause aperte per quei crimini</em>” perché  la Corte Suprema di Giustizia esamina i casi singolarmente e che i giudici hanno indipendenza per applicare la legge come meglio credono,  <strong>la portata negativa di tale sentenza è evidente </strong>ed essa, come ha dichiarato <strong>Amnesty International</strong> in un <a href="http://www.amnesty.org/es/for-media/press-releases/uruguay-fallo-de-la-suprema-corte-ampara-nuevamente-la-impunidad-2013-02-25">comunicato stampa</a> <strong>“</strong><strong><em>volta le spalle alle vittime delle gravi violazioni dei diritti umani commesse fino a marzo del 1985 e minaccia di lasciare nell’impunità centinaia di casi in cui già sono state avviate le indagini</em>”.</strong></p>
<p>È evidente che le dichiarazioni di Oxandabarat sono state rilasciate dopo la lettura della sentenza per tranquillizzare la cittadinanza, le associazioni dei familiari delle vittime della dittatura e alcune delle principali forze politiche di sinistra del paese, tra i quali l’ufficialista <strong>Frente Amplio</strong>, che già hanno già annunciato proteste in tutto il paese. La sentenza è stata emessa accogliendo un ricorso di incostituzionalità presentato dagli avvocati di due militari, i colonnelli <strong>Rudyard Scioscia</strong> e <strong>Mario Cola</strong>,  accusati di torture e sparizioni forzate.</p>
<p>Alla gravità della sentenza, che segna un precedente e un punto a favore dell’impunità, va aggiunta inoltre l’improvvisa  <strong>rimozione, sempre da parte della Corte Suprema di Giustizia, della giudice Mariana Mota,</strong> il 15 febbraio scorso, e il suo successivo trasferimento dalla sezione penale a quella civile. <strong>La giudice era titolare di oltre cinquanta processi contro ex militari ed era stata accusata dall’ex presidente della Repubblica, Julio María Sanguinetti</strong> (lo stesso che aveva definito i due articoli della legge 18.831 che sancivano l’imprescrittibilità dei crimini commessi dalla dittatura come una ‘aberrazione’), <strong>di agire come una ‘militante’</strong>, per  la sua vicinanza alle associazioni dei familiari delle vittime della dittatura. <strong>La rimozione della giudice Mota</strong>, voluta da militari contrari ai processi della dittatura e da un settore politico vicino ad essi,<strong> è stata accompagnata da manifestazioni di solidarietà e da proteste</strong>. Grazie al suo lavoro, infatti, nel febbraio del 2010 l’ex dittatore <strong>Juan Marìa Bordaberry</strong> venne  condannato a 30 anni di carcere e 15 di arresti domiciliari per 11 delitti di lesa umanità (2 omicidi politici e la sparizione forzata di 9 cittadini) e per “<em>attentato alla Costituzione</em>”.  L’ex dittatore tuttavia, non ha scontato nemmeno un giorno di prigione perché lo scorso anno è deceduto all’età di 83 anni.</p>
<p>Ora, con la sentenza della Corte Suprema di Giustizia, viene <strong>ancora una volta ristabilita l’impunità in Uruguay.<br />
</strong><strong>È</strong><strong> tormentato e pieno di contraddizioni il cammino verso la ricerca della giustizia e della verità storica nel piccolo paese del Cono Sud</strong>. È stato  proprio il popolo uruguaiano, chiamato a consulta ben due volte, nel 1989 e nel 2009,  a respingere la possibilità di revocare la legge n. <a href="http://www.parlamento.gub.uy/leyes/AccesoTextoLey.asp?Ley=15848&amp;Anchor=">15.848</a> di “<em>Decadenza della Pretesa Punitiva dello Stato</em>” promulgata nel 1986 dal primo governo di <strong>Julio María Sanguinetti</strong> e meglio nota ai suoi detrattori come “<strong><em>Legge dell’Impunità</em>” con la quale in pratica lo Stato rinunciava a far valere la giustizia per i crimini commessi dai militari </strong>(ma anche dai  civili che  agivano in suo nome e conto)<strong> fino al 1985.</strong></p>
<p>La dittatura in Uruguay e quella in Brasile, sono state  definite entrambe “<em>dictablandas</em>” perché non hanno  registrato  l’enorme numero di morti e di persone scomparse che hanno caratterizzato invece quella argentina e cilena,  tuttavia si inserirono entrambe pienamente in quel  ‘coordinamento generale’ delle dittature latinoamericane portato avanti con l’appoggio degli Stati Uniti  e noto come <strong>Plan Condor</strong>.<br />
In Uruguay, i militari, dopo il golpe del 1973 ad opera di Juan María Bordaberry, che detenne il potere  fino al 1976, mantennero il regime dittatoriale fino al 1985.<br />
In dodici anni morirono nelle carceri del paese circa un centinaio di prigionieri politici e il numero delle persone scomparse (comprensivo anche di cittadini uruguaiani fatti sparire in altri paesi della regione dal Plan Condor) è di 140, secondo la Commissione della Verità istituita nel 2000 per far luce sui crimini commessi durante quel periodo.<br />
Resta tuttavia ancora molto da fare sia in ambito investigativo,  che processuale e normativo, ma soprattutto legislativo, per far sì che il paese sia in linea con le obbligazioni assunte a livello internazionale con tutti i trattati e le convenzioni ratificate negli anni dall’Uruguay in materia di diritto internazionale a partire dal secondo dopoguerra ad oggi.</p>
<p>Il <strong>presidente José Mujica</strong>, del <em>Frente Amplio</em>, un ex guerrigliero  del Movimento di Liberazione Nazionale –Tupamaros, in carica dal 2010, che ha pagato in passato con il carcere la sua opposizione alla dittatura, <strong>ha fatto vari tentativi per riportare il paese sui binari della giustizia internazionale e ha dimostrato grande apertura alle richieste dei familiari delle vittime della dittatura</strong>, per ultimo emanando nell’ottobre del 2011 proprio la legge 18.831, adempiendo così ad una richiesta esplicita in tal senso della Corte Interamericana dei Diritti Umani, ma  oggi dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema di Giustizia.</p>
<p>Pochi mesi prima dell’emanazione della legge, nel  marzo del 2011,  la <strong>CIDH infatti,  aveva condannato lo stato uruguaiano per la sparizione forzata di María Claudia García</strong>, nuora del poeta argentino <strong>Juan Gelman</strong>. María Claudia, incinta di otto mesi e suo marito<strong>Marcelo Ariel</strong>, il figlio di Gelman, entrambi giovani militanti politici, erano stati arrestati in Argentina. Il ragazzo fu immediatamente ucciso e Maria Claudia venne trasferita in Uruguay nell’ambito del Plan Condor. A Montevideo, dopo aver dato alla luce una bambina, si persero completamente le sue tracce. La bambina, <strong>Macarena Gelman</strong>, soltanto dal 2000 ha conosciuto la sua vera identità e ha deciso di adottare il cognome paterno, dopo aver finalmente riabbracciato suo nonno che non aveva mai smesso di cercarla.</p>
<p>La CIDH  aveva inoltre intimato allo Stato di “<em>prendere le misure necessarie affinché la Legge di Decadenza della Pretensione Punitiva dello Stato smetta di rappresentare un ostacolo per le indagini delle cause</em>”.<br />
La legge 18.831,  pur non eliminando completamente la Legge dell’Impunità,   la modificava in alcuni passaggi,  nel lodevole quanto difficile tentativo di mettersi in linea con quanto disposto dalla CIDH.</p>
<p>Non basta evidentemente sancire nelle urne il passaggio alla democrazia, <strong>dittature come quelle dell’Uruguay e del Brasile</strong>, pur non avendo lasciato dietro di sé migliaia di morti o di persone scomparse (come non pensare ad esempio ai 30mila <em>desaparecidos</em> argentini)  <strong>hanno lasciato evidenti cicatrici nel tessuto sociale del paese</strong>,  manifestate dall’incapacità  nel  riuscire a fare  i conti con il proprio passato,  soprattutto da parte della popolazione, che se pur oggi protesta contro  la sentenza della Corte Suprema di Giustizia, appena nel 2009 respingeva la proposta di revoca della Legge dell’Impunità.</p>
<p>Il rispetto per i diritti umani, la nozione di Stato di Diritto, il rispetto delle norme di <strong>diritto internazionale penale inteso come contenitore globale  di principi e di valori</strong> ai quali ogni paese deve attingere e al quale deve dare il proprio contributo per una <strong>politica di difesa dei diritti umani che sia veramente universale</strong>, come si vede, è un qualcosa che prima di far parte dell’apparato legislativo di un singolo paese,  ne deve costituire la sua spina dorsale a livello culturale.</p>
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		<title>Uruguay, America latina: Pepe Mujica presidente “il mondo alla rovescia”</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 13:19:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Gennaro Carotenuto Giornalismo Partecipativo   Pepe Mujica, l’ex guerrigliero Tupamaro, per 13 anni prigioniero della dittatura fondomonetarista, per nove anni rinchiuso in un pozzo e torturato continuamente, è il nuovo presidente della Repubblica in Uruguay. Ha ottenuto il 51,9% dei voti, superando il 50.4% con il quale Tabaré Vázquez era stato eletto cinque anni [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><font color="#000000" size="2" face="Arial"><img align="absMiddle" src="/public/Pepe Mujica.jpg" alt="" /></font></p>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial"></font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial">di Gennaro Carotenuto</font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial"><a href="http://www.gennarocarotenuto.it" target="_blank">Giornalismo Partecipativo</a></font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial"> </font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial">Pepe Mujica, l’ex guerrigliero Tupamaro, per 13 anni prigioniero della dittatura fondomonetarista, per nove anni rinchiuso in un pozzo e torturato continuamente, è il nuovo presidente della Repubblica in Uruguay. Ha ottenuto il 51,9% dei voti, superando il 50.4% con il quale Tabaré Vázquez era stato eletto cinque anni fa. Il suo rivale, Luís Alberto “Cuqui” Lacalle, del Partito Nazionale, si è fermato al 42.9% dei voti.</font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial"> </font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial">E’ uno scarto di nove punti, superiore a tutte le aspettative e, con un’affluenza alle urne superiore al 90% in uno dei paesi dal più alto senso civico al mondo, conferma che quella del presunto rifiuto per la figura popolana e popolare e dal passato guerrigliero di Mujica era una menzogna cucinata e venduta a basso costo dal complesso disinformativo-industriale di massa.</font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial"> </font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial">Il trionfo di Mujica (nella foto incredibilmente in giacca, ma senza cravatta) è espressione di quello che negli anni del Concilio Vaticano II si sarebbe definito “segno dei tempi”. Come ha detto lo stesso dirigente politico tupamaro, emozionatissimo nel suo primo discorso sotto la pioggia battente a decine di migliaia di orientali che hanno festeggiato con i colori del Frente Amplio, quello che lo porta alla presidenza è proprio “un mondo alla rovescia”. </font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial"> </font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial"> </font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial">Un mondo nuovo i contorni del quale non sono ancora del tutto visibili nella prudenza dei grandi dirigenti politici che rappresentano il fiorire dei movimenti sociali, indigeni, popolari del Continente ma che si tratteggia in due grandi temi di fondo: uguaglianza tra i cittadini e unità latinoamericana.</font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial"> </font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial">Mujica è stato chiarissimo: il primo valore della sua presidenza sarà il mettere l’uguaglianza tra i cittadini al primo posto e il primo ringraziamento è andato oltre che al popolo orientale “ai fratelli latinoamericani, ai dirigenti politici che li stanno rappresentando e che rappresentano le speranze finora frustrate di un continente che tenta di unirsi con tutte le sue forze”.</font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial"> </font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial">Proprio il trionfo di Mujica, la quarta figura che viene dal basso, plebea se preferite, e non espressione delle classi dirigenti, illuminate o meno, a divenire presidente in appena un decennio, testimonia che l’America latina sta riscrivendo la grammatica politica della rappresentanza democratica in questo inizio di XXI secolo in una misura perfino insospettabile e incomprensibile in Europa. </font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial"> </font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial">Mujica, nonostante la militanza politica di più di mezzo secolo, è un venditore di fiori recisi nei mercati rionali. E’ uno che quando è diventato deputato per la prima volta e fino a che non ha avuto responsabilità di governo ha accettato dallo Stato solo il salario minimo di un operaio e, siccome questo non è sufficiente per vivere, ha continuato a vendere fiori nei mercati rionali. Per campare. Indecoroso per un parlamentare, ma solo così, solo dal basso, oggi Mujica può permettersi a testa alta di rappresentare il popolo e proporre a questo “un governo onesto”.</font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial"> </font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial">Non è un medico, come Tabaré Vázquez o Salvador Allende o Ernesto Guevara, né ha un dottorato in Belgio come l’ecuadoriano Rafael Correa. Non ha studiato dai gesuiti come Fidel Castro né proviene dalla classe dirigente illuminata come Michelle Bachelet in Cile o i coniugi Kirchner in Argentina. Non è, soprattutto, un pollo di batteria, allevato per star bene in società come tanti burocratini dei partiti politici della sinistra europea, che infatti passa di sconfitta in sconfitta e di frammentazione in frammentazione mentre invece in America l’unità delle sinistre è un fatto.</font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial"> </font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial">Pepe il venditore di fiori recisi nei mercatini rionali è un uomo del popolo come l’operaio Lula in Brasile, come il militare di umili origini Hugo Chávez in Venezuela e come il sindacalista indigeno Evo Morales in Bolivia. Non a caso sono tre uomini politici che hanno mantenuto un rapporto privilegiato con la loro classe di provenienza, che non hanno tradito e che sono ricompensati con alcuni tra i più alti indici di popolarità al mondo, nonostante siano costantemente vittime di campagne ben orchestrate di diffamazione da parte dei complessi mediatici nazionali e internazionali.</font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial"> </font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial">Non è un caso che da questi dirigenti politici venga posto sul piatto dell’agenda politica lo scandaloso problema dell’uguaglianza che trent’anni di retorica neoliberale avevano umiliato, vilipeso e cancellato e che invece è più che mai l’unico motore dell’unico futuro possibile non solo in America latina. </font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial"> </font></div>
<div><font color="#000000" size="2" face="Arial">L’America latina integrazionista, dove diventa presidente un ex-guerrigliero venditore di fiori recisi nei mercatini dei quartieri popolari di Montevideo, è davvero “il mondo alla rovescia”, ma è anche la speranza di un “mondo nuovo”, di un nuovo inizio e un futuro migliore in pace e in democrazia. Questa speranza non poteva che venire dal Sud del mondo, da quella “Patria grande latinoamericana” che sta riscrivendo la Storia.</font></div>
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		<title>Siluro  per John McCain parte da Montevideo</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Nov 2008 20:33:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[dblog]]></category>
		<category><![CDATA[Uruguay]]></category>

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		<description><![CDATA[Guai in vista per John McCain. La notizia potrebbe rappresentare il colpo di grazia per la corsa alla Casa Bianca del senatore repubblicano, giunta ormai alle battute finali. Il “siluro” per McCain è partito oggi dal quotidiano uruguaiano la República, con la pubblicazione in prima pagina dell’articolo a firma di Roger Rodriguez , il giornalista [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><font color="#333333" size="2"><img alt="Joao Goulart" hspace="10" src="/public/goulart.gif" align="right" vspace="5" /></font></p>
<p><font color="#333333" size="2">Guai in vista per John McCain. La notizia potrebbe rappresentare il colpo di grazia per la corsa alla Casa Bianca del senatore repubblicano, giunta ormai alle battute finali.</font></p>
<p><font color="#333333" size="2"><strong>Il “siluro” per McCain è partito oggi dal quotidiano uruguaiano <em>la República</em>,</strong> con la pubblicazione in prima pagina dell’articolo a firma di Roger Rodriguez , il giornalista che sta seguendo questo caso <span style="mso-spacerun: yes"> </span>fin dal 2002, <span style="mso-spacerun: yes"> </span><span style="mso-spacerun: yes"> </span>ed è stata già passata alle agenzie statunitensi. </font></p>
<p><font color="#333333" size="2"><strong>Frederick W. Latrash,<span style="mso-spacerun: yes">  </span><span style="mso-spacerun: yes"> </span>consigliere e segretario personale di Mc Cain, <span style="mso-spacerun: yes"> </span>nonché ex <span style="mso-spacerun: yes"> </span><span style="mso-spacerun: yes"> </span>capo della CIA in Uruguay nel 1976, <span style="mso-spacerun: yes"> </span>sarebbe coinvolto direttamente nell’omicidio dell’ex presidente brasiliano di sinistra, Joao Goulart morto in quello stesso anno, nel mese di dicembre.</strong></font></p>
<p><font color="#333333" size="2">La denuncia è stata fatta da uno dei figli di<span style="mso-spacerun: yes">  </span>Goulart, <span style="mso-spacerun: yes"> </span>che accusa Latrash di essere stato colui che ha portato direttamente in Argentina, dove l’ex presidente si trovava in esilio dopo la destituzione a causa del colpo di stato del 1964<span style="mso-spacerun: yes">  </span>appoggiato<span style="mso-spacerun: yes">  </span>dagli Stati Uniti, <span style="mso-spacerun: yes"></span>le pasticche avvelenate <span style="mso-spacerun: yes"> </span>a base di cloruro di potassio o di sodio, preparate<span style="mso-spacerun: yes">  </span>in Uruguay dal dottor<span style="mso-spacerun: yes">  </span>Carlos Milies (alias capitano <span style="mso-spacerun: yes"> </span>Adonis) e che agenti dei servizi segreti avrebbero scambiato nella residenza di Goulart con le medicine che lui prendeva abitualmente. </font></p>
<p><font color="#333333" size="2">La decisione di uccidere l’ex presidente brasiliano sarebbe stata maturata nel corso di una riunione segreta avvenuta nel mese di novembre 1976 a Montevideo e alla quale oltre a Latrash parteciparono Sergio Paranhos Fleury , un ufficiale di polizia brasiliano noto torturatore sanguinario dei giovani sacerdoti della Teologia della Liberazione <span style="mso-spacerun: yes"> </span>(tra i quali Frei Tito, che incapace di dimenticare le torture subite da Paranhos si suiciderà in Francia nel 1974) e il colonnello uruguayano <span style="mso-spacerun: yes"> </span>Luis V. Queirolo</font></p>
<p><font color="#333333" size="2">Questo dettaglio della riunione del novembre 1976 è stato confermato nel corso del suo interrogatorio svoltosi a Montevideo nel maggio di quest’anno, <span style="mso-spacerun: yes"> </span>da <span style="mso-spacerun: yes"> </span> Mario Ronald Barreiro Neira, ex agente dei servizi<span style="mso-spacerun: yes">  </span>segreti uruguaiani, che già nel 2002 aveva  rivelato al giornalista de la República , Roger Rodriguez, che <span style="mso-spacerun: yes"> </span>l’ex presidente brasiliano non sarebbe morto per un arresto cardiaco come si era creduto fino a quel momento, <span style="mso-spacerun: yes"> </span>ma era stato ucciso <span style="mso-spacerun: yes"> </span>da un potente veleno. L’uomo si trova attualmente <span style="mso-spacerun: yes"> </span>in un carcere di massima sicurezza in Brasile scontando una pena per traffico di armi e rapina in banca. </font></p>
<p><font color="#333333" size="2"><strong>L’omicidio <span style="mso-spacerun: yes"> </span>dell’ex presidente brasiliano, sarebbe pertanto avvenuto nell’ambito del plan Condor, dal momento che oltre agli Stati Uniti hanno partecipato alla sua realizzazione anche il Brasile e</strong><span style="mso-spacerun: yes">  </span><strong>l’Uruguay. </strong></font></p>
<p><font color="#333333" size="2">E’ stata avanzata la richiesta intanto, allo Stato brasiliano, <span style="mso-spacerun: yes"> </span>da parte di associazioni per la difesa dei diritti umani, da una <span style="mso-spacerun: yes"> </span>commissione parlamentare e dalla magistratura di <span style="mso-spacerun: yes"> </span>Río Grande do Sul, di riaprire gli archivi relativi <span style="mso-spacerun: yes"> </span>alla dittatura brasiliana e la desecretazione di documenti  agli Stati Uniti.</font></p>
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		<title>Nestor Troccoli, oggi l’udienza per l’estradizione in Uruguay del torturatore del Plan Condor che la giustizia italiana ha rimesso in libertà per mancanza di prove</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Sep 2008 15:50:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[dblog]]></category>
		<category><![CDATA[Uruguay]]></category>

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		<description><![CDATA[Delle 140 persone raggiunte da mandati di cattura internazionali nell’ambito delle indagini sul Plan Condor, Nestor Troccoli era l’unico ad essere finito in carcere. In Italia  il 23 dicembre 2007. Una serie di “disguidi burocratici”,   per i quali ha perso il posto anche Carlos Abin, ambasciatore uruguaiano nel nostro paese,   lo hanno però rimesso in libertà lo scorso 23 [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><font color="#333333" size="2"><img hspace="10" src="/public/troccoli.jpg" align="left" vspace="5" alt="" /></font></p>
<div><font size="2"><font color="#333333">Delle 140 persone raggiunte da mandati di cattura internazionali nell’ambito delle indagini sul Plan Condor, <a href="http://www.annalisamelandri.it/dblog/articolo.asp?articolo=540" target="_blank">Nestor Troccoli</a> era l’unico ad essere finito in carcere. In Italia  il 23 dicembre 2007. Una serie di “<strong>disguidi burocratici”, </strong><span><strong>  per i quali ha perso il posto anche Carlos Abin, ambasciatore uruguaiano nel nostro paese,</strong>   lo hanno però rimesso in libertà lo scorso 23 aprile.</span></font></font></div>
<div><font color="#333333" size="2">Era accusato della scomparsa di sei cittadini italiani ed era stato arrestato a Salerno a fine dicembre 2007.</font></div>
<div><font color="#333333" size="2">Troccoli, che ha anche il passaporto italiano, adesso vive e gira tranquillamente per le strade di Roma.</font></div>
<div><font color="#333333" size="2">Oggi si sta svolgendo  l’udienza della Cassazione che deciderà in merito all’estradizione richiesta dall’Uruguay in quanto Troccoli è accusato nel suo paese di aver fatto sparire dall’Argentina anche 21 cittadini uruguaiani, suoi connazionali, nell’ambito delle operazioni del Plan Condor.</font></div>
<div><font color="#333333" size="2"><strong>“Ho denunciato anche lo Stato, per il caso della scarcerazione di Nestor Trocccoli, chiedendo un risarcimento danni” dice   Cristina Mihura moglie del desaparecido Bernardo Arnone, cittadino uruguaiano scomparso dall’Argentina il 1 ottobre del 1976.</strong></font></div>
<div><font color="#333333" size="2">“Eravamo rifugiati politici in Argentina, quello di mio marito è un caso classico di <i>desaparecido</i> del Plan Condor”. Mi spiega infatti che circa 5 giorni dopo l’arresto  del marito,  un aereo della Forza Aerea uruguaiana trasportò  in Uruguay tra le 16 e le 20 persone, tra le quali probabilmente Bernardo, che vennero poi torturate e fucilate una  volta giunte a destinazione.</font></div>
<div><font color="#333333" size="2">“Questo volo, conosciuto come il secondo volo, la cui esistenza è stata riconosciuta dalla Forza Aerea dell’Uruguay appena due anni fa, è stato effettuato nella notte tra il 5 e il 6 ottobre del 1976”, racconta Cristina, la quale chiede soltanto di “poter chiudere le ferite e dare una sepoltura dignitosa al marito” del quale il corpo non è ancora stato ritrovato.</font></div>
<div><font color="#333333" size="2">In Uruguay si cercano ancora i resti di 220 <i>desaparecidos</i>, ma le ricerche fino a questo momento sono riuscite a riportare alla luce soltanto gli scheletri di due persone.</font></div>
<div><font color="#333333" size="2">La richiesta di Cristina dei danni allo Stato è stata accolta favorevolmente dal magistrato e già al ministro degli Affari Esteri e alle istituzioni competenti è stata richiesta la documentazione necessaria per le opportune verifiche.</font></div>
<div><font color="#333333" size="2">“Dalla scomparsa di mio marito, non faccio altro che girare per tribunali, non solo per il mio caso, ma anche in rappresentanza di numerosi altri familiari di <i>desaparecidos</i>, abbiamo passato i nostri ultimi anni, tra tribunali, avvocati, e giudici, coordinando le attività e i casi di vari paesi, superando i confini e le ovvie difficoltà, <strong>siamo l’altro Plan Condor, quello che cerca giustizia ai crimini commessi dal primo, terribile Plan Condor”.</strong></font></div>
<div><font color="#333333" size="2">La scarcerazione di Troccoli rappresenta pertanto per tutte queste persone un crimine e un’ingiustizia che si va a sommare al dolore già sofferto per la perdita dei loro cari.</font></div>
<div><font color="#333333" size="2">L’Ambasciatore Abin che è stato rimosso dal suo incarico sembra la persona che più responsabilità ha avuto nella scarcerazione di Troccoli. Aveva tre giorni di tempo per valutare la documentazione di richiesta di estradizione giunta dall’Uruguay, ci ha messo una settimana per leggerla.</font></div>
<div><font color="#333333" size="2">Ma altri disguidi, altre inadempienze, altri errori vengono commesse nella gestione difficile di questi delicati processi.</font></div>
<div><font color="#333333" size="2">Lo stesso Capaldo, dice Cristina, il pubblico ministero che per primo in Italia ha chiesto il mandato di cattura nei confronti di Troccoli, ha unificato due processi che in realtà  hanno poco in comune, quello del caso dei 4 cileni <i>desaparecidos</i> in Cile, tra i quali Omar Venturelli e quello del Plan Condor contro Troccoli.</font></div>
<div><font color="#333333" size="2">Il caso dei cileni scomparsi in Cile non ha niente a che vedere con il Plan Condor in quanto questo stesso implicava che i cittadini fossero fatti sparire in luoghi diversi dal loro paese, come nel caso del marito di Cristina.</font></div>
<div><font color="#333333" size="2">Inoltre, il processo dei cileni ebbe inizio nel 1998, la prima denuncia per quello del Plan Condor è del  9 giugno 1999. Tuttavia quello che li accomuna è che a distanza di 10 anni per il primo e di 9 anni per il secondo,  il pubblico ministero Capaldo non ha ancora depositato le conclusioni e l’istruttoria pertanto è ancora segreta. Ciò ha fatto sì che le parti querelanti (cioè i familiari dei <i>desaparecidos</i>) non abbiano potuto contribuire con nuove prove e nel caso di Troccoli purtroppo questo ha reso possibile che il Tribunale della Libertà il 17 gennaio del 2007 ha confermato la sua scarcerazione  per mancanza di prove. Era rimasto in carcere fino ad  aprile solo perchè c’era una richiesta di estradizione da parte dell’Uruguay,  ad affossare la quale ci ha pensato poi  l’ambasciatore Abin.</font></div>
<div><font color="#333333" size="2">Si tratta di processi importantissimi che potrebbero far calare il velo di impunità che rappresenta ancora il vero grande scoglio da superare per ottenere finalmente giustizia. Riflette Cristina amaramente come oggi sia  più facile ottenere documentazione da parte del governo degli Stati Uniti che non da parte dei governi dei paesi latinoamericani implicati nel Plan Condor. </font></div>
<div><font color="#333333" size="2">Per la giustizia, e in solidarietà con <a href="http://www.annalisamelandri.it/dblog/articolo.asp?articolo=320" target="_blank">Julio Lopez</a>, il 30.001 <i>desaparecido </i>argentino scomparso due anni fa, proprio il 18 settembre, poco prima di recarsi a testimoniare contro  Miguel Osvaldo Etchecolatz, commissario della polizia della provincia di Buenos Aires, Cristina Mihura sarà <a href="http://www.annalisamelandri.it/dblog/articolo.asp?articolo=660" target="_blank">oggi </a>alle 18, insieme all’associazione HIJOS e ad altri amici e compagni  a protestare davanti all’ambasciata argentina a Roma.</font></div>
<div><font color="#333333" size="2"> </font></div>
<div><font color="#333333" size="2"> </font></div>
<div><font color="#333333" size="2"> </font></div>
<div><font color="#333333" size="2"> </font></div>
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		<title>Nestor  Troccoli,  l’unico torturatore del Plan Condor è stato scarcerato!</title>
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		<pubDate>Wed, 14 May 2008 22:57:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annalisa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[America latina]]></category>
		<category><![CDATA[dblog]]></category>
		<category><![CDATA[Uruguay]]></category>

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		<description><![CDATA[di Claudio Tognonato Fonte: Il Manifesto «Ritardi» nei carteggi tra Italia e Uruguay: torna in libertà il capitano Nestor Troccoli, detenuto a Regina Coeli per la scomparsa di 6 cittadini italiani e 30 urugaiani. Era il solo dei 140 arrestati del Plan Condor a essere in prigione L’ex capitano di vascello Néstor Troccoli, uruguayano, già [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div><font color="#333333" size="2">di Claudio Tognonato</font></div>
<div><font color="#333333" size="2">Fonte: <a href="http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/08-Maggio-2008/art39.html" target="_blank">Il Manifesto</a></font></div>
<div><font color="#333333" size="2">«Ritardi» nei carteggi tra Italia e Uruguay: torna in libertà il capitano Nestor Troccoli, detenuto a Regina Coeli per la scomparsa di 6 cittadini italiani e 30 urugaiani. Era il solo dei 140 arrestati del Plan Condor a essere in prigione</font></div>
<div><font color="#333333" size="2"></font></div>
<div><font color="#333333" size="2"><strong><img hspace="10" src="/public/troccoli.jpg" align="left" vspace="5" alt="" />L’ex capitano di vascello Néstor Troccoli, uruguayano, già membro dell’intelligence della dittatura del suo paese, accusato della scomparsa di sei cittadini italiani e arrestato a Salerno il 23 dicembre 2007 è stato rimesso in libertà.</strong> Il tribunale del riesame di Roma prima, la Cassazione uruguayana poi, ed infine Carlos Abin, ambasciatore del Uruguay in Italia, hanno ognuno fatto del loro peggio. Di 140 mandati di cattura nei confronti dei responsabili delle giunte militari e dei servizi di sicurezza che negli anni ’70 hanno orchestrato il Plan Cóndor, la multinazionale del crimine organizzata da militari cileni, argentini, uruguaiani, paraguaiani boliviani e brasiliani, solo uno era finito in carcere. Ora anche lui è libero.<br />Néstor Troccoli è stato scarcerato il 23 aprile. In realtà sarebbe uscito di prigione prima se non ci fosse stata una richiesta di estradizione della magistratura uruguayana che lo accusa della scomparsa di trenta cittadini del suo paese che erano fuggiti in Argentina nel 1978 e lì sono diventati desaparecidos. Troccoli, che da due anni risulta residente a Marina di Camerota e ha passaporto italiano, è fuggito verso l’Italia quando ha capito che sarebbe stato arrestato in Uruguay. <strong>Il militare è stato tra i primi a riconoscere l’uso della tortura negli interrogatori, ha ammesso di averla praticata sui prigionieri, ma precisa di non aver mai ucciso un detenuto</strong>. Il compito del Plan Cóndor era quello di coordinare internazionalmente il sequestro, la tortura, l’uccisione e la scomparsa dei corpi. Un lavoro pulito, messo a punto da Augusto Pinochet e Jorge Videla, che non prevedeva problemi di giurisdizione, né lunghe procedure di estradizione. <br />Dopo anni di indagini e su istanza dei familiari delle vittime il pubblico ministero Giancarlo Capaldo ha chiesto al gip Luisanna Figliolia di emettere un mandato di cattura nei confronti di Troccoli. <strong>Dal 1999 Capaldo raccoglie informazioni su questa sorta di internazionale del terrorismo di stato, dieci anni per ricavarne, dopo solo qualche giorno, una istanza di scarcerazione del tribunale del riesame. <br /></strong>Troccoli, che era stato rinchiuso a Regina Coeli il 24 dicembre, il 17 gennaio 2008 aveva ottenuto l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare. Troccoli, però, non è stato scarcerato perché era stata avviata una richiesta di estradizione da parte di Luis Charles, giudice della magistratura dell’Uruguay. Solo che trascorsi i 90 giorni che prevede il trattato stipulato tra i due paesi, le carte non erano arrivate alla Corte d’Appello di Salerno che ha concesso la scarcerazione per scadenza dei termini.<br />Come mai la documentazione non è arrivata a destinazione? A questo punto nasce un giallo con accuse reciproche tra le diverse parti che sono intervenute in questo lungo pellegrinaggio. Anche se il risultato non cambia è importante chiarire che, ancora una volta, tutto gioca a favore dell’impunità dei militari. <strong>Come all’epoca dei desaparecidos «nessuno si è accorto di nulla».</strong> Ma per fortuna i familiari delle vittime non accettano, dopo 30 anni, che un torturatore torni in libertà per negligenza o peggio. «Ci sono ancora alcune situazioni da chiarire», dice Cristina Mihura, moglie del desaparecido Bernardo Ardore, rappresentate dei familiari. Cerchiamo di ricostruire la vicenda. Innanzitutto non si capisce come mai la Corte di Cassazione dell’Uruguay abbia ricevuto i documenti italiani solo il 13 febbraio. Come mai, considerando che in quel momento mancavano solo 38 giorni alla scadenza dei termini, l’Uruguay ha impiegato un mese per tradurre in italiano il dossier? E poi come mai la Cassazione, a 9 giorni alla scadenza, ce ne mette altri 6 per spedire le carte in Italia.<br />Martedì 18 marzo gli incartamenti sono arrivati a Roma e qui entra in gioco <strong>l’ambasciatore Carlos Abin. Aveva tre giorni a disposizione per consegnare alla Farnesina i documenti che motivavano l’estradizione, ma ha deciso che era meglio controllare per bene il voluminoso dossier</strong> — ha dichiarato — per assicurarsi che tutto fosse a posto. Aveva tre giorni, ma non si è accorto che gli atti processuali hanno una scadenza e ha depositato i documenti alla Farnesina il 31 marzo, otto giorni dopo la data di scadenza. «Evidentemente l’ambasciatore Abin non è l’unico responsabile — precisa Cristina Mihura — se al posto di temporeggiare avesse consegnato gli incartamenti, Troccoli sarebbe rimasto in carcere».<br />In Uruguay la vicenda è arrivata ai vertici dello stato. Il presidente Tavaré Vázquez difende l’operato del suo ambasciatore, ma la Corte di Cassazione non vuole essere incolpata e l’avvocato dei familiari ha chiesto al governo le dimissioni dell’ambasciatore. Forse è il caso di ricordare che dopo la dittatura militare (1973–1985) l’Uruguay ha sancito la legge della caducità che impedisce il processo ai militari responsabili di violazioni dei diritti umani. Ora il governo di sinistra vuole riaprire il capitolo, si raccolgono firme per un referendum abrogativo, ma ci sono molti contrasti interni.<br />L’Italia ha condannato alcuni responsabili della scomparsa di cittadini italiani in Argentina. Queste condanne sono meritevoli, così come il lavoro di chi ha gestito e reso possibile questi traguardi, ma c’è poco da festeggiare. Quando la condanna arriva a 30 anni di distanza è una condanna storica, i familiari delle vittime ringraziano, ma non si dica che questo è giustizia. I condannati non erano né in aula né in Italia, nessuno li ha disturbati. Non si erano nemmeno preoccupati di procurarsi avvocati difensori, sapevano che sarebbero stati condannati, ma sapevano anche che la condanna non sarebbe stata mai eseguita. In Spagna Adolfo Scilingo sta scontando una condanna a 640 anni per i voli della morte, noi in Italia abbiamo fatto scappare nel 2000 Jorge Olivera e ora il torturatore Nestor Troccoli è tornato in libertà.</font></div>
<p><font size="2"><!-- TOOLBAR --><br /><font color="#333333"></font></font></p>
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